TRINCA. Padrona, non siamo stati defraudati della speranza nostra,
perché avete oprato piú di quel che ne prometteste: veramente l'amor
della madre avanza tutti gli altri. Che lacrime ardenti ho visto
sparger da gli occhi vostri! che affettuosi abbracciamenti! che vivi
motivi di materni affetti! Sto per inchinarmi e baciarvi i piedi, per
tanto obligo che v'ho per rispetto del mio padrone, e del mio; che,
scoprendosi l'inganno, era spacciato il fatto mio.
ATTILIO. Il fingere è stato tanto naturale, che confesso l'arte aver
superato la natura. E chi sarebbe stato che, veggendovi, non avesse
giurato che quella fusse la tua vera Cleria? e voi la sua madre? O
cara madre sovra tutte le madri, lasciate che vi baci le mani: e
quando mai potrò ricompensarvi cotanta affezione?
CONSTANZA. Figlio, non bisogna che m'abbiate obligo alcuno per ciò,
perch'io non ho finto cosa alcuna. La giovane, che innanzi condotta mi
avete, è la vera Cleria tua sorella, ché insiememente fummo rapite da'
turchi.
ATTILIO. Ohimè, che dici?
CONSTANZA. Quel che la conscienza mi sforza a dire.
ATTILIO. Cleria è mia sorella?
CONSTANZA. Cosí tua sorella, come io tua madre: conceputi d'un istesso
seme, portati nove mesi e partoriti dal medesimo ventre mio.
ATTILIO. O crudeli effetti di fortuna, o essempi di somma infelicitá,
o infelice versaglio di compassione! e qual penitenza emenderá il mio
fallo? Dunque, sarò marito e fratello di mia sorella, padre de miei
nipoti e zio de miei figliuoli? sarò genero vostro e di mio padre?
CONSTANZA. Figlio, l'ignoranza fa men colpevole l'errore del tuo non
fallo. Guardati per l'avvenire non abusar la conversazione e l'amor di
tua sorella, amala di puro e sincero amore: se la tocchi, toccala come
sorella; se l'abbracci, abbracciala come sorella, ché, abbracciandola
altrimenti, abbracciaresti la tua infamia e vitupèro.
ATTILIO. O madre, come può esser questo? che ricordandomi de quei
primi fiori colti della sua bellezza, de' passati piaceri che ho
gustati nella sua conversazione, delle godute bellezze e de' posseduti
tesori delle sue grazie, che non cerchi spenger quelli ardenti e
infocati effetti di amore nel godimento della sua persona?
CONSTANZA. Avézzati a poco a poco a non mirarla, perché dalla vista
dell'amata persona cresce la fiamma nell'intime midolle; avézzati a
non parlarle, perché le parole son via alla concupiscenza: fuggi,
quanto puoi, di trovarti da solo a solo con ella, accioché l'occasione
non susciti l'uso, e ti conduca a qualche reo e biasmevol fine;
allontánati da lei per qualche tempo, perché la lontananza degli occhi
genera la lontananza dal cuore, e con generosa pazienza sopporta lo
sforzo della tua inclinazione.
ATTILIO. Ahi, che non per cangiar loco si cangia il core; e se il
luogo disunisce, amore unisce i cuori. E queste cose son facili a
persuadere, ma impossibili ad essequirsi.
CONSTANZA. Lascia pensieri cosí sensuali e desidèri cosí brutti, e
lasciatevi governare dal freno della ragione.
ATTILIO. Pazzo è chi stima ch'uno innamorato possa reggersi da freno
di ragione, perché l'animo è in tutto offuscato dall'amorose passioni.
CONSTANZA. Trovatevi un'altra sposa od innamorata piú bella.
ATTILIO. Amor non vuol cambio. O Cleria, in un medesimo tempo ti
racquisto e ti perdo. Ritenerti non lece, ricusarti non posso:
racquisto una sorella, perdo una sposa; e tu medesimamente acquisti un
fratello, ma perdi un amante. O gran mutazione de' nostri desidèri! O
padre, non puoi dolerti piú di me, che t'abbia ingannato e non dettoti
il vero: mi desti danari per riscattar la sorella e la madre, ecco
v'ho riscattata la sorella e condottala a casa tua: e hai avuto da me
quanto hai desiderato. Né io posso dolermi se non di me stesso, perché
solo ho ingannato me stesso.
CONSTANZA. Figlio, del male almen n'è uscito un tal bene.
ATTILIO. Ahi, che tanto movimento di sangue, che mi occupò il core
nella prima vista, stimava che fosse dalla tua bellezza; ma era dalla
forza del sangue, perché eravamo nati di un medesimo sangue; e io
sciocco non me ne accorgeva. O madre, quanto m'è cara la tua venuta,
tanto m'è acerba: questo giorno me ti dá e me ti toglie: nel giorno,
che hai conosciuto tuo figlio, lo perderai: questo è il primo giorno
che mi vedi, e l'ultimo che mi vedrai, che è forza che mi parta dalla
casa, dalla vita e dal mondo tutto.
CONSTANZA. Chi ti vieta, o figlio, che non vivi e stia in casa tua?
ATTILIO. O che crudel ricordo, ch'io viva! vuoi che resti vivo, per
vedermi vivere d'un perpetuo morire? a chi non può scampar in modo
alcuno, gli è assai men grave il morire. La morte è un dolce porto de'
miseri, a niuno è chiuso, raccoglie tutti; e vuoi che resti in casa
mia? La casa mia m'era cara per colei che ci abitava meco; ma, poiché
con quella non lece piú, torrò da me stesso un perpetuo essiglio per
non tornarci piú mai. Mi sarebbe la casa un vivo inferno, un perpetuo
incendio ardente. O Idio, che insopportabil dolore è quel ch'io sento,
o qual miseria è che pareggi la mia? o che gran meraviglia è ch'io
viva! O Cleria, io ti perdo, senza ch'altri me ti toglia; e sendo in
casa mia, onde niuno mi caccia, è forza che ti lasci e abbandoni. Per
esser tu troppo congionta meco, è forza che da te mi disgiunga. O
leggi, o costumi umani a me contrari! S'armano contro me le leggi e i
costumi de gli uomini. O madre, che amara novella m'hai tu data! o
quanto piú grata mi saresti, se conceputo non m'avessi o generato in
questa vita, overo uccisomi nella cuna. Che obligo debbo averti della
vita, che m'hai data, se con una amara nuova mi togli la vita e
l'anima insiememente? Goditi, madre, la tua figliuola nuovamente
acquistata, e lascia che il tuo figlio vada tapinando per il mondo,
senza suspetto che tratti piú mai con la sorella.
CONSTANZA. O che disgrazia è la mia! pensava dar allegrezza alla mia
casa, e sono stata istrumento e ministra di crudel ufficio. Mi pensava
che scampata dalla servitú di genti barbare e ricovratami nella mia
casa, avesse vissuto il restante della mia vita, felicissima. Ma
sarebbe stato per me meglio, che fusse restata in man de' turchi,
povera vecchia e disgraziata, e non fosse qui venuta spettatrice d'una
miserabil tragedia. Ahi, che non è cosa stabile o felice sotto le
stelle! Figlio, era mia intenzione darvi piacere e non disgusto.
TRINCA. Padrona, andate su e non fate penar vostro marito in
aspettarvi. Ecco il compagno dell'allegrezze e de gli affanni vostri.