TRINCA. Volpino, sali su quelle legna.
GULONE. (Legna per far fuoco per lo banchetto, ché Pardo ha promesso
invitarmi a pranso. Ma queste legne non mi fan buono augurio,
canchero!).
TRINCA. Ti venghi a mente recar le corde.
GULONE. (Di cembali e di leuti, ché mi fará una musica. Ma appresso al
«canchero», quel «ti venga» pur mi fa malo augurio).
TRINCA. Non ti smenticar di cinquanta nespole acerbe.
GULONE. (Son frutti dopo pasto; ma pur le nespole acerbe solemo
chiamar le bòtte. Ma vien fuor Trinca).
TRINCA. Gulone, che si fa?
GULONE. Bene.
TRINCA. Non è tua usanza.
GULONE. Ti viene a visitar un tuo amico carissimo.
TRINCA. Io non vo' amici carissimi, ma di buon prezzo, ché ho pochi
dinari. Che sei venuto a far a quest'ora?
GULONE. E tu non sai l'usanza mia?
TRINCA. Non mi ricordo.
GULONE. M'è venuta una disgrazia, la maggior che mi possa venire.
TRINCA. Dimmela, se non è cosa di stato.
GULONE. Mi muoio della maladetta fame: io son venuto a sguazzare col
tuo padrone.
TRINCA. Sguazzarai come un cavallo per un pantano: il mio padrone sta
irato teco.
GULONE. Scusa di mal pagatore: perché l'ho maritata la figlia, per non
darmi la mancia, finge il colerico. Questo è il frutto dell'obligo?
Va' e stenta tu. Io vo' che mi faccia il beveraggio bonissimo.
TRINCA. Ha promesso farti buttar in un fiume, ché beva benissimo.
GULONE. Che ha egli meco?
TRINCA. Essendosi informato del capitano, ha ritrovato tutto il
contrario di quanto gli hai detto; e se avesse fatto il matrimonio
sotto la tua parola, arebbe annegata la figlia. Hai torto ingannarlo
cosí.
GULONE. Come egli ha ingannato me, cosí ho ingannato lui.
TRINCA. Non sai tu ch'egli sostiene quelle sue grandezze con l'ombra
delle bugie e con falsa fama? E il peggio è, che hai detto mal di lui
al capitano...
GULONE. Possa digiunar un mese, se è vero.
TRINCA. Giurane su questa orecchia d'asino!
GULONE. Ho sempre dubitato che fussi un asino; ma or che me ne mostri
l'orecchio, ti stimerò tale da oggi avanti.
TRINCA. ... Con dir che ti fa seder in un tavolino, e ti pone inanzi
certe minestrine, certe insalate ricamate e gelatine figurate, e certe
torte e bistorte, la carne minuzzata, le cose mal ordinate e cotte.
GULONE. Trinca, è vero che ho detto che non posso aver peggio, quando
le cose non son bene apparecchiate, ché il buon apparecchio è il
quinto elemento della tavola; e che le robbe sieno assassinate dal
cuoco, quando non vedo pasticcioni, quarti di vitelli intieri, teste
di cinghiali, e posto a tavola ogni cosa intiera; non star sempre il
salame a tavola morbido e succoso. Che maggior torto si può far alle
torte, quando vengono fredde, e le midolle e i grassi gelati sopra? il
brodo senza lardo e senza specie? gli arrosti secchi e mal
impillottati? e il peggio di tutto, che il vin non sia eccellente,
dolce, gagliardo e piccante? ché ci bisognarebbe la fame arcigulonica
per divorarle. Di questo mi son doluto alcune volte, e non del
mancamento.
TRINCA. Tu sai che sempre sei stato in capo alla tavola; e ogni cosa è
venuto innanzi a te, e tu fai la parte e dái quel che ti piace a gli
altri; e ti sei alzato da tavola con la faccia piú rossa di un gambaro
boglito.
GULONE. È vero.
TRINCA. Perché dici il contrario, quando mangi con altri? e quando
mangi con noi, dici mal di loro?
GULONE. E perciò vuoi entrar in colera meco?
TRINCA. Il capitano ha detto tant'altre cose di te al padrone, che non
si direbbero di un boia.
GULONE. Che può dolersi di me il capitano? Che sia maledetta quella
puttana che lo cacò!
TRINCA. Che, andando tu in casa sua, ti fará dar cinquanta bastonate.
GULONE. Vada in bordello egli e la sua razza! (Queste son quelle legne
che dicea poco innanzi, e cinquanta nespole acerbe).
TRINCA. Il padrone ha giurato farti dar altre cinquanta bastonate.
GULONE. Cinquanta bastonate piú o meno poco importa.
TRINCA. Farti romper la testa e sfreggiarti il volto.
GULONE. Facciami quel che vuole, gli sarò sempre amico e non mi
allontanarò dalla sua tavola.
TRINCA. Farti ligar in una camera terrena:...
GULONE. (Queste son corde ch'io stimava di cembalo).
TRINCA. ... e farti dieci crestieri il giorno, accioché evacui bene;
poi attaccarti con i piedi in su, finché vomiti quanto hai mangiato in
casa sua; poi darti due fette di pane il giorno e un becchiero
d'acqua...
GULONE. Cacasangue! Se mi ci coglie, mi facci il peggio che sa.
Rompermi la testa, darmi cinquanta bastonate, cavarmi un occhio e
sfreggiarmi la faccia, son cose ch'all'ultimo si ponno sopportare. Ma
quel star a trippa vacua e senza mangiare, son cose insopportabili.
TRINCA. ... Ha ordinato a Mazzafrusto e a Sgraffagnino che stieno alla
posta, che subito entrato in casa ti attacchino bene.
GULONE. Se mi lascio prendere da Mazzafrusto che mi frusti e ammazzi,
e da Sgraffagnino che mi sgraffigni! a dio, a dio.
TRINCA. Ascolta una parola...
GULONE. Non ascolto parole.
TRINCA. ... che importa molto.
GULONE. Che cosa?
TRINCA. Vieni, ché il padrone ti aspetta a tavola con un piatto di
maccheroni straordinariamente grossi, che appena ti capiranno nella
bocca.
GULONE. Le tue parole m'hanno sconcio lo stomaco di sorte, che, se non
vado a ristorarmelo altrove, non sará ben di me oggi.
TRINCA. Oh, come scampa il poltrone! giá li par aver Mazzafrusto e
Sgraffagnino alle spalle, che lo menino alla dieta. Il medesimo farò
col capitano: porrò tanta zizania fra costoro, che li condurrò che
venghino alle mani e si rompino le teste. Andrò al padron giovane a
dirli quanto si è oprato in suo serviggio.