TRINCA, ATTILIO, CONSTANZA.

TRINCA. Veramente, quel vento che minacciava tempesta, s'è dileguato in

semplice ruggiada. Quel maladetto nolano, venuto da Constantinopoli, ci

avea posto in evidente pericolo di perder quello che avevamo fin qui

oprato felicemente.

ATTILIO. Mi era confuso e alienato di sorte, che era posto giá in

disperazione; ma tu, con quella pronta bugia del parlar turchesco, la

rimediasti assai bene.

TRINCA. Una bugia a tempo val tant'oro.

CONSTANZA. Gentiluomini, mi sapreste voi dir se Pardo Mastrillo fusse

vivo?

ATTILIO. È vivo e in buona sanitade ancora.

TRINCA. (Cosí fusse egli morto e sotterra!).

CONSTANZA. Ed Attilio suo figliuolo?

ATTILIO. E Attilio parimente.

CONSTANZA. Idio, per colmarmi d'ogni contentezza, m'ha voluto

racconsolar con la vita di l'uno e di l'altro.

ATTILIO. Chi sète voi, che tanto vi rallegrate della lor vita?

CONSTANZA. Son una donna che, quando Pardo e Attilio sapessero ch'io

son viva e qui venuta, ne arebbono quella allegrezza che ne ho io.

ATTILIO. Ditelo, di grazia.

CONSTANZA. A voi non appertiene saperlo.

ATTILIO. E forse me s'appertiene piú che ad altri, perché io son

Attilio suo figliuolo.

CONSTANZA. Ed io son Constanza tua madre, che or giunge da

Constantinopoli, con assai piú desiderio di vedervi che della propria

mia acquistata libertade.

TRINCA. (Ecco l'altra perturbatrice d'ogni nostro bel disegno).

ATTILIO. (O Idio, che non si può nel mondo godere un bene, che non sia

mischiato di alcun male: ecco, acquistando la madre, perdo il mio

bene).

TRINCA. (Avemo resistito al primo impeto della fortuna; or non si può

piú, alla gran tempesta che ne ondeggia intorno).

ATTILIO. (O mal, come vieni presto! o ben, come vieni tardo!).

TRINCA. (La sua venuta scompiglia quanto abbiam tessuto della nostra

tela; e se l'altre se han potuto rimediare, a questa non ci ha rimedio

alcuno).

ATTILIO. (Ho pregato Idio, che mi facesse veder mia madre, per non

esser cosa, che piú desiderasse di vedere; or che la veggio,

desidererei esser morto per non vederla, ché perdo Cleria, e io non

vedrò mai piú cosa che mi piaccia). Voi dunque sète Constanza?

CONSTANZA. Io son quella infelice donna che venti anni son stata

schiava di genti barbare.

ATTILIO. O madre, quanto mi sarebbe stata cara la tua venuta, se a piú

opportuno tempo venuta fosse.

CONSTANZA. Figlio, non intendo che vogliate dire.

ATTILIO. Dico che in ogni tempo che voi foste venuta, fuor che in

questo, la vostra venuta mi sarebbe stata oltre modo gratissima.

CONSTANZA. (Mi pensava che benigna fortuna m'avesse condotta in porto,

alla mia patria conducendomi; ma or da contraria tempesta mi veggio

risospinta fuori: la mia venuta, che stimava che fosse desiosamente

desiderata, la veggio esser scacciata con fastidio). Figlio, se il mio

venir ti apporta qualche noia, di grazia fammene consapevole.

ATTILIO. Madre, la cagion di ciò non può raccontarsi senza fastidio;

entrate in casa, che è ben di ragione che avendo sofferta tanti anni

la servitú di quei cani e tanti travagli nel viaggio, che vi

riposiate; ma togliete a me ogni riposo, perché, entrando voi, ne

cacciate me: sète voi fatta libera, per pormi in servitú: voi

acquistate la patria, io perdo la patria e quanto possedeva. Né arei

pensato mai che la vostra venuta fosse stata accompagnata da tanta

amaritudine.

CONSTANZA. Figlio, non mi trafissero mai tanto i morsi della servitú,

quanto or mi trafiggono i vostri dispiaceri. Onde vi prego per quello

amor, che è ragionevol che mi portiate, che mi manifestiate la cagione

del disturbo; ch'io, cosí povera feminella come sono, sarò da tanto di

tornarmene in Napoli e viver mendicando disconosciuta, per non darvi

vergogna: che, se ben la nobiltá nelle miserie fa risvegliar i spiriti

generosi e signorili, con l'esser stata tanti anni schiava son spenti

in tutto.

ATTILIO. Conosco, carissima madre, avervi offeso, e però mi vergogno

manifestarlovi.

CONSTANZA. L'offese de' figli alle madri non passano la pelle: non

sará mai tanto grande, che non sia vinta dall'affetto materno. Voi

tacete? Manifestatela, figlio, ché troverete quel che vi dico.

ATTILIO. Madre, se promettete di perdonarmi e di rimediarvi, che di un

male non se ne faccino molti, vi spiegherò il fatto come passi.

CONSTANZA. Ti giuro, figlio, per quella grande affezion che ti porto,

che spenderei questo avanzo di vita in tuo serviggio. Che se non

m'adoperassi per un figlio, per chi debbo adoprarmi io?

ATTILIO. Poiché cosí volete, vi scoprirò il tutto. Mi mandò mio padre

con trecento scudi in Constantinopoli, per lo vostro riscatto. Venni

in Vineggia per imbarcarmi per colá, e m'innamorai di una giovane

bellissima, spesi i trecento ducati nel suo riscatto, la sposai,

tornai a Nola, e diedi ad intendere a mio padre che voi eravate morta,

e che avea riscattata Cleria, la mia sorella. E sotto nome di Cleria è

stata ricevuta, per non dargli tal disgusto in quel poco tempo che

potrá sopravivere. Or voi, entrando in casa e dicendo che quella non è

Cleria vostra figlia, lo farete morir di dolore, né si terrebbe

sodisfatto se non mi diseredasse e mi cacciassi fuor di casa.

CONSTANZA. E s'io dicessi che quella fusse Cleria mia figlia, ti saria

di contento?

ATTILIO. Grandissimo.

CONSTANZA. Vi prometto dirlo; e l'accetterò per figliuola e per mia

dilettissima nuora, mentre vivo, per amor vostro. Non sapete voi che

le madri condescendono agevolmente a i desideri de' figliuoli, e li

sono aiutrici verso i padri?

ATTILIO. Madre, ciò facendo vi arò piú obligo che della vita che

donato mi avete, quando mi partoriste; ché, amando costei piú

dell'istessa vita, donandomi costei, mi donate la vera vita.

TRINCA. Ma bisogna, padrona, quando v'incontrate, usar quelle

accoglienze come si fosse la propria Cleria vostra figlia; e

dimandandovi di alcune cose, le sappiate rispondere e, di quelle che

non sapete, tacere.

CONSTANZA. Non son tanto goffa, che non sapesse fingere questo poco; e

quando mai far non lo sapessi, l'amor che vi porto, mi sará miglior

maestro che costui: so quello che si debba dire e tacere, e non me lo

farò dir piú d'una volta.

ATTILIO. Trinca, sali su, fa' calar mio padre, che venghi a ricever la

sua moglie tanto desiderata; e avisa la mia Cleria del trattato.

TRINCA. Volentieri.

ATTILIO. Or l'accoglienze, madre cara, che non vi ho fatte al primo

incontro, datemi licenza che le facci ora, che possa abbracciarvi e

baciarvi a modo mio. Madre, cara sopra tutte le madri, madre che mi

sei per natura e per obligo, madre che due volte dái la vita al tuo

figliuolo, che farò, mentre sarò vivo, per disubligarmi da tanto

beneficio?

CONSTANZA. Poco è, figliuolo, quello che domandi che faccia per amor

tuo; e prima che qui giungessi, ho desiata occasione di servirvi

tutti.

ATTILIO. Ecco mio padre.

La sorella · 第 44 / 71 题