Tutte le volte che si parla di Parigi la mente è abituata a immaginare
subito una città di delizie dedita esclusivamente al lusso ed ai
piaceri. È forse partendo da questo preconcetto divenuto oramai un
luogo comune, e per l’orrore dei luoghi comuni, che io fui invece
subito e sempre colpita dagli aspetti deliziosamente provinciali,
adorabilmente ingenui, di questa terribile moderna Babilonia.
Certo non anderò a cercare la provincia in Rue de la Paix nè
l’ingenuità alle Folies Marigny. Io vado più in là. Io cedo tutta
la riva destra ai _boulevardiers_ di professione, agli stranieri che
piombano su Parigi come d’estate i mosconi sulla carne scoperta, avidi
di sensazioni acute e di curiosità proibite, alle signore eleganti, ai
giovinotti dal portafoglio ricolmo, ai vecchi _marcheurs_, agli omnibus
sgangherati, ai cocchieri insolenti, ai marciapiedi sudici, agli
_encombrements_ che vi impediscono di camminare, ecc. ecc.
Quando penso a Parigi, io ripasso la Senna invariabilmente perchè
delle città al pari che degli uomini ricerco il cuore e il cuore di
Parigi batte nella vecchia isola di Saint Louis e di Enrico IV, laggiù
dove le torri di Notre Dame come vigili candelabri eretti al cielo
sembrano tenere alta sopra le attuali miserie la fede che i nostri
padri bagnarono nel loro sangue. E dalla piccola isola toccando la riva
sinistra, non senza volgere uno sguardo alla guglia quasi spirituale
della Sainte-Chapelle, entro in quel quartiere latino dove le anime
solitarie e pensose anderanno sempre a cercare le loro migliori
sensazioni.
Quanti nomi! Quanti secoli di storia! Non era l’antica Lutezia
che una meschinissima borgata e sulla collina dove ora sorge il
Pantheon pascolavano le pecore, quando una fanciulla dall’angelico
profilo e dagli occhi pieni di sogno stendeva le piccole mani per
trattenere l’invasione degli Unni. La nascente Parigi aveva già la sua
protettrice: Santa Genovieffa!
Chi vuole conoscere in poco più di venti minuti il passaggio da un
mondo all’altro deve prendere in piazza della Maddalena il venerabile
omnibus del Pantheon, mediante il quale, dopo di aver gustato per
pochi istanti la risurrezione degli antichi viaggi in diligenza, si
trova a mille miglia dal _boulevard des Italiens_ e dalla _Avenue de
l’Opera_. Ecco il ponte sul quale in una oscura notte di novembre pochi
fedeli amici passarono accompagnando il cadavere dell’attrice Adriana
Lecouvreur che una legge del tempo proibiva di seppellire in terreno
sacro. Ecco il Lussemburgo, palazzo e giardini, dove ogni pietra narra
una storia. Ecco la Sorbonne, ecco l’architettura arcaica di Cluny
sotto le cui ombre meravigliose giuocano i bambini del popolo, ecco i
Licei famosi dai quali uscirono i più grandi scrittori della Francia,
ecco la via Soufflot tutta piena di libri, ecco la mole imponente
del Pantheon e accanto, meno vasta ma più pregiata dai buongustai,
la chiesa antichissima di _Saint Étienne aux Monts_ dove si conserva
l’arca di Santa Genovieffa, dove una elegante transenna fiancheggiata
da due scale aeree richiama le belle opere del nostro Rinascimento.
In questo quartiere dedicato allo studio ed agli studenti invece
dei negozi di novità non si vedono che quaderni, matite, cartelle,
dizionari, e in fatto di eleganza alcune botteghe di camicie fatte
e di cravatte a buon mercato; ma quanta giovinezza vera, quanta
forza, quanto soffio di idee e di speranze nove batte l’ali in questo
cantuccio trascurato di Parigi e nei piccoli giardini di queste case
dove gli uccelletti si arrischiano ancora a sospendere i loro nidi,
dove c’è un silenzio di orto di curato e dei sedili vuoti che la
fantasia popola a suo piacere.
E non erano queste le strade percorse da Mimì Pinson?... Ohimè,
Mimì Pinson è morta senza discendenti. Abbiamo ora le studentesse,
purtroppo! Mimì Pinson non cercava altro che l’amore, le studentesse
lo cercano pure, ma complicato di filosofia e di questione sociale.
Chi sa che cos’hanno, povere donne in quelle loro teste arruffate! Si
vedono, verso sera, passare in giri fitti, rapidi e convergenti proprio
come rondoni, finchè vanno a dar di capo in una delle innumerevoli
_tavernes_ del _boulevard Saint Michel_, dove tra il fumo delle
sigarette e gli _chop_ di birra (quando sono in fondi) gli studenti
d’ambo i sessi incrociano sguardi e discussioni infiammate. A guardarli
dalla finestra è una sfilata di cappelli originalissimi, d’ogni
colore, forma e dimensione, perchè pare che nella scelta del cappello
gli studenti sogliano mettere una affermazione di principii. Quelli
delle studentesse poi si distinguono per certe penne spennacchiate
che percuotono loro le spalle facendo pensare a scopinetti, a fronde
d’albero, a batti panni, a code bizzarre di animali ignoti, a tutto
insomma fuorchè ad un ornamento femminile.
Più tardi, quando la mole del Pantheon non appare che nelle forme
incerte di un gigante accovacciato e l’infelice _Pensatore_ che Rodin
immaginò certo in un giorno di cattiva digestione, uno di quei giorni
fatali che capitano anche agli uomini grandi, dorme sul suo equivoco
sedile, ripassano a coppie... lente, silenziose, la mano stretta nella
mano... e le stelle brillano in alto indulgenti e serene.[2]
È in una soffitta del _quai St. Michel_ che Giorgio Sand, abbattendosi
su Parigi all’inizio del suo volo di procellaria, andò a cercare il
primo rifugio: ben lontana allora dal sospettare che in una aiuola
del giardino del Lussemburgo i tardi nepoti verrebbero ansiosi a
contemplarne la nobile sembianza scolpita nel marmo, fra un popolo di
regine troneggianti in mezzo agli alti alberi che videro passare Maria
dei Medici.
E tutto intorno a queste memorie una bonomia di vita semplice, di
mattinate operose e insieme tranquille, lungo i marciapiedi solitari
percorsi appena da qualche borghesuccia che va per le sue provviste o
dai professori nel loro incesso dignitoso avviati a sparire negli ampi
portoni dei Licei e delle Università; di meriggi sereni in cui sfilano
lunghe schiere di alunni attraversando vie quasi deserte e negozietti
sulle soglie dei quali le donne in camiciola bianca vengono a prendere
il fresco sedute sulle loro seggioline di paglia, come a Codogno, a
Gorgonzola, oppure (parlando a fiorentini) a Prato ed a Signa.
Tipico in questo quartiere è un alberghetto del quale non dirò il nome,
ma che potrebbe chiamarsi senza anacronismo albergo dei Tre Mori, della
Rosa bianca o delle Armi di Rohan. La sua unica porta è fiancheggiata
da due vasi di semprevivi, modesti sì ma eloquenti emblemi, destinati
forse a mitigare l’effetto che in alcune persone impressionabili
potrebbe fare una esposizione di pompe funebri che si trova proprio
a fianco coi disegni di tutti i _corbillards_: prima, seconda, terza
classe: e dei moduli di partecipazione graduati a tutti i lutti. Non
credo però che i frequentatori di quell’alberghetto se ne siano mai
preoccupati, essendo per la maggior parte studenti, artisti, giovinotti
che fioccano dalla provincia a Parigi per farsi una posizione e che vi
alloggiano più o meno a lungo finchè abbiano trovato qualche cosa di
meglio; ciò che peraltro non deve essere facile perchè in fondo i Tre
Mori o la Rosa bianca o le Armi di Rohan non è che una continuazione
della vita di famiglia, la piccola, umile, serena, intima vita di
famiglia in provincia — e se non è precisamente Nanterre o Perpignan
certo non è ancora Parigi.
Ogni mobile qui è di antica data e non bisogna sofisticare troppo se
le stoffe in qualche posto mostrano l’orditura, poichè ci aspetta la
dolce sorpresa di trovare sul caminetto la stessa pendola che abbiamo
sempre visto in casa della nostra nonna, e appese alle pareti un
gran numero di quelle stampe vecchiotte che formano la delizia dei
collezionisti. Che importa se la luce elettrica vi è un mito, se una
fila di moccoletti attende sulla scansia i relativi proprietari e se le
terraglie di camera appaiono spesso scompagnate?... I letti sono ampi,
morbidi e vi si dormono i più beati sonni dell’innocenza.
A ciò provvede particolarmente un avviso appiccicato sopra il muro «_Il
est defendu de faire entrer quelq’un coucher avec soi._»
Siamo oramai lontani dal tipo di studente errabondo e povero che ispirò
Murger nella «Bohème» e che Étienne Eggis parlando di se stesso ci
descrisse in quella strofa deliziosa di spontaneità.
Je n’avais pour tout bien que ma pipe allemande
Deux volumes du gran Goethe, un pantalon d’été....
Gli studenti che battono alla porta di questo alberghetto (suonare
il campanello quando non si trova nessuno) hanno la loro mamma a casa
che li ha provvisti di abiti per il caldo e per il freddo ed essi non
devono preoccuparsi altro che di passare le classi. Dinanzi a loro,
nell’ampia Parigi, la Parigi vorticosa e turbinosa della riva destra,
danzano a frotte le illusioni adescatrici e perfide. Qui, nel quartier
latino, si sogna e si ama; ma la lotta per la vita è laggiù che li
attende... Essi lo sanno, i giovani, e colgono finchè possono le rose
dei vent’anni. Nella cripta del Pantheon dormono i grandi uomini il
loro sonno immortale, mentre tutto intorno sorgono queste speranze
novelle figgendo gli sguardi nell’avvenire. Forse trovasi fra costoro
il grande uomo futuro?....