PARDO. O Constanza, carne mia, sei tu dessa over io non son io? o è
forse questo un sogno? o fingo imagini a me stesso del desiderato
bene? Tu sei ben dessa, e me ne sono assicurato, che con piú d'una
guardatura ho confrontato l'imagine tua con quella che nel cuor
impressa mi lasciasti.
CONSTANZA. O marito, marito caro, che, avendo perduta la speranza di
non averti mai piú a rivedere, or veggendoti e abbracciandoti, non lo
credo.
PARDO. O moglie cara, o quanto ho pianto il mio peccato di averti
mandato a chiamar da casa tua per condurti in Polonia, preponendo la
mia comoditá al tuo discomodo.
CONSTANZA. Posso dir che, tenendovi cosí abbracciato, tengo la cosa
piú desiderata che abbia al mondo.
PARDO. Ed io l'anima mia; ché, rimasto senza te, rimasi un cadavero.
Oh quanto mi sei or cara viva, poiché tanto t'ho pianta morta? ché,
avendo mandato il mio figlio in Turchia col riscatto, mi riferí
ch'eravate morta. Piaccia a Dio s'allonghi tanto la vita mia, che
faccia a te quella servitú che per mia cagione hai fatta a quei cani.
CONSTANZA. Bastami che m'amiate per l'avvenire, quanto m'amavate
prima, o che m'amiate a par di quello, che v'amo io: che mi fará
subito dismenticare de' disaggi della passata servitude.
PARDO. Moglie, mi sento venire meno per l'allegrezza.
CONSTANZA. Ed io non posso tener le lacrime.
PARDO. Vo' che abbiate un'altra allegrezza, che veggiate Cleria vostra
figlia.
CONSTANZA. O Dio, che sommamente desio vederla.
PARDO. Attilio, va' su e fa' calar la tua sorella.
ATTILIO. Vado.
PARDO. Come sète venuta cosí sola.
CONSTANZA. Lungo tempo bisogna, consorte mio, a narrar sí lunga
istoria della servitú sofferta fra quei cani, de' lunghissimi travagli
del viaggio, che non son stati minori.
PARDO. Ecco la tua figlia Cleria. Oh come, nel vedersi l'un l'altra,
son tramortite ambedue! Oh, quanto è l'amor grande tra la madre e i
figli! O Dio, che sará questo? o Cleria, o Cleria, o Constanza mia,
risvegliatevi!