TRINCA. (Ecco il capitano. O che maladetta sia la bestia, che ha piú
dell'asino che del cavallo: non ho visto maggior poltrone che mangi
pane: vorrei farlo venire alle strette col parasito: gonfiarò il
ballon del suo capo con mantaci di vantamenti).
TRASIMACO. Férmati, o tu, di grazia; ch'or che ferve l'ardor dell'ira,
e son tutto rabbia e furore, e la colera mi soverchia--ché l'induggio,
che si frapone alle vendette, allarga le ferite del cuore,--vo' che
sii spettatore del castigo, che vo' dar a quel poltron di Gulone,
perché sei stato relator delle mie ingiurie.
TRINCA. Io non vorrei che ti attaccassi adosso inimicizia cosí grande;
e bisognerá grand'animo a torsela con esso.
TRASIMACO. Puttanaccia, che me la faresti attaccare. Ho tanto animo
che non lo cape il mondo tutto, e, standovi dentro, mi par di star in
forno; desiderarei che fussero mille mondi, per stanziarvi piú a
largo. Povero Alessandro Magno, che lo capiva un solo!
TRINCA. Parlate basso, di grazia, che non fusse qui da presso, e vi
sentisse.
TRASIMACO. Sia maladetta quella maladettaccia sgualdrinaccia della
fortuna, che mi fa udir questo. Ch'io parli basso? qual barba d'uomo
mi basta a far paura? Vo' gridar che mi oda: vo' chiamarlo. O Gulone,
Gulone, o furfantissimo Gulone!
TRINCA. Egli ha poca voglia di far bene: verrá gonfio d'ira a far
questioni.
TRASIMACO. Lo farò scoppiare a calci. Va', chiamalo da parte mia.
TRINCA. Andrò a far l'ambasciata a vostro rischio: avertite che
capitarete male: bilanciate prima e contrapesate le vostre forze.
TRASIMACO. Io, quando avampo di furia e di sdegno, son piú furibondo e
ho piú furie adosso che le furie dell'inferno; e voltando gli occhi
furiosi sopra alcuno, i lampi che n'escono fuori, lo brusciano vivo
vivo. Lo farei fuggire, ancor che fusse Marte: sappi che son nato
dentro le miniere di ferro, nodrito fra gli acciai; né il mio cuor
ebbe mai altro oggetto che infringere, ingoiare e smaltir gli uomini e
i cavalli, armati di metalli e di bronzo.
TRINCA. Quando Gulone ha fame, è bravo, è un mezo Orlando.
TRASIMACO. Egli bravo? o Marte, e chi è al mondo di me piú bravo, che
fo venir la quartana all'istessa bravura? Se fusse altro che tu, che
ardissi dirmi questo, li schiacciarei la testa com'una caldarrosta.
Come egli si vedrá intorno questa statuaccia del mio corpo, queste
spallaccie di Atlante, con questi torreggianti gamboni, con queste
nerborute braccia fulminar la mia taglianasi, troncabraccia e
mietigambe, tu vedrai i motivi che fará. Considera se son bravo, vedi
che viso sfreggiato.
TRINCA. Piú bravo fu quello che te lo sfreggiò!
TRASIMACO. Voglio dir che non fuggo né volto le spalle.
TRINCA. Né quello fuggí o ti voltò le spalle, quando sfreggiotti il
viso.
TRASIMACO. Ma bisogna allontanarsi da me, ché, quando ho prese l'armi
e sto in furia di menar le mani, l'ira ministra fuoco e fiamme: cosí
m'incarno e m'insanguino, la vista mi s'accieca di sorte, che non
conosco né amici né parenti, tutti gli guasto egualmente; e le
tintinnate della mia spada s'odono un miglio.
TRINCA. Eccolo che viene: o che portamento bizarro!
TRASIMACO. O che portamento da bestia.
TRINCA. (Stimo che oggi arò a crepar delle risa: sapendo quanto l'uno
e l'altro sia poltronissimo, sarò spettatore di un mirabil duello).
Sará ben che m'allontani io.
TRASIMACO. Fai da savio pòrti al sicuro. Ben venuto il poltrone.