Come è stato? Così.
Non sono collezionista. Tuttavia, quasi senza accorgermene, venni
a poco a poco radunando un certo numero di ritratti di belle donne,
infinitamente più interessanti, a mio credere, che non le cartoline
e i francobolli. Qualcuna di esse è celebre per la sola bellezza,
qualche altra per nascita cospicua, avventure o singolare ingegno; ma
di tutte interessandomi in special modo la femminilità, senza curarmi
d’altre distinzioni, ho domandato scusa fin dal principio alla nobile
principessa di Lamballe per averla messa insieme alla bella Otero, ed
ella mi perdonò indulgente e benigna qual si conviene a chi nasce da
sangue sabaudo.
Sdegnoso invece è lo sguardo che dall’alto del suo gran collare mi
lancia la marchesa Durazzo nel quadro di Van Dyck e la sua esile manina
di patrizia, stringendo il ventaglio chiuso, m’ha tutta l’aria di
essere pronta a batterlo sul viso dell’impertinente che le mancasse di
rispetto. Terribili queste dame di una repubblica!
Atteggiata in una immobilità che vorrebbe essere severa, anche le
larghe pupille di Bianca Cappello mi guatano sospettose; oh! ma di essa
non mi curo, la conosco troppo bene; questa Draga del rinascimento non
mi ha mai avvinta al suo carro. Quanto è più leggiadro al cospetto il
morbido profilo di Lucrezia Aguiari detta la bastardina, che le ore
segrete rallegrò di un Papa!
Una volta tutte queste Bellezze le tenevo accatastate in una cartella,
ma poi spinta dalla brama di averne tutto il giorno davanti agli occhi
lo squisito godimento estetico, mi feci a disporle lungo una parete
del mio salottino sostenendole alla bene e meglio con qualche spillo.
Non ho potuto però sino ad ora scongiurare il pericolo di vederle
traballare di tanto in tanto e qualcuna cadere... Ahi! crudele destino
delle belle.
Su, su, Beatrice d’Este, state ritta. Allacciate ancora i nastri della
adorabile cuffietta che Leonardo ha immortalata sulle vostre fluenti
anella. Su, su, vago innamorante volto di fanciulla principesca,
il vostro feroce marito è morto; non abbiate più la costante
preoccupazione di dominarlo. Ora non troverete intorno a voi che devoti
ammiratori e cavalieri fidati.
Su, su, Maria Antonietta, povera regina! Non è ancor giunta l’ora
tragica. Eccovi qui elegante e lieta nella veste color di viola che
vi dipinse madama Lebrun con guardinfante, svolazzi e falpalà. Come
è grazioso il vostro volto di bionda sotto il cappello piumato! Su,
tenete ben alta la rosa che sorretta dalle vostre dita regali quasi
paventa di accettare la sfida che le dànno i gigli del vostro seno.
Maestà, i posteri vi contemplano e vi ammirano nel coraggio tranquillo
delle vostre ultime ore.
Chi è questa brava signora seduta con un telaio sui ginocchi la
quale solleva dal trapunto la bellissima faccia e ci guarda con
una espressione sì arguta e misteriosa? Ah! vi riconosco Giovanna
Antonietta Poisson marchesa di Pompadour. Boucher non deve avervi
adulata poichè ben si ritrova nella vostra fisionomia l’attico brio
e l’affascinante arte della parola che tanto aiutarono la vostra
bellezza nella conquista di Luigi XV, e sì atroci tormenti di gelosia
dovevano destare nella duchessa di Chateauroux, la spodestata rivale,
che non temette di schiacciare in un momento di furore i vostri piedini
invadenti per tenervi lontana dal Re. Invano.
E costei dalle opulenti spalle su cui ondeggia semisciolta la bruna
chioma di italiana non è Maria Mancini che per poco non divenne regina
di Francia? Maria Mancini, la quale obbligata a lasciare la Corte per
le imperiose ragioni di Stato lanciò al suo regale amante il celebre
motto: «Mi amate, siete re, ed io parto!» Meravigliosa perfezione di
volto e di forme: ispirato da lei anche l’ingegno mediocre di Mignard
ha rasentato dipingendola il capolavoro. Un giovane Paride di mia
conoscenza le ha già decretato il pomo fra tutte queste belle.
Ma fermiamoci, di grazia, davanti al pastello della contessa Potoscki.
Non la conoscete? Nata principessa Massalsky, maritata principessa di
Ligne, divorziata e rimaritata col brillante conte Potoscki, la sua
vita (pari a quella della coetanea e compatriota contessa Krasinska
trisavola della regina Margherita) fu un lungo e doloroso romanzo
d’amore. Non vi illuda il roseo volto ridente e il nastro cilestrino
che le recinge la cinerea chioma; ella pianse le amare lagrime
dell’abbandono e dopo di avere regnato nel mondo e sui cuori dovevano
le sue ossa sepolte in un cimitero di Parigi — e dimenticate — andare
disperse nella fossa comune. Fu una delle donne più appassionate del
secolo XVII.
Poca passione ci viene, a dir vero, dalla composta bellezza della
Guiccioli, la celebre amica di Byron, quantunque ella ci guardi
con stellanti occhi e le dovizie del seno elegante e puro mostri in
sottilissimo artificio di veli con un sereno impudore di statua. O
pietre di Ravenna ditelo voi se ella amò quanto fu amata!
Tante e tante altre qui sono beltà d’ogni tempo e d’ogni paese, cui
sorrise la vita co’ suoi più dolci miraggi. Impavida sotto il suo
diadema di gemme chi la direbbe una borghese di Aiaccio questa Letizia
Bonaparte che sciogliendo il grembo fecondo sopra un divano posticcio
dava alla luce una famiglia di re? Signora, i miei complimenti.
Improvvisamente mi ricordo di una vecchia stampa ritagliata fuori da
un giornale nientemeno che ai tempi remoti della mia adolescenza:
il ritratto della marchesa di Sévigné. Corro a cercarlo e lo trovo
dopo un lungo lavoro di scavi attraverso montagne di carta. Marchesa
di Sévigné — bel nome sonoro e bel tipo di dama in quel 1600 che fu
chiamato il secolo d’oro della Francia. Ci deve essere a Pitti un suo
ritratto, ed un altro è preposto alle famose _Lettere_ nella edizione
Garnier, ma entrambi lasciano molto a desiderare. Questo invece che ho
davanti è assai piacente. Rappresenta la marchesa nella piena maturità
degli anni, il bel viso aperto e sereno, specchio fedele del suo
temperamento, fra una cornice di riccioli che spartiti in due cascate
le piovono a destra ed a sinistra trattenuti leggiadramente con aereo
intreccio di nastrini; un quadratino di velluto, messo in angolo, le
copre la cervice in omaggio forse ai pregiudizi del tempo che facevano
credere fosse la testa scoperta causa di guasto ai denti. Ma simile
paura non si estendeva certo alle spalle le quali sorgono nude qui come
in tutti gli altri suoi ritratti.
La vita di questa donna rimasta vedova poco più che ventenne, che
non ebbe nè amori nè avventure mai, cui l’unica passione furono i
due figli, principalmente la figlia, forma un certo contrasto nella
galleria di queste Bellezze dove le peccatrici abbondano. È una nota
alta e serena, è un esempio confortante che non voglio lasciarmi
sfuggire.
Presto un cartoncino, un po’ di gomma, per dare consistenza alla
vecchia stampa tanto da poterla mettere nella raccolta. È tardi, quasi
mezzanotte; forse fu per troppa fretta o la carta del giornale era
fradicia, o la colla cattiva, non so; con terrore mi accorgo che il
ritratto si spacca, si scioglie, mi si disfà tra le mani... Marchesa,
marchesa, non fuggite! Ah! qual momento. Le nobili fattezze sono
scomposte, il naso cade sulla bocca, gli occhi si squagliano, sulla
fronte si addensano le rughe... No, no, fermatevi. Rattengo il fiato,
ma la mano mi trema, la carta continua ad assottigliarsi. Non è più un
ritratto che ho davanti, è una caricatura.
E sono stata io, io, a distruggere una memoria che mi era tanto cara,
vecchia come la mia vita, che non potrò rinnovare oh! no, certo. Piena
di rimorso e di tristezza mi chino sul misfatto e sotto al povero
volto, con uno slancio di contrizione, scrivo:
Marquise Sévigné
je vous demande pardon
pour avoir gâté
(ah! le crime sans nom)
votre beau visage!
À cette étourdie
ne soyez point cruelle:
songez, je vous prie,
que vous êtes immortelle
même défigurée.
Versi sbagliati, pessimi, ridicoli, tutto quello che volete. Ma sfogai
così un poco il mio dolore e la bella marchesa dopo secoli di riposo
ricevette ancora il suo ultimo madrigale.