XIV.

Pinotto ritornò presto a Torino.

Quivi un giorno, andando a passeggio con l’amico Edoardo il quale gli

manifestava il disegno di diventare uno dei primi avvocati in una città

di provincia, egli lo condusse sopra un colle, come fece il diavolo con

Gesù Cristo, e gli disse: — Tu tiri di conquistar Verona o Vercelli, ma

io appena mi accontento di conquistare il mondo. —

Ciò detto, si calzò due guanti di color grigio perlato, a doppia

cucitura e a doppia bottoniera, e si diede una stiratina ai baffi,

quasi ciò gli bastasse per prendere il genere umano di sottogamba.

Risoltosi al fine a fare qualche cosa, mandò un suo imparaticcio a una

Accademia o a una Giunta incaricata di dare un premio alla migliore

commedia o alla migliore monografia sui Giurati o sui Zampognari in

Italia. Il premio egli non lo buscò a quel concorso; anzi a tempo

debito, il suo manoscritto gli venne restituito indietro ancora

_intonso_, come egli potè materialmente assicurarsi, verificando

tuttavia attaccati insieme gli orli di due pagine, che egli aveva

appositamente ingommate per conoscere, se i giudici leggevano o non

leggevano i lavori, che dovevano giudicare.

Adunque gli accademici non si erano nemmanco degnati di aprire il suo

volume; ebbene lo rileggerà egli tante volte, quante bastino alla brama

insaziata di un autore inedito. Dio mio! Egli non potè procedere oltre

alla prima pagina, perchè quella roba gli faceva venire i crampi allo

stomaco. Gli sembrò la prosa più abbominevole, che si fosse mai buttata

giù in questo mondo letterario. Allora, come un pazzo furioso, si mise

a stracciare il suo lavoro; stracciatolo, lo calpestò; calpestatolo ben

bene, ne pose in fuga i laceri pezzettini, anche quelli, che aderivano

al pavimento; li scopò via tutti fuori del balcone; e quando li vide

mulinare giù per l’aria, li maledisse ancora una volta, sputando loro

contro.

Uscito a fare una corsa per la città, voltandosi attorno, gli parve

di accorgersi per la prima volta, che a Torino c’erano dei giovani,

che studiavano e sapevano qualche cosa e che pubblicavano dei buoni

componimenti in italiano e delle rispettabili traduzioni dal greco,

dall’inglese e dal tedesco. Ed egli con tutte le sue pretese non sapeva

ancora niente di tedesco, poco di inglese e di greco, e pochissimo di

italiano. Lo assalse la vergogna e gli sopravvenne la fulminea idea

di presentarsi al Circolo Filologico e di inscriversi a tutti i corsi,

compreso il siriaco, se c’era, e non escluso il latino per le signore.

Così fece; e in poco tempo, riempiendo di coniugazioni i cartolari,

destò l’ammirazione nei professori.

Fece di più. In quel tempo, oltre al Circolo Filologico, fioriva

in Torino una Società Letteraria, intitolata la _Dante Alighieri_,

la quale si meritò forse qualche cosa di più che le quattro righe

di questo racconto. Essa si radunava ogni domenica nell’anfiteatro

chimico detto di S. Francesco di Paola e precisamente nello stesso

luogo, in cui, quarant’anni prima, il gesuita padre Manera aveva

aperto la sua cavallerizza letteraria, alla quale avevano preso parte

Angelo Brofferio e Carlo Marenco. Allora il padre maestro baciava

gesuiticamente i versi di Dante, prima di spiegarli, e metteva

blandamente le mani sulle spalle ai giovani per incoraggiarli.

Quarant’anni dopo, oh! non più gesuiti!

Quarant’anni dopo, componevano la Società alcuni giovani liberi come

l’aria e freschi come un buon mattino, i quali sentivano la forza

irresistibile di fare tosto vedere pubblicamente le loro prodezze

letterarie. Essi declamavano senza paura di blandizie lojolesche o

di nottate al palazzo Madama, declamavano la loro brava opinione

sull’ultimo problema scientifico, sull’ultimo libro, sull’ultima

canzonatura, sull’ultima immortalità dell’anima, sull’ultima

immortalità della materia o sull’ultima neve caduta. Il loro pubblico

erano gli ex-compagni di corso, gli studenti loro immediati successori

nell’università o nel liceo, le signorine sorelle o cugine, le signore

dilettanti di letteratura e dei grandi processi alla Corte di Assise,

professori giubilati, e gli altri abbonati ad ogni spettacolo gratuito.

Una volta all’anno poi essi davano una festa solenne con l’intervento

delle autorità municipali, politiche ed accademiche e della musica

della Guardia Nazionale, — e per una di queste feste fecero persino

coniare una medaglia commemorativa, come quella dei carnevali di

Gianduja.

Nella Dante c’era Edoardo, il quale fece presto tutto il possibile per

trascinarvi anche l’amico, il neo-filologo Pinotto.

Ma Pinotto era riluttante a entrare in quella Società; perchè,

egli diceva, che le società letterarie erano tutte società di mutua

ammirazione. Pure in un giorno di festa solenne, per accontentare

Edoardo, che vi dava la sua beneficiata, egli pose il piede nella

Dante. Ebbene, fu addirittura commosso nel vedere, anche solamente

come spettacolo d’una volta all’anno, il Sindaco della Illustrissima

Città del Toro, messosi in coda di rondine per la letteratura; nel

vedere belle signore e bellissime signorine abbigliate festosamente

per la letteratura, e l’incisore Thermignon avere coniata una medaglia

per la letteratura, e tutto quel caleidoscopio di pubblico essersi

assiepato circolarmente in anfiteatro per la letteratura; in cima al

quale pubblico parevano stampati come re da tarocchi due marescialloni

dei RR. Carabinieri, invitati da un socio maestro della Cittadella, —

con il loro pennacchione nuovo e i loro bottoni e cordoni lucentissimi,

anche essi per la letteratura....

Gli vennero poi i battiti al cuore, quando vide farsi innanzi

nell’emiciclo, davanti a quel pubblico, l’amico, quasi fratello

Edoardo, con gli occhi brillanti di ardimento, con la testa balda e

scarmigliata, con la voce potente di metallo giovanile, e sciorinare

su quel pubblico un discorsetto ameno e piccante alla Paolo Courier,

facendo ridere beatamente i carabinieri e i professori, facendo

piangere le signore e le signorine, facendo fremere i giovani

bollenti Achilli e facendo saltare sulle sedie i fanatici compagni

e ammiratori; — e quando Edoardo ebbe finito lo _spéech_, sollevarsi

una selva di applausi, contra cui non valsero nulla i tromboni della

Guardia Nazionale; e il Sindaco e il Rettore dell’Università alzarsi e

stringergli la mano....

Pinotto precipitò anche lui sopra Edoardo; e questi gli domandò

affannosamente: — Ebbene?

— Mica male.... Ih! acqua, che non macchia.... — gli rispose ridendo,

e poi gli diede lo scoppio di un bacio, come il più franco conforto ed

elogio di amico e di fratello.

Quello spettacolo di godimento letterario e di amicizia fraterna tirò

definitivamente Pinotto nella Dante.

Quei giovani soci erano quasi tutti fatti alla buona e senza verun

sussiego, quantunque molti di loro fossero prossimi a divenire o già

fossero bravi e rinomati ingegneri, o medici, od avvocati, dottori di

collegio, o professori di Università o di Liceo, consiglieri comunali o

provinciali, capitani di cavalleria o di guardia nazionale. Benchè poi

si radunassero in sedute letterarie, essi non pensavano mai, anzi non

sospettavano neppure di essere accademici; tanto che un giorno, avendo

un egregio letterato maturo mescolatosi con loro, detto: _l’accademia

non è in numer_o, risero tutti sotto i baffi, che avevano o non

avevano.

Essi pensavano proprio soltanto a sfogare i loro umori letterari,

arricchendosi e rimpolpandosi intellettualmente nel commercio

disinteressato dei compagni e massime del pubblico; amavano proprio

di cuore l’arte per l’arte; quindi davano magnificamente nel genio

artistico, zingaresco, spigliatissimo di Pinotto; e si incontravano con

il suo baco fanciullesco di letteratura inedita. Perciò egli non ebbe

veruna difficoltà a divenire in poco tempo tutta cosa della Dante.

Rovine · 第 21 / 82 题