Capta

Cum inquirendus sit omnis bonus modus qui inducat utilitatem

communi et destrum merchatoribus navigantibus et conversantibus in

partibus Romanie, et modus monete infrascripte verisimiliter

redundare debeat, si fiat, in utilitatem tam communis quam

dictorum merchatorum;

Vadit pars, quod fiat una moneta de eo argento quo fiunt mezanini

et in eamet stampa qua fiebant soldini, que vadat ad soldos XXXVI

pro marcha, et valeat quilibet denarius dicte monete parvos XII.

Et quod omnes mercatores qui volent ponere argentum in Zecha pro

faciendo fieri de dicta moneta debeant habere a communi, seu ab

officialibus deputatis ad monetam, soldos XII grossos VI

proqualibet marcha argenti quam posuerint in zecha. Et sculpiri

debeat in ipsa moneta prima sillaba nominis massarii.

De parte 26" (16).

Dalla lettura di questo interessante documento si rileva che lo scopo

principale della deliberazione era quello di recare vantaggio ai

traffici colla Romania, dove pare che avesse trovato favore anche

l'antico soldino. Ciò è pure dimostrato da una proposta trascritta

nello stesso foglio, in seguito alla parte qui sopra riportata: in

essa Andrea Gabriel chiedeva si coniassero soldini dell'antica bontà e

dell'antico modello per comodo dei naviganti e commercianti in

Romania. La proposta non fu accolta per ragioni facili ad indovinarsi,

ma mostra quali erano i desideri ed i bisogni delle classi

interessate.

La deliberazione notata ordina che il nuovo soldino abbia bensì lo

stesso disegno dell'antico, ma la bontà del mezzanino, e che porti

scolpita nel campo la lettera iniziale del nome del massaro. Il valore

della moneta è determinato in 12 piccoli, e se ne devono trarre da una

marca soldi 36; mentre l'erario è tenuto a pagare 12 e mezzo soldi di

grosso al mercante che porta l'argento in zecca.

Non vi è bisogno di discutere il valore delle nuove monete fissato

dalla legge in 12 piccoli; esse devono rappresentare il soldo della

lira di piccoli e sono perciò chiamate _soldini_ ed anche _dodesini_.

Invece è necessaria qualche illustrazione alle altre cifre; perché non

si capisce a prima giunta di che specie sieno quei 36 soldi che si

devono ottenere da una marca: sono troppi per appartenere alla lira di

grossi, e pochi, ma molto pochi, per essere della lira di piccoli. La

frase che segue _. . .et valeat quilibet denarius dicte monete. . ._

dà la chiave dell'enigma; perché, se viene chiamato denaro una unità

di tale moneta, è evidente che soldo vuol dire l'agglomerazione di 12

pezzi; quindi da una marca si devono cavare 12 volte 36, e cioè 432

pezzi, il che corrisponde esattamente al peso del soldino di questo

tempo. Anche il prezzo di 12 e mezzo soldi di grossi pagati

dall'erario pubblico ai portatori dell'argento merita qualche breve

osservazione, perché da una marca di argento fino, secondo il

capitolare antico dei Massari alla moneta, si dovevano ottenere grossi

109 e mezzo o 109 e un terzo, i quali non fanno che soldi 9 e denari 1

e mezzo od un terzo di grossi. Ciò vuol dire che il grosso era già in

questo tempo, e pochi anni prima del presente decreto, elevato al

valore di 48 piccoli, e che il computo dei soldi si faceva non sopra i

grossi effettivi, che erano di uguale bontà e peso degli antichi, ma

sui piccoli, dei quali 32 si valutavano per un grosso nominale.

Infatti soldi 12 e mezzo sono 150 grossi ideali inferiori agli

esistenti, e la differenza fra questo prezzo e quello ricavato

effettivamente dalla coniazione è evidentemente il compenso delle

spese e l'utile della fabbricazione. Le memorie di zecca, sebbene

sotto una data soltanto approssimativamente vera, ricordano il nuovo

ragguaglio che rimase definitivo e tradizionale, perché anche oggi,

nell'uso del nostro popolo, il grosso equivale a 4 soldi veneti.

Tanto il nuovo _mezzanino_ che il nuovo _soldino_ di ottimo argento

sono incisi e coniati con molta cura e diligenza ed hanno una

perfezione di forma rotonda affatto sconosciuta fino allora. Il Sanuto

ricorda che un cerchio posto nel contorno faceva tosto conoscere se le

monete avessero subìto quella tosatura o stronzatura, di cui si

lagnano non pochi documenti del tempo: e vediamo per la prima volta

sostituiti gli antichi punti o segni dalle iniziali dei massari, per

mezzo delle quali si possono rilevare gli anni della battitura, quando

non sono interrotti gli elenchi di quei magistrati, che ci furono

tramandati dagli antichi registri, di cui mancano alcuni volumi.

Per completare la storia numismatica di questo periodo è necessario

parlare di altra nuova moneta coniata dai veneziani per comodo del

commercio e dei loro possessi orientali: è il _tornese_, che, poco

conosciuto dagli studiosi del secolo scorso, fu degnamente illustrato

da Cumano e da Lazari dopo un fortunato rinvenimento seguìto in Morea

nel 1849.

Le monete francesi, e principalmente quelle di Tours, erano divenute

assai popolari in Levante durante le crociate, e gli avventurosi

cavalieri che si erano impadroniti dell'Acaja, di quasi tutto il

Peloponeso e di altre provincie vicine, avevano introdotti negli

effimeri principati, conquistati con poveri mezzi, ma con molto

ardire, una moneta che imitava perfettamente il denaro tornese, avendo

da un lato la croce e dall'altro il celebre ed emblematico castello

che si vede sulle monete di Tours. Attorno al castello si leggono i

nomi delle principali signorie franche della Grecia come Tebe, Damala,

Lepanto, Corfù, Tino, Scio ecc., ma la officina più antica e più

importante fra esse era certamente quella di Chiarenza, capitale

politica ed amministrativa del principato di Acaja, fondato da

Goffredo di Villehardouin, che divenne sotto i suoi successori una

città prosperosa, residenza di una corte feudale celebre per la sua

magnificenza. Della antica grandezza oggi non rimane, presso l'umile

villaggio, cui fu tolto perfino il nome, che una torre diroccata e le

rovine del Castello Tornese, dove senza dubbio era piantata la zecca,

da cui uscivano abbondantissimi quei denari, che nei secoli XIII e XIV

ebbero rinomata diffusione in tutto l'Oriente.

Torna opportuno, a proposito dell'origine del tornese levantino,

riprodurre le parole con cui Marino Sanuto, nella _Istoria del Regno

di Romania_ (17), racconta il viaggio di Guglielmo di Villehardouin a

Cipro per fare omaggio a San Luigi re di Francia, che si recava in

Palestina nell'inverno 1249:

"Intendendo il principe Guglielmo che il Re passava in persona,

volse andar egli a passarvi con circa 24 tra gallere e navilj e

con 400 boni cavalli passò al Re. E dicendo egli al Re: Signor Sir

tu sei maggior signor di me e puoi condur gente dove vuoi e quanta

vuoi senza denari: io non posso far così. Il Re gli fece gratia

ch'el potesse battere torneselli della lega del Re mettendo in una

libbra tre onze e mezza d'argento".

Senza occuparci di quanto possa esservi di vero nella leggenda o

tradizione ricordata dal celebre diarista veneziano, l'epoca ivi

segnata concorda colle monete, non sembrando che il tornese sia stato

coniato in Acaja se non dopo il 1250.

Altre notizie importanti delle monete che correvano in quei paesi

possiamo rilevare dal diligentissimo Pegolotti, il quale dedica a

Chiarenza il capitolo XIII, ove dice:

"In Chiarenza e per tutta la Morea vanno a perpero sterlini 20, e

gli sterlini non vi si vendono, né vi si veggiono, ma spendonvisi

torneselli piccioli che sono di lega oncie due e mezza d'argento

fine per libbra, ed entrane per libbra soldi 33 denari 4 a conto e

ogni denari 4 de' detti tornesi piccioli si contano per uno

sterlino; e gli tre sterlini un grosso viniziano di zecca di

Vinegia e gli 7 grossi un pipero (iperpero). . . La moneta di

Chiarenza. . . chiamasi tornesella picciola" (18).

Da questo paragrafo importante si rileva che il tornesello era la sola

moneta reale coniata nel paese e la vera base del sistema monetario,

che 4 torneselli formavano uno _sterlino_, moneta meramente ideale, e

che 20 sterlini formavano un _iperpero_, il quale doveva essere una

moneta di conto, che aveva il valore di un bisante di Costantinopoli,

o forse lo stesso bisante degli imperatori greci, il quale continuava

ad essere in corso in tutti i paesi che avevano fatto parte

dell'antico impero.

I veneziani, che dopo la conquista di Costantinopoli avevano ottenuto

il predominio commerciale e monetario in Oriente, si trovarono

danneggiati nei loro interessi dalla introduzione del denaro tornese,

che soddisfaceva al bisogno di moneta spicciola. Di questa

preoccupazione si scorgono le traccie nei lagni espressi in parecchi

documenti della prima metà del secolo XIV, non solo per le imitazioni

di monete veneziane, ma anche per le nuove monete introdotte dai

principi di Romania.

Dopo di avere provveduto ad una migliore sistemazione della moneta

piccola di argento fino, colla emissione dei nuovi _mezzanini_ e dei

nuovi _soldini_, il Senato, o la Quarantìa, pensarono che sarebbe

tornato vantaggioso al Comune di fabbricare anche delle monetine di

poco valore sul tipo del tornesello dell'Acaja; fabbricazione alla

quale si mirava forse fino dal giorno in cui si pensò di aprire una

officina in Corone o Modone, ma che non fu posta in esecuzione se non

negli ultimi anni del principato di Andrea Dandolo, quando le

circostanze erano più favorevoli per le guerre e l'anarchia che

desolavano il Peloponeso.

I _torneselli_ veneziani somigliano a quelli di Chiarenza nel peso,

nella forma ed anche nella lega, alquanto inferiore a quella indicata

dal Pegolotti. Sul diritto hanno la croce patente col nome del

principe; ma, invece del castello da cui traggono il nome, portano il

Leone di San Marco per la prima volta colle ali, accosciato in quella

forma che dal nostro popolo fu detta leone in molleca, ed in termine

di zecca leone in soldo, colla leggenda espressiva "V E X I L I F E R

spazio V E N E T I A R V M".

Sebbene non si conosca la legge con cui fu ordinata la coniazione del

_tornese_, possiamo essere certi che nella zecca di Venezia e non

altrove essa fu cominciata dopo la metà del secolo XIV. Ne abbiamo la

prova in una istanza del 20 giugno 1354 (19) di Giovanni intagliatore

"che da cinque anni lavora ad incidere i conî secondo gli ordini

ricevuti, ed ora è occupato da mattina a sera per i tornesi che in

questo momento si fanno in zecca".

In breve tempo il tornese incontrò tanto favore e se ne coniò tale

quantità, che uno dei massari fu detto massaro ai torneselli, perché

destinato a sorvegliare quella fabbricazione, e così pure troviamo

nominati uno scriba _ad tornesellos_ ed un pesatore _ad tornesellos_.

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Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 Con disegni di C. Kunz · 第 154 / 324 题