Infatti Pirelli non la chiama partecipazione agli utili, ma _regalo_ o

_premio_ agli operai fatto con una parte delle eccedenze sull'utile

normale.

Noi futuristi crediamo che bisogni imporre al più presto l'azionariato

sociale cioè: la partecipazione degli operai alle imprese. Questa

concezione geniale e pratica che è andata formandosi attraverso una

serie di tentativi in America, in Francia e in Inghilterra, ha

incontrato delle ostilità feroci che si giungerà però a superare

vittoriosamente.

Filippo Carli, segretario generale della Camera di Commercio di Brescia,

illustra, spiega e propugna con precisione lucida nella Rivista

dell'_Industrie illustrate italiane_ l'azionariato sociale.

Filippo Carli dice:

Il regime della fabbrica, diffusosi nell'Europa occidentale dopo la

rivoluzione industriale inglese, spezzò definitivamente i rapporti di

proprietà fra l'operaio e lo strumento di lavoro. Dopo di allora sorse

ripetutamente, nei varî paesi, l'idea di ricostituire l'associazione fra

il capitale ed il lavoro, poichè si sentiva più o meno oscuramente che

in questa era la chiave dell'armonia fra le parti cooperanti alla

produzione. Bisogna riconoscere però che il movimento fu affatto

inadeguato allo scopo: molti tentativi fallirono, altri si trascinarono

più o meno stentatamente, parecchi furono causa di profonde

disillusioni. Tuttavia è da chiedersi se quegli esperimenti si

compiessero con quella larghezza di vedute che sarebbe stata necessaria,

e con quella sincerità che è condizione indispensabile del loro

successo.

Fin dal 1825 si ebbero in Inghilterra i primi tentativi di

partecipazionismo operaio, e da quell'anno fino al 1910 si fecero 221 di

tali esperimenti, dei quali solo 70 erano in esistenza nel 1910, secondo

i rilievi fatti dall'Ufficio inglese del Lavoro; e, in fondo, gli operai

inglesi considerano attualmente questo procedimento con indifferenza. In

Francia già negli anni _quaranta_, il movimento connesso alla età d'oro

della borghesia, fece sorgere in alcuni spiriti illuminati l'idea della

partecipazione ai profitti. Il primo tentativo concreto fu quello di

Jean Leclaire nel 1842, il quale incontrò ogni sorta di difficoltà.

Tuttavia l'idea fece strada, e nel 1879 per la prima volta fu proposto

un disegno di legge al Parlamento francese da Laroche-Joubert,

nell'intento di «pousser au système coopératif, c'est-a-dire à

l'association de l'intelligence du capital et du travail, par la

participation imposée aux adjudicateurs...». Il concetto era che lo

Stato imponesse la partecipazione agli aggiudicatarî dei lavori

pubblici, per dare esso stesso l'esempio e per dimostrare l'utilità ai

liberi imprenditori. L'idea fu ripresa nel 1895 dal Guillemet, persuaso

com'era «qu'il n'y a rien de plus difficile à faire entendre aux gens

que leur propre intérêt» e che quindi bisognava che lo Stato desse

l'esempio. Dopo altri progetti, il Godard, nel 1909, si pose da un punto

di vista più ampio, chiedendo la creazione di _actions de jouissance du

travail_ nell'intento di imporre alle società anonime l'ammortamento del

loro capitale e di rendere il capitale iniziale e il lavoro

comproprietarî dell'attivo sociale liberato rispetto al primo mediante

il rimborso delle azioni. Era questa la via maestra del nuovo

partecipazionismo, la quale doveva condurre alla legge del 26 aprile

1917 sulle società anonime a partecipazione operaia. I principî

fondamentali di questa legge, che si può considerare come il passo più

decisivo fatto dalla legislazione moderna in tale campo, sono i

seguenti:

1º Gli operai avranno diritto ad una parte dei beneficî realizzati

dall'impresa a cui sono adibiti.

2º Essi partecipano alla sua gestione, saranno rappresentati alle

Assemblee generali, avranno il loro posto nel Consiglio di

Amministrazione.

3º Essi avranno un diritto di credito eventuale sull'effettivo della

società.

Dice l'art. 1 della legge: .... «Le azioni della Società si compongono:

_a_) di azioni o parte di azione di capitale; _b_) di azioni dette

_azioni di lavoro_. Le azioni di lavoro sono la proprietà collettiva del

personale salariato (operai ed impiegati dei due sessi) costituito in

società commerciale cooperativa di mano d'opera in conformità dell'art.

68 della legge 24 luglio 1867, modificata dalla legge 1º agosto 1893.

Questa società di mano d'opera comprenderà obbligatoriamente od

esclusivamente, tutti i salariati adibiti all'impresa da almeno un anno

ed aventi più di 21 anni di età....». E per tal modo il lavoro, del pari

del capitale, costituisce un diritto fisso e permanente, diritto che da

origine ad un'azione, l'azione di lavoro. Questo geniale concetto

dell'azione di lavoro, viene a sovvertire completamente la nozione

corrente del salario, ed a elevare il salariato al livello di un

collaboratore del capitalista. Esso contiene in sè potenzialmente una

profonda trasformazione economico-sociale, trasformazione alla quale noi

pure dobbiamo mirare. Certo, non mancano le obbiezioni di carattere

dottrinale contro il principio informatore di tale legge, come non

mancheranno le difficoltà della sua pratica applicazione: ma è fuor di

dubbio che essa contiene una formola fondamentale di equilibrio sociale.

La grande idea è lanciata, un'idea che ha la potenza di un profondo

rivolgimento legale nei rapporti fra le classi: «_l'azionariato

sociale_». C'è qui veramente la chiave dell'armonia fra capitale e

lavoro nel dopo guerra: c'è tutto l'avvenire. Se le classi dirigenti

hanno qualche incertezza, qualche ondeggiamento nell'applicazione di

questo principio, sono perdute. E notisi che la legge francese non

rappresenta se non un primo passo sulla via che deve condurre alla piena

attuazione del principio: essa non sancisce che una facoltà, mentre si

deve venire all'obbligatorietà; e probabilmente essa è destinata a

combinarsi con alcuni principî propugnati dal Briand fino dal 1910.

Secondo il progetto Briand, il 33% dei beneficî sarebbe riservato agli

operai; il 33% al Capitale ed al Consiglio di Amministrazione, in cui

gli operai sono rappresentati in proporzione di almeno 1/4 dei membri;

l'altro 33% sarebbe distribuito, quanto al 17% sotto forma di premi a

compensare gli operai di élite, e quanto al 16% al direttore tecnico,

ingegneri, consigliere delegato, sotto forma di supplemento dei loro

stipendi. È probabile dunque che notevoli passi innanzi si debbano fare;

ma la via è questa, ed ogni deviazione sarebbe rovinosa: giacchè non si

può non riconoscere la legittimità storico-sociale e

demografico-economica del fondamento su cui posa il nuovo principio.

L'impresa non è più, nella nostra società, una funzione privata: è una

funzione pubblica nei suoi presupposti, nel suo svolgimento, nelle sue

conseguenze. Viceversa l'imprenditore nell'atto in cui assolda mille,

duemila, diecimila operai, per una determinata forma di produzione,

tende ad accaparrare nel proprio individuale interesse una parte delle

forze nazionali: la nazione gli cede una parte del proprio organismo

affinchè egli ne disponga come crederà più opportuno: e da allora la

vita e l'avvenire di questa parte della nazione, dipendono dal suo

arbitrio e dalla sua capacità. A questo punto è legittimo che sorga il

diritto della collettività nazionale a limitare quello dell'individuo:

rappresentata da quei mille o duemila o diecimila operai che furono

assunti dall'individuo imprenditore -- il quale, notisi bene, deve allo

stesso ambiente sociale una gran parte della sua capacità tecnica e

della sua potenzialità economica -- la collettività nazionale insorge ed

afferma il suo diritto a partecipare all'impresa. Spunta l'azione

sociale. Un radicale rivolgimento è avvenuto nei principî del salario,

poichè questo riesce così composto di due quote: una quota con la quale

all'operaio è assicurata la semplice esistenza e che pertanto si

potrebbe chiamare biologica, ed una quota con la quale e per la quale

l'operaio partecipa in modo cosciente ai beneficî della gestione

sociale.

Umberto Notari, direttore delle _Industrie illustrate italiane_, da me

interrogato sull'opposizione che la sua campagna in favore

dell'azionariato sociale ha incontrato nell'ambiente industriale, mi

disse:

«Uno dei principali oppositori, Pirelli, non ha trovato, in fondo, che

queste due obbiezioni:

1) Accogliere nel consiglio di amministrazione degli operai vuol dire

accogliere dei possibili propalatori o trafugatori di sistemi, di metodi

speciali, di formule segrete e di brevetti preziosi, dato che gli operai

possono domani abbandonare l'azienda od officina per recarsi in

un'altra.

2) Le maestranze sarebbero sempre più o meno malcontente degli operai

che le rappresenterebbero nel consiglio d'amministrazione.

In realtà, mi disse Notari, «negli industriali si manifesta una

irriducibile repugnanza ad avere al fianco l'operaio servitore o schiavo

di ieri».

Vecchia concezione medioevale del padrone capitalista chiuso coi suoi

amici azionisti nel ricco ed elegante studio che guarda attraverso gli

eleganti pizzi delle sue tendine il fiume nero degli operai che scorre

nelle vaste arterie della sua immensa fabbrica fra il rosseggiare degli

alti forni e le cataste di coke.

Ma l'ostilità -- soggiungeva Notari -- viene anche dagli operai, i quali

non comprendono assolutamente l'ascensione morale che l'azionariato

offre loro e sono d'altra parte sobillati dai capi e agitatori contro

l'azionariato stesso che tende a distruggere ogni loro ragione d'essere,

poichè addormenta la lotta di classe».

Notari conveniva con me che in fondo si tratta di ostacoli di un valore

molto relativo.

19.

Sintesi della concezione di Mazzini sulla proprietà e la sua

trasformazione.

La proprietà come è oggi costituita manca di qualsiasi titolo di

giustificazione.

Il valore di ogni proprietà è un prodotto sociale. Il possesso deve

essere legittimato da una sociale utilità. La legittima proprietà di

ogni bene non può spettare che alla collettività.

_Il lavoro deve con la libera associazione diventare padrone del suolo e

dei capitali d'Italia._

Il lavoratore non deve passare dal salario del privato a quello dello

stato (collettivismo), ma dello stato deve servirsi per elaborare il

nuovo ordinamento economico che lo libererà dallo sfruttamento.

Dobbiamo spingere lo stato a riconoscere il carattere e la funzione

sociale della Proprietà e quindi ad intervenire per una sempre più

giusta distribuzione di essa. Dobbiamo tendere alla nazionalizzazione

delle terre, delle acque e del sottosuolo.

Bisogna distinguere fra proprietà ed esercizio.

Bisogna sottrarre la proprietà all'arbitrio individuale. Ma non

affidarne l'esercizio allo stato.

Lo stato deve affermare in nome della collettività il diritto sociale

della proprietà.

L'esercizio deve essere affidato agli individui, gruppi, associazioni.

Quando lo stato avrà accettato il principio che _il valore e la funzione

della proprietà sono sociali_ bisognerà disporre perchè ogni terra dia

il suo massimo rendimento e perchè ogni braccio trovi occupazione

adeguata. Far passare le terre incolte dei latifondi e di tutti i

terreni che non rendono dalle mani degli attuali detentori a quelle dei

lavoratori in _enfiteusi_ o gruppo di affittanze collettive.

Il passaggio può farsi mediante esproprio o automaticamente; molto

meglio con l'abolizione del diritto di successione.

20.

La riforma fondiaria di Henry George.

Il futurista Magamal riassume così le teorie di Henry George sulla

riforma fondiaria:

Soltanto in breve qui possiamo parlare della sua opera principale

_Progresso e povertà_, di cui il punto di partenza è appunto quel

problema sopraccennato della povertà crescente, nonostante il continuo

progresso materiale. Per quanto è possibile, lasceremo parlare Henry

George stesso:

«Dove sono le speranze del secolo passato, -- dice George nel capitolo

d'introduzione -- svegliate dalle nuove scoperte, che aumentano le forze

produttive della natura; la speranza, che la forza del vapore e

dell'elettricità fossero per dare a tutti gli uomini la possibilità di

vivere con una certa agiatezza? È evidente, purtroppo, che il progresso

dell'industria, o meglio il progresso materiale, non è stato capace

d'alzare il livello del benessere delle classi inferiori. La posizione

di queste classi, per contro, ha peggiorato precisamente sotto

l'influsso del così detto «progresso materiale».

«Le nuove forze, nonostante che abbiano la possibilità in sè di

inalzarsi, non influiscono sull'edificio sociale, cominciando dal di

sotto, come si sperava e si credeva durante lungo tempo, ma esse lo

colpiscono nel luogo che serve come punto medio fra la cima e la base. È

evidente, che un cuneo enorme è stato messo non sotto la società, ma

l'ha penetrato _in mezzo_. Quelli che sono _al di sotto_ del punto sono

stati abbassati più giù oppure addirittura ne sono schiacciati».

L'economia politica, benchè sia una scienza esatta, non ha potuto finora

scoprire la legge, che esprime questo fenomeno. Le varie scuole

d'economia si contradicono nelle loro risposte, benchè tutte riconoscano

la legge fondamentale, che sta alla base di ogni indagine economica: la

legge, che «gli uomini cercano di soddisfare i loro bisogni col minimo

sforzo possibile».

La produzione di una società è la somma delle ricchezze, prodotte da

essa, è il suo fondo comune. I suoi tre fattori sono la _terra_, il

_lavoro_ ed il _capitale_.

1. Il termine _terra_ abbraccia tutti i prodotti, tutte le forze, tutti

i vantaggi della natura preesistenti al lavoro umano.

2. Col termine _lavoro_ s'intende la somma di ogni attività umana,

fisica o spirituale, che sia diretta alla produzione dei beni e alla

utilizzazione della «terra».

3. Il _capitale_ è quella parte dei prodotti che si hanno dalla

combinazione del «lavoro» e della «terra», la quale parte non è

consumata immediatamente, ma è destinata come riserva o come strumento

per la produzione di altri beni. Il capitale non è una sorgente prima

della produzione; ma è uno strumento creato dallo spirito umano, per

rendere possibile la divisione del lavoro e una più intensa produzione.

«Il capitale è quella parte del lavoro umano che è immagazzinato,

affinchè serva ad un nuovo lavoro». Perciò la terra non è capitale.

Invece le case, le officine, le provviste, gli strumenti, le macchine,

ecc., sono inclusi nel concetto di «capitale».

Questi tre fattori: la _terra_, il _lavoro_ e il _capitale_ si

distribuiscono i prodotti di tutte le attività umane.

Il lavoro riceve il _salario_. È indifferente che si tratti di lavoro

fisico o spirituale; che la ricompensa sia data in una forma o in altra,

da parte di chi fa lavorare; che la ricompensa sia o non sia il frutto

di un lavoro libero. «Salario» è la ricompensa che si consegue in

qualsiasi forma per qualsiasi sforzo fisico o spirituale. Secondo H.

George, la teoria, che sia il capitale, donde si prende il salario, è

del tutto sbagliata. In realtà il salario, invece di essere preso dal

capitale, è preso dal prodotto del lavoro, per il quale esso è pagato:

_il salario è creato dal lavoro_. Guadagnare vuole dire creare. Ogni

lavoratore, compiendo il suo lavoro, si crea in realtà un _fondo_, donde

è preso il suo salario. Il capitale perciò non può limitare l'industria:

esso può soltanto determinare la sua forma, l'uso degli strumenti e la

divisione del lavoro. L'unica limitazione ha luogo, quando all'uomo non

è possibile il libero accesso alle ricchezze naturali della terra.

Nè può la pressione della popolazione crescente essere la causa della

tendenza del salario verso il minimo. Il secondo libro dell'opera

_Progresso e Povertà_ è dedicato a una dimostrazione chiarissima, che la

teoria di Malthus non è vera: la realtà non dà la prova, che mentre la

popolazione tende ad aumentare in proporzione geometrica, i mezzi di

esistenza non possano crescere che in proporzione aritmetica. Nè sono

giustificate le analogie dell'uomo coll'animale, che servono come

fondamento principale della teoria Malthusiana. Sì, è vero, che l'uomo è

un animale, «ma un animale più qualche altra cosa».

La causa del fenomeno, che il salario tende al minimo, deve essere

cercata non nelle leggi, che governano la produzione dei beni, ma nelle

leggi, che governano la _distribuzione_. Come avviene dunque la

distribuzione fra i tre fattori suddetti?

Il _salario_, il compenso per il lavoro, e l'_interesse_, l'indennità

per l'uso del capitale, cioè delle provviste e degli strumenti, non

hanno subìto, col crescere del progresso, nessun aumento. Per contro,

coloro che vivono soltanto col «salario» del lavoro si trovano nelle

condizioni peggiori. E se interroghiamo i capi delle iniziative

commerciali ed industriali, troveremo tutti concordi nel lamentare le

difficoltà che essi trovano nel ricavare dai loro impianti un

«interesse» abbastanza largo.

Da chi è assorbita la massima parte dei prodotti della civiltà? È

assorbita dal terzo fattore, sotto la forma della _rendita fondiaria_,

che è appunto quella parte della produzione che tocca a chi concede

l'uso della «terra» o delle forze della natura.

Ora questa rendita non è il risultato della attività dei singoli

proprietari; essa _è il prodotto di tutti i collaboratori della

produzione_. Ne segue la dottrina fondamentale di Henry George: _la

rendita fondiaria deve diventare proprietà sociale_.

George propone di sequestrare la rendita fondiaria, per gli scopi

sociali, per mezzo di una imposta, lasciando all'individuo il diritto di

godere dei miglioramenti, di cui egli è l'autore; tutte le altre tasse,

che ora aggravano l'industria; tutti i dazi, che impediscono il libero

scambio, debbono essere aboliti. Di qui il nome _«single-tax» league_,

che fu dato in molti paesi ai seguaci di H. George.

Il modo pratico di realizzare una tale riforma importante è esposto da

George in un modo completo; però, come vedremo subito, parlando dei suoi

seguaci presenti, ogni paese ha elaborato il suo programma, adattandolo

alle condizioni rispettive di ogni nazione.

La nostra patria ha avuto uno dei più grandi riformatori fondiari di cui

l'ideale era la creazione di una classe di _liberi contadini_.

Parlo di Tiberio Gracco, il quale insieme al fratello morì per il suo

ideale, rimasto finora senza realizzazione.

«Le bestie selvaggie hanno le loro caverne ed i loro giacigli; ma agli

uomini che lottano e muoiono per l'Italia non è rimasta che l'aria e la

luce del cielo». Ecco, con che parole Tiberio Gracco, secondo Plutarco,

invoca la giustizia per i lavoratori della terra.

È un fenomeno strano, che proprio nel paese di Tiberio Gracco le idee

del suo fratello spirituale George non abbiano svegliato l'attenzione

del pubblico. Quando nel 1909 Giovanni Carelli, l'autore sunnominato del

_Riscatto della Terra_, cominciò la sua propaganda di una riforma

fondiaria, non trovò, che una trentina d'aderenti, nonostante che i

primi numeri del suo organo _Terra_ fossero fatti in un modo molto

interessante contenendo varî articoli preziosi.

Non posso non nominare qui le opere di Achille Loria, il quale pure

preconizza un regime della terra libera; secondo lui «questo nuovo

ordinamento della proprietà non creerà già una nuova costituzione

economica -- ciò che sarebbe inammissibile, perchè il diritto è

impotente a mutare i rapporti economici, dei quali invece è creatura e

strumento -- ma darà riconoscimento e pacifico assetto ad uno stato di

fatto, che è imposto ormai dalla evoluzione economica e che si realizza,

ad ogni modo, con isfrenata veemenza, anche senza intervento di legge».

Interessante è poi il disegno di legge del Rinaldi, che propone che

tutte le terre pubbliche ancora esistenti in Italia, cioè quelle

appartenenti ai comuni (quelle soggette agli usi civili e quelle

patrimoniali), alle Opere Pie, agli enti ecclesiastici ancora conservati

e al patrimonio dello stato, vengano non già quotizzate, ma assegnate ai

poveri di ciascun comune riuniti in un ente giuridico sotto il nome di

comunanza agricola, al quale ente verrebbe concesso il diritto di

proprietà su queste terre, e dal quale queste terre verrebbero poi

concesse in affitto a chi ne ha il diritto.

Il progetto Tittoni, mirando ad una _forma demaniale ad uso comune_, il

qual progetto fu combattuto da Ferri, è pure di un certo interesse.

Sarebbe a desiderarsi, che per l'ordinamento fondiario nella Libia

l'Italia seguisse l'esempio dato dalla Germania nella colonia di

Kiautsciu e che «quell'onda di prevenzione, di animadversione e di

pauroso sospetto, che fluttua intorno all'opera dello scrittore

americano, trovi la sua bonaccia, e molti s'accostino ad osservare più

dappresso o senza passione, l'interessante edificio».

Tanto più, che questo è un edificio, di cui il fondamento fu messo

secoli fa. «Non dovete mai vendere la terra; perchè essa è _mia_; voi

siete soltanto i miei ospiti e vassalli» (3 Mos. 25,23) leggiamo nella

Bibbia, e tutti i profeti israeliti erano in un certo senso riformatori

fondiari, come lo erano pure gli antichi Brahmini, di cui il proverbio:

«A chi appartiene la terra, a colui appartengono purtroppo le sue

frutta» contiene la verità centrale delle teorie di Henry George.

21.

Denaro ai combattenti!

È assolutamente urgente che l'Italia offra con una sufficiente somma di

denaro un ponte fra guerra e pace a tutti i combattenti.

Questi benemeriti, questi vincitori non devono in alcun modo sentire i

danni di essersi battuti, di essere stati lontani dalla vita nazionale.

Sarebbe il più sudicio e vigliacco dei tradimenti. Sarebbe il più

funesto degli errori.

Purtroppo fino ad oggi i provvedimenti sono assolutamente meschini. Lo

stesso avviene in Francia. Eppure occorre trovare i denari per la Pace,

dopo aver trovato quelli per la guerra.

Bisogna che gli uomini di governo siano energici e al di fuori di ogni

pressione personale, senza alcun rispetto a interessi particolaristici.

Si dichiara che l'erario è esaurito e non ha possibilità di nuovi

prestiti (eppure la nostra grande vittoria che ci centuplica dovrebbe

essere una garanzia poderosa); ebbene eccovi due soluzioni:

1ª Soluzione:

_Vendiamo il patrimonio artistico!_

Si dice che noi siamo un popolo a tutti superiore per il suo genio

elastico e creatore, il suo eroismo e per la sua giovanile resistenza

muscolare, ma disgraziatamente povero.

No. Non è povero, il popolo italiano. Noi futuristi affermiamo che il

popolo italiano è il più ricco della terra, poichè possiede un

incalcolabile capitale inutilizzato, costituito dall'enorme patrimonio

delle opere d'arte antiche ammucchiate nei suoi musei. Di questo

patrimonio artistico, noi proponiamo senz'altro al Governo la vendita

graduale e sapiente. Dato che soltanto le Gallerie degli Uffizi e Pitti

furono valutate più di un miliardo, l'Italia sarà in pochi anni

abbastanza ricca per:

1) avere la prima marina mercantile del mondo;

2) avere una grande navigazione fluviale;

3) intensificare decisamente tutte le industrie esistenti, e creare

immediatamente le mancanti;

4) sviluppare fino al rendimento massimo l'agricoltura e sanare tutte le

zone malariche;

5) vincere completamente l'analfabetismo;

6) abolire totalmente ogni imposta per venti anni almeno;

7) dare un utile compenso ai combattenti.

Prevediamo tutte le obbiezioni e le distruggiamo: La vendita del nostro

patrimonio artistico, ben lungi dal diminuire il nostro prestigio,

dimostrerà al mondo che un popolo giovane e sicuro del proprio avvenire

ne sa affrontare tutti i problemi, trasformando in forze vive le sue

ricchezze morte, come un aristocratico intelligente rinuncia ad ogni

fasto vano e lancia il proprio oro nell'industria.

Democrazia futurista: dinamismo politico · 第 6 / 9 段