DOGE DI VENEZIA.

1280-1289.

Dopo che Jacopo Contarini ebbe deposto il potere, i voti degli

elettori si raccolsero su Giovanni Dandolo, di antica ed illustre

prosapia. Egli fece la pace cogli Anconetani, ma continuò la guerra

contro Trieste e le città insorte dell'Istria, sostenute dal Patriarca

di Aquileja, guerra dapprima sfortunata, ma in fine coronata d'esito

felice, con l'occupazione di Trieste e delle altre città. Erasi

stretto un trattato con Carlo d'Angiò e con Filippo di Francia per la

conquista di Costantinopoli, ma i vespri siciliani fecero abortire la

spedizione progettata, ed anzi non avendo i veneziani lasciato bandire

la crociata contro Pietro d'Aragona, il Pontefice li colpì di

scomunica. Venezia in quel tempo, oltre ai danni della guerra e

dell'interdetto, ebbe a soffrire carestia, inondazione, terremoto e

pestilenza, ma tutte queste disgrazie non impedirono che fosse

migliorata l'amministrazione interna e curato l'abbellimento della

città.

Il principato di Giovanni Dandolo, sotto l'aspetto numismatico, è

sopratutto famoso per la istituzione del ducato d'oro. Prima però di

trattare di questo importante argomento, conviene soffermarsi un poco

su due _parti_ del Maggior Consiglio, che riguardano le monete

d'argento già esistenti, del seguente tenore:

"Millesimo, ducentesimo, octuagesimo secundo. Indictione decima.

Die XXVIII Maij. Pars fuit capta quod denarius grossus debeat dari

a modo ad parvos pro denariis XXXII et quilibet debeat ipsum

recipere pro denariis XXXII ad parvos de omnibus rebus que current

ab hodierna die in antea, tam de illis rebus que sunt modo in

terra, quam de illis que de cetero intrabunt in terram" (1).

"Millesimo, ducentesimo LXXXII. die VI octubris. Capta fuit pars

quod denarii parvi debeant fieri secundum scriptum massariorum. Et

si illis vel aliis aliquod melioramentum videbitur fiat; et ipsi

teneantur facere. Scriptum autem massariorum est istud. Videtur

nobis quod in unziis VI et dimidia minus uno grosso de pondere de

rame, et unza una et dimidia et grosso uno de peso de argento de

grosso sumat totum marcham unam et fiant denarii qui vadant soldos

VIII et denarios II per unziam qui sumabunt libras III et soldos V

et denarios IIII pro marcha. Et sic ibant alii novi qui fuerunt

batuti; et taliter fieri possint denarii parvi stando in capitali

Commune nichil inde perdendo. Et isti denarii erunt deteriores

quam primi fuerunt sol. V et denar. II ad grossos pro marcha" (2).

Il primo di questi decreti ordina che il _grosso_ debba essere dato

per 32 _piccoli_, e che per tal prezzo sia ricevuto _a modo ad

parvos_. Che cosa sia la valutazione _ad grossos_ e quella _ad

parvos_, sarà argomento di studio successivo: basti per ora sapere che

il valore del _grosso_ era così portato a 32 _piccoli_ e che questo

ragguaglio si usava nelle contrattazioni di tutti i giorni, dove è

necessaria la moneta effettiva.

Il secondo documento fa sapere che la zecca non poteva utilmente

continuare la battitura dei _piccoli_ collo stesso intrinseco di

prima. Era questa una conseguenza naturale della precedente

deliberazione 28 maggio, perché dandosi 32 invece di 28 _piccoli_ per

_grosso_, se questi avessero contenuto la stessa quantità di metallo

nobile, l'erario avrebbe risentito una perdita rilevante. Infatti il

decreto del 6 ottobre più sopra riportato, ne diminuisce il fino ed il

peso. Esso stabilisce che la lega dei nuovi denari sia composta di

3702 grani veneti di rame, e di 906 grani veneti d'argento per marca,

e cioè meno di un quinto di fino, mentre quelli precedentemente

coniati ne avevano circa un quarto, come risulta da un assaggio

istituito sopra un _piccolo_ di Lorenzo Tiepolo. Di più da ogni marca

della nuova composizione dovevasi ricavare 3 lire, 5 soldi e 2 denari

e cioè 784 pezzi, mentre lo stesso documento osserva che tale ricavo è

superiore a quello avuto precedentemente di soldi 5 e denari 2 per

marca. Senza riportare qui tutto il conteggio, si possono riassumere i

dati in questo modo: i _denari_ di Enrico Dandolo pesavano oltre 6

grani veneti, e contenevano approssimativamente grani veneti 1,56

d'argento; quelli di Lorenzo Tiepolo pesavano meno di sei grani ed

avevano di fino circa grani veneti 1,40, mentre quelli fatti secondo

il decreto 6 ottobre non avevano che grani veneti 5,877 di peso, e

1,155 di fino.

Abbiamo dunque tre qualità di _denari_ che corrispondono alle diverse

epoche ed alle differenti proporzioni fra il _grosso_ ed il _piccolo_,

e cioè quando il _grosso_ valeva 26 _piccoli_, quando ne valeva 28 e

quando 32; non era dunque il _grosso_ che avesse aumentato il suo

valore, ma bensì il _denaro_ che andava perdendo del suo pregio

intrinseco.

Oltre a questa indispensabile e naturale diminuzione conviene notarne

un'altra, anch'essa assai rimarchevole; che cioè mentre i _piccoli_

dell'epoca più antica, esaminati colla bilancia col crogiuolo,

contengono tanto argento che corrisponde esattamente a quanto si trova

nei _grossi_, quelli delle epoche posteriori hanno una quantità di

fino notevolmente minore di quella che dovrebbero avere, anche tenuto

conto della mutata proporzione fra le due monete. Infatti 26 _piccoli_

di Enrico Dandolo a grani veneti 1,56 di fino, contengono più di 40

grani veneti d'argento puro, mentre 28 _piccoli_ di Lorenzo Tiepolo

non vi arrivano, e 32 _piccoli_ di Giovanni Dandolo, secondo il

decreto 6 ottobre 1282, a grani veneti 1,155, fanno grani veneti

36,960 ed e grani veneti 1,121, come fu stabilito più tardi, soltanto

35,872. Ciò vuol dire che anticamente, esistendo il solo denaro, era

desso il termine di confronto per il valore delle cose e la base della

monetazione, mentre dopo l'istituzione del _grosso_, questa nuova

moneta rimasta sempre costante nel peso e nell'intrinseco, diventava

la misura del valore commerciale ed il piccolo era ridotto ad una

moneta spicciola di importanza secondaria.

Questa condizione di cose andò peggiorando sempre più, e già nell'11

dicembre 1289, una deliberazione della Quarantìa, che si trova nel

capitolare dei massari della moneta, affida agli ufficiali della

moneta grossa la coniazione della moneta minuta. Nei paragrafi 80, 81

ed 82 sono raccolte le disposizioni relative alla fabbricazione dei

_piccoli_, nelle quali il fino è bensì migliorato di 6 grani per

marca, ma è aumentato il ricavo tenendolo fra lire 3, soldi 5 e mezzo

e lire 3, soldi 10 per marca, con una media di 813 pezzi per marca, e

cioè un lieve miglioramento di lega, ma una maggiore diminuzione di

peso, per cui il denaro fabbricato secondo questa norma dovrebbe

pesare grani veneti 5,667 ed avere di fino 1,121.

Veniamo ora al ducato d'oro, istituito con una legge del Maggior

Consiglio, che giova riprodurre integralmente, sebbene da lungo tempo

pubblicata e conosciuta da tutti gli studiosi:

"1284 die ultimo octubris. Capta fuit pars quod debeat laborari

moneta auri communis videlicet LXVII pro marcha auri tam bona et

fina per aurum vel melior ut est florenus accipiendo aurum pro

illo precio quod possit dari moneta pro decem et octo _grossis_ et

fiat cum illa stampa que videbitur domino duci et consiliariis et

capitibus de quadraginta et cum illis melioramentis que eis

videbuntur, et si consilium est contra sit revocatum quantum in

hoc: pars de XL et erant XXVIIII de quadraginta congregati ex

quibus voluerunt, hanc partem XXII et septem fuerunt non sinceri

et nullus de non" (3).

Dopo la grande riforma della monetazione fatta da Carlo Magno,

l'Europa non aveva quasi più specie d'oro, tranne quelle che erano

rimaste in circolazione dei tempi longobardi e del basso impero, e

quelle che si coniavano nei paesi occupati dagli Arabi. Federico II

per il primo fece stampare (1231) l'_Augustale_, moneta che, per il

metallo e per il conio, ricorda i bei tempi dell'impero romano; poscia

nel 1252 Firenze decretò il _fiorino_, che imitato da altre città

italiane, si diffuse in tutti i paesi Commerciali del mondo, e la

moneta d'oro di Firenze e di Venezia, conservandosi per lungo corso

d'anni sempre uguale di peso e di bontà, divenne una specie di moneta

universale in un tempo, in cui non erano popolari le scienze

economiche, ma una buona e savia pratica non era ignota ai

commercianti accorti ed intraprendenti. L'importanza del fatto non

isfuggì nemmeno allora e ne fanno menzione tutti i cronisti e storici

contemporanei, anzi Marino Sanuto nelle sue vite dei Dogi (4) riporta

un'iscrizione posta per ricordare il grande avvenimento.

Come risulta dalla lettura del documento, lo scopo del decreto 31

ottobre 1284, era quello di creare una moneta di oro fino buona quanto

e più del forino fiorentino. Così fu fatto, perché nel ducato si

adoperò l'oro più puro che si potesse avere coi mezzi chimici di

allora; gli assaggi moderni provano il titolo 0,997, per cui si può

calcolare che l'oro migliore del medio evo avesse per lo meno tre

millesimi d'impurità.

Per il tipo e per il conio il Maggior Consiglio si rimette al parere

del doge, dei consiglieri e dei capi della Quarantìa, i quali

adempirono l'incarico con tutta coscienza e con buon risultato,

riproducendo sulle nuove monete le stesse figure e lo stesso concetto

che era diventato tradizionale del grosso, ma l'arte veneziana aveva

fatto grandi progressi negli ultimi ottant'anni e si era liberata

dalle pastoje della scuola bizantina, per cui il conio di questa

moneta è superiore a tutti i contemporanei, e mostra che gli artefici

della zecca di Venezia erano in un epoca remota, arrivati a notevole

altezza nel gusto e nella finitezza del disegno. In luogo delle due

figure tozze e stecchite di un'arte imbarbarita, vediamo sul diritto

del nuovo ducato, il Santo protettore vestito di ampio paludamento, il

quale offre il patrio stendardo al doge inginocchiato che riverente lo

prende colla destra. Il principe ha sul capo la berretta ducale di

forma antica con cerchio di gemme e la cuffia o camauro allacciato

sotto il mento. La testa e gli ornamenti sono finamente lavorati, il

manto ornato di pelliccia cade artisticamente sul corpo; solo le gambe

del doge genuflesso hanno una certa piegatura alquanto primitiva, che

mostra l'infanzia dell'arte, ma non è priva di grazia e di ingenuità.

Sul rovescio il Redentore non ha più il seggiolone, sul quale siamo

soliti vederlo seduto in tutte le manifestazioni più importanti

dell'arte e del culto bizantino, ma ritto in piedi, abbandona le forme

abituali per prendere un ampio vestito drappeggiato con buon gusto.

Non ostante queste mutazioni, dal libro che tiene nella mano sinistra,

dalla destra che benedice, e sopra tutto dal greco nimbo colla croce,

si riconosce, che l'artista ebbe per modello non solo il rovescio del

_grosso_, ma anche la tradizione dell'arte religiosa bizantina e le

successive modificazioni ad essa recate dai primi albori del

rinascimento italiano. La figura del Redentore è chiusa in un aureola

elittica, o per dir meglio composta di due archi di cerchio che si

uniscono a sesto acuto. È questa una concezione poetica ed allegorica

prediletta del medio evo, che si vede nelle antichissime tavole di

soggetto mistico e religioso ed anche in alcuni mosaici che esistevano

nella facciata della chiesa di San Marco, fedelmente riprodotti dal

pennello di Gentile Bellino. Se fossero conservati i disegni di tutti

quelli che nell'interno della basilica furono sostituiti da lavori più

recenti, si avrebbe forse una serie completa, da cui studiare la

graduale trasformazione del pensiero religioso ed artistico. Essa

rappresenta una parte e precisamente un fuso delle sfere celesti, che

sul rovescio del ducato è cosparso di stelle per far comprendere

meglio l'idea dove manca il colore. Questa bella moneta ha molta

rotondità e rilievo ed è superiore a tutte quelle coniate nella stessa

epoca, perfezione che durò pochi anni, essendosi più tardi trascurato

assai il lavoro d'intaglio per la fretta causata dall'abbondantissima

fabbricazione.

Firenze che prima istituì la moneta d'oro, la fece di un peso che

corrispondeva all'ottava parte di un'oncia e di un valore esatto e

perfetto, vale a dire una lira fiorentina di 20 soldi; Venezia che

volle approfittare della diffusione e della celebrità acquistata dal

forino, dovette conservarne il peso e la bontà, decretando che da ogni

marca si tagliassero 67 monete, ognuna delle quali risultava del peso

di grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi. Il ducato all'epoca della

sua creazione (1284) fu valutato 18 _grossi_, con una proporzione fra

l'oro e l'argento di 1 a 10 e sei decimi; più tardi l'argento diminuì

di prezzo grado a grado, e nei primi lustri del secolo XIV, il ducato

fu portato a 24 _grossi_ ed il rapporto fra i due metalli come 1 a 14

circa.

Nel 2 giugno 1285, il Maggior Consiglio (5) ordinava che il ducato

d'oro fosse valutato 40 soldi _ad grossos_. Per comprendere questo

decreto e per avere un'idea del prezzo del _Ducato_, che ha tanta

importanza nella storia del valore, conviene addentrarsi un poco nel

sistema monetario veneziano e studiare le differenti maniere colle

quali si conteggiava nel secolo XIII. Due lire erano usate in quel

tempo a Venezia, entrambe divise in 20 soldi, ed ogni soldo in 12

denari; la sola differenza era il valore del denaro, che nell'una era

il _piccolo_ e nell'altra il _grosso_, per cui si chiamavano: la prima

_lira di denari piccoli_, la seconda _lira di denari grossi_.

La moneta di conto principale e più diffusa fu sempre la lira di

_piccoli_ e durò quanto la Repubblica, dalla fine del X° secolo, in

cui si trovano i più antichi conteggi espressi in denari veneziani

fino alla caduta del governo col quale si era, per così dire

immedesimata. Nel 1806 fu introdotto nel regno d'Italia il sistema

decimale, poi la moneta Austriaca, e finalmente ritornò la italiana,

ma la lira di _piccoli_, ovvero lira _veneta_ non è ancora

completamente scomparsa nel territorio veneto, quale lira di conto. Ho

già parlato di questa lira, della sua origine, del suo valore

intrinseco e della diminuzione subìta dall'epoca di Carlo Magno in cui

fu istituita, fino a quella di Enrico Dandolo. Da questo tempo in poi

una nuova falcidia era avvenuta nella quantità d'argento contenuta in

una lira. Infatti quando fu creato il _grosso_, esso equivaleva a 26

_piccoli_ e per formare una lira di piccoli erano necessari grossi 9 e

sei ventiseiesimi, corrispondenti a grani veneti 388 e 61 centesimi di

argento buonissimo a peggio 40 sistema veneto, che equivale a grammi

20,110 a titolo 965 millesimi, e cioè a circa italiane lire 4,31 della

nostra moneta. Quando si ricominciò a coniare il _piccolo_, ducando

Lorenzo Tiepolo il valore del grosso fu portato a 28 _piccoli_ e nel

1282 a 32 _piccoli_. Nel primo caso occorrevano 8 _grossi_ e 16

ventottesimi a formare una lira, nel secondo bastavano _grossi_ 7 e

mezzo, e siccome il _grosso_ aveva sempre lo stesso titolo e lo stesso

peso, ne viene naturalmente che nella prima epoca, la lira conteneva

grammi 18,024 d'argento puro, quanti circa si trovano in 4 lire

italiane; nella seconda invece 15,771, quanti si trovano in lire 3,50

circa della nostra moneta.

Verso la metà del secolo XIV il _grosso_ fu valutato 4 soldi ossia 48

_piccoli_, più tardi lo stesso _grosso_ peggiorò di peso e di fino,

ciò che equivaleva ad una continua diminuzione di pregio della lira.

Per maggiore chiarezza darò in fine alcune tabelle ove saranno riuniti

i dati di peso e di fino di ogni singola moneta, e così pure il valore

del ducato e le conseguenti variazioni sul metallo contenuto in una

lira nelle differenti epoche; così si avrà sott'occhio lo svolgersi di

questo interessante fenomeno che fu detto volgarmente accrescimento

del forino o ducato, ma, come il Carli (6) giustamente osserva, fu

accrescimento numerario e non reale, perché di quanto crescevano in

numero le lire contenute nel ducato, di tanto diminuivano nel peso, e

peggioravano nell'intrinseco.

L'altra lira di conto adoperata dai veneziani nelle maggiori

valutazioni era la _lira di grossi_ o, per dire più esattamente, la

_lira di danari grossi_. Questa moneta ideale si divideva essa pure in

20 soldi composti di 12 denari, ma ognuno di questi denari era un

_grosso_, per modo che questa lira conteneva 240 _grossi_ invece di

240 _piccoli_. Il rapporto fra la lira di _grossi_ e quella di

_piccoli_, corrispondeva naturalmente alla proporzione fra il _grosso_

ed il _piccolo_: originariamente essa valeva 26 lire di _piccoli_, ma

quando aumentarono i _piccoli_ contenuti in un _grosso_, aumentarono

pure le lire di _piccoli_ che corrispondevano ad una lira di _grossi_.

La _lira di piccoli_ e la _lira di grossi_ erano pure usate a Padova,

Verona, Treviso e nei loro territori, dove le monete veneziane avevano

corso ed erano pregiate al pari di quelle locali, come insegnano il

Brunacci (7) il Dionisi (8) e l'Azzoni Avogadro, (9), e come mostrano

i documenti dell'epoca anteriore alla dominazione veneziana, che si

conservano in quei paesi.

In tutti i documenti riguardanti Venezia e le città del Veneto la lira

di piccoli viene indicata coi nomi di _libra parvorum_, _libra_

_denariorum_, _libra venetorum parvorum_, _libra denariorum venetorum_

(10) e quella di _grossi_, coi nomi di _libra grossorum_, _libra_

_denariorum grossorum_ e _libra denariorum venetorum grossorum_; quando

poi si trova scritto: _lira_, _soldo_ e _denaro_ senza altra

indicazione, si intende la lira di piccoli.

Come fu già detto la lira di grossi ebbe dapprima il valore di 26 lire

di piccoli, ma aumentò mano mano che crescevano i piccoli contenuti

nel grosso, così che la lira di grossi fu portata a 28 lire di

piccoli, quando il grosso ebbe il valore di 28 piccoli. Nel 1282

quando il grosso fu portato a 32 piccoli, la lira di grossi arrivò al

valore di 32 lire di piccoli, che le viene attribuito anche nel

principio del secolo XIV da Marino Sanuto detto Torsello nel _Liber

Secretorum fidelium crucis_, Liber II, Pars IV, Capitolo X, pagina 64,

ove dice:

"Valet enim grossus venetus de argento parvos denarios venetos

XXXII. Ita quod septem grossi cum dimidio XX soldorum parvorum

summam perficiunt et XX soldi grossorum venetorum ad summam XXXII

librarum parvorum ascendunt".

Allorché fu istituito il primo _ducato_ d'oro, col decreto 31 ottobre

1284, esso fu ragguagliato a 18 grossi, ma più tardi crebbe

notevolmente di pregio in confronto dell'argento, sinché un decreto

della Quarantìa del 12 settembre 1328, che si conserva nel Capitolare

dei Signori di notte, confermò tale aumento (11) ordinando che i

ducati dovessero spendersi ed essere ricevuti per 24 grossi. Da questo

ragguaglio ne venne un modo di conteggiare la lira di grossi assai

facile e semplice, che incontrò così grande favore nel pubblico da

resistere a tutte le mutazioni posteriori, di guisa che la lira di

grossi divenne sinonimo di 10 ducati. Difatti, essendo il ducato 24

grossi, corrispondeva a due soldi di grossi e così ogni soldo di

grosso era mezzo ducato e dieci ducati formavano 240 grossi effettivi,

uguali alla lira di grossi, allora quasi universalmente adottata a

Venezia.

Verso la metà del secolo XIV, durante il principato di Andrea Dandolo,

il peso del soldo fu nuovamente diminuito ed il valore del grosso,

elevato a 48 piccoli, ossia 4 soldi. Da ciò due differenti lire di

grossi; una di queste conservava il valore di 32 lire di piccoli, e in

essa il grosso, unità, era diventato convenzionale e di minor peso

dell'effettivo, come in proporzione era diminuito anche il valore

della lira di grossi, perché quelle 32 lire contenevano tanto minor

quantità di metallo, quanto era cresciuto il valore nominale del

grosso.

L'altra lira di grossi si basava sopra l'unità del grosso effettivo e

sopra il valore di dieci ducati per lira, e cioè rimaneva uguale

all'antica lira di grossi nel peso del metallo, tanto in argento,

quanto in oro: ma aveva acquistato il ragguaglio convenzionale di 48

lire di piccoli. In questo secondo modo di conteggio si mantenne la

divisione del grosso in 32 piccoli che naturalmente non si trovavano

in ispecie, ma divennero ideali e di un valore maggiore di quello dei

veri piccoli. Questo modo di conteggiare, che aveva la sua base nel

valore del ducato d'oro, diede origine alla _lira di grossi a oro_, al

_grosso a oro_ ed al _piccolo a oro_, così chiamati per distinguerli

dalle monete dello stesso nome che si usavano nella lira di piccoli e

che erano materialmente in circolazione.

Nei documenti contemporanei abbiamo esempi numerosi dell'una e

dell'altra lira, e le _Memorie di zecca_ ricordano che nell'anno 1408

le _lire di grossi_ valevano _L. 32 et a oro L. 48_.

Ecco adunque una complicazione singolare, due lire di comune origine e

di uguale suddivisione, ma di differente valore, delle quali una ha il

grosso ideale, l'altra ha ideale il piccolo. La minore però ebbe poca

durata, perché le contrattazioni popolari si facevano in valuta di

piccoli e nelle maggiori si preferiva la lira di grossi a oro.

Questa maniera di calcolare la lira di grossi a oro che prese piede

nella seconda metà del secolo XIV, dava un ottimo assetto alla

monetazione veneziana, lasciando uno speciale campo di azione a

ciascuno dei due metalli. La moneta di piccoli aveva la sua base nel

grosso, e più tardi nella lira d'argento, ed era destinata al piccolo

commercio ed alle transazioni giornaliere e di poca importanza, ove

gli inconvenienti della instabilità e del lento ma progressivo

deprezzamento presentavano minori pericoli per la poca entità del

valore, per la grande suddivisione e breve durata delle transazioni.

Invece la lira di grossi, quando abbandonò l'antica base d'argento per

prendere un valore fisso ed immutabile di 10 ducati d'oro, ebbe il

grande pregio di rendere più sicure le operazioni commerciali di

maggiore importanza o di lunga scadenza, i prestiti e le operazioni

finanziarie dello stato, nello stesso tempo che rendeva più facili e

semplici le scritturazioni in quei conti nei quali alla cifra romana

non erasi ancora sostituita l'arabica.

Questo risultato tanto soddisfacente non si ottenne in breve né senza

tentativi che non raggiunsero completamente l'intento. Sino dai primi

tempi si sentì il bisogno di sottrarre le principali contrattazioni

agli inconvenienti, gravissimi nel medio evo, dell'aggio e delle

oscillazioni di valore. A tale scopo furono introdotti due modi di

conteggiare che entrambi avevano per punto di partenza il grosso

effettivo, sola base di valore costante prima del ducato e cioè la

lira di grossi e la lira _ad grossos_, le quali sparirono quando

divenne generale l'uso di valersi della lira di grossi a oro e fu

necessario abolire il grosso diminuito e deprezzato.

Avendo già parlato della lira di grossi è duopo occuparsi della _lira_

_ad grossos_ o per meglio dire di due modi di conteggiare la lira di

piccoli che cominciarono ad usarsi nella seconda metà del secolo XIII.

Il primo e più antico è quello _ad parvos_ sul quale poco resta da

dire, perché è quello che ha per base la moneta effettiva del piccolo

o denaro, e corrisponde al valore effettivo di 240 piccoli come

uscivano dalla zecca. Così il decreto 28 maggio 1282 già citato

stabilisce

"quod denarios grossos debeat dari a modo ad parvos pro denariis

XXXII".

Naturalmente in questo modo la lira diminuiva di valore ogni volta che

i piccoli diminuivano di pregio, così che la lira di piccoli, la quale

al tempo di Enrico Dandolo superava 19 grammi d'argento puro, al tempo

in cui furono soppressi i grossi e coniata la lira Tron, non ne aveva

che 6 e un quarto circa e nel 1797 soltanto 2,352.

Quando incominciarono a fiorire in Italia gli studî storici ed

economici, gli illustri scienziati che piantarono le basi della

numismatica medioevale del nostro paese, si avvidero che a Venezia,

nel secolo XIII esistevano una lira ed un soldo _ad grossos_, che non

potevano confondersi colle lire e coi soldi già conosciuti. Fu

precisamente nel cercare di chiarire il decreto 2 giugno 1282, che

attribuiva al ducato il valore di 40 soldi _ad grossos_, che si

constatò questo fatto. Ma non seppero darne soddisfacente spiegazione,

né quel profondo storico del valore che fu il Conte Carli (12) né

l'Azzoni Avogadro (13) che studiò con amore tale argomento, portando

lumi e documenti nuovi, e nemmeno Guidantonio Zanetti (14) nelle note

sapienti ch'egli soleva aggiungere ai lavori della sua raccolta.

Il Gallicciolli (15) ed altri scrittori, appoggiandosi ad una nota

esistente nelle carte del Savio Cassier e tratta nel 22 marzo 1703 da

Domenico Brusasette da una simile esistente nel Capitolar del

Magistrato Eccellentissimo de' signori _Provveditori sopra ori e

monete in Cecca_, asseriscono che il ducato alla sua origine fu

apprezzato 60 soldi dei piccoli, e quindi che tale somma è pari a 40

soldi _ad grossos_. L'illazione è naturale perché due cose eguali ad

una terza sono eguali fra di loro; ma allora dovrebbero allo stesso

valore corrispondere i 18 grossi fissati nel decreto che ordina la

coniazione del ducato nel 1284. Ora qui incominciano gli imbarazzi,

perché noi sappiamo che il grosso era valutato 32 piccoli e che questo

ragguaglio si conservò per tutto il secolo XIII e fino alla metà del

XIV: moltiplicando 18 per 32 abbiamo 576 e cioè 48 soldi invece di 60

indicati nella nota citata dal Gallicciolli, la quale sebbene

documento autorevole, non può meritare intera fede quando si trova in

contraddizione coi documenti autentici contemporanei e per ciò ritengo

la stessa cosa i 40 soldi _ad grossos_ ed i 18 grossi (ossia 48 soldi

di piccoli) scritti nei decreti che si trovano nel registro originale

del Maggior Consiglio che porta il nome _Luna_.

Eliminato questo errore di fatto, osservo che il decreto 2 giugno 1285

non fa menzione del primitivo valore di 18 grossi, attribuito al

ducato, ma si esprime così:

"quod ducatus aureus debeat currere in Venetiis et ejus districtus

pro soldis XL _ad grossos_ et omnis persona tam veneta quam

forensis debeat ipsum ducatum auri pro suo pagamento accipere pro

soldis XL _ad grossos_, sub ea pena et banno etc. etc.".

Sembra quindi ch'esso voglia definire un prezzo ed un ragguaglio, sul

quale tutti non eran d'accordo, ma che si riferiva ad un conteggio

speciale, quale era la lira _ad grossos_. Troviamo infatti un'altro

decreto del Maggior Consiglio del 16 luglio 1296 (16), nel quale si

ordina ai massari della moneta di dare il ducato non a 39 e mezzo ma a

40 soldi _ad grossos_ e nel 9 marzo 1338 (17) una deliberazione della

Quarantìa, dalla quale risulta che la zecca faceva pagamento dell'oro,

che veniva condotto _dai siti entro_ il golfo, in ragione di 39 e

mezzo soldi per ducato e di quello che veniva _da fuori_ del golfo in

ragione di 39 soldi a grossi. Finalmente nel 24 marzo 1352 (18) si

ordina ai massari di rendere i conti al Comune a 39 soldi per ducato

come si fanno i pagamenti. Anche il Pegolotti (19) afferma che l'oro

messo alla zecca di Venezia era pagato a 39 soldi per ducato, e

Giovanni da Uzzano (20) fa testimonianza che, anche molti anni dopo,

la _Zecca di Vinegia_ rendeva per una marca d'oro ducati 66: 18 di

soldi 39 il ducato. Ciò mostra che il prezzo di 40 soldi a grossi era

un valore di aggio, ossia quello attribuito alla nuova moneta dalla

preferenza commerciale, ma che il valore originario, quello

considerato in zecca come ufficiale era di soli 39 soldi. Infatti 39

soldi sono il valore esatto di 18 grossi al primo originario

ragguaglio di 26 piccoli per grosso, e la lira a grossi altro non è

che la solita lira di piccoli, valutata secondo l'antico peso

d'argento, quando il grosso si divideva in 26 denari, e per poterlo

calcolare dello stesso intrinseco valore, invece di numerare i piccoli

decaduti, si numeravano i grossi rimasti sempre dello stesso peso, e

cioè grossi 9 e sei ventiseiesimi per lira. Da questo fatto di contare

i grossi che componevano la lira, venne il nome di _lira ad grossos_,

come il metodo più volgare di contare i piccoli fu detto _ad parvos_.

La _lira a grossi_ continuò ad essere adoperata dal governo nella sua

contabilità, ed anzi ho dovuto persuadermi che di essa, assieme alla

lira di grossi, si servissero lo stato ed il grande commercio,

lasciando la lira dei piccoli soltanto alle contrattazioni popolari,

per cui quando il valore del ducato raggiunse i 24 grossi, esso

divenne _a grossi 52 soldi_, valutazione che ci viene confermata dal

Pegolotti in diversi capitoli della sua Pratica della Mercatura. Ogni

volta ch'egli parla di moneta veneziana per ragguagliarla alla moneta

degli altri paesi, adopera sempre la lira dei grossi, ovvero quella a

_grossi_ e mai la lira dei piccoli; p. e. si esprime chiarissimamente

sul valore della lira a grossi, quando parla del cambio del _perpero_

in moneta veneziana (21) colle parole:

"e vagliendo in Gostantinopoli il forino, ovvero ducato d'oro

_soldi 2 di grossi_, come si mette a pagamento di mercatanzia di

cambi, e vogliendo cambiare di Gostantinopoli a Vinegia, sì

varrebbe il perpero a denari per denari tanti _soldi a grossi di_

_Vinegia_, _di soldi 52 a grossi di Vinegia_ uno forino d'oro

ovvero ducato, di denari 26 a grossi, il grosso di Vinegia, quanto

etc. etc.".

Una delle stranezze di questa lira _ad grossos_, ch'è pur uno degli

ostacoli a ritrovarne il valore, è il suo ragguaglio colla lira di

grossi. In questo trasporto la lira dei grossi perde un grosso per

lira, e non si può dubitarne, perché lo dice chiaramente un documento

da me trovato nel _Libro d'oro_ (22). In esso si stabilisce che lo

stipendio del Conte di Zara e dei suoi consiglieri debba essere pagato

nella stessa forma, nello stesso modo che si usa nei pagamenti a

Venezia, e cioè 20 soldi di grossi _meno un grosso_ per ogni 26 lire.

Tale differenza è confermata da una ducale (23) del 13 febbraio 1315

(more veneto), la quale stabilisce:

"che lire _CC_ denariorum venec. ad grossos, que valunt ad

denarios_ parvos libras CCXLV soldos duos, denarios octo, secundo_

_morem nostræ patriæ_",

e così pure dagli antichi registri della Procuratia di San Marco (24)

ove la provvisione annua dei Procuratori nel secolo XIII è valutata

200 lire a grossi, che importano ducati 76, grossi 14 e mezzo, che

fanno egualmente a piccoli Lire 245:2:8 (calcolando il ducato a 24

grossi, ed il grosso a 32 piccoli) e più precisamente da un decreto

del Maggior Consiglio del 10 giugno 1254, riportato negli statuti,

dove è scritto che _omnis libra ad grossos valet grossos 9 par. 5_

(25). Io non poteva persuadermi che esistessero lire di 239 e non 240

denari, perché moltiplicando i 9 grossi per 26 si ha 234, che uniti ai

5 fanno 239 piccoli per ogni lira; e rispettivamente 20 soldi meno un

grosso, fanno pure 239 grossi per ogni lira di grossi, ma dovetti

convincermi che si trattava di una moneta ideale, la quale aveva avuto

vita da prima, e che nel ragguaglio erasi formata una consuetudine,

che non corrispondeva all'esatto valore primitivo, ma ad un prezzo

approssimativo e convenzionale accettato da tutti.

Prima di abbandonare il doge Giovanni Dandolo, è necessario ricordare

alcune leggi relative all'ordinamento della Zecca che furono votate

dal Maggior Consiglio durante il suo principato. La prima è del 27

settembre 1283 (26), nella quale si ordina ai massari di fabbricare e

coniare la moneta grossa e la piccola, secondo gli ordini del doge,

assistito dal suo consiglio. Questo decreto è in armonia cogli

articoli 14 e 78 del vecchio Capitolare dei massari alla moneta e

colle consuetudini, giacché in questo primo periodo della zecca

veneta, il Maggior Consiglio si occupava della parte più importante

legislativa, fissando il valore, il peso delle monete, mentre il doge

e la signoria avevano l'ingerenza diretta e l'amministrazione che

esercitavano col mezzo dei massari, cui spettava la sorveglianza e

l'esecuzione degli ordini ricevuti. Un'altra parte è del 14 dicembre

1288 (27), colla quale il supremo consiglio delega i suoi poteri sulla

zecca e sulla moneta al doge, ai consiglieri e al consiglio dei 40,

ordinando che le deliberazioni prese da questo consesso, avessero la

stessa autorità che quelle emesse dal Maggior Consiglio.

I massari della moneta erano in origine tre, ma quando fu istituito il

ducato, se ne aggiunsero due nuovi all'oro, come racconta una

cronachetta di Donato Contarini citata dal Sanuto dove è scritto:

"Nel dicto tempo (1285) fo facto i primi Ofiziali a far far ducati

Ser Zuane Bondimier e Ser Matio de Rainaldo e per èl so bon operar

fo confermado quelo nel 1286".

La nomina di tali magistrati era certamente di spettanza del Maggior

Consiglio, ma un decreto del 21 agosto 1287 (28), stabilisce che la

elezione dei massari all'oro ed alla moneta (29) e degli stimatori

dell'oro, possa esser fatta dal doge unitamente ai consiglieri ed alla

Quarantìa. Più tardi, e precisamente nel 1354, una deliberazione

riportata nel loro Capitolare (30) determina che i massari all'oro

debbano essere nominati ad una mano dal doge, consiglieri e capi, e a

due mani dal Maggior Consiglio.

[Nuova pagina]

Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 Con disegni di C. Kunz · 第 122 / 324 题