Bella Capodistria al sole in un mattino di giugno! Il vaporetto
lasciandosi dietro la bianca e dolente Trieste compie una breve
traversata che riesce anche più breve nella piacevole ammirazione del
paesaggio, serrato dalla verde cintura della riva fra i due azzurri del
cielo e del mare sovra il quale palpitano le caratteristiche vele rosse
come grandi ali spiegate verso l’ardore di un sogno.
E veramente si sogna movendo incontro all’Istria misteriosa, ripetendo
i nomi delle piccole città quasi sconosciute, perchè non si trovano
sulla via dei nostri affari o delle nostre consuetudini, ricordando —
per far tacere il lieve rimorso della nostra trascuratezza — i versi
appassionati di un poeta istriano:
O patria, o lembo del divin paese,
Il sol che ti riscalda, italo, ardente,
L’alma di Dante e di Ferruccio accese;
E l’urne e i templi, il circo, ogni ruina
Consolano di fede il tuo presente
O sorella di Roma....
Ci avviciniamo intanto all’isoletta che sorregge Capodistria, unita
con una larga diga alla terra ferma, chiusa a tergo da un anfiteatro di
colline ubertosissime ricche ancora di quei vigneti sui quali, cessato
l’impero di Roma, la repubblica veneta prelevava per il suo Doge arne
parecchie di squisitissimo vino.
La prima contrada, a chi si avanza con la impazienza della scoperta,
può forse apparire una delusione. A me, una certa monotonia di linee
piatte ed incolori e la solitudine di mortorio fecero correre il
pensiero ad uno di quei silenziosi paesini del Zuidersee — Marken o
Volendam — dove le guide invitano il forestiere per fargli gustare la
sensazione arcaia della antica Olanda.
Questo involontario raffronto, non suggerito da alcun ragionamento, ma
balzato fuori da impressioni fuggitive cui basta una luce od un segno
per ricondurre dai lontani recessi della memoria, mi rese più vivo il
senso di sorpresa e di ammirazione quando svoltato un angolo deserto,
mi trovai dinanzi la nobile facciata del palazzo Taco.
È una specialità dell’Italia quella impronta particolarmente signorile
che la storia e l’arte nostra hanno impressa su certe vecchie dimore
sperdute in piccole città, in piccoli villaggi e che apparendoci
così improvvisamente dentro l’umile cornice rusticana sembra dare una
salutare sferzata al nostro orgoglio di grande razza. Cotali segni,
che io chiamerei il blasone gentilizio di un popolo, si cercherebbero
invano altrove. Lo Zuidersee fuggì subito dal mio pensiero. Dinanzi al
palazzo Taco sentii di calcare il suolo italiano.
Ma questa non era che una preparazione al miracolo della piazza — la
piazza che si chiama _dei Signori_ come quelle di Treviso, di Verona,
di Vicenza, di Spalato, di altre ed altre nostre piazze venete. — È
serrata, la piazza di Capodistria, fra il Duomo, il palazzo del Podestà
e la volta pittoresca di Callegaria sorella gemella di Frezzeria e
di Merceria; e al pari delle case alte, addossate, piene di finestre
fra il gotico e il bizantino; al pari della gente che vi abita; al
pari del dialetto che vi si parla, deliziosamente, profondamente,
straziantemente venete.
Delle antichissime mura romane che in duplice giro vuolsi circondassero
la città si ha tuttora la porta detta della Muda e lo stemma che dalla
primitiva denominazione di Capri (poi mutata in Capo ed estesa a tutta
l’Istria) reca un caprone ritto sulla montagna. Venezia e Roma hanno
fatto ciascuna a Capodistria un dono delle loro civiltà. L’Austria,
attuale dominatrice, vi ha pure edificato qualche cosa: un grande
ergastolo!
Sotto l’arco di Callegaria mi fermai a guardare la lapide murata
intorno alla bocca del Leone — ricordo della Serenissima — ma più
ancora a decifrare al disopra dell’iscrizione latina due brevi parole
scritte in rosso; Viva Oberdan.
— Non si fermi — mi disse rapidamente la mia guida; è meglio che _Essi_
ignorino.
E al vedere la mia meraviglia soggiunse sorridendo:
— Probabilmente non se ne sono accorti. Il momento in cui le
scoprissero le farebbero subito cancellare.
Mi corsero alla mente gli ingenui stratagemmi nostri quando eravamo
sotto il medesimo paterno governo: le passeggiate intenzionali a Porta
Romana; il cappello degli uomini a forma italiana; le pellegrine delle
donne foderate di rosso; le teste di zucca portate in maschera e sulle
quali si picchiava allegramente.
Passava in quel mentre un vecchio signore dall’aspetto imponente e la
persona che mi accompagnava lo salutò col titolo di marchese. Chiesi
chi fosse.
— Oh quello è un bel tipo. Un fervente patriota che si reca tutti i
giorni sul molo per vedere se arrivano le navi italiane. Era fanciullo
quando le vide nel 1859 passare e dileguarsi....
E non è il solo originale del genere. C’è un altro vecchio signore che
dopo aver combattuto per l’indipendenza italiana nel dolore immenso di
vedere spezzato il suo sogno proprio dinanzi all’Istria sbarrò in segno
di lutto il portone della sua casa, vi si rinchiuse in voto perpetuo
e non potendo muoversi diversamente tenne il tavolino da scrivere al
primo piano e il calamaio al secondo, obbligandosi a fare le scale ogni
qual volta gli occorreva di intingere la penna.
Di tali spiriti bizzarri, in cui pare si condensino in salsedine e in
amarezza le lagrime che sdegnano di bagnare il ciglio, vi è dovizia su
questa terra dalla tradizione sarcastica e mordace. Il proprietario di
una barca al quale l’I. R. Governo aveva imposto di cambiare il nome
che suonava _Libertà_ cancellò Libertà e vi sostituì _Come prima_, in
barba al censore che non ne capì nulla. Sono le minute rappresaglie
di un popolo che illude come può il malessere dell’ora presente e il
tormento dell’attesa.
— Ha veduto il nostro Carpaccio?
— Non ancora.
Entriamo in Duomo. L’opera magnifica fiancheggia l’altare maggiore e lo
domina, alta, solenne. Di contro alla parte oscura la nudità luminosa
del giovanetto martire Sebastiano irraggia le tenebre con una luce
d’alba. La commozione dell’opera d’arte mi prende, come già dinanzi
al palazzo Taco, come sotto i merli ghibellini della piazza; ma più
profonda, qui, quasi lancinante nella sensazione improvvisa di un
simbolo....
Mi stacco a fatica dal bellissimo Carpaccio e seguo il mio
accompagnatore per viuzze deserte, lungo muricciuoli di piccoli orti
sopra i quali trasvolano voci di donna cadenzate nella molle pronuncia
veneta. Passiamo davanti al ginnasio; i fanciulli giuocano nel cortile
ed io li guardo attraverso il verde rameggiare del viale che lo precede
con un senso di compassione per quella gaia adolescenza cui attende il
risveglio della coscienza che si troverà senza patria.
A Capodistria c’è anche un museo; un minuscolo museo allogato in un
paio di stanze alle quali si accede su gradini che non posso certo
paragonare alla Scala dei Giganti. Eppure quante volte, da questa
rumorosa città in cui vivo, ripenso il dolce silenzio di Capodistria
e le due stanze dove un’anima sensibile ai ricordi ha saputo riunire
tanti documenti della passata vita istriana e se ne pasce come di un
amore.
Qualcuno ha detto che il più sentimentale dei musei è il museo
Carnavalet di Parigi; questo è certamente vero per il contenente e per
il contenuto di quel palazzo che vide un tempo la grazia serena della
marchesa di Sevigné e che alberga ora accanto al ceffo feroce di Marat
il volto angelico di Carlotta Corday, gli occhi pieni di lagrime di
Maria Antonietta, il ghigno satanico di Voltaire.
Ma in queste due povere stanze dove entra insieme al profumo degli
orti il chioccolare di qualche gallina e la pace dell’orizzonte chiuso
dal mare e l’aria indefinibile di sospensione e di mistero che si
respira in tutte queste terre irredente, anche qui le molle segrete
che governano i sentimenti ci inducono ad una simpatia irresistibile e
pietosa. Nel grigio crepuscolo della servitù che opprime questa gente,
amore di patria e religione di memorie si sono rifugiate fra questi
arredi; quadri, libri, mobili, stoviglie, vesti, da ognuna delle quali
esce una voce meravigliosa per colui che sta qui genuflesso come in
un tempio, sacerdote di un’ara invisibile, custode di un cimitero
glorioso.
Il sole dei campi entra per le nude finestre, batte sulle nude pareti,
sveglia il luccichio di una doratura impallidita, fruga nei ghirigori
complicati di un stipo, si frange sulla vetrina dove stanno a guardare
dalle miniature ingiallite le belle dame contemporanee delle dogaresse.
E tutto intorno è silenzio!.... Non si vede, non si ode nessuno. Guardo
il nobile vecchio sulla cui fronte c’è la luce che emana da ogni vita
interiore e mi pare di comprenderne il significato.
— Lei sta sempre qui?
— Sempre.
— Che esistenza è la sua!!...
Mi fraintese. Credette che volessi compiangerlo, mentre lo ammiravo e
lo invidiavo in quel suo monastico rifugio di un ideale. Rispose con
umiltà:
— Sono felice così.
Alcuni piatti di terraglia paesana sono schierati con particolare
compiacenza in una bacheca, a parte. Portano delle scritte: _W. San
Marco. Serenissima._ Altre ancora che non rammento.
Ad un certo punte credo di legger male. Rileggo. C’è proprio scritto:
_W. l’Italia._
— Ed è permesso?... chiedo con ansia fra trepida e giuliva.
— Oh! sono piatti antichi: Non fanno paura. — risponde.