DOGE DI VENEZIA.

1423-1457.

Con lunga e contrastata elezione fu creato doge Francesco Foscari, che

tenne il seggio ducale per ben trentaquattro anni, in una delle epoche

più avventurose della nostra repubblica. Si avverarono così i timori

del prudente predecessore: l'ingrandimento dei possessi in terraferma

costò a Venezia dure lotte e penosi sacrifici, di cui si sentirono per

lungo tempo le conseguenze nelle finanze e nella prosperità dello

Stato. Non si può, senza ingiustizia, darne tutta la colpa al doge

Foscari, il quale aveva energia ed avvedutezza non comuni e sentiva

altamente di sé e della repubblica, ma conviene attribuirne gran parte

ai principi vicini, ambiziosi e senza fede, ed alle condizioni

generali dell'Italia in quei tempi tristissimi. Filippo Visconti

agognava il dominio di tutta la penisola e le due repubbliche di

Firenze e di Venezia dovettero allearsi per difendere la loro libertà

contro il nemico comune. Aspre ed accanite lotte si pugnarono sui

campi di Lombardia, sotto il comando dei più illustri capitani di

ventura, con varia vicenda; più volte fu segnata la pace, ma si

riprese poco dopo la guerra, e solo dopo la morte del Duca Filippo i

Veneziani poterono concludere una pace durevole colla cessione

definitiva di Cremona, oltre a Brescia e Bergamo ottenute nei

precedenti trattati.

Gli sforzi fatti nelle lunghe guerre d'Italia impedirono di tutelare

validamente gli interessi veneziani in levante, dove i Turchi si

avanzavano minacciosi molestando continuamente l'impero greco ed i

principi cristiani. Nel 1430 presero Salonicco, di cui gli abitanti

s'erano dati pochi anni prima a Venezia, e nel 1453, dopo una

memorabile difesa, entrarono in Costantinopoli, con gravissimo danno

del commercio e dell'influenza dei Veneziani, che non avevano potuto

recare efficace soccorso ai Greci, per l'abbandono di tutte le potenze

europee e per la mancanza di forze militari ed economiche stremate

nelle guerre d'occidente.

Gli ultimi anni del vecchio doge furono amareggiati da sventure e

dolori, e principalmente dalla condanna del figlio Jacopo, che si era

reso colpevole di gravi infrazioni alle leggi dello stato. Finalmente

la deposizione dal dogado, consigliata da crudele ragione di stato, o

da altri motivi assai difficili ad apprezzarsi, a distanza di secoli,

affrettò la fine di quel principe elettivo, che aveva avuto più lungo

regno.

Quanto alla zecca, pochi fatti importanti sono da notare in questo

periodo, meno forse che in altri regni più brevi, ma più calmi.

Relativamente al più prezioso dei metalli non si conoscono che due

soli documenti: un decreto del 18 settembre 1453 (1) con cui il Senato

delibera di eleggere tre nobili per istudiare e proporre quelle misure

che credessero più utili ad aumentare il concorso e la coniazione

dell'oro, ed una legge del 1 dicembre 1454 (2), colla quale il Maggior

Consiglio incarica il Senato di fare all'ufficio del saggio dell'oro

quelle riforme che stimasse convenienti a mantenere il ducato in

quella perfezione, per la quale è reputato in tutto il mondo. Non

havvi memoria che gli studi ordinati e le proposte, che dovevano

esserne la conseguenza, abbiano avuto un pratico risultamento, anzi è

da ritenere che nessun provvedimento sia stato adottato, non

trovandosene traccia nel Capitolare dei massari all'oro. Dalle

considerazioni che precedono il decreto 18 settembre 1453, in cui è

detto che la quantità dell'oro portato in zecca era minima, mentre

abbondantissimo era l'argento che si coniava in moneta, si può

facilmente argomentare che gli inconvenienti lamentati dipendevano

dall'abbondanza del ricavo delle miniere d'argento, mentre era scarso

il prodotto di quelle d'oro. Non era quindi in potere dei savi

consultori della repubblica rimuovere le cause di questo fenomeno

economico, mentre abbassando continuamente e progressivamente il

valore dell'argento si otteneva d'impedire l'esportazione della

ricercatissima moneta d'oro.

Alcuni provvedimenti troviamo quindi in questo senso e, prime in

ordine di data, due parti sancite dal Senato nel giorno 9 luglio 1429;

nella prima (3) si ordina che coll'argento del quarto che i mercanti

avevano obbligo di consegnare alla zecca per farne moneta, debbano

essere coniati _soldi_ della forma usata e due nuove monete, l'una da

_8_, l'altra da _2 soldi_, in uguali proporzioni, e cioè un terzo di

ogni qualità. Il grosso da _4 soldi_ viene mantenuto, ed i mercanti

possono farne coniare per la Soria e per gli altri paesi del levante

col rimanente dell'argento, dopo francato l'obbligo del quarto. Sì le

nuove che le antiche monete dovevano avere la lega e la bontà usata

fino allora e andare al taglio di lire 31 per marca, ed in modo che

104 soldi valessero un ducato, aggiungendo calde raccomandazioni per

l'esattezza del peso e della fabbricazione. Tale decreto, motivato

dalla invasione di monete forastiere nelle nuove provincie di Brescia

e Bergamo, prescrive che le monete da 1, da 2 e da 8 soldi sieno

spedite in quei territori, conservando i grossi per i commerci

dell'Oriente. È questa la ragione per cui nei ripostigli che si

rinvengono nella terraferma, dove la Repubblica estendeva i suoi

possessi, troviamo più facilmente i grossoni ed i pezzi da 1 e da 2

soldi, mentre i grossi vengono ai raccoglitori dai ritrovamenti fatti

in Oriente.

La seconda parte presa in quel giorno (4) revocava la deliberazione 4

gennaio 1419 (1420), nella quale si abolivano tutte le restrizioni e

si permetteva di vendere l'argento in qualsiasi luogo ed a qualsiasi

persona, e richiamava in vigore l'antica legge 28 settembre 1374, la

quale ordinava che tutto l'argento condotto a Venezia fosse venduto a

_campanella_ a Rialto.

Nel 1442, 24 maggio (5), quando più grande era il bisogno di denari a

cagione delle guerre, si ordina che ogni marca di argento posta in

zecca debba pagare due grossi per indennizzare le spese per la fusione

e per le altre operazioni. Nel 15 gennaio 1443 (1444) (6) si rinnovano

le prescrizioni per la vendita dell'argento, emanate nel 1429,

minacciando, a quelli che contravvenissero, la perdita del metallo, da

dividersi fra i denunciatori ed il Comune. Con decreto del 23 gennaio

dello stesso anno (7) il Senato porta il taglio della moneta a 34 lire

per marca, con nuova e sensibile diminuzione, determinando che si

stampino soldi, e non grossoni né altre monete: la quale disposizione,

trovata troppo gravosa per i lavoranti della zecca, si modifica nel

giorno dopo, 24 gennaio (8), deliberando che una terza parte sia

ridotta in grossi da 4 soldi, e gli altri due terzi in soldi, ferme le

altre disposizioni. L'aumento del taglio induceva naturalmente i

mercanti a portare in zecca l'antica moneta più pesante, per avere la

nuova e lucrare la differenza; per cui nel 2 febbraio 1443 (1444) (9),

ottenevano che si abolisse il pagamento dei 2 grossi per marca, in

quanto si trattasse dei grossoni e di altre vecchie monete, e, per

evitare i lamentati ritardi nella consegna delle nuove monete

lavorate, fu accordato che l'argento fosse ridotto metà in soldi, metà

in grossi. Non bastando per questa trasformazione il termine fissato

da prima a tutto aprile, fu prorogato nel 26 giugno (10) fino a tutto

agosto dello stesso anno.

I bisogni delle esauste finanze fecero ricorrere a frequenti emissioni

di monete di bassa lega, le quali davano alla zecca non pochi

guadagni, destinati ad alleviare le spese delle guerre lunghe e

costose. I pezzi di questo genere, abbondantissimi anche oggi, col

nome di Francesco Foscari, sono vari di tipo e di peso, per cui viene

naturale il sospetto che sieno stati creati per località e monetazioni

differenti; ma siccome non hanno alcun segno che chiarisca

l'attribuzione, non si seppe fin'ora trovare una soddisfacente

spiegazione. Su ciò le cronache e le storie sono mute, ond'è

necessario ricorrere ai documenti, che in quest'epoca si susseguono

numerosi e ordinati.

Nei primi anni del dogado del Foscari non havvi alcun cenno di moneta

minuta, per cui è probabile si continuasse la coniazione dei piccoli e

dei tornesi col peso e col titolo usato precedentemente.

Solo nel 22 febbraio 1441 (1442) (11), si trova il primo decreto del

Senato, il quale delibera di diminuire l'intrinseco dei piccoli, che

si battono in zecca per Brescia, Bergamo, Verona e Vicenza, _sub

diversis stampis secundum corsum locorum_, essendo necessario, per la

strettezza della guerra, far denari in tutti i modi onesti. Quasi a

giustificazione si osserva che quelle provincie sono invase da moneta

del ducato di Milano detta _Sesino_, che di sopra è imbianchita, ma

del resto è tutta rame, e, per sostituirla, si ordina che i bagattini

colle stampe usate per _Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza e Venezia_,

contengano una diciottesima parte di argento, invece di un nono come

avevano precedentemente.

Il 24 maggio dello stesso anno 1442 (12) osservando il Senato che,

provveduto per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, nulla sia espresso

per Padova, Treviso ed altre terre, determina che i massari della

moneta d'argento _mittere debeant Paduam, Tarvisium et ad alias terras

nostras a parte terre et in patriam Foro Julii_, i bagattini che

vengono usati in tali siti, fatti colla lega fissata precedentemente,

e stabilisce che i rettori delle provincie debbano in ogni pagamento

dare, per ogni ducato, almeno cinque soldi di tali monetine, e tutti

gli utili sì di questa che della precedente fabbricazione debbano

essere mandati allo Sforza, che comandava le armi veneziane in

Lombardia, per gli stipendi delle truppe. Con decreto dello stesso

giorno (13) s'incaricano i governatori delle entrate di riscuotere

dalle provincie l'equivalente dei piccoli spediti e di rifondete alla

zecca il capitale esborsato, destinando l'utile alle spese di guerra.

Questi provvedimenti confermano che la stessa lega era adoperata per

le diverse monetine, che con tipi variati si usavano nelle provincie:

bisogna dunque ricercare nel solo peso a quali lire corrispondano i

denari coniati in quell'epoca. A Padova ed a Treviso erasi sempre

adoperata la stessa lira che a Venezia, e quindi i piccoli o denari

veneziani avevano corso tutti quei territori, nei quali era anche

comune la tradizione della forma concava o scifata. Infatti, tra gli

esemplari che si conservano nei medaglieri, alcuni sono di buon

aspetto ed hanno la consueta quantità d'argento, altri invece sono

neri e di lavorazione negletta. I primi sono quelli coniati avanti il

decreto, gli altri colla nuova lega più scadente, ma tutti hanno lo

stesso peso, che supera di poco i quattro grani e non raggiunge i 4 e

mezzo. A Verona e Vicenza correva invece la lira veronese, la quale,

come fu detto precedentemente, valeva un terzo più della veneziana, e

quindi per quelle provincie si continuavano a coniare i denari colla

croce a lunghe braccia, che divide a due a due le lettere

dell'iscrizione, simili a quelli per la prima volta coniati da Michele

Steno, che pesano scarsi 6 grani. I territori di Brescia e della

Lombardia veneziana usavano la lira imperiale, doppia della veneziana,

come rilevasi anche da un documento poc'anzi riferito, e quindi ad

essi deve attribuirsi quel _piccolo_ assai comune, che da un lato ha

il leone accosciato senza iscrizione e dall'altro, fra le braccia

della croce, le lettere "F F D V", il cui peso, abbastanza variabile

fra pezzo e pezzo ha però una media di 8 grani e mezzo. È questa la

prima volta che nei documenti veneziani s'incontra la parola

_bagattino_, che invece a Padova è adoperato sino dall'ultimo quarto

del secolo XIII (14) ed a Treviso anche prima, e precisamente nel

decreto 7 settembre 1317, in cui si ordina la coniazione del piccolo

ossia _bagattino_ (15).

Il Pegolotti, riportando i cambi ed i prezzi della piazza di Venezia,

li traduce sempre in lire e soldi di grossi, lire e soldi di piccoli o

denari, ma non nomina mai i bagattini, tranne quando fa il ragguaglio

fra la moneta friulana e la veneziana (capitolo XXXIII), dove parla di

bagattini piccioli di Venezia. In tal modo quell'esattissimo scrittore

di usi commerciali mostra che il bagattino ed il denaro erano bensì

una stessa cosa, ma che il nome di bagattino era adoperato nelle

vicine provincie, non a Venezia.

Anche a Venezia se ne parla per la prima volta quando si tratta di

coniare i piccoli per la terraferma. Senza occuparmi dell'origine di

questa parola né della sua etimologia, osservo solo che in Lombardia

si usa tutt'ora _bagai_ per dinotare un essere singolarmente piccolo,

_bagatti_ per significare un valore minimo, e nel giuoco del tarocco

si chiama _bagatto_ la carta più piccola; le quali voci tutte, hanno

la radice comune con _bagattella_, parola usata in italiano ed in

francese.

Alla data del 18 luglio 1442 (16), e cioè pochi mesi dopo i

provvedimenti relativi alla moneta minuta per le provincie della parte

di terra, troviamo inscritto, nel libro risguardante le faccende del

mare, un decreto del Senato, che ordina la coniazione di _quattrini_ e

_mezzi quattrini_ per Ravenna, secondo la lega ed il modello

presentato dai massari dell'argento, e prescrive al provveditore di

Ravenna di adoperare, in tutti, i pagamenti fatti in quei territori,

tali monete nella misura di un cinque per cento.

Il Lazari nella piccola moneta col nome di Ravenna e coll'immagine di

Sant'Apollinare credette vedere il quattrino coniato in quest'epoca.

Però nelle sue memorie, che conservo manoscritte, egli giustamente si

ricrede, osservando che la fattura di questo pezzo, perfettamente

uguale a quello coniato per Rovigo, li mostra entrambi incisi dalla

stessa mano e battuti nella stessa epoca, che per Rovigo non si può

antecipare dal 1484, seconda occupazione veneziana di quella città.

Aggiungerò che non sarebbe naturale che la zecca di Venezia, soltanto

in questo caso per Ravenna, avesse messo il santo protettore ed il

nome della città, uso introdotto più tardi, e che il volume ed il peso

di tale monetina non permettono di supporre un mezzo quattrino, che

sarebbe riuscito troppo piccolo e troppo leggero. D'altronde la lira

ed il quattrino di Ravenna erano uguali a quelli adoperati nelle città

di Rimini, Pesaro ed altre vicine, ma i quattrini di quel tempo e di

quei luoghi sono più pesanti e stanno fra i 14 ed i 16 grani. Crederei

piuttosto riconoscere il quattrino decretato sotto Francesco Foscari

in quel rarissimo nummo, che ha da un lato la croce ornata e

dall'altro il leone rampante senza ali, colla banderuola fra le zampe

anteriori, il cui peso si avvicina assai a quello dei quattrini

battuti nelle città della Romagna, ed è tale da permettere la

coniazione di un mezzo quattrino di sufficiente volume.

Il quattrino a Ravenna e nelle Romagne valeva due denari piccioli

della lira usata in quelle provincie come dimostra G. A. Zanetti, per

cui il mezzo quattrino era uguale alla duecentoquarantesima parte

della lira. Credo poterlo identificare in quella moneta esistente nel

Museo di San Marco, che Lazari credette un tornese. Siccome più tardi

si sono ritrovati degli esemplari del vero tornese di Francesco

Foscari e di Cristoforo Moro, con la solita croce, non si può

ammettere che la zecca abbia lasciato un tipo antico e popolare, come

quello del tornese, per riprenderlo più tardi. Un esemplare meglio

conservato, che da poco è stato acquistato dalla raccolta Bottacin, mi

fa credere, tanto per l'aspetto quanto per il peso di circa 7 grani,

ch'esso sia il mezzo quattrino desiderato.

Resta ancora da interpretare una singolare monetina assai comune,

avente sul diritto una croce patente col nome del doge e sul rovescio

un leoncino rampante e le sole lettere "S punto M". Essa è tanto

tenue, tanto leggera, che riesce difficile a comprendersi come abbia

potuto essere praticamente adoperata. Ne troviamo la spiegazione in un

decreto dei Pregadi del 21 giugno 1446 (17), che abolisce l'antico

modello dei _piccoli_ ed ordina una nuova stampa, la cui scelta affida

al Collegio, ma colla stessa lega e colla stessa bontà. Lo scopo di

questo cambiamento era quello di liberarsi da molte falsificazioni che

infestavano il paese, e, sebbene non sia espresso, è facile intendere

che si tratta di quei piccoli scodellati, che si coniavano per Venezia

e che avevano corso nel dogado e nei territori vicini di Padova e di

Treviso. Infatti questi denaretti hanno lo stesso intrinseco e lo

stesso peso dei precedenti denari scodellati, sebbene seguano la

tendenza comune delle monete di quest'epoca, e cioè vadano

insensibilmente scapitando nel peso, dacché si cercava di aumentare

quant'era possibile il largo guadagno, che la fabbricazione recava al

pubblico erario, essendo lo stato travagliato da bisogni sempre

crescenti. Così finisce e scompare una delle più antiche monete

veneziane, che era stata la prima base della nostra monetazione; ma il

piccolo nummo chiamato a sostituirla era destinato a breve vita,

perché la sua esiguità conduceva naturalmente ad adoprare il puro

rame, come avvenne più tardi.

Nel 18 dicembre 1453 (18) il Senato ordina alla zecca di coniare colla

massima sollecitudine, per la somma di 20.000 ducati, _quattrini_ da 4

piccoli l'uno, i quali sieno spesi in tutto lo Stato, ad eccezione

della città di Venezia, proibendo però di eccedere quella somma senza

autorizzazione dello stesso Consiglio. Tali quattrini si trovano assai

facilmente anche oggi, ed hanno sul diritto la croce col nome del doge

e sul rovescio un leone rampante senza ali, che tiene nelle zampe

anteriori la spada. Servivano utilmente per avere una comune moneta

nei conteggi delle varie lire adoperate nella terra ferma veneziana,

giacché a Padova ed a Treviso valevano quattro piccoli e con tre pezzi

si aveva il soldo veneziano; a Verona ed a Vicenza il quattrino valeva

tre denari di quella lira e quattro quattrini formavano un soldo

veronese. La comodità di tali monete era tanto apprezzata che la

Comunità di Verona nel 1493 (19), e quella di Vicenza nel 1498 (20)

chiesero al Consiglio dei Dieci di far coniare in zecca quattrini da

tre al marchetto ed oboli da nove al marchetto, per servire alle

minute contrattazioni. A Brescia gli stessi quattrini avevano un

valore doppio del bagattino o denaro locale, per cui si dicevano

_quattrini-duini_, nome che viene adoperato in un decreto del 29

agosto 1458, di cui parleremo più tardi, ed in un contratto conchiuso

in Collegio (19 ottobre 1474) (21) per la vendita di monete fuori

d'uso a certo Antonio Agostini, a cui restava vietato di spenderle,

contratto ove sono specificati i _quattrini duini da Brescia ed i

pizzoli vecchi dal lion, le qual monede non se possino in alchuna

parte del mondo spender_.

Data così soddisfacente spiegazione di pressoché tutte le monete di

bassa lega, che portano il nome di Francesco Foscari, una sola ci

resta da chiarire, ed è quella lavorata accuratamente, che da un lato

reca la testa del Santo Evangelista e dall'altro una croce accantonata

da quattro punti triangolari, la quale esiste anche col nome di Tomaso

Mocenigo, per cui ne ho già parlato nel capitolo che riguarda quel

doge. Sia per l'epoca in cui fu introdotto questo tipo, sia per non

poterlo ad altra regione attribuire, sospettai che questo denaro sia

stato coniato per la provincia del Friuli, conquistata dai veneziani

precisamente ai tempi di Tomaso Mocenigo. Il decreto 24 maggio 1442,

riferito più sopra, ordina che i _Masseri nostri della moneda de

largento mandar debiano a padoa, trevixo e ale altre tere nostre da

parte de tera et in la patria del friul di bagatini, i qual vien spesi

in li diti luogi_. Tale dizione sembra confermare che si coniassero

anche pel Friuli bagattini di una stampa speciale, avendo quella

provincia una monetazione differente da quella usata a Padova ed a

Treviso: altrimenti il decreto avrebbe semplicemente ordinata la

coniazione e la spedizione di un solo tipo di denari, sapendosi che la

stessa lira era adoperata a Venezia, Padova e Treviso, e che alle

monete speciali di Verona e Vicenza, di Brescia e Bergamo, erasi

provveduto coll'altro decreto 22 febbraio 1441 (1442).

Così abbondanti e ripetute emissioni di monete scadenti, il cui pregio

era di gran lunga inferiore al valore ed al ragguaglio colle

principali d'oro e d'argento, recavano non pochi danni al commercio ed

a tutti i cittadini, producendo, fra gli altri inconvenienti, anche

quello di incoraggiare le imitazioni e le falsificazioni. In tale

epoca ai volgari falsificatori, che sono e furono sempre, si

aggiungevano alcuni principi e governi, i quali non avevano scrupolo

di copiare i tipi più conosciuti e più pregiati e di riprodurli con

lievi modificazioni in metallo scadente, ricavando non iscarso

guadagno da tale disonesta operazione. Il ducato ed il grosso

veneziano erano stati copiati in Italia ed in Levante, ma era ben più

facile imitare piccole monetine di fabbricazione molto trascurata,

approfittando della negligenza che si osserva nel pubblico di tutti i

tempi, nelle cose di poco valore. Infatti il Senato si preoccupa dei

piccoli falsi che infestano il paese, ordinando nel 7 maggio 1446 (22)

a tutti i cittadini di presentarli alle autorità, per essere

indennizzati del solo valore del rame, e chi avesse piccoli falsi e

non li denunciasse deve perderli. Visto che gli altri rimedi non sono

sufficienti ad estirpare il male, si decide di cambiare il tipo dei

denari veneziani, come abbiamo raccontato più sopra, prescrivendo a

tutti di portare agli ufficiali della zecca i piccoli della vecchia

forma, per avere in cambio quelli nuovamente coniati (23). Pochi mesi

dopo, 9 settembre 1446, si minacciano pene e multe a chi introduce

monete false nello stato, con proibizione di far grazia, ed il decreto

(24) parla principalmente di soldi e di piccoli. Finalmente nel 15

dicembre 1454 il Senato (25), trovando troppo miti e non adequate alla

colpa le punizioni sino allora comminate, estende anche a quelli, che

portano o fanno portare dall'estero monete false, le pene stabilite

per i falsificatori, che non erano certamente leggere, giacché si

trattava della perdita della mano destra e di tutti due gli occhi,

oltre a multe gravissime, delle quali una parte era devoluta ai

denunciatori.

Collo stesso scopo il Senato (28 agosto 1447) sancisce una legge (26)

secondo la quale gli intagliatori della zecca devono essere cittadini

originari di Venezia, per isfuggire il pericolo che i conî possano

cadere nelle mani dei Signori forestieri, che imitano le monete

veneziane, e poco tempo dopo (29 novembre 1447), essendo vacante il

posto dell'intagliatore delle stampe delle monete d'argento, per la

morte di Gerolamo Sesto, il Collegio prescrive (27) che la elezione

debba farsi assieme dagli ufficiali della moneta dell'argento con

quelli della moneta d'oro, tanto in questo caso, quanto in quello che

mancasse il maestro delle stampe dell'oro.

Indipendentemente dalle falsificazioni, i danni causati da sì grande

copia di moneta inferiore erano tanti e così manifesti, che il Senato

più volte ne fu compreso e sospese la coniazione dell'uno o dell'altro

genere di monetine, quando troppo si era abusato di questo ripiego

finanziario. Ma si tornava a ricorrervi sotto la pressione delle

necessità di una guerra lunga e dispendiosa, sostenuta da truppe di

ventura, che smungeva le finanze dello Stato e le risorse del paese.

Per esempio nel 23 novembre 1443, dopo segnata la pace, sperandosi

tempi più tranquilli, si proibisce la coniazione di piccoli per

Brescia, Padova ed altre terre (28) ma nel 13 marzo 1447, quando più

urgente era il bisogno di denaro, si ordina ai massari dell'argento di

fabbricare tremila marche di piccoli per Brescia, per ricavare 3500

ducati di utilità, che sono destinate agli armamenti (29). Nel 25

settembre 1451 si sospende nuovamente la fabbricazione di piccoli per

Brescia (30), e nel 12 novembre successivo (31) si ordina alla zecca

di far uscire in qualsiasi modo i piccoli di Brescia già pronti e che

non si possono spedire costà per la proibizione fatta, consegnando il

ricavato all'arsenale per provviste di guerra, ma nel 29 dicembre

dello stesso anno si delibera la coniazione di 7000 ducati di _piccoli

da Brescia_, non ostante tutti gli ordini contrari (32). Nel 18

settembre 1453 il Senato proibisce agli ufficiali della zecca di

coniare _piccoli da Venezia_ (33) sotto pena di 200 ducati di multa da

infliggersi dagli Avogadori del Comune: tre giorni dopo, questo

provvedimento viene sospeso per ordine della Signoria (34) finché sia

completata la somma di 18,000 lire di tali denari decretata nel 22

agosto precedente (35), il cui ricavato doveva essere consegnato

all'arsenale per l'armamento di cinquanta galere.

Giunte le cose a questo punto, vi si ingerisce il Maggior Consiglio,

il quale in una legge del 16 marzo 1456 (36) osserva che nel tempo

della guerra, e per le necessità delle terre e per le molte spese,

furono ordinati e coniati nella zecca quattrini e piccoli di varia

sorte, e si sono continuati a coniare anche dopo la pace, ed ora sono

talmente moltiplicati che nella terraferma sembra che non vi sia altra

moneta se non di rame, e comincia ad esserne infestata anche la città,

ciò che è causa di questioni, di confusioni e di altri gravi

inconvenienti. Per cui proibisce agli ufficiali della zecca di coniare

quattrini o piccoli senza il permesso dello stesso Maggior Consiglio,

minacciando la privazione dell'ufficio, pene pecuniarie e personali,

agli ufficiali ed agli stampatori che contravvenissero a questi

ordini.

Nel 20 febbraio successivo 1456 (1457) (37), essendovi circa 2500

marche di rame legato coll'argento giacente in zecca con danno del

Comune, il Maggior Consiglio ordina di fabbricare quattrini con quella

pasta e di adoperare in preparativi di guerra la utilità risultante,

calcolata in 1500 ducati, e ciò solo per la materia esistente e non

più, rimanendo ferme le disposizioni e le pene stabilite dal

precedente decreto.

Con sifatti provvedimenti si chiude questo periodo importante della

storia numismatica veneziana. Per lungo tempo non si coniarono più

dalla nostra zecca monete di bassa lega, se non nella quantità

strettamente necessaria ai bisogni.

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Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 Con disegni di C. Kunz · 第 212 / 324 题