I figliuoli accorsero nella Isba, e con altissime strida chiamavano il
padre: — «Babbo! babbo! vieni presto, vieni! Le nostre reti hanno
pescato un morto!» — «Che diavolo strillate?» brontolò il padre fra i
denti; «tristi demoni, ve lo darò io il morto se non vi acquietate!
Volete far venire il giudice co' vostri urli? Non sapete che incappati
una volta nelle sue mani, per uscirne ci vuole un secolo? Basta, andiamo
a vedere: moglie, dammi il kaftano. —
«Or dov'è il morto?»
«Eccolo là, babbo, eccolo là...»
Ed invero sopra la spiaggia ove sta distesa la rete umida un morto giace
per l'arena; disformato tutto, e gonfio in molto orribile maniera quel
corpo apparisce in gran parte turchino. — Chi sarà mai? Uno sciagurato
che per disperazione abbia mandato male la sua anima colpevole, o un
pescatore sopraffatto dai marosi, o un improvvido mercadante spogliato
dai ladri? — E tutto questo che cosa importa allo schiavo? Egli non ne
prende cura; — solo guarda dintorno se alcuno l'osserva, e senza perdere
un momento l'afferra pei piedi e lo rigetta nel mare; e poichè il
cadavere galleggiante torna del continuo verso la ripida spiaggia, egli
lo respinge col remo finchè non lo ha cacciato nel filo della corrente
per andarsene altrove a trovare in luogo più caritatevole e più santo
una tomba e una croce!
Per lungo tempo ancora il morto apparisce sopra le acque: per lungo
tempo ancora lo schiavo sbigottito di vederlo agitare come un vivo lo
seguita con gli occhi: alla fine egli riprende il cammino della Isba.
«Andiancene via, cani,» disse ai figliuoli; «seguitatemi: se saprete
tacere intorno al caso, io vi prometto un kalatach; ma se lasciate
sfuggirvi una parola, io vi busserò di santa ragione.»
Declinando il giorno il tempo si messe alla burrasca, e il mare rotolò
grossissimi cavalloni, siccome avviene quando la tempesta è imminente.
La _tutchina_ nella capanna affumicata dello schiavo prossima a
consumarsi tramanda pallida luce. I figliuoli dormono profondamente. La
moglie sta in dormiveglia, lusingata da sogni piacevoli, e lo schiavo si
corica presso al focolare. La procella imperversa e mugghia terribile. —
Ascoltate! Qualcheduno batte alla finestra. —
«Chi è là?»
«Maestro, lasciami entrare.»
«Che ci è egli di nuovo? Perchè vieni a vagare qui intorno? Il diavolo
ti mena, ed io non so che cosa farmi di te. Qui nella mia Isba fa buio,
e per te non ci è luogo: vattene via.»
Però lo schiavo curioso con mano indolente schiuse alcun poco la
finestra. — La luna trapelò un istante tra due nuvoli neri, ed egli
vide.... che cosa mai vide? — Un uomo ignudo, con le pupille fisse e
inanimate, la barba stillante acqua, il corpo sventrato, con granchi
neri che si arrampicavano sopra le viscere!
Rimane immobile lo schiavo; il sangue gli si gela dentro, le mani suo
malgrado gli cascano giù penzoloni: poi gli dà coraggio il terrore, e
chiude con impeto la finestra perchè ha riconosciuto lo ignudo suo
ospite.
«Tu possa crepare!» mormora lo schiavo tremante; i pensieri in mente gli
si confondono così da diventarne matto. Tutta la notte abbrividisce, e
per tutta la notte sente picchiare alla finestra e alla porta.
E sapete voi quale storia funesta si è sparsa tra il popolo? Affermano
che tutti gli anni in cotesto giorno da quel tempo in poi lo sciagurato
schiavo attende il suo ospite. Il tempo la mattina diventa fosco, la
notte la procella infuria spaventevole, e l'affogato picchia e ripicchia
ostinatamente alla porta.