NEL PAESE DI FEDERICA.

Quando all’uscire dalla stazione di Basilea la verde pianura

dall’Alsazia si apre ai nostri sguardi, subito l’occhio corre a cercare

a sinistra la molle ondulazione dei Vosgi e dall’altra parte, oltre il

Reno, che luccica tratto tratto in lontananza, una curiosità alimentata

di leggenda e di poesia agreste ci indugia a lungo sulle prime

arborescenze della Foresta Nera.

Il treno si avanza fra prati irrigui e campi a coltivo attraversando

un paesaggio dai contorni morbidi, un po’ incerto di colore in

queste grigie giornate invernali, ma che deve essere in primavera

tutto sorriso d’alberi e di erba fiorita, con trilli di allodole nei

boschetti che appaiono qua e là a interrompere la monotonia della linea

piana.

E via via che si procede Strasburgo sembra venirci incontro col fascino

sentimentale delle sue memorie. Non a caso mi esce dalla penna questo

aggettivo «sentimentale», perchè le belligere avventure della antica

colonia romana conquistata dagli Alemanni e favorita da Carlo Magno,

la città prosperosa che accogliendo nel 1500 la Riforma immortalò

fra le sue mura i nomi di Giacomo Sturm, l’energico difensore delle

libertà protestanti, e di Giovanni Sturm, l’umanista, fino alla guerra

angosciosa dei Trent’anni che la fece cadere in vassallaggio dei re di

Francia, sono ormai troppo lontane da noi per farci battere il cuore e

meglio ci seduce ciò che sappiamo di Strasburgo durante i due secoli

precedenti la Rivoluzione per lo sviluppo grandissimo che vi ebbe la

sua Università e per i personaggi che la attraversarono, sopra i quali

domina sovrano il genio di Goethe.

Esiste ancora quell’albergo dello _Spirito_ dove il giovane studente

venuto a Strasburgo per compiervi gli studi di legge discese appena

arrivato? Io lo cercai subito e lo trovai lungo la riva dell’Ill; ma

l’albergo non c’è più e solo la modesta casa segna in una targhetta il

nome dell’illustre ospite. In un’altra contrada, all’antico mercato

del pesce, altra targhetta su altra casa. Qui Goethe trovò stabile e

piacevole alloggio. Ora vi è aperto un negozio di camicie a un marco

e mezzo e di grembiuli a ottantacinque pfennige. Ma la fantasia non si

scoraggia.

Nelle belle, ampie, allegre vie di Strasburgo (forse le medesime

progettate fin dal tempo di Goethe), sopra gli innumerevoli ponti

dove si vedono anche oggi svolazzare i farfalloni neri che adornano

il capo di qualche alsaziana fedele alla tradizione, nei cantucci

remoti dove le acque gorgoglianti dell’Ill, divise in duplice ramo,

formano rinsacchi pittoreschi, presso le vecchie sostruzioni di puro

stile tedesco, la casa Kammerzel, il Rabenhof, il Planzbad, l’ombra

del grande poeta è con noi e ci tornano insistentemente alla memoria

le parole che egli pensava dall’alto della Cattedrale gettando il suo

primo sguardo sulla città e sulle amene campagne che la circondano.

«Un simile sguardo in un paese a noi perfettamente nuovo e nel quale

dobbiamo fermarci per un certo tempo ha qualche cosa di speciale, di

misterioso e di piacevole; tutto si presenta ai nostri occhi come una

carta bianca sulla quale nulla ancora sta scritto. Questa carta ancora

non porta il ricordo di piaceri o di sofferenze; lo spazio vivace e

svariato per noi è tuttora muto; amore e passione ancora non hanno

segnato questo o quel punto. Eppure il cuore già prova un presentimento

di quanto sta per avvenire, una inquietudine si sparge in tutto il

nostro essere. Che ci attendano gioie, che ci attendano dolori, essi

avranno più o meno il carattere del paese in cui ci troviamo.» Dove eri

allora, o Federica?

È con trepido passo che mi accosto io pure alla Cattedrale, trovandola

ammirevole nei particolari ma non totalmente soddisfacente nella linea

d’insieme, che mi pare manchi di slancio e di eleganza; se pure non

si vuole dedurre dalla sua forma il significato mistico di una mano

ripiegata coll’indice rivolto al cielo. Salgo i trecento scalini che

guidano alla spianata superiore, arrestandomi a decifrare i geroglifici

di una pietra fissata nel muro e vi leggo a mezza voce, lentamente, il

nome di Goethe con una cotal mia aria melensa propria dei momenti di

concentrazione, quand’ecco sbucar fuori un signore lungo e magro, il

quale, con cipiglio di pedagogo che sorprende Crapotti o Massinelli in

fallo, mi scaraventa contro in una gamma crescente di indignazione: —

Goethe?... ma è un poeta! Un grande poeta!!! Un poeta tedesco!!! — Mi

sprofondo in ringraziamenti.

I primi mesi trascorsi da Goethe a Strasburgo in piacevoli distrazioni,

studi geniali e simpatiche amicizie, ricevettero l’impressione di un

avvenimento che mise sottosopra la città e fece interrompere i corsi

universitari. Fu il passaggio di Maria Antonietta che si recava a

Parigi per sposare il Delfino. Bella, distinta, imponente, graziosa, la

giovanissima fidanzata apparve in una carrozza di vetro all’ammirazione

del popolo e Goethe che era accorso a visitare il padiglione ove ella

veniva accolta doveva provare una dolorosa commozione e un senso di

raccapriccio nel vedere che il più splendido arazzo scelto per decorare

la sala principale raffigurava la truce istoria di Giasone, Medea e

Creusa. «Come! — esclamò ad alta voce senza curarsi dei commenti della

folla. — È permesso di presentare alla futura regina, sotto pretesto di

festeggiarla, l’esempio del più sciagurato matrimonio che sia mai stato

conchiuso?» Per calmarlo i suoi compagni lo assicurarono che non tutti

stanno a meditare sul significato dei quadri, che per loro conto non

avevano sentito nulla e che certamente nè la popolazione di Strasburgo

nè la gaia fidanzata non avrebbero avuto sì bizzarri pensieri.

Il ricordo di Maria Antonietta risorge ancora più che mai romantico e

sentimentale dinanzi al palazzo elegantemente barocco che fu la dimora

episcopale di quattro cardinali di Rohan poichè l’ultimo di essi,

Luigi, preso da folle amore per la sovrana, doveva poi essere travolto

nella oscura macchinazione detta della Collana della regina, che gli

costò fortuna, onore e vita.

Di un’altra storia d’amore collegata alla storia di Francia, resa

popolare da romanzi e da commedie ci risovviene nel coro della chiesa

di S. Tommaso, dinanzi al monumento di Maurizio di Sassonia, opera

pregevolissima dello scultore Pigalle, il quale ebbe un’idea originale

e suggestiva rappresentando il maresciallo che discende intrepido nella

tomba di cui la Morte tiene sollevato il coperchio, mentre una donna in

lagrime tenta di trattenerlo invano. Questa donna deve rappresentare

la Francia, ma è così seducente che il pensiero corre ad Adriana

Lecouvreur....

Fra tante memorie della nazione che per due secoli signoreggiò

l’Alsazia vien fatto di domandarci: Ma questa Alsazia, infine, è

francese o è tedesca? Certo la Francia non è passata invano fra

questo popolo; qualche cosa della gentilezza latina vi si è infiltrata

plasmando la pesantezza del tipo tedesco in una forma di grazia e di

leggiadria che si ritrova dovunque, che dà brio e movimento a tutta la

vita della città, collegata forse alle sue origini prime di colonia

romana. Tuttavia sui muri delle sue chiese e delle sue case, nelle

pagine più ardenti delle sue tradizioni, forse nel segreto della

maggior parte dei cuori, l’Alsazia è tedesca. La guerra del settanta

ha chiusa la parentesi. I strasburghesi di oggi parlano esclusivamente

il tedesco, i nomi delle vie e le insegne dei negozi sono in lingua

tedesca; appena qualche albergo e qualche farmacia porta sotto alla

scritta tedesca un’umile traduzione francese: _Pharmacie de la Vierge —

du Cigne — de la Rose_.

A questo proposito interrogai molte persone, chiedendo loro se

preferivano dirsi francesi o tedeschi. Le risposte furono, a dir

vero, ambigue. Temevano di compromettersi? Una vecchia che vendeva

spagnolette abbrustolite sulla piazza di S. Tommaso e che per ragioni

di età, aveva balbettato le prime parole in francese, mi rispose: _Que

dojs-je vous dire? On travail’ait avant, on travaille après._ Le feci

osservare che ella parlava bene il francese: _Dame! Quand j’allais à

l’ecole on payait un sou d’amende pour chaque mot allemand._ Credo che

ora avvenga il contrario.

Le statue di Gutenberg, di Kleber, di Goethe, altre ancora, popolano i

giardini della città. Io penso a colei che non si vede.

*

Era l’ora del tempo e la dolce stagione quando Wolfango Goethe

allegro studente e bellimbusto ebbe il capriccio di travestirsi con

poveri panni antiquati per accompagnare un amico in visita presso una

simpatica famiglia di campagna, il Pastore della chiesa protestante

di Sesenheim che aveva moglie e due figlie. Il travestimento era un

po’ la mania del secolo. Io non so se al giorno d’oggi un giovinotto

ricco, elegante, colto troverebbe gusto a presentarsi in una casa,

prima ridicolmente camuffato con abiti fuori d’uso, poi nelle spoglie

domenicali di un garzone d’osteria. Aveva ragione chi disse che i nati

dopo la rivoluzione francese non sanno che cosa voglia dire la gioia di

vivere.

Questa gioia il futuro autore dell’amarissimo _Faust_ la gustò appieno

recandosi da Strasburgo a Drusenheim e di là a Sesenheim, a cavallo,

in una giornata splendente di sole, lungo i sentieri che fiancheggiano

il Reno, ebbro dei sogni indecisi eppure così dolci di una sana

giovinezza.

Trovò una casa decrepita ma pittoresca tanto da ricordargli le tele

dei maestri olandesi. «Tutto era silenzio; non vi era anima viva nè

nel villaggio nè nel cortile». Solo il Pastore stava nel suo studio

e accolse gentilmente i visitatori scusandosi di doverli ricevere

in una abitazione prossima alla rovina e mostrò loro i progetti per

la fabbrica di una nuova casa. Intanto erano rientrate la madre e la

sorella maggiore. — E Federica? Dov’è Federica? — chiesero tutti. — Non

datevi pensiero — rispose il padre — ella verrà.

«In questo momento si aprì la porta e comparve la fanciulla. Era come

una stella splendente sorta sul cielo della campagna. Le due sorelle

vestivano alla tedesca e questo costume andava bene sopratutto a

Federica. La sottana era bianca e lasciava scorgere i più graziosi

piedini che si possano vedere; il busto era stretto e bianco; nero

il grembiule. Camminava con passo leggerissimo come non sentisse il

proprio peso, eppure le lunghe treccie bionde che scendevano dalla

testa graziosa parevano pesanti per il collo gracile. Aveva gli occhi

azzurri, lo sguardo chiaro, il naso piccolo ed alquanto rialzato;

muoveva la testa con vivacità come se al mondo non vi fossero nè

crucci, nè rammarichi; al suo braccio pendeva il cappello di paglia.

Così io ebbi il piacere di vederla al primo momento in tutta la sua

grazia e gentilezza.»

Su questa delicata visione che rassomiglia a un pastello dii Greuze,

l’amore si iniziò rapidamente. Una passeggiata nel bosco al lume della

luna, un incontro fortuito e delizioso sulla collina, tutto lo slancio

di due temperamenti sensibili, tutta l’attrazione dell’età e della

bellezza compirono l’incanto. Le visite a Sesenheim si moltiplicarono.

Goethe potè scrivere ancora:

«Vi sono donne che piacciono sopratutto in una stanza ed altre che

suscitano la nostra simpatia fuori di casa, in mezzo alla natura

libera. Federica apparteneva a queste ultime. L’essenza del suo

carattere, le stesse sue forme parevano sempre più belle quando

camminava sopra un alto sentiero; le grazie della sua persona e del

suo contegno sembrava allora facessero a gara colla terra coperta di

fiori e il suo viso sereno sfidava la limpidezza del cielo. Ma questa

piacevole atmosfera di cui era circondata ella la introduceva anche in

casa. Il contegno di Federica in società faceva nascere il benessere;

simile a un buon genio si portava di qua e di là a mitigare le

asprezze, a colmare ogni vuoto, sempre con quel suo passo leggero che

pareva volasse. A lato di Federica io mi sentivo infinitamente felice.

Ero loquace, brioso, spiritoso, un po’ impertinente. Lo stesso avveniva

per Federica: era franca, allegra, espansiva, gentile. Pareva che

ambedue non vivessimo che per la società, mentre non vivevamo che l’uno

per l’altra.»

Intorno ai due innamorati non vi era ombra di sospetto. Ognuno si

fidava alla purezza di sentimento della fanciulla, all’onestà del

giovane; e poi non era nelle abitudini del tempo e del paese la

sorveglianza di simili cose. I sentieri di Sesenheim, le isolette del

Reno, Hagenau, Philippsburg, tutta la bella campagna in giro raccolse

l’eco di quella innocente e ardente felicità. Ma fino a quando?

Lo spirito irrequieto e la intelligente curiosità di Goethe che

sempre lo spingevano a nuove investigazioni, lo distrassero alla fine

dall’idillio amoroso. Altre gite, altri paesi, altre compagnie, studi

e piaceri nuovi assorbirono la sua attività. Ascoltiamo ancora una

confessione che è preziosa quanto istruttiva: «Mi abbandonai tanto più

volentieri a questi divertimenti giacchè la mia passione per Federica

cominciava ad inquietarmi. Una passione come questa che nasce e vive

senza scopo ben determinato assomiglia ad una bomba lanciata di notte

che sale in curva lucente e si confonde quasi colle stelle e pare

persino fermarvisi, ma che poi scende e fa strage ove cade. Federica

era rimasta la stessa. Non rifletteva o non voleva riflettere al fatto

che la sua relazione con me un giorno o l’altro doveva finire.»

Quale indifferenza in queste parole! Il genio freddo e lucido del poeta

trova la felice metafora della bomba lanciata in alto che si confonde

quasi colle stelle e pare persino fermarvisi, ma poichè cadendo la

strage non avviene nel suo cuore, che importa? Indirettamente fa una

colpa a Federica di essere tanto costante. Perchè non cambiava anche

lei?

«Diradai le mie visite; l’assenza mi fece proprio libero e il mio amore

per la cara fanciulla si sviluppò nella conversazione scritta, poichè

la nostra corrispondenza non era altro. In tali momenti potevo fare a

meno di pensare all’avvenire; l’andamento della mia vita mi distraeva

molto rendendomi possibile una attività svariatissima che dedicava il

mio interesse a tutte le questioni del momento.»

Eccolo ben lontano da Federica, ed ecco l’ultima scena. Occupatissimo

a rifare sul disegno originale il campanile della cattedrale di

Strasburgo alla vigilia della partenza definitiva da quella città, si

ricorda della fanciulla: «In mezzo a tanto trambusto non potei far

a meno di rivedere ancora una volta la mia Federica. Furono giorni

penosi. Quando dal cavallo le diedi la mano per l’ultima volta ella

aveva le lagrime agli occhi ed anch’io mi sentivo assai male. Tornando

verso Drusenheim fui preso da uno dei più strani presentimenti. Non

cogli occhi del corpo, ma cogli occhi della mente vidi me stesso —

vestito con un abito che non avevo mai portato, di color grigio e

oro, a cavallo — venirmi incontro per la medesima strada. Quando mi

scossi dal mio stupore la visione era sparita; ma è strano il fatto

che dopo nove anni, vestito per caso con un abito grigio e oro, mi

trovai su questa via allo scopo di rivedere Federica. Comunque sieno

queste ed altre cose simili, fatto sta che quella visione in quel

momento contribuì molto a tranquillarmi e a mitigare il dolore di

dover abbandonare per sempre la bella Alsazia con tutto ciò che vi

avevo acquistato. Uscito dalla confusione della separazione mi trovai

abbastanza calmo e feci un viaggio tranquillo ed allegro.»

Davvero non si potrebbe essere più olimpicamente impudenti nella

confessione del proprio egoismo. Nel momento in cui ella piange egli

vede _se stesso_ e ciò lo consola subito. Quell’abito grigio e oro

gli stava bene senza dubbio e gli permette di continuare il viaggio

tranquillo non solo ma anche allegro.

Va il poeta incontro ad altri amori e non si chiede neppure un istante

in quale stato lascia il cuore della dolce Federica. Lui attende la

gloria, lui una vita esuberante, intensa, colma di ogni dono; e quando

nove anni dopo (vestito di grigio e oro) la curiosità lo spinge a

ripassare pei verdi sentieri alsaziani e a rivedere Federica, egli la

ritrova come l’ha lasciata nella vecchia casa cadente, dolce, tenera,

rassegnata all’oblio, con qualche piccola ruga forse sotto gli occhi

che sapevano il pianto, forse con qualche prematuro capello bianco

nelle bionde treccie... Ed è lei che votandosi al celibato pronuncerà

senza un rimprovero per colui che l’ha lasciata la frase semplice e

sublime: «La fanciulla amata da Goethe non deve darsi a un altro uomo.»

No, nessuno degli amori di Goethe fu circondato da una poesia così

pura, nessuna delle donne da lui amate regge al confronto di Federica;

e ci prende un malinconico rimpianto nel non ritrovare il suo nome fra

le pagine dell’Immortale, mentre la ragazza che gli versava il vino a

Francoforte rivive in Margherita e perfino alla placida Carlotta egli

eresse un monumento sulla tomba del giovane Werther.

Quante volte mi venne il desiderio, nei pochi giorni di sosta a

Strasburgo, di fare una corsa a Sesenheim! Ma perchè sarei andata?

Neppure una pietra deve essere rimasta della casa del Pastore già

cadente un secolo fa, neppure la memoria del luogo; e non certamente

l’albero dove Federica soleva riposare, non sui sentieri gli stessi

fiori che ella coglieva percorrendoli col suo passo leggero che

sembrava volasse. Altrove, altrove o Federica è la tua memoria! Io la

cerco dall’alto della Cattedrale spingendo lo sguardo sulla pianura che

dalla molle ondulazione dei Vosgi si stende verso il Reno e si perde

all’orizzonte in un velo di nebbia. Più lontano, più lontano ancora,

sovra i monti, al di là del fiume, negli spazi sconfinati, dovunque

palpiteranno giovani cuori femminilmente amorosi e anime fatte per

comprendere la bellezza di un sentimento che tutto si dona senza nulla

chiedere in ricambio, là vivrà eternamente Federica.

Profili, impressioni e ricordi · 第 46 / 53 题