Pinotto ritornò presto a Torino.
Quivi un giorno, andando a passeggio con l’amico Edoardo il quale gli
manifestava il disegno di diventare uno dei primi avvocati in una città
di provincia, egli lo condusse sopra un colle, come fece il diavolo con
Gesù Cristo, e gli disse: — Tu tiri di conquistar Verona o Vercelli, ma
io appena mi accontento di conquistare il mondo. —
Ciò detto, si calzò due guanti di color grigio perlato, a doppia
cucitura e a doppia bottoniera, e si diede una stiratina ai baffi,
quasi ciò gli bastasse per prendere il genere umano di sottogamba.
Risoltosi al fine a fare qualche cosa, mandò un suo imparaticcio a una
Accademia o a una Giunta incaricata di dare un premio alla migliore
commedia o alla migliore monografia sui Giurati o sui Zampognari in
Italia. Il premio egli non lo buscò a quel concorso; anzi a tempo
debito, il suo manoscritto gli venne restituito indietro ancora
_intonso_, come egli potè materialmente assicurarsi, verificando
tuttavia attaccati insieme gli orli di due pagine, che egli aveva
appositamente ingommate per conoscere, se i giudici leggevano o non
leggevano i lavori, che dovevano giudicare.
Adunque gli accademici non si erano nemmanco degnati di aprire il suo
volume; ebbene lo rileggerà egli tante volte, quante bastino alla brama
insaziata di un autore inedito. Dio mio! Egli non potè procedere oltre
alla prima pagina, perchè quella roba gli faceva venire i crampi allo
stomaco. Gli sembrò la prosa più abbominevole, che si fosse mai buttata
giù in questo mondo letterario. Allora, come un pazzo furioso, si mise
a stracciare il suo lavoro; stracciatolo, lo calpestò; calpestatolo ben
bene, ne pose in fuga i laceri pezzettini, anche quelli, che aderivano
al pavimento; li scopò via tutti fuori del balcone; e quando li vide
mulinare giù per l’aria, li maledisse ancora una volta, sputando loro
contro.
Uscito a fare una corsa per la città, voltandosi attorno, gli parve
di accorgersi per la prima volta, che a Torino c’erano dei giovani,
che studiavano e sapevano qualche cosa e che pubblicavano dei buoni
componimenti in italiano e delle rispettabili traduzioni dal greco,
dall’inglese e dal tedesco. Ed egli con tutte le sue pretese non sapeva
ancora niente di tedesco, poco di inglese e di greco, e pochissimo di
italiano. Lo assalse la vergogna e gli sopravvenne la fulminea idea
di presentarsi al Circolo Filologico e di inscriversi a tutti i corsi,
compreso il siriaco, se c’era, e non escluso il latino per le signore.
Così fece; e in poco tempo, riempiendo di coniugazioni i cartolari,
destò l’ammirazione nei professori.
Fece di più. In quel tempo, oltre al Circolo Filologico, fioriva
in Torino una Società Letteraria, intitolata la _Dante Alighieri_,
la quale si meritò forse qualche cosa di più che le quattro righe
di questo racconto. Essa si radunava ogni domenica nell’anfiteatro
chimico detto di S. Francesco di Paola e precisamente nello stesso
luogo, in cui, quarant’anni prima, il gesuita padre Manera aveva
aperto la sua cavallerizza letteraria, alla quale avevano preso parte
Angelo Brofferio e Carlo Marenco. Allora il padre maestro baciava
gesuiticamente i versi di Dante, prima di spiegarli, e metteva
blandamente le mani sulle spalle ai giovani per incoraggiarli.
Quarant’anni dopo, oh! non più gesuiti!
Quarant’anni dopo, componevano la Società alcuni giovani liberi come
l’aria e freschi come un buon mattino, i quali sentivano la forza
irresistibile di fare tosto vedere pubblicamente le loro prodezze
letterarie. Essi declamavano senza paura di blandizie lojolesche o
di nottate al palazzo Madama, declamavano la loro brava opinione
sull’ultimo problema scientifico, sull’ultimo libro, sull’ultima
canzonatura, sull’ultima immortalità dell’anima, sull’ultima
immortalità della materia o sull’ultima neve caduta. Il loro pubblico
erano gli ex-compagni di corso, gli studenti loro immediati successori
nell’università o nel liceo, le signorine sorelle o cugine, le signore
dilettanti di letteratura e dei grandi processi alla Corte di Assise,
professori giubilati, e gli altri abbonati ad ogni spettacolo gratuito.
Una volta all’anno poi essi davano una festa solenne con l’intervento
delle autorità municipali, politiche ed accademiche e della musica
della Guardia Nazionale, — e per una di queste feste fecero persino
coniare una medaglia commemorativa, come quella dei carnevali di
Gianduja.
Nella Dante c’era Edoardo, il quale fece presto tutto il possibile per
trascinarvi anche l’amico, il neo-filologo Pinotto.
Ma Pinotto era riluttante a entrare in quella Società; perchè,
egli diceva, che le società letterarie erano tutte società di mutua
ammirazione. Pure in un giorno di festa solenne, per accontentare
Edoardo, che vi dava la sua beneficiata, egli pose il piede nella
Dante. Ebbene, fu addirittura commosso nel vedere, anche solamente
come spettacolo d’una volta all’anno, il Sindaco della Illustrissima
Città del Toro, messosi in coda di rondine per la letteratura; nel
vedere belle signore e bellissime signorine abbigliate festosamente
per la letteratura, e l’incisore Thermignon avere coniata una medaglia
per la letteratura, e tutto quel caleidoscopio di pubblico essersi
assiepato circolarmente in anfiteatro per la letteratura; in cima al
quale pubblico parevano stampati come re da tarocchi due marescialloni
dei RR. Carabinieri, invitati da un socio maestro della Cittadella, —
con il loro pennacchione nuovo e i loro bottoni e cordoni lucentissimi,
anche essi per la letteratura....
Gli vennero poi i battiti al cuore, quando vide farsi innanzi
nell’emiciclo, davanti a quel pubblico, l’amico, quasi fratello
Edoardo, con gli occhi brillanti di ardimento, con la testa balda e
scarmigliata, con la voce potente di metallo giovanile, e sciorinare
su quel pubblico un discorsetto ameno e piccante alla Paolo Courier,
facendo ridere beatamente i carabinieri e i professori, facendo
piangere le signore e le signorine, facendo fremere i giovani
bollenti Achilli e facendo saltare sulle sedie i fanatici compagni
e ammiratori; — e quando Edoardo ebbe finito lo _spéech_, sollevarsi
una selva di applausi, contra cui non valsero nulla i tromboni della
Guardia Nazionale; e il Sindaco e il Rettore dell’Università alzarsi e
stringergli la mano....
Pinotto precipitò anche lui sopra Edoardo; e questi gli domandò
affannosamente: — Ebbene?
— Mica male.... Ih! acqua, che non macchia.... — gli rispose ridendo,
e poi gli diede lo scoppio di un bacio, come il più franco conforto ed
elogio di amico e di fratello.
Quello spettacolo di godimento letterario e di amicizia fraterna tirò
definitivamente Pinotto nella Dante.
Quei giovani soci erano quasi tutti fatti alla buona e senza verun
sussiego, quantunque molti di loro fossero prossimi a divenire o già
fossero bravi e rinomati ingegneri, o medici, od avvocati, dottori di
collegio, o professori di Università o di Liceo, consiglieri comunali o
provinciali, capitani di cavalleria o di guardia nazionale. Benchè poi
si radunassero in sedute letterarie, essi non pensavano mai, anzi non
sospettavano neppure di essere accademici; tanto che un giorno, avendo
un egregio letterato maturo mescolatosi con loro, detto: _l’accademia
non è in numer_o, risero tutti sotto i baffi, che avevano o non
avevano.
Essi pensavano proprio soltanto a sfogare i loro umori letterari,
arricchendosi e rimpolpandosi intellettualmente nel commercio
disinteressato dei compagni e massime del pubblico; amavano proprio
di cuore l’arte per l’arte; quindi davano magnificamente nel genio
artistico, zingaresco, spigliatissimo di Pinotto; e si incontravano con
il suo baco fanciullesco di letteratura inedita. Perciò egli non ebbe
veruna difficoltà a divenire in poco tempo tutta cosa della Dante.