TRASIMACO. Fermatevi, gentiluomo, nella cui figlia è fondato il
trionfo della illustre mia generazione.
PARDO. Ho da far altro, perdonatemi.
TRASIMACO. Sappiati che gli occhi balenanti e altitonanti di vostra
figlia han fatto piú effetto nel mio cuore, che le bombarde e
artigliarie ne' fianchi de' baluardi: onde io, che prendo le cittá,
castelli e campi, son preso e ligato dalle sue bellezze. Sí che,
deposta l'orribilitá del mio rigore e ammollita la feritá, vengo a
chiederlavi per moglie, per non far mancar al mondo la razza de pari
miei, e far una dozina di Marti, un'altra di Bellone, di Orlandi e di
Rodomonti, e arricchirne il mondo: onde può tenersi la piú fortunata e
felice donna che viva, e cosí voi a cui non poca autoritá vi recará la
qualitá della mia persona.
PARDO. Non ho tempo da spendere in chiacchiere.
TRASIMACO. Fermatevi, dispetto di Marte. Si trattengono a ragionar
meco la maestá di quel di Spagna e del Gran Turco, e voi non vi
degnate ascoltarmi.
PARDO. Spedetela in brevi parole.
TRASIMACO. Quanto v'ha detto di me quel furfante di Gulone, tutto è
mentita.
PARDO. M'ha detto che sète un gran capitano e ricco e veritiero.
TRASIMACO. E se fosse un par mio, lo disfidarei, nudo, con meza cappa,
ad uccidersi meco in un steccato, ché per manco d'un pelo ci son
entrato cinquanta volte.
PARDO. Poco me se dá.
TRASIMACO. E son cavaliero da tutti i quarti: cerchesi nel mio
parentado, tutte son croci di Malta, di S. Stefano, di S. Giacomo e di
Calatrava.
PARDO. Forse dubitavano che non li fusse pisciato adosso.
TRASIMACO. E quando veniva a mangiar meco, ho fatto come son solito di
far a' miei squadroni: il pan a monti, i buoi a quarti, i capretti a
squadre, il vino a botti: e se butta piú in casa mia, che non se ne
vede in quelle de' gran signori.
PARDO. Ben bene.
TRASIMACO. E vo' che veggiate che conto tengono di me i principi del
mondo: ho pieno il petto, i calzoni e le valiggie di lettere che mi
mandano. Ecco quella a punto del Gran Turco: All'illustrissimo e
strenuissimo cavaliero, il capitan Trasimaco de Sconquassi, mio
carissimo amico e generalissimo delle mie genti. Ecco quella del re
Filippo: Al venerabilissimo e stupendissimo capitan Sconquasso de
Sconquassi de Squassamenti, mio _lugar teniente_ e general de' miei
esserciti. Ecco quella del re di Francia: Al mio amatissimo Colonello
e Maestro, sotto il quale ho imparato la milizia. Ecco quella de'
veneziani e di altre republiche, ch'io non ne tengo conto; e io non
son uomo di bugie, ma m'è cara la veritá.
PARDO. È tanto cara, che la serbate per voi; né ve ne cavarebbe una di
bocca quante tanaglie ha il mondo.
TRASIMACO. Però non bisogna dar credito a furfanti; e volendo
informarvi chi sia, andate in Persia e dimandate di me, che feci nella
guerra fra turchi e persiani; andate in Tartaria e dimandate al Gran
Can; andate al Giappone e dimandatene il re Quabacondono; gite
nell'Indie, nel Messico, in Temistitan, e dimandate alli caccichi
Abenemuchei, Anacancon, Aguelbana, Comogro, Ciapoton, Totonoga e
Caracura, e altri e altri: cosí saprete chi sono.
PARDO. Mi vo' partir or ora per cotesti luoghi, e come mi sarò
informato, tratteremo del matrimonio. A dio.
TRASIMACO. Almeno vi parteste con piú creanza; ma t'escusa la
vecchiaia, che tutto il mondo non ti scapparebbe dalle mie mani. Assai
mi curo io di tua figlia! Ho le regine che mi pregano: mi dava una sua
figlia il Turco, s'accettava il bellerbeiato della Grecia; una sorella
il Principe di Transilvania, se voleva esser suo vaivoda; la regina
Lisabetta d'Inghilterra mi volea per marito, se volea pigliar la sua
protezion contro Filippo secondo. Ma buon per te, che ti sei partito;
ché or, che mi bolle il sangue, non mi terrebbe il rispetto ch'eri un
vecchio rimbambito, barboggio. Non dovevi invecchiare, se non volevi
diventar cosí ignorante.