NOTE:

[1] _Pag._ 357. — Il seguente poema si fonda sopra un'avventura

mentovata nelle _Antichità della casa di Brunswick_ scritte per Gibbon.

— Io già prevedo che in questi tempi la delicatezza, o il fastidio del

lettore, stimeranno siffatti soggetti siccome poco convenevoli alla

poesia: i drammatici greci, e molti dei migliori nostri antichi

scrittori inglesi, pensarono diversamente; e in tempi più prossimi di là

dal mare, Alfieri e Schiller. Il caso seguente chiarirà i fatti su i

quali la storia si avvolge. Soltanto al nome di Niccola sostituimmo

quello di Azo, perchè più poetico. «Sotto il reggimento di Niccola III,

Ferrara fu contaminata da domestica strage. Pel testimonio di una fante,

e per le proprie osservazioni, il marchese d'Este scoperse gli amori

incestuosi di sua moglie Parisina e di Ugo suo figliuol naturale,

leggiadro e valoroso giovane. Ambedue ebbero la testa mozza in castello

per sentenza di un padre e di un marito che pubblicò la sua vergogna, e

sopravvisse alla costoro morte. Lui misero se furono colpevoli, lui

miserissimo se innocenti! Non v'è caso al mondo nel quale io possa

approvare l'ultimo atto di giustizia di un padre.» Gibbon's

_Miscellaneous Works_.

[2] _Pag. ivi._ — I versi contenuti nella Sezione II furono poco dopo

stampati come se fossero per musica: ma appartengono al poema nel quale

compariscono, per la più parte composto avanti Lara, e gli altri poemi

pubblicati dopo.

[3] _Pag._ 370. — «E questo anno fu assai sfortunato al popolo di

Ferrara, perchè accadde un caso micidiale nella corte del Principe. I

nostri annali manoscritti e stampati, se togli la mal'opera del Sardi e

di tale altro, ne danno la seguente relazione, per la quale vengono

smentiti certi particolari, in ispecie la novella di Bandelli che ne

scrisse una centuria, di rado o mai consentanea agli storici del tempo.

— Secondo il mentovato Stella dell'Assassino, il marchese nell'anno 1405

aveva un figlio chiamato Ugo, bello e valoroso giovane, Parisina

Malatesta, seconda moglie di Niccolò, siccome quasi tutte le matrigne

fanno, assai scortesemente seco lui si comportava, con infinito dolore

del marchese Niccolò che troppo lo amava. — Ora avvenne ch'ella

domandasse al marito licenza d'imprendere un viaggio, la quale il

marchese non le volle negare a condizione che l'accompagnasse Ugo,

desiderando per questa via d'indurla a deporre l'odio concetto contro di

lui. — E di vero il suo desiderio fu troppo bene adempiuto, dacchè

durante la giornata ella non solo depose l'odio contro di lui, ma nel

suo amore ferventemente si accese, nè dopo il ritorno il marchese ebbe

occasione di tornare sopra gli antichi rimproveri. — Così procedendo la

bisogna, un giorno accadde che certo fante del marchese chiamato Zoese,

o, come tal altro scrive, Giorgio, passando dinanzi alle stanze di

Parisina vedesse uscirne una donzella sbigottita e piangente. Domandata

di perchè, rispondeva averla battuta la padrona per una cosa da nulla; e

dando sfogo allo sdegno, aggiunse che poteva di leggieri vendicarsene se

avesse fatto conoscere la criminosa domestichezza di Parisina col

figliastro. Il fante, notato il detto, lo rapportava al padrone. — Egli

rimase stupefatto al racconto, nè prestando fede ai suoi orecchi, volle

accertarsene di veduta, ahimè! troppo chiaramente traverso un buco

praticato nel soffitto della camera di sua moglie, e nel 18 maggio. —

Cadde in un subito furore, e fece arrestare ambedue loro, con

Aldobrandino Rangoni di Modena suo gentiluomo, e due damigelle, come

complici di delitto. — Ordinò si spedisse prontamente l'affare, e volle

che i giudici colle solennità consuete pronunziassero dei colpevoli. La

sentenza fu morte, quantunque alcuni in pro dei rei favellassero, e tra

gli altri Uguccione Contrario ch'era potentissimo con Niccolò, e

l'antico e devotissimo suo ministro Alberto Sale. Questi, con le lacrime

agli occhi, genuflessi dicevano volesse perdonare ai colpevoli, non

fosse altro per nascondere al pubblico il fatto vituperioso. Ma egli

inflessibile nel suo sdegno comandò che la sentenza fosse immediatamente

eseguita. — Ebbero pertanto la testa mozza nelle prigioni del Castello,

in quel maschio spaventoso che in oggi si vede sotto la camera chiamata

dell'Aurora ai piè della torre di Lione verso il capo della strada

Giovecca. Ugo fu il primo, Parisina seconda, e Zoese il suo accusatore

la condusse a braccio sul patibolo. — Camminando temeva di cadere ad

ogni istante in qualche trabocchetto, così che spesso domandava s'era

ancor giunta al luogo, e le rispondevano aspettarla la mannaia.

Interrogò di nuovo che fosse avvenuto di Ugo, e le fu detto esser già

morto; allora gravemente sospirando esclamò: Ora dunque desidero morire

anch'io; — e accostandosi al ceppo, di sua mano si tolse ogni ornamento

e avvoltosi un panno intorno al capo, lo sottopose al colpo fatale che

terminò la scena sanguinosa. Lo stesso fu fatto al Rangoni, che insieme

agli altri, secondo i ricordi della Biblioteca di San Francesco, fu

sepolto nel camposanto di quel convento. — Intorno alle donne fin qui

non c'è venuto di rintracciare cosa nessuna. — Il marchese vegliò tutta

la notte, e mentre andava di su e di giù per la stanza chiese al

capitano del Castello se Ugo fosse morto. — Gli risposero sì. Allora

proruppe in ismaniose doglianze, lamentando: — Oh! fossi morto io prima

di aver condannato il mio diletto Ugo! — E il giorno dipoi, conoscendo

necessaria una pubblica giustificazione, ordinò si scrivesse una

narrativa del fatto, e la spedì alle principali corti d'Italia. Il doge

di Venezia, Francesco Foscari, ricevutone avviso, senza pubblicarne i

motivi sospese gli apparecchi di un torneo che sotto gli auspicii del

marchese co' danari di quel di Padova dovea tenersi su la piazza di San

Marco in occasione dell'essere stato investito dell'ufficio di doge.»

Il marchese, per aggiunta al fatto, e per non so quale rimasuglio di

vendetta, comandò che ogni maritata colta in fallo come Parisina,

dovesse come lei aver la testa recisa. Barbarina, o come altri la

chiamano, Laodomia Romei, moglie del giudice di corte, fu sottoposta

alla nuova sentenza nella solita piazza dei supplizi nel quartiere di

San Giacomo di faccia alla fortezza oltre San Paolo. Non è da dirsi come

apparisse strana la condotta del principe, che, considerata la sua

presente condizione, doveva piuttosto dimostrarsi benigno. Pur non mancò

chi ebbe cuore di lodarlo. Frizzi, _Storia_ di Ferrara.

[4] Gli ultimi due versi sono un'allusione sopra la medaglia che

Elisabetta fece coniare in memoria della sua vittoria: presentava una

flotta che periva in tempesta con la modesta Inscrizione:

_Afflavit Deus, et dissipati sunt._

[5] _Pag._ 377. — La catastrofe di questo Racconto fu ricavata dalla

storia di Ieronimo e Lorenzo, nel primo volume dell'Armeno. — Ell'è

ancora molto somiglievole alla scena dell'atto III di _Macbeth_.

[6] _Pag._ 383. — _Beltane-Tree_, — festa Inglese del 1º di maggio,

nella quale si accendono molti fuochi.

[7] _Pag._ 385. — Questo è uno dei poemi che occorrono nell'_Hours of

Idleness_ pubblicate da lord Byron nella sua giovanezza, tanto vilmente

lacerata dalla _Rivista di Edimburgo_: — giornale che, come moltissimi

altri, tenta opprimere chi sorge, e adula il già sorto.

[8] _Pag._ 387. — Madama Stael nell'_Alemagna_ crede la fidanzata di

Corinto una creazione immaginosa del Goethe, e s'inganna. Goethe, sommo

erudito come immenso poeta, consultando i libri antichi e moderni, ma

principalmente gli antichi, sapeva trarne subietto dei suoi Canti. — Da

lui non fu immaginata per nulla l'avventura della Fidanzata di Corinto,

e voi la leggete come un caso veramente accaduto nei _Mirabili_ di

Flegone Trattiano (volgarizzato da Spiridione Blandi) che fu liberto

dello imperatore Adriano, come si ricava dalla testimonianza di Fozio,

di Vopisco, e di Suida. — Goethe non immaginò altro che il motivo delle

nozze mancate, e di Goethe poi è la poesia della Canzone. — Ecco il

passo di Flegone.

(_Manca il principio._)

.... Se n'entra per le porte nell'albergo, ed al lume di una lampada che

ivi ardeva, vide la donna assisa presso Macate; nè potendo più a lungo

rattenersi per la maraviglia del veduto fantasma, corre alla madre, e

gridando ad alta voce: o Carito! o Demostrato! disse loro di alzarsi e

venir seco lei a vedere la figlia; poichè dessa erale viva apparsa, e

per volontà di qualche Nume trovavasi coll'ospite nell'albergo. Carito

al primo udire una sì strana novella, cadde svenuta per la grandezza

dell'annunzio e pel tumulto della nutrice; ma poco stante, rammentando

la figlia, si diede in sul piangere, e per ultimo rampognando la vecchia

nutrice, comandò che da lei tosto qual pazza si dipartisse: ma quella

all'incontro accusandola e dicendole francamente sè non essere

altrimenti fuori di senno, ma bensì essa per pigrizia ricusare di vedere

la propria figliuola; Carito alla fine, parte pressata dalla nutrice,

parte con animo di riconoscere il fatto, a stento si recò alla porta

dell'ospizio; ma però tardi, essendo trascorso molto tempo

nell'aspettare un secondo nunzio, quando quelli s'erano già posti a

dormire. Ora la madre fattasi ad osservare, avvisossi di riconoscere le

vesti ed i lineamenti del volto; ma non potendo per verun modo a

quell'ora investigare la verità, pensò di dovere acquietarsi, sperando

che levandosi di buon mattino, avrebbe colta la figlia, o se avesse

tardato, potuto avrebbe sapere ogni cosa da Macate, perciocchè egli

certamente non mentirebbe ove fosse sopra un tanto affare interrogato;

laonde tacita si ritirò. Appena surto il mattino, o fosse volontà

divina, o effetto del caso, avvenne che colei si partisse. Venuta poi la

madre, molto si dolse di non averla trovata, e narrato avendo

partitamente ogni cosa al giovanetto e all'ospite, molto pregò Macate,

abbracciandogli le ginocchia, che senza nulla occultare dirle volesse

tutta la verità. Il giovanetto si mostrò in sulle prime assai turbato e

confuso; ma alla fine pronunziò il nome, dicendo quella essere Filinnio;

e narrò come da principio fosse entrata, e la cupidità della donna; e

come aveagli detto di venire a lui senza la saputa dei genitori: ed in

prova della verità trasse fuori da un ripostiglio gli arnesi ch'ella

aveva lasciati, un anello d'oro da lei donatogli, e la fascia pettorale

che aveva lasciata la scorsa notte. A tai contrassegni Carito esclamò, e

laceratesi le vesti, e strappatasi dal capo la benda, cadde a terra, e

abbracciando que' pegni, rinnovò il pianto. Ciò vedendo l'ospite, e come

tutti piangevano e lamentavansi, poichè già avvisavano dover or ora

seppellir Carito, mosso a compassione, diedesi a confortarla, pregandola

che omai ponesse fine alle grida, e promettendole, se quella fosse

ritornata, di fargliela senza altro vedere. Da queste parole persuasa

alla fine Carito, dopo avergli raccomandato di badar bene attentamente

che fallite non andassero le sue promesse, nelle sue stanze se ne tornò.

Venuta la notte e l'ora in cui Filinnio soleva a lui recarsi, stavansi

gli altri ad osservare, volendo assicurarsi del suo venire: ed ella

infatti comparve; ed entrata all'ora solita e postasi a sedere sul

letto, Macate senza far vista di altra cosa, ma solo bramoso di

scuoprire la verità, non potendo darsi a credere come avesse a fare con

una morta, la quale sì esattamente era a lui venuta alla medesima ora,

ed inoltre secolui cenava e beveva, non prestava fede a quanto quelli

gli avevano dianzi raccontato, avvisando piuttosto che alcuni di coloro

che disotterrare sogliono i morti, aperto il sepolcro, venduto avessero

al padre le vesti e l'oro della fanciulla. Volendo adunque per ogni modo

assicurarsene, mandò occultamente alcuni suoi domestici a chiamare i

genitori. Accorsi incontanente Demostrato e Carito, e veduta quivi la

figlia, da prima rimasero mutoli e costernati ad un sì fatto prodigio, e

mettendo poi alte grida, stretta se la tenevano tra le braccia. Allora

Filinnio rivolse loro queste parole: O madre, o padre! quanto

ingiustamente m'invidiaste il trovarmi per tre giorni coll'ospite nella

paterna casa, senza nocervi punto! Voi adunque piangerete per la vostra

curiosità, ed io me ne vo di nuovo nel luogo a me assegnato; imperocchè

io non venni qui senza il volere divino. — Dette queste parole

immantinente cadde morta, ed il suo corpo steso vedevasi sul letto. La

madre ed il padre gettaronsi sopra il cadavere, e levossi nella casa un

gran rumore ed un pianto, per tale sciagura; ed essendo lo spettacolo

senza rimedio ed incredibile il caso, se ne sparse tosto la fama per

tutta la città, ed a me pure pervenne. In quella adunque io raffrenai la

moltitudine che verso la casa accorreva, temendo non succedesse qualche

nuovo accidente, ove cresciuto non fosse il rumore. Nulladimeno ai primi

albori del giorno il teatro era pieno, e narratasi quivi ogni cosa

partitamente, si deliberò di portarsi in prima al sepolcro, ed aprendolo

assicurarsi se il corpo giacesse nella sua bara, o se questa fosse vota;

perciocchè non erano ancora sei mesi trascorsi dalla morte della

fanciulla. Aperto che avemmo l'avello, in cui riponevansi tutti i

defunti di questa famiglia; in altri letti abbiamo veduti giacersi

tuttora i cadaveri, come altresì le ossa soltanto di quelli che erano da

più lungo tempo trapassati: ma nel luogo in cui fu seppellita Filinnio

abbiamo trovato sovrapposto l'anello ferreo, il qual era stato

dell'ospite, e la tazza indorata che essa il primo giorno aveva da

Macate ricevuta. Pieni perciò di stupore e di meraviglia ci recammo

immantinente presso Demostrato all'albergo, per vedere se vi si mirasse

ii corpo della donna; e vedutolo a terra disteso, ci siamo adunati a

consiglio, perciocchè l'avvenimento era grande ed incredibile; ma

suscitatosi un forte tumulto nell'adunanza, nè alcuno trovandosi che

pronunziar sapesse giudizio su tal caso, sorse alla fine primo fra tutti

Ilio, il quale appo noi non solamente era ottimo indovino ma anche

augure preclaro, e nell'arte sua molto valeva. Ordinò egli che il corpo

della donna fosse seppellito fuori dei confini (imperocchè più non

conveniva sotterrarla entro di quelli); che poi si placassero Mercurio

il terrestre e le Eumenidi; che tutti si purificassero, e lo stesso si

facesse delle cose sacre, e i debiti uffizi si rendessero agli Dei

infernali. A me poi disse privatamente che per l'Imperatore e per la

Repubblica offrissi sacrifizi a Mercurio, e a Giove ospitale e a Marte;

e tutto ciò con particolare cura. Noi mandato abbiamo ad esecuzione ogni

cosa come l'indovino ci aveva prescritto. L'ospite Macate, ch'era stato

visitato dallo spettro, per la tristezza si uccise da se medesimo.

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