Novella tradotta dal =LIBERALE=, Giornale pubblicato in Londra per cura
di LORD BYRON.
Nel tempo che Firenze per le male fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini
andava divisa, la nimicizia che si portavano grandissima le famiglie dei
Bardi e dei Buondelmonti ferocemente incrudeliva. Quindi di rado
accadeva che amore trovasse luogo fra loro; ma se pure accadeva,
altissimo era quell'amore, sia perchè la natura gli avesse sortiti a
sentire profondamente, sia perchè amore appigliandosi a cuori gentili,
li renda meglio degli altri innamorati e pietosi.
Ora avvenne che amore prendesse la bella Dianora Bardi di un garzone
della famiglia nemica, nominato Ippolito. La fanciulla giungeva a 15
anni, lieta del fiore della bellezza, e splendido di donnesca
leggiadria. Ippolito poi era di due o tre anni maggiore, sebbene
contemplando quel suo volto severo gliene avresti aggiunti anche tre
altri. Lo chiarivano i labbri discreto amatore, e gli occhi capace di
custodire l'arcano. Si notava tra li due amanti, come spesso suole
accadere, una cotale rassomiglianza; nè forse ella era poco alimento
allo scambievole affetto, imperciocchè ci occorsero sovente volte
pittori, che furono vaghi partecipare la propria immagine agli eroi che
ritrassero, e gli amanti ancora si dilettino trovare sul volto della
donna amata cotesta somiglianza, la quale, secondo ciò che ne scrisse
Platone, non abbandonò mai del tutto le umane creature. — Non pertanto a
Dianora di Amerigo bastò uno sguardo per suscitare in Ippolito
ardentissimo amore. Celebravasi in chiesa una molto solenne festa, e
laggiù nelle parti di mezzogiorno la gente più che altrove s'innamora in
chiesa. Quivi i voluttuosi, che non sanno sollevare in alto gl'intimi
pensieri, gli abbassano sopra cose terrene; e quivi gl'innocenti
spiriti, voluttuosi anch'essi, senza accorgersene, mal sapendo in qual
modo svelare l'arcano fremito che li commuove, scoprono che quel fremito
si posa sopra enti che si manifestano sensibili alla lor gioia. La
musica, i profumi, i dipinti, il benigno crocifisso, le mistiche
cerimonie, i parati, le bianche vesti delle donne, le voci dei
fanciulli, i candelabri, simboli dei ministri serafici, ardenti attorno
l'altare di Dio, la confusione di tutti i sessi, di tutte l'età, le
navate echeggianti, le ombre delle colonne e delle volte, la luce che
penetra attraverso le alte finestre, quasi la terra fosse e non fosse ad
un punto presente, — tutto cospira a confondere il mondo attuale
coll'avvenire, e porre il cuore dubitoso in certo stato di sublimità e
di umilianza, che prontissimo si manifesta a corrispondere di affetto
con quanto vale a serbargli alcuna cosa di queste sensazioni, e
confortarlo della tristezza della vita ordinaria. In chiesa fu che
Boccaccio (non già Boccaccio lascivo, mezzo inteso soltanto da chi ha
mezzo senno), ma Boccaccio il futuro dipintor del _Falcone_ e del
_Testo_ di _basilico_, vagheggiò in prima la lieta sembianza della sua
Fiammetta. In chiesa sentì Petrarca cadersi su l'anima l'ombra che
offuscò poi per venti anni continui la sua vita mortale. E grazie al
buon Cronista che ne tenne memoria, nella chiesa di San Giovanni nel
giorno 13 di gennaio, in cui ricorre il _Perdono universale_, Ippolito
dei Buondelmonti rimase preso di Dianora di Amerigo (Oh! come suonano
soavi questi bei nomi italiani, quando non sono vani nomi; e noi senza
pure badarvi troviamo averli scritti in caratteri meglio formati del
resto, non solo per comodo dello stampatore, ma eziandio pel diletto di
trattenerci su la loro armonia). Mentre il popolo stava per abbandonare
la Chiesa, Ippolito volgendo la favella a certo suo famigliare, non vide
più la sconosciuta bellezza. Si affrettava alla porta, dicendo al
compagno — per vedere le donne, — non gli bastando l'animo di dire _la
donna_: quando poi scorse Dianora, mutò colore e non aggiunse parola.
Ella gli strisciò da canto, come cosa di Paradiso, abbassandosi il velo
sul volto, e sebbene ei l'affissasse da improntarne la immagine nel
profondo, gli parve averla veduta così di fuga in un sogno. Non aveva
ardimento di farle motto, nè meno di cercarne il nome, se non che lo
favoriva la ventura. — «Dio e San Giovanni benedicano la sua bella
faccia!» — gridò un poverello alla porta; — «sempre mi dà l'elemosina
doppia degli altri.» — «Maladetta lei!» — mormorava il famigliare
d'Ippolito, — «ella è dei Bardi!» — Notò l'amante ambedue
l'esclamazioni, e ne fece tesoro. Ippolito, come colui che molto si
dilettava dei libri che ragionavan di amore, ed era amico co' più
liberali delle due fazioni, cioè Dante Alighieri (il sì famoso) e Guido
Cavalcanti, sebbene feroce partigiano, e di breve implicato in
sanguinoso scontro avvenuto tra cavalieri, procedeva scevro dell'arte
vergognosa di odiare per calcolo, ed ora più che mai gli sembrava
biasimevole. Egli, in vero, non avrebbe pensato mai di perdonare ad uno
dei vecchi Bardi, che traendo giù da cavallo suo padre l'ebbero a
spengere di coltello; ma adesso avrebbe dannato la parte avversa a bando
più mite di prima, e in quanto al maladire una donzella dei Bardi — e
questa donzella Dianora! — oh! l'anima sua differiva assai da quella del
suo famigliare.
Era grave ad Ippolito il pensiero di non potere vagheggiare l'amata
donna in sua casa, chè gelosamente la custodivano i genitori, nè mai
sola l'abbandonavano le amiche; più grave la paura di non poterla
rendere sensibile al suo amore; gravissima poi la melanconia che lo
angustiava, meditando che gli verrebbe tolta da più fortunato amante.
Che dovea fare? A qual consiglio appigliarsi? Non gli si offriva un
pretesto per iscriverle, nè sarebbe stata cosa prudente farle di notte
tempo una serenata sotto le finestre, perchè oltre al manifestare la
concetta fiamma, poteva in tanto scellerato secolo correre pericolo di
vita. Si ristringeva dunque a passarle, quanto più spesso poteva, sotto
casa, e seguitarla quando usciva, mettendo ogni cura per attirarsi la
sua attenzione, — come sarebbe nel prevenirla a dare la carità al
povero. Noi dobbiamo riferire come certa volta avvisasse di premere le
zampe ad un cane, per mostrar poi quanta sollecitudine ponesse
nell'aiutare la bestia. Ma il lieto giorno era la festa. Non festa, non
mezza festa perdeva mai la messa, non domenica, non giorno di Santo. «La
devozione di cotesto giovane» parlò una vecchia zia che accompagnava
Dianora «mi edifica assai; e sì che egli è leggiadro e poderoso molto, e
potrebbe, come la più parte di questi giovani fanno, darsi tempone in
peccati e in vanità.» E così favellando sospirava, certo per una soave
commozione della sua bellezza. La lode d'Ippolito avrebbero ripresa i
parenti della Dianora, pure non giungeva immeritata. Già il costante
seguitarla e i modi cortesi aveva notato Dianora, e già con l'arguzia
consueta alle menti italiane, s'era accorta del motivo di tanta
devozione, e in suo cuore desiderava che non cessasse. Ardeva anch'ella
di conoscerne il nome, ma, non altramente che a lui, nel maggior uopo le
veniva meno il coraggio. «Vi guarda!» disse la zia poichè fu uscita di
chiesa; «come il povero giovine arrossa di non potersi sottrarre ai miei
occhi! Davvero, questa è singolare modestia.» — «Mia dolce zia,» riprese
Dianora con certo suo garbo di malizia e di piacere, «voi non aveste mai
caro che io guardassi giovani in faccia.» — «Giovani» soggiunse la zia
«di ventotto anni o di trenta, e se pur vi volete tutti; ma per questo
la bisogna è diversa; e la meglio ritrosa di noi altre, può sogguardare
per via tanto gentile e dabben giovane. E s'egli sia costumato, lo so
ben io, chè avendogli chiesto in cortesia di farmi un po' di luogo nella
navata, mi s'inchinò con tanto bel modo, che parve il piacere lo facessi
a lui; e se il buon giovane ha sortito dai cieli tanta avvenenza, che ci
ha a far egli? I Santi furono belli anch'essi nei loro giorni, o le
immagini mentono, la qual cosa non è possibile; io per me vado convinta
che San Domenico nella sua immagine di cera (Dio mel perdoni!) appena
guardi così umilmente e con tanta dolcezza la Madonna e il Bambino, come
egli guarda noi quando ci si fa dappresso.» — «Mia cara zia, già non ho
inteso di farvi rimprovero; ma, dolce zia, voi non lo conoscete, e
sapete che.....» — «Che sapete! io lo conosco quanto potrei conoscere il
figliuolo di mia madre; e se fosse mio proprio figliuolo, beata me!» —
«E chi dunque?» appena articolando le parole domandava Dianora, «e chi è
egli dunque?» — «Chi?» rispose la zia; «il meglio cristiano giovane che
faccia Firenze: che monta sapere chi egli sia? Certo egli è gentiluomo,
ed uno dei grandi, statene sicura; e vi desidero non peggiore marito,
giovanetta, come che per questo ci corra del tempo assai. Le donzelle di
oggidì agognano sempre sapere come tale e tale altro si chiami, e se
abbia parentela co' Priori, o piuttosto coll'Arcivescovo, e tutto questo
prima di consentirgli leggiadria, la qual cosa procedeva diversi a' miei
tempi. Ciò andrebbe a dovere se si trattasse di maritaggio, o vi fosse
pericolo di accasarsi con uomo di sangue men nobile, o scontraffatto o
paterino; ma per ammirare un gentil damigello che non lascia mai di
ascoltar messa le domeniche, e gli altri giorni dei Santi, io non so a
che giovi lo starsi così sul difficile. D'ora in avanti, spero, che non
avremo penuria di Santi, nè l'usare cortesia alle gentildonne deve
nuocere punto alla sua santità, dacchè Messer San Francesco con le
parole e con l'esempio lo affermava, e, se vi ricorre alla memoria, la
serafica Santa Teresa tra le altre cose lo ammirava per questo, e San
Paolo nelle sue epistole manda a fare dei bei rispetti alle gentildonne
Trifena e Trifosa. Nel Nuovo Testamento non occorrono femmine (se
femmine possono chiamarsi cotesto benedette donne, non eccettuata
Madonna Maddalena, che travagliavano sette demoni, i quali non sono
neanche la metà di quelli che hanno addosso certe femmine, ch'io non
voglio dire, nè l'altra che sentenziavano ad essere lapidata
quegl'ipocriti ribaldi) che il nostro benigno Salvatore non abbia
cortesemente trattate, e con amore paterno: la qual cosa, con moltissime
altre, come Messere Frate Antonio discorreva ieri l'altro sul pergamo,
lo prova non pure di stirpe divina, ma sì bene il più gentil sangue
della terra, e nobile naturale.»
Chi poi ponesse in testa alla buona zia tanti argomenti, e perfino la
religione potentissima a que' tempi, per confortare Dianora a tenersi
caro Ippolito, noi non sappiamo. Intanto al finire delle parole giunsero
a casa, e il povero giovane ritornò alla sua. Noi dovremmo dire poveri
ad ambedue gli amanti, imperciocchè fossero abbastanza innamorati, onde
anche a Dianora si facessero le guance pallide quando avesse saputo a
qual gente apparteneva Ippolito!
Per poco stette che una avventura nella successiva domenica li svelasse
al cospetto del mondo. La Dianora l'ultima volta che s'incontrò con
Ippolito non ardiva levare gli occhi, timorosa com'era d'incontrare gli
occhi di lui; ed egli ne rimase travagliato, chè pensò averla, non
sapendolo, offesa. Poche domeniche prima quegli occhi belli lo avevano
rimandato tanto giocondo a casa! Ora apparivano due seggi vuoti vicino
al luogo in che stava genuflesso; — accanto l'uno, — un po' più oltre il
secondo. La zia e la nepote, che vennero dopo di lui, si trovarono
lontane dal suo seggio, e apparvero dubbiose qual dei due dovessero
scegliere; se non che un moto leggiero del braccio della Dianora
manifestò ad Ippolito il suo interno pensiero di farglisi appresso. — E
gli era riserbata un'altra gioia. La vecchia madonna nel seguitare
l'ufficio divino, voltasi alla nepote, le domandava perchè non cantasse
secondo il solito. Dianora declinò il capo, e dopo un minuto o due fu
dato ad Ippolito ascoltare la più soave voce che fosse al mondo, —
sommessa invero — e più che ad altro somiglievole ad un leggiero
susurro, — non pertanto da lui profondamente ascoltata. Gli parve
abbrividire, ed ella pure abbrividì. Gli commosse lo spirito, siccome il
suono dell'organo gli commoveva le facoltà del corpo. — Nè questo segno
di compiacenza si rinnovò più mai. Non più le donne gli vennero vicine,
quantunque mettesse ogni cura in occupare maggior posto che poteva, e
poi si restringesse, facendo largo quando apparivano. Malgrado questo,
derivava altissima gioia dal segreto pensiero, nè mosse querela finchè
vide Dianora intenta a sogguardare la parte in che egli stava: quindi è
nostro dovere avvertire che sebbene fossero i meglio devoti della
Congregazione, non erano poi sempre i più attenti; imperciocchè
cominciassero dal fissare i luoghi discosti dall'oggetto desiato, e
quindi adoprando l'obliqua potenza dell'occhio a mano a mano si
accostavano, e alla sfuggita si ricambiavano uno sguardo. Ma Dianora da
qualche tempo cessava anche questo, e quantunque Ippolito più fermamente
la contemplasse, e vedesse come più pallide le diventassero le guancie,
cominciava a pensare che ciò non avvenisse per lui. Al fine una cotale
disperazione lo spinse ad appressarsi a lei, dacchè ella non volea
appressarsi a lui, e nella mentovata domenica mal sapendo che si facesse
o vedesse, e meno quel che sentisse o sperasse, si prostese a canto a
lei. Quivi presso sorgeva una colonna che a mala pena lo nascondeva con
lo sbattimento. — Vi posava per alcun tempo la fronte, e se ne sentiva
ristorato. Dianora non si accorse che le stesse vicino; ella non
cantava, nè la zia gliene muoveva domanda. Non batteva palpebra;
intentissima considerava il libro delle preghiere, e Ippolito tenne per
fermo che ciò a bella posta facesse, onde infievolito dall'angoscia
della mente rimase come soffocato dalle sensazioni. — Ei le posava a
canto: — le belle forme, il volto, le vesti, che sole ardiva toccare, la
somiglianza dell'attitudine di ambedue nell'implorare Colui che i teneri
cuori implorano, affinchè prenda compassione dei nostri affanni; insomma
tutto contribuiva a commuoverlo altamente. Allora tentò l'afflitto
giovane con estremo sforzo levare gl'interni pensieri alle cose celesti,
ma nel giungere che fece le mani, così dirotte gli sgorgarono le
lacrime, ch'ei se ne trattenne. In fine la zia, che aveva speculato
attorno per iscoprirlo, con maraviglia e diletto se lo vide vicino. Già
ella cominciava a penetrare il misterioso amore, e quantunque non
ignorasse chi egli si fosse, e la inimicizia mortale delle due famiglie,
pure tanta albergava in lei benignità di natura, tanta la vaghezza di
comporre le discordie, ch'ella si consigliò apportare conforto ai miseri
amanti. Da qual causa poi ciò derivasse, ignoriamo: forse dalla propria
benevolenza, forse anche dal desiderio che abbiamo che ogni cosa da noi
immaginata consegua il suo fine. Però la pietosa madonna senz'altro
badare, con voce alta abbastanza per essere intesa dalla nipote, le
susurrava: «Fate che il gentiluomo a voi vicino legga nel vostro libro,
avvegnachè paia ch'egli abbia dimenticato il suo.» La Dianora tenendo
sempre gli occhi bassi, non sospettando chi le stesse accanto, declinò
piacevolmente la testa, e trasse il libro da parte onde il gentiluomo
avesse agio di leggere. Ippolito tese la mano e lo sostenne insieme con
lei. Ma la sua mano era tremante, e l'anima della Dianora così profonda
meditava a colui che le stava al fianco, che non lo avvertiva. Di lì a
poco però, il libro vacillava per modo, che richiamato il pensiero della
donzella alla considerazione degli oggetti presenti, si volse per vedere
se il gentiluomo si sentisse male. Veduto che l'ebbe, torse il volto, e
sentendosi incapace a reggere più oltre, mormorava nell'orecchio alla
zia: «Io manco!» — Si levarono le donne, ed uscirono di chiesa;
senonchè, appena l'aria fresca punse la Dianora, svenne, e fu portata a
casa.
Nel momento stesso accadeva che Ippolito mal potendo celare la concetta
passione appoggiasse il capo al pilastro, ed altamente gemesse, come
colui che temeva averla concitata a sdegno. Avventuroso lui che i gemiti
non si ascoltassero infrequenti in luogo dove talvolta la coscienza
rimordeva il peccatore, e quei che l'udirono tennero per fermo Ippolito
non sentirsi puro quanto se lo erano immaginato; e nella mente loro
ripensando ai suoi costumi solitari e studiosi, conclusero un qualche
misterioso affanno travagliargli lo spirito. Tra questi fu primo il
compagno che maledì la Dianora quando prima si offerse agli occhi
d'Ippolito, imperciocchè quantunque ignorasse la sua passione per lei, e
l'amore ch'ella gli portava, non sapeva perdonargli l'universale
benevolenza, e i modi leggiadri.
Ippolito trasse con gran pena a casa la persona inferma. Nei giorni
successivi tentò per ben tre volte condursi fino al palazzo Bardi; —
pensoso poi di potersi ridurre alla propria dimora, rimaneva. Un fiero
morbo finalmente lo assalse, e giacque ammalato. O qual sarebbe stata la
sua gioia, quale il dolore, se avesse saputo come in condizioni non
punto diverse si trovava l'amata donzella! — Adesso la povera zia
dubbiava in singolare perplessità, e il peggio stava nell'averle
affermato la Dianora che sarebbe morta dove ella aprisse il suo amore a
_lui_, o a chiunque praticasse con _lui_; a tutti insomma. Onde non
sapeva a qual partito appigliarsi la povera zia: in mente talora
ragionava, che morte certa avrebbe colto i due cari giovani, se più a
lungo tenessero celata la interna passione, nè temeva la morte
conseguenza del manifestarsela; e così irresoluta esitava su due o tre
argomenti che decideva seguitare, quando, per buona ventura, la sorprese
la visita di tale persona, che sopra ogni altra al mondo desiderava
vedere, — la madre d'Ippolito.
Le due madonne volenterose si aprirono le scambievoli intenzioni, e con
argomenti acconci a confortare gl'innamorati giovani si separarono. In
qual maniera una madre giungesse a penetrare i segreti pensieri del
figlio, non importa dirlo; neppure importerà raccontare quale e quanta
fosse la gioia loro allorchè stettero sicuri dello scambievole amore.
Adesso la infermità d'Ippolito assumeva un aspetto diverso, e
consapevole di essere gradito alla Dianora, e del consenso materno,
desiderò favellare con lei; nè mai si ristette dal sollecitarne la
madre, finchè questa non gli ebbe promesso che tenterebbe di farlo
contento. Ed infatti, con la consueta debolezza di coloro che si
appigliano a cosa la quale sia per produrre un futuro danno, anzichè
continuare nel mal presente, si consigliava la madre a giovare alcun
poco il povero figliuolo. La famiglia si accorse dei suoi modi strani,
chè ora compariva oltre ogni dire avventato, ora troppo dimesso.
Talvolta sorgeva precipitoso, quasi dovesse estinguere un incendio per
usare un ufficio di cortesia; tal'altra poteva rovinare il mondo, ed ei
non si muoveva. Accadde sovente che balzasse in sella, come se il nemico
minacciasse le porte della città; e il giorno di poi, quando era salito
a cavallo, vi rimaneva impietrato, e le redini gli sfuggivano di mano. —
«Cosa è che tanto ti turba?» domandò il padre iroso; «hai forse involato
un gioiello?» — E ciò gli disse, perchè gli avevano riferito com'egli si
rovinasse al giuoco, nè mai serbasse danaro nella borsa: il quale ultimo
fatto era vero, imperciocchè per l'amore della Dianora spendesse assai
in cortesia, e molto avesse donato al povero che la benedisse su la
porta di chiesa.
Certo giorno, suo padre, vago dello scherno, ordinava che una giovine
donna gli sedesse al fianco, e durante il mangiare gli ponesse davanti
una mano invece del piatto. Ciò fatto, lo interrogava perchè si
astenesse dal cibo; e Ippolito senza badare a nulla fece prova di
recarsene un frusto alle labbra. — «Oh il bene compito giovane!» gridò
in quel punto il padre; — ed Ippolito, accorto dell'errore, diventava
vermiglio fino agli occhi; ma egli aveva la mente volta alla mano della
Dianora, e insiem con lei inginocchiato teneva il libro delle sante
orazioni. — Dopo breve tempo ricomposto, con tanta leggiadria domandava
scusa alla donzella, che il padre pensò: — E' pare un principe! — La
giovine donna, osservato il bell'atto, se lo immaginò suo innamorato; e
tolte le mense, la madre, presi i suoi veli, se ne andò a visitare certa
sua conoscente chiamata comare Veronica.
Comare Veronica per singolarissima ventura aveva parentela con le case
Bardi e Buondelmonti, e come donna che non s'impacciava di odii e di
rancori, amando del pari ambedue, e di ambedue andando egualmente
superba, invitava talvolta alcuno dei giovani Bardi, tal'altra alcuno
dei Buondelmonti: senonchè, quando erano per andarsene, raccomandava
loro di non riportar parola di quanto avessero inteso in casa sua,
perchè altrimenti lo avrebbe tolto a male; e i giovani non facevano
dispiacere alla buona donna. Questo mistero pertanto sarebbe stato per
Dianora e Ippolito di triste conseguenze cagione, dove men buono
avessero avuto il cuore.
Già da molti giorni la zia della Dianora, usando continua in casa della
comare Veronica, le aveva palesato come tra poco le verrebbe proposto
cosa da lei approvata per buona. Sopraggiunta la madre di Buondelmonte,
terminava di chiarirla intorno la bisogna, la quale consisteva soltanto
nell'accogliere in sua casa a un punto stesso due individui delle
contrarie famiglie. Vi fu in prima da dire assai: alla fine tanto la
pregarono, tanto seppero scongiurarla, e agli scongiuri aggiunsero di
così belle gioie, che ella ne rimase contenta.
La comare Veronica, come persona di alto affare, possedeva una villa
circa mezzo miglio distante dalla città. Quivi certa festa di settembre,
celebrata dai contadini delle circostanti campagne, se ne andò la bella
Dianora accompagnata da madonna Lucrezia, per invigilare, secondo quello
che ne disse la madre, che non vi fosse _persona impropria_; — e quivi
prima dell'alba la comare Veronica, a grave pericolo della propria fama,
e della gelosia di un ortolano, che sopra tutte le cose amabili al mondo
amava la fantesca di casa, introdusse Ippolito Buondelmonti,
_appariscente_, così ella affermava, _quanto la stella del giorno_.
La stella mattutina abbracciava ed era abbracciata dalla cortese comare,
e poi si faceva a scintillare al balcone per vedere giungere la Dianora.
Oh come palpitò quel cuore quando la scôrse di lontano porre il piè nel
viale! Veronica le corse incontro alla porta del giardino, e le accennò
il balcone. Ippolito si rallegrò nella idea che favellassero di lui, ma
osservando il lieve sorriso della Dianora, e il non mutato sembiante,
ebbe pensiero diverso. Infatti ella non lo aveva veduto, quantunque la
comare con tale un suo sogghigno di mistero le avesse detto che le
serbava un bel presente: ma la Dianora, fino a quel giorno accarezzata
dalla comare a modo di bambinella, immaginò che fosse qualche
masserizia, nè vi fece gran caso. Appena trapassava la desiata il
limitare, Ippolito stimò che derivasse da lei ogni orma che gli pervenne
agli orecchi. Quanta gran gioia era pensare che un sol tetto adesso
accoglieva ambedue! Ma convenire nella medesima casa, e non potere
aprirle la concetta passione, e ricercarla d'amore, e investigarla
nell'anima, — quanto grave angoscia e miseria! Due o tre volte balzava
udendo toccare l'usciale, ma sempre fu la comare che veniva a
confortarlo di starsi con buon animo, e a dirgli che madonna Lucrezia
gli avrebbe menato la Dianora dopo il pranzo, quando gli ospiti
sarebbero iti a dormire. Di tutte le cose sconvenienti e mal fatte,
parve ad Ippolito il desinare la peggiore, imperciocchè non sapeva
immaginare come enti ragionevoli, i quali potevano cibarsi di un tozzo
di pane e bere una coppa di vino per la via, e andare oltre a fare
all'amore, consentissero sedersi lungo tempo a mensa per gustare questa
o quell'altra delicatura. E le cerimonie! Dio sa per quanta ora quegli
zotici villanzoni avrebbero trattenuto la Dianora co' rispetti, con le
ballate, con le tresche loro! Certo tra essi non v'era amante nessuno,
altrimenti avendo facoltà di vagare a solo a sola per le verdi pianure,
non s'intendeva come se ne andassero così raccolti insieme. Non pertanto
Ippolito professava altissima riconoscenza alla comare Veronica, e tentò
pure di usar cortesia alla sua vivanda e al suo vino, così che dopo
pranzo la sua virtù se ne sentì ristorata.
Ora riputiamo cosa necessaria avvertire il lettore che non debba
giudicare dei tempi passati dai presenti. Fallo universale dei popoli fu
sempre l'odiarsi, non l'amarsi; e se la nimistà e l'amore fossero un po'
diversamente praticati da quello che facciamo noi, non occorrerebbero
forse amanti meno innocenti, nè più burlevoli nimicizie. Dopo il pasto
essendosi gli ospiti dispersi chi qua chi là, per dormire, la Dianora
accompagnata dalla zia Veronica s'incontrò compresa di stupore nella
medesima stanza con Ippolito, e in meno che volgono cinque minuti uno
volse il capo da una parte, e la donzella dall'altra, — e questi tolse
in mano un libro, e lo posò; quella si pose a guardare fuori della
finestra, — ed ambedue arrossirono, e poi divennero bianchi, — e il
gentiluomo si aggiustò il collare, e la gentil donzella le maniche; e le
vecchie ristrettesi a bisbigliare in un canto della stanza di lì a poco
li lasciarono soli. La vergine si mosse per seguirle, il giovine susurrò
alcune parole che ella non intese, e che pure valsero a trattenerla,
farle impallidire il volto, e correre alla finestra senza osare di
guardarlo. Ippolito tentava accostarsele, e non poteva, e maravigliava
del come fosse svanita la sua feroce impazienza; senonchè adesso ogni
dimora riputava, ed era, piena di delizie. O letizia di questi momenti!
O aurora soave di queste sensazioni! O dubbi non più dubbiosi! O
speranza diventata certezza! O memoria che all'aspetto del giovane
leggiadro, e della ritrosa verginella, mi ricordi la passata gioventù! O
ore, perchè essendo voi cosa divina, non ci rendete immortali! Perchè
non siamo rapiti in parte dove non possiamo venir meno, lasciando i
mortali a dire di noi: — si amarono, e furono assunti al paradiso!
_Una delle donne che legge._ Signore scrittore, con questi suoi voti
celestiali non rammenta in qual condizione abbia lasciato i giovani
amanti?
_Lo scrittore._ Madama sì; ma non importa, credo, ch'io le insegni come
due amanti desiderino starsene soli.
_La donna._ Ma, signor mio, qui si tratta di giovani italiani, i quali
non sono tanto vergognosi come ella dice. Io penso quei suoi Fiorentini
dopo essersi un cotal po' sogguardati, e poi abbracciati, e poi...
_Lo scrittore._... corsi dietro alla zia per non rimaner soli. Madama,
mi conceda dirle che ella prende errore. Gl'Italiani, uomini sono quanto
altri mai sensibili e verecondi; nè la modestia sta confinata in
Inghilterra, siccome pare ch'ella voglia credere.
_La donna._ Eh! giusto modestia: io voleva parlare di certa specie — non
so s'ella m'intenda — di una sorte di energia irresistibile, la quale
suole chiamarsi violenza nell'indole italiana.
_Lo scrittore._ Prego, signora, a volermi credere che adoperando la
parola modestia io non posi mente a nulla di personale. E V. S. so ch'è
donna dabbene, ed ama di cuore i miei amanti. Io non parlava pertanto di
modestia in nessun senso particolare, ma così in genere; e tutte le
nazioni, non eccettuata la dilettissima nostra, hanno pur troppo le
modestie ed immodestie loro. Intorno poi alla violenza di che ella
diceva, la quale in alcuni è energia, ed in alcuni altri miserabile
debolezza, secondo l'indole degli uomini e le circostanze dei casi, e
gl'Italiani, come quelli che vivono sotto un cielo ardente, ne
dimostrarono meglio degli altri popoli; — pure si deve osservare che
dove il carattere individuale sembra più rilassato, quivi anche sono
peggiori i costumi e le leggi. — Nondimeno affermo la violenza essere
atto della propria volontà, e speciale ai due estremi delle umane
condizioni: — ai potenti di cui le passioni furono soddisfatte, — e ai
poveri di cui le passioni furono mal dirette. — La vera energia si
manifesta non con la violenza, bensì con la forza e colla intensità. La
intensità di sua natura discerne, nè rimane vinta dalla moderazione, là
dove di moderazione fa mestieri. Inoltre, al tempo del quale parliamo si
osserva in alcuni una esquisita finezza nelle materie di amore, ed in
altri brutalità ed oltraggio. Le umane potenze ebbero in quel periodo
supremo esercizio nel bene e nel male; e se da un lato troviamo
terribile spettacolo di cupidigia, di tirannide e di vendetta,
dall'altro occorre una filosofia, una quasi divinità per abbellire
l'amore, ed emulare con le arguzie di Platone per farlo cosa celeste.
_La donna._ Io mi confesso pienamente convinta; però continuiamo.
_Lo scrittore._ Assai mi piace quel continuiamo, signora; immaginiamoci
essere i due amanti in compagnia; — certo assai ci assomigliamo a Don
Cleofas e al suo piacevole amico il Diavolo Zoppo. — Io, il diavolo
senza altro, ella il giovane scolare — scolare femmina, — Donna
Cleofasia che studia il cuore umano.
_La donna_. Sì, bene, come a lei piace; ma procediamo.
_Lo scrittore_. Se la sua inchiesta mi riesce gradita, lo vedrà
coll'effetto; però vado oltre. —
Noi lasciammo i nostri amanti, o signora, nella camera di madonna
Veronica, di cui l'uno guardava per la finestra, e l'altro si rimaneva a
lieve distanza; e così stettero per tutto quel tempo nel quale abbiamo
favellato. Oh! quanto è cosa impossibile immaginare la trepidanza dei
due amanti in cotesta ora, e non sentirsi trasportare col pensiero nella
condizione di quelli!
Ippolito si accosta alla Dianora. Il suo occhio se ne stava fisso sopra
i lontani monti di color celeste, ma l'anima sua era raccolta entro la
camera. Le copriva la testa una reticella di seta verde, tessuta in oro,
che mollemente conteneva i bei capelli, e sembrava che volesse accennare
il collo candidissimo; — sentì un alito che le scaldava il collo, e
sollevò le braccia per acconciarsi la rete. Per questo modo apparve
manifesto il contorno leggiadrissimo della sua cintura, ed ei gliela
cinse con ambe le mani, cosicchè venisse a porle sul cuore della donna
innamorata, e: «Mi vorrà» diceva «perdonare di questo.» Veramente aveva
ragione per favellare così, sentendoselo balzare sotto le dita come se
volesse venir meno. La Dianora diventata tutta vermiglia, rimosse con le
sue mani la destra d'Ippolito, ed ei la ritenne pur sempre con la
sinistra. «Messere Ippolito,» alla fine parlò, «io temo forte che voi
non mi crediate...» «No, no,» interruppe Ippolito, «non temer nulla di
quello che io possa credere o fare. A me spetta temere del tuo celeste
sembiante, che del continuo mi vegliava sul letto, e mi pareva vederlo
sdegnato con me solo tra tutti i viventi della terra.» — «E mi hanno
detto che voi foste ammalato,» rispose Dianora con voce soave; «e la zia
forse conosce ch'io... crede... E dimmi, sei tu stato male davvero?» —
Qui senza accorgersene posava una mano sopra le sue. «Guardami, e di per
te stessa lo giudica,» soggiunse; e con l'indice della destra le
comprimendo la fossetta del mento, verso la sua voltava la faccia di
lei. — A Dianora sembrò trovarlo meno mal condotto di quello che lo vide
l'ultima volta in chiesa, ma pur tanto da farle l'occhio lagrimoso; — e
subito dopo abbandonò la testa su la spalla del giovane, e desiate
scesero le sue labbra sopra le labbra di quello.
E' correva in quei tempi un mal costume generato dall'errore delle
leggi, per cui si praticavano assai gli sponsali, o piuttosto promesse
di fede fatte in segreto, e al cospetto del cielo. Questo era dunque un
mal costume, come la più parte dei segreti sono; ma il danno, secondo il
solito, toccava al povero, o quando erano di troppo disuguali le
condizioni delle parti. Là dove ambedue le famiglie avevano autorità,
più di rado accadeva lo scioglimento della fede promessa. La fede poi
d'Ippolito e della Dianora era fede davvero: si genuflessero davanti la
immagine della Vergine col Bambino, appesa nella camera di madonna
Veronica, e ad un messale che stava aperto sopra una sedia. Ippolito
allora, quasi per fare una sua vendetta dell'angoscia sofferta allorchè
Dianora erasi insieme con lui prostrata nel tempio, tolse il libro, e
glielo pose innanzi agli occhi, e la guardava supplichevole in faccia; e
Dianora lo prese tutta tremante, sebbene lieta di altissima gioia; e
Ippolito due e tre volte la baciò amoroso. — Noi ci accorgiamo adesso
adoperare troppo gran numero di _e_ in siffatte occasioni; e comecchè ce
ne siamo accorti, non ci dispiacciono gran cosa. Il qual uso dobbiamo in
parte alla memoria delle antiche ballate, e in parte a certa vaghezza
d'insistere sopra un piacere, che, se noi non andiamo errati, rimane
maravigliosamente sovvenuto da queste congiunzioni. — Certo non vuol
negarsi che sia un _crimenlese di sana critica_; ma noi ci scusiamo col
confessarci affatto ignoranti di quest'arte salutare, e però continuando
raccontiamo come le nostre buone madonne spensierate, dico della
Lucrezia e dell'altra (poichè non sempre la vecchia età è la meglio
guardinga, trattandosi in ispecie di comari e di zie), tornassero alla
fine nella stanza dove avevano lasciati i due amanti; — non prima però
che la Dianora avesse acconsentito di ricevere il novello suo sposo
nella sua verginale cameretta, mediante un antichissimo arnese chiamato
scala di corda. Secondo la bella costumanza consumarono il giorno col
prendere parte ai sollazzi della gente della villa: menarono danze,
cantarono canzoni, colsero e mangiarono dei grappoli, che vaghi di bei
colori pendevano dai pergolati scintillando sopra il lor capo. Da tempo
immemorabile cantano per la Toscana ballate e canzoni intorno ai fiori:
una di queste, diretta innocentemente a guisa di addio alla Dianora,
forte la commosse, facendola tutta impallidire nel volto. — _Voi siete
un vago fiore_, prese a cantare una leggiadra donzella,
Voi siete un vago fior di primavera;
Un fior, che in su la sera
Modesto e ritrosetto si raccoglie;
Oh! avervi potess'io alle mie voglie!
E Ippolito andando a casa non fece altro che cantare per via cotesta
canzone.
Ora Ippolito osservò certa scala di corda destinata agli uffici
domestici, e, a dirla giusta, posta in opera dal vecchio gentiluomo, nel
modo appunto che adesso si avvisava adoperarla il giovane. — Nei suoi
primi anni il padre Buondelmonti era stato famoso per avventure di
amore; poi si volse a far danari, e a sostenere ostinatamente le
pratiche antiche, onde la gente assai lo reputava per le sue virtù, e
per la condizione, e il parentado; — e se cento scale fossero insorte in
giudizio contro di lui sarebbero state credute testimoni falsi.
Ma la buona indole d'Ippolito lo consigliava a procedere circospetto.
Aspettò mezza notte; si calò giù dal balcone, e tolta la scala sotto il
mantello, si avviò tenendo un vicolo oscuro rasente casa Bardi. — Una
finestra della camera di Dianora dava sul vicolo, le altre sul giardino:
Ippolito tese l'orecchio, e sentendo un rumore di suoni e di canti, che
di mano in mano si faceva minore, stava per avvertire la Dianora del suo
arrivo col gittarle alcun sassolino nella stanza, quando intese
approssimarsi persona: — era un giovanastro che andava per quelle vie
rimote in traccia di mala occasione. Ippolito si strinse in un canto,
pauroso non s'inoltrasse nel vicolo; — per buona sorte il rumore passò,
ed egli di nuovo mosse il piede fuori del canto, e di nuovo vi si
restrinse. Due altri giovani cominciarono a contendere se dovessero o no
passare nel vicolo. Uno di loro, che pareva ebbro, voleva ad ogni costo
cantare _alla sua bella nemica_, non fosse altro per far dispetto al
vecchio, e trarlo fuori di casa con cotesto suo spadone lungo lungo. «E
con una reprimenda anche più lunga,» soggiunse l'altro. «Ora sì che mi
spaventi davvero,» rispose il primo; «la sua spada è spada, ma la
reprimenda è il demonio, e passa di là di Arno, e non si rimane mai
finchè non rompa il sonno a qualche creatura, — pure io vo' fare la
serenata.» — «No, no; di grazia, rammentati quello che disse il
gonfaloniere. Io per me non vorrei trovarmi a tristo incontro; — un
giorno o l'altro dobbiamo pure incappare nel malanno, che Dio ci tenga
lontano.» — «Sta cheto,» riprese l'ubbriaco, «io rammento quello che il
gonfaloniere disse; egli disse: — Io vo' fare la serenata. No, egli non
disse _vo'_ ma ve lo metto io: — me ne ricordo come se fosse ieri: —
egli disse: gentiluomini, tre cose buone si danno in questo mondo:
l'amore, la musica e la guerra, con altre mille parole che non valevano
un nonnulla; — e dette per provare con una fastidiosa quantità di
periodi che l'amore era buono, la guerra buona, buona la musica; ed è
per questo che voglio fare la serenata.» — «Fallace argomento; Vanni,»
l'altro riprese, «vien via, o noi avremo tra poco il nemico sopra;
perocchè io abbia inteso rimuovere dall'altra parte, e vado sicuro che
non sono dei nostri.» — «Meglio che mai, amore e guerra, mio bel
damigello.... e musica, io compisco la ballata prima che giungano.» — E
qui prese a cantare la più oscena canzone che mai si sia immaginata, e
il nostro amante stette più volte in forse di uscire fuori, e dare il
leuto in faccia a cotesto sfacciato; pur si trattenne. Dopo brevi
momenti sentì accostarsi persona, e poco dopo un cozzare di spade, e un
fuggir via con velocissimi passi. Ridivenuto il luogo silenzioso,
Ippolito dette il segno, e gli fu risposto: fissa la scala, e mentre sta
per salire si rimane atterrito da un piccolissimo sembiante, che pare
che gli sorrida traverso un raggio; — ma rammentando come poc'anzi si
era invano ingegnato a torre via la lampada che ardeva davanti una
Madonna quivi vicina, ebbe a maravigliarsi della strana condizione dei
suoi nervi. Si fece divotamente il segno della Santa Croce, offerse una
preghiera pel buono esito del suo vero amore, e cominciò a salire la
scala. Appunto quando la sua mano toccava la finestra, inteso un rumore
di passi; — guarda giù pel vicolo, e scorge due figure ristrette in un
canto: — egli s'immaginava che potessero essere l'ubbriaco e il suo
compagno di ritorno, ma il profondo silenzio loro lo dissuase. Alfine
uno di quelli a voce alta favellò: «Non m'ingannava quando vidi l'ombra
di un uomo con la mia lanterna, ed ora mi accorgo che non per nulla
siamo tornati in dietro; dove mai si sia ficcato costui?» — Ippolito
scese rapidissimo, procurando nascondersi il volto col cappuccio, e
disposto a fuggire per forza d'arme, se non che la fortuna gli
attraversava il disegno, e lo fece incespicare nelle corde, e cadere.
Gli stranieri venutigli addosso, lo arrestarono. L'amoroso pensiero, che
sopra ogni altra cosa del mondo tiene cara la fama della donna amata,
celere come il baleno suggeriva ad Ippolito un consiglio: «Sono tutte
salve,» fingendo paura, diceva, «non ne ho toccata una sola.» — «Sola;
di che?» domanda l'altro; «cosa è tutta salva?» — «Le gioie,» risponde
Ippolito; «per l'amore di Dio lasciatemi andare: questo è il mio primo,
come sarà l'ultimo errore: — lasciatemi: io poi ho in mente di
restituirle,» — «Restituirle!» esclamò il primo; «oh! questa è singolare
davvero: tu devi essere un ladro gentiluomo con siffatta cortese
volontà, e noi vogliamo vedere un po' chi tu sii, non fosse altro per
tua soddisfazione, Filippo, eh?» — Or questo Filippo era un baro
solenne, e: «Maledetto!» gridava, «ti ho già le mille volte ripreso per
questo nominarmi che fai: alla stagione che corre non istà bene,
quantunque scommetterei che mi abbia anche egli giuntato la sua parte.»
A vero dire Filippo temeva non poco che l'arrestato si convertisse in
qualche giovane da lui medesimo rovinato, e ridotto a commettere quel
delitto: ma il suo compagno più caparbio volle conoscerlo; e Ippolito,
costretto a seguitare la necessità del destino, venne tratto alla luce.
A tal vista esclamarono i nemici: «Un Buondelmonte! il magnifico Messere
Ippolito Buondelmonte! Messer Ippolito, io vi bacio le mani, e vi sono
ad un punto servitore e bargello; in fede mia, vuole esser questa la
lieta novella per domani.»
Venne il domani, e fu giorno di tristezza pei Buondelmonti, e di gioia
per tutti i Bardi, tranne per la povera Dianora. — Ella non sapeva qual
cosa avesse impedito Ippolito dal continuare la salita; un qualche caso
lo aveva certo trattenuto, ma di qual natura ignorava. Era egli
conosciuto? Ella fu conosciuta? Era stato conosciuto tutto? — E la
povera fanciulla si travagliava con infinite paure. Madonna Lucrezia,
giunta la mattina, le si fece incontro con tutta quanta la terribile
storia dell'accaduto. Ippolito Buondelmonte era stato preso mentre si
calava per una scala di corde giù da un balcone di casa, con una spada
ignuda nella destra, ed una scatola di gioie nella mano manca. La
Dianora di leggieri conobbe la verità del fatto, e vinta dalla
riconoscenza, dall'amore e dall'affanno, cadde svenuta. — E madonna
Lucrezia conobbe anch'essa come stava la cosa; pure tremava di
confessarlo alla sua mente, molto più poi a confessarlo con parole; e
dove la novità, lo scompiglio e lo svenimento della nepote non le
avessero dato materia di occuparsi, sarebbesi svenuta con tutto il cuore
dallo spavento. La comare Veronica alla trista novella non resse meglio
delle altre donne, e la madre d'Ippolito assalita da un languore, che sì
aggiunse alla naturale fievolezza della sua complessione, giacque
istupidita e incapace di badare a nulla.
Ora il primo passo di madonna Lucrezia, dopo di avere soccorso la
Dianora, e dato ad intendere ai servi che la storia del ladro l'aveva
spaventata, fu di recarsi dalla comare Veronica, e seco lei statuire i
provvedimenti da prendersi. Le due buone femmine piansero pel povero
giovane, ed ammirarono la costanza di lui nel tutelare la fama della
donzella; ma nonostante la buona natura convennero doversi per riguardo
alla Dianora tenere il segreto. Madonna Lucrezia se ne tornò a casa per
confortare la giovane, e sopprimere le importune ricerche, mentre la
comare Veronica si rimase chiusa nelle sue stanze, troppo ammalata per
ricevere visite, alternando preghiere al Santo Protettore, e buoni sorsi
di vino di Montepulciano.
La scostumata gioventù di quei tempi pur troppo rendeva probabile la
confessione d'Ippolito. Inoltre, lo avevano veduto pochi giorni innanzi
privato affatto di danari. Si susurrava ch'egli usasse spessissimo con
bari ed altra gente di mal affare; — e suo padre era avaro. Finalmente
non passò inosservato il sospirare che fece in chiesa; e il magistrato,
che parteggiava pei Bardi, concluse lui essere più reo di quello che per
avventura apparisse.
Ippolito, come uomo abbandonato, aspettava la sentenza; e immaginando
che lo avrebbero bandito, volgeva in mente certi suoi ingegni per
rivedere l'amata donzella, allorchè la condanna di morte gli cadde sopra
come una folgore. La cagione della rigida sentenza appariva manifesta ad
ogni uomo, imperciocchè in quei giorni la fazione dei Bardi prevalesse,
e la città mal condotta dalle civili discordie amava starsene in pace.
La compassione che la gente sentiva pel caso d'Ippolito, molto si
aumentava per l'affanno che il giovane non sapeva raffrenare; e: «Dio!
Dio!» esclamava, «dovrò morire in così fresca età? E non vedrò più mai,
— più mai contemplerò la luce, e Firenze, e i dolci compagni?» E si
avviliva a pietosissimi scongiuri onde esser salvo, — però che pensasse
alla sua bella Dianora. Ma i circostanti attribuivano quell'affanno alla
paura della morte, ed istigati dalle parole dei partigiani dei Bardi,
mutarono la compassione in disprezzo. Si prostrava ai piedi del potestà,
e strettamente le sue ginocchia abbracciava. Lo stesso suo padre, come
cosa abietta, lo respingeva. Vedendo allora stargli ogni vivente
contrario, sorse, e risoluto di conservare il segreto per l'onore
dell'amata donna, si dichiarò pronto a morire. — Il potestà lo
condannava a morte nel veniente giorno.
Venne il giorno, e venne l'ora. Il gonfalone di giustizia fu appeso alla
porta del palazzo della Signoria, e la tromba per la città annunziava la
morte d'un reo. La Dianora, che aveva tutte queste cose saputo, udendo
adesso il suono della tromba, voleva prorompere fuori, e dichiarare il
segreto; ma la represse madonna Lucrezia, parlandole della madre e del
padre, della casata, del mondo, della impossibilità di salvarlo. La
Dianora poco avrebbe badato alla casata e al mondo, pure il costume di
venerare i suoi genitori, e la paura di loro rampogne, la fecero
soffermare: — stava; — nulla imprendeva, — soltanto udiva, cosparsa di
mortale pallidezza. — Intanto la processione comincia ad avviarsi fuori
di Porta alle forche.
Uscito Ippolito dal carcere, più che di reo, mostrava sembianza di
martire. Procedeva mansueto, con un vermiglio soprannaturale su le
guancie, conseguenza del sacrificio al quale durante la notte si era con
altissimo proponimento consacrato. Soltanto prega, come ultima grazia,
di essere tratto per la via dei Bardi al luogo del supplizio,
imperciocchè avendo vissuto in grande inimicizia contro quella famiglia,
e sentendosi adesso spogliato di ogni odio terreno, desiderava benedire
in passando la casa dei suoi avversari. Gli era concessa l'onesta
domanda. L'antico confessore, con le lacrime agli occhi, affermava che
la memoria del caro giovane tornerebbe sempre in onore della sua
famiglia, siccome la sua anima sarebbe andata per certo alle dimore dei
Santi; — e la processione seguiva il suo cammino. La stupida curiosità
ingombrava la mente della plebe circostante, se non che alcuni pochi
sentivano compassione sincera, e molte femmine furono vedute tornare
indietro offese dallo spettacolo, forte piangendo, e senza pure aver
lena di rispondere alle domande di chi incontravano per via.
La processione è giunta sotto il palazzo dei Bardi. Il volto d'Ippolito
diventa prima colore di terra, e poi torna infuocato. Le sue labbra
tremano, i suoi occhi si riempiono di pianto; e pensando che la sua
donna si sarebbe fatta al balcone per raccogliere l'ultimo sguardo
dell'amante che moriva per lei, s'inchinò gentilmente, e costrinse le
labbra a un lampo di sorriso. — La tromba suona per la seconda volta.
Dianora balza dal letto, e domanda che cosa fosse cotesto fragore che si
avvicinava. — La zia con suoi argomenti s'ingegna di farla posare. —
Suona la terza — La zia non può oggimai più raffrenarla, nè vuole, e:
«Va,» le dice, «va, nel nome di Dio, mia figliuola, e il cielo sia
teco.»
La Dianora co' capelli sparsi, senza pianto, infiammata nel guardo,
proruppe nella stanza ove stava raccolto il parentado, e con forza
sovrumana svelse due uomini dal balcone, e protendendosi fuori con mani
tese esclamava: — «Fermate! fermate! egli è il mio Ippolito; egli è mio
marito!» E sì dicendo, fece un moto che parve volesse lanciarsi fuori
del balcone. — Ora avviene un grave trambusto tra il popolo. Ippolito si
ferma, e volge pure egli le mani alla finestra come se gli fosse apparso
l'Angiolo Custode. I parenti le si strinsero attorno per rimuoverla di
costà; ma la fanciulla, diventata furente, li respinse; e gettatasi giù
per le scale riuscì nella pubblica via urlando in molto compassionevole
maniera: «Popolo! Dio del cielo! Cittadini! Io sono dei Bardi, egli dei
Buondelmonti; ei mi ama, ed è questa tutta la sua colpa!» E sì dicendo,
cadde nelle braccia del giovane innamorato.
Il popolo, fatto consapevole dell'avventura, condusse Ippolito e Dianora
al palazzo del Potestà, gli espose la cosa come era successa, e poi
mandati pei capi delle due famiglie, gli accordò in buona pace ed
amistanza. E mezz'ora dopo, il fortunato amante si trovò sopra la stessa
via, per la quale si era accostato al patibolo, sposo felice della bella
creatura che gli camminava al fianco.
E fu una gioia per tutta la città. Le donne addolorate tornarono più
gioconde che mai, e ogni uomo si recava in traccia di mirto e di altra
lieta fronda per allegrare la nuova processione; e le donzelle si
alzarono il velo dalla faccia delicata, e invece del salmo funebre
presero a cantare una canzone di amore. La soverchia commozione valse a
sostenere i due amanti. Le guancie d'Ippolito non per anche avevano
riassunto la primitiva floridezza, ma il vivido incarnato di quelle
della Dianora assai compensava il pallore di lui. — Apparivano entrambi
come dovevano apparire: — egli a modo di persona salvata, ella in guisa
di angelico salvatore.
Tali furono le vicende dei nostri due amanti, più che ad altro,
somiglievoli a un sogno. Uno non osava fissare l'altro; e di tanto in
tanto sogguardavano i circostanti, quasi per ringraziarli delle
benedizioni che loro compartivano; — ma procedevano con le mani
congiunte, ed erano come un'anima sola in due corpi distinta.