DEL CAVALIERE D’ÉON

(Ancora dei travestimenti del secolo XVIII)

Si sa che il romanzo storico non è più di moda, ma la storia stessa

ci offre talvolta avventure così bizzarre da disgradarne la fantasia

di qualunque romanziere. Tale l’intreccio di casi che io mi farò ora a

narrare sulla scorta di una pubblicazione uscita a Bruxelles nel 1837

documentata da materiali autentici estratti dagli Archivi degli affari

esteri.

Nasceva a Tonnerre, piccola città del dipartimento della Yonne, il 5

ottobre 1728 un bambino che i registri della parrocchia attestarono

figlio del nobile Luigi d’Éon de Beaumont e che fu battezzato coi nomi

di Carlo Genovieffa Luigi Augusto Andrea Timoteo. (Carlo era il nome

del padrino e si capisce che solo per non far torto alla madrina, che

si chiamava Genovieffa, imposero al bimbo fra cinque nomi maschili,

anche questo femminile).

Il bimbo crebbe sano e sbarazzino come tutti gli altri, entrò in

collegio, prese il diploma in ambe le leggi e appena laureato divenne

segretario di un signor Sauvigny amico della sua famiglia e intendente

militare a Parigi. Fu allora che gli si sviluppò la passione delle

armi nelle quali si rese presto celebre, senza pregiudizio delle

lettere, da lui pure coltivate con discreto successo, nè della vita

mondana condotta di pari passo alla scapigliata gioventù del suo tempo

«società variopinta, mosaico ambulante, unione di bene e di male dove

le coscienze erano fatte a pezzi e bocconi e dove ogni uomo portava il

vizio e la virtù cuciti insieme nello stesso vestito».

Non bisogna mai dimenticare l’ambiente quando si vuole studiare un

individuo. Sembra tuttavia che il cavaliere D’Éon conservasse una certa

ingenuità provinciale fra le corruzioni di Parigi. Anche il suo aspetto

era dolce e delicato; aveva lunghi capelli biondi, occhi azzurri, un

piccolo piede, la vita sottile ed il labbro appena adombrato di un velo

d’oro sottile come la peluria di una pesca.

Egli toccava poco più di vent’anni quando una sera, in un crocchio di

gentiluomini e dame della Corte, fu deciso di andare tutti insieme a un

ballo in costume che il re dava a Versailles, e poichè ognuno cercava

il proprio travestimento e D’Éon, imbarazzato, non diceva nulla, venne

proposto a unanimità per quel bel ragazzo biondo l’abito di donna.

C’era presente una graziosa contessa che offerse subito uno de’ suoi.

D’Éon doveva poi confessare nelle sue «Memorie» essere stata quella la

prima donna che gli fece battere il cuore. Ma lo aspettava ben altro

nelle splendide sale della reggia dove trovavansi adunate le ricchezze

e il lusso della Francia intera.

Luigi XV, il cui regno fu dall’arguta malizia del grande Federico

diviso in tre epoche — Gonnella I, Gonnella II, Gonnella III, — si

trovava alla seconda gonnella, la marchesa di Pompadour e, manco a

dirlo, fra due schiere di cortigiani proni la bella favorita incedeva

in quelle sale con sicurezza da regina, sfolgorante di gioielli; mentre

il monarca annoiato, apatico, sembrava guardare con indifferenza lo

svolgersi delle danze, e le beltà in aspettativa ansiose di succedere

alla Pompadour. I suoi sensi spossati, la sua immaginazione intorpidita

gli rendevano sempre più rara la vibrazione del desiderio. Ma a un

tratto il suo sguardo si anima, la sua attenzione segue con curiosità

nuova una bionda giovinetta che gli appare diversa dalle altre, fine

ed energica, delicata e forte, con un mistero inafferrabile diffuso in

tutta la persona, quasi un profumo di fiore esotico, di cosa rara.

Il re chiama il fido Lebel, il triste ministro de’ suoi piaceri, e

gli chiede se conosce quella fanciulla. Lebel non la conosce, ma

allontanatosi pochi minuti per raccogliere informazioni, ritorna

annunciando che è una signorina di provincia venuta alla festa insieme

alla contessa di Rochefort, al duca di Nivernay e al conte Du Barry.

Questo conte Du Barry, che era un pessimo soggetto, apparve al re ed

al suo segretario quale via già pronta e tracciata per giungere alla

colombella. Il piano è subito stabilito. Lebel non durerà molta fatica

a far smarrire la fanciulla in uno dei tanti corridoi del palazzo e il

resto verrebbe da sè.

Un occhio tuttavia più acuto di quello del re, più interessato

a guardare che non quello di Lebel, aveva seguito ogni gesto del

complotto; era l’occhio vigile di madama di Pompadour, sempre aperto,

sempre in sospetto. Poichè tutti quei raggiri le erano ben noti e ben

sapeva dove andavano a finire i conciliaboli del re col suo segretario

e cameriere intimo, non sospetto, ma certezza le scatenò in seno

tutte le furie della gelosia. Da galeotto a marinaro, ideò ella pure,

immediatamente un piano di difesa. Fra i suoi privilegi eravi una

chiave degli appartamenti del re e decise di servirsene subito. Fu

così che quando l’infame Lebel avendo incontrato la fanciulla smarrita

nei labirinti del palazzo la spinse a tradimento nelle camere segrete;

ella, o a meglio dire il cavaliere D’Éon, si trovò di fronte, altera,

corrucciata, furibonda, la marchesa di Pompadour!... Equivoco dei

più buffi, nel quale il giovinotto si trasse di impaccio a tutto suo

profitto, dicesi, placando la collera gelosa della favorita colle prove

più convincenti del granchio preso.

Il raccoglitore di queste «Memorie» si ferma forse con troppa

compiacenza sui particolari di un abboccamento che dovette certo

essere interessante, ma che non ebbe testimoni. I costumi del secolo,

è vero, autorizzano ogni supposizione per quanto ardita. D’altra

parte la tentazione dovette essere forte, gli scrupoli leggieri e

l’occasione oltre ogni dire propizia.... Comunque, quando poco tempo

dopo entrò il re, la marchesa potè accoglierlo con una clamorosa risata

presentandogli non senza sarcasmo sotto le vesti femminili che lo

avevano tratto in inganno il signor cavaliere D’Éon. Sua Maestà prese

lo scherzo in buona parte e per quella volta tutto finì lì. Questa

farsa tuttavia non era che il principio di un lungo dramma.

Poche settimane erano trascorse allorchè il cavaliere D’Éon fu invitato

a presentarsi dal principe di Conti, che egli conosceva già per avere

praticato insieme qualche scorreria sui fianchi del Parnaso, ed al

quale si sentì annunciare a bruciapelo l’intenzione di Luigi XV di

spedirlo in Russia per una missione diplomatica di speciale importanza

che _lui solo_ poteva compiere. Sorpreso, sbigottito, eppure già

vellicato dalle carezze dell’ambizione, il giovinotto fu portato di

nuovo alla presenza del re per avere più ampie e dirette spiegazioni.

Ecco di che si trattava. Prossima alla guerra dei sette anni, la

Francia trovavasi allora in contestazione con quasi tutte le potenze

d’Europa; la Russia stessa, amica dapprima e alleata desideratissima,

si era posta in grande freddezza, freddezza sostenuta da Bestucheff,

cancelliere, senatore e favorito della imperatrice Elisabetta, nemico

giurato dei francesi. Invano i ministri di Luigi XV avevano tentato di

spedire messi a Pietroburgo muniti di autografi del re per la stessa

imperatrice; erano stati tutti respinti al confine. L’ultimo che vi si

era arrischiato giaceva da un anno carico di ferri nella fortezza di

Schlusselbourg.

Stando le cose a questo punto, Luigi XV, che serbava l’impressione

assolutamente ingannatrice del cavaliere D’Éon in femminili spoglie,

aveva concepito l’audace progetto di spedirlo così travestito in

Russia, visto che Bestucheff delle donne non diffidava, e farlo

giungere fino al trono della imperatrice.

La proposta a tutta prima dovette sembrare al cavaliere D’Éon una

poco decorosa mascherata, ma la prigione di Schlusselbourg che si

rizzava minacciosa in fondo alla gaia prospettiva era anche fatta

per solleticare il suo amore di gloria e di combattimento. Accettò.

Siccome una fanciulla a quei tempi non poteva viaggiare sola ed

era prudente fortificare la mina che si voleva introdurre in paese

straniero, fu scovato fuori uno scozzese, un nobile Douglass, persona

fine, intelligente, istruita, che possedeva inoltre sufficienti

cognizioni mineralogiche utilissime a fornire il pretesto di una

escursione scientifica. Lo si incaricò delle osservazioni esterne e

delle esplorazioni politiche, mentre la damigella D’Éon, sua nipote,

doveva introdursi nella reggia e consegnare nelle proprie mani

dell’imperatrice le istruzioni segrete che il re di Francia aveva

scritte di suo pugno sopra diversi fogli di carta sottile, parte

nascosti fra una doppia suola delle sue scarpette, parte nel cartone

del libro da messa.

Sempre per non destare sospetti i due viaggiatori la presero

lunga, percorrendo senza fretta la Germania, frugando negli scavi,

discendendo nelle mine in cerca di terreni primordiali e intermediari,

occupati esclusivamente a cercare campioni di quarzo, di antracite,

di serpentina ecc. Traversando la Sassonia il bravo Douglass non

volle perdere l’occasione di una visita alla famiglia del duca di

Meklemburgo-Strelitz che egli conosceva e nella quale non dispiacevagli

di produrre la finta nipote come ad una prova generale delle di lei

attitudini a rappresentare una signorina dell’alta società; prova che

riuscì al di là del desiderio, perchè la più giovane figlia del duca,

come suole avvenire in quell’età, si accese di una così viva simpatia

per la damigella francese che non volle staccarsi dal suo fianco e

abbracciandola e baciandola la condusse a vedere tutta la casa, tutto

il giardino, e più ancora la sua cameretta.... Sir Douglass sudava

sangue ed acqua. Quando riuscì a strappare la sua sedicente nipote

alle pericolose espansioni della piccola duchessa costei pregò la

damigella francese di recare una lettera (la posta in quel tempo lenta

e mal sicura consigliava spesso tal genere di ambasciate) ad una amica

residente a Pietroburgo «così — soggiunse — ella mi parlerà di voi,

voi le parlerete di me e non ci dimenticheremo». La lettera portava

questo indirizzo: _Alla signorina Nadège Stein, damigella d’onore di

S. M. l’imperatrice di Russia_. Neanche a farlo apposta il destino non

poteva aprire una via più rapida ai due viaggiatori per farli penetrare

proprio là dove essi volevano! Ma, ancora una volta, da un piccolo

avvenimento fortuito dovevano nascere peripezie senza fine.

Intanto che lo scozzese e la sua compagna attraversavano la Prussia,

la Curlandia, la Livonia, diretti a Pietroburgo, a Parigi la scomparsa

del cavaliere D’Éon aveva messo i suoi amici in subbuglio. Il segreto

del travestimento confidato a qualcuno, posto di fronte al contegno

riservato del cavaliere, fece dire, per burla forse o per fare dello

spirito o della malignità, che probabilmente egli era una donna

davvero. Questi i primi germi gettati al vento. Più tardi saranno

raccolti da chi avrà interesse a farlo.

Tutta l’astuzia del piano concepito a Versailles minacciò tuttavia

di cadere al confine del Sacro Impero. La nazionalità scozzese

non fu passaporto sufficiente per Sir Douglass. Respinto, dovette

tornare indietro colla sua raccolta di minerali. La damigella

invece passò incolume coi preziosi autografi nella suola delle

scarpette, si presentò a Nadège e fu da questa condotta alla presenza

dell’imperatrice, alla quale fece intera confessione dello stratagemma

immaginato dal re di Francia per comunicare direttamente colla sovrana

di tutte le Russie.

Qui il cronista si indugia ancora in particolari scabrosi sull’incontro

di Elisabetta e del singolare messaggero. Preferisco lasciarli

indovinare, mentre mi è pur d’uopo raccogliere la nuova tentazione

offerta al cavaliere D’Éon nella appassionata amicizia che anche Nadège

non tardò a tributargli e che divenne, per forza ineluttabile delle

cose, amore ardente. Costretta a ridurre tre volumi nelle proporzioni

di un articolo, non posso dilungarmi su tutte le avventure capitate in

Russia alla falsa zitella e mi affretto alla conclusione. Raggiunto

lo scopo di stabilire buoni rapporti fra Luigi XV ed Elisabetta, il

cavaliere D’Éon tornò a Parigi ma rifece altre due volte il viaggio

a Pietroburgo stringendo sempre più i dolci legami che lo univano a

Nadège. Disgraziatamente l’imperatrice se ne accorge, e il cavaliere

D’Éon, che sa in qual modo si vendica l’orgogliosa sovrana, trema per

la diletta.

L’importante dunque era di lasciare la Russia per sempre, di fame

uscire anche Nadège orfana e senza famiglia e giunti ambedue in Francia

sposarsi. Il cavaliere D’Éon sentiva di dovere questa riparazione

alla specie di inganno che lo aveva fatto entrare nella intimità

della ingenua fanciulla; egli non poteva abbandonarla dopo averle

preso tutto, anche l’onore. Ma la tirannica imperatrice non avrebbe

facilmente dato il permesso di allontanarsi alla sua damigella ed

occorreva dunque ricorrere all’astuzia. Il cavaliere prese a pretesto

la salute per rientrare in Francia, Nadège scrisse alla sua amica Sofia

Carlotta di Meklemburgo-Strelitz che moriva dalla voglia di rivederla

e che volesse fare ella stessa la domanda di un breve congedo alla

imperatrice. Partendo poi separatamente, i due amanti speravano di

avere scongiurato l’uragano imperiale. D’Éon stesso si incaricò di

portare la lettera di Nadège alla piccola duchessa, come già aveva

portato quella della duchessa a Nadège, spinto forse inconsapevolmente

dal desiderio di rivedere la cara fanciulla che lo aveva abbracciato

e baciato così teneramente sotto gli occhi scandalizzati di Sir

Douglass... Purtroppo devo confessare che l’eroe di queste «Memorie»

non è un eroe incorruttibile dinanzi al bel sesso, il lettore se

ne sarà già accorto; ma egli era anche predestinato alle avventure

erotiche le più straordinarie, perchè appena giunto a Strelitz, in

abiti femminili si intende altrimenti non l’avrebbero riconosciuto, si

ammala; Sofia Carlotta vuole curarlo ella stessa, lo cura, lo guarisce,

e poi... insomma se ne innamora.

Infedele colle attenuanti concesse alla sua bizzarra situazione, il

cavaliere D’Éon non dimentica Nadège, l’aspetta anzi. Lasciato il

castello di Strelitz, ripreso l’abito virile, si porta a Versailles

latore di un nuovo patto e di una convenzione marittima ottenuti

dalla imperatrice Elisabetta. Luigi XV lo riceve in udienza privata

e riconoscendo i servigi da lui resi alla Francia gli decreta una

pensione di duemila lire (che non venne mai pagata). Di Nadège,

intanto, nulla. Anche la duchessina di Strelitz scrive che non ne sa

nulla. Inquieto, presago di sventura, D’Éon si informa presso il medico

dell’ambasciata francese a Pietroburgo e dopo alcuni mesi di ansiosa

aspettativa viene a sapere che Nadège non appartiene più alle damigelle

d’onore, non è nemmeno a Pietroburgo, è sparita, e tutte le ricerche in

proposito riuscirono vane.

Qualunque fosse il dolore di D’Éon rimasto nella più crudele incertezza

sulla sorte della sua amica, egli non ebbe tempo di ascoltarlo. Facendo

parte dell’armata dell’alto Reno il campo di battaglia lo aspettava

ed egli vi si gettò con folle ardore. A Hoëxter intraprende con pochi

uomini il trasporto delle polveri rimaste sulla riva destra del Weser

passando e ripassando due volte il fiume sotto il canone dei nemici. A

Ultropp, ferito ripetutamente, carica nondimeno i montanari scozzesi e

li ricaccia fra le balze. A Osterwick con ventiquattro dragoni scelti

si getta improvvisamente sull’avversario e fa prigioniero di guerra

un intero battaglione. Ma una incredibile notizia giunge al campo. Il

giovane re d’Inghilterra Giorgio III sposa una modesta e sconosciuta

principessa, tedesca: Sofia Carlotta di Meklemburgo-Strelitz!

La sorpresa del cavaliere D’Éon fu pari a quella di tutta Europa,

quantunque le sue ragioni potessero essere diverse. Questo matrimonio

almeno consigliò una sosta alla guerra che durava da sette anni

e il cavaliere approfittando dell’armistizio passò in Inghilterra

desideroso di vedere la sua piccola amica ed infermiera colla corona

della Gran Brettagna sul biondo capo. La neo regina, turbata forse

sulle prime dalla inaspettata apparizione, acconsentì a riconoscere il

cavaliere D’Éon e gli fece buon viso; del che egli ne approfittò per

raccomandarle ancora la povera Nadège, argomentando che l’imperatrice

di Russia avrebbe risposto questa volta alla regina d’Inghilterra.

Sofia Carlotta, buona, scrisse; ma invano. D’Éon stava per perdere

qualsiasi speranza e la perdette infatti quando giunse l’annuncio

della morte di Elisabetta e poco dopo una lettera della sua succedanea

Caterina alla regina d’Inghilterra, nella quale, avvertendo di aver

trovato fra le carte della defunta le richieste notizie su Nadège,

annunciava di avere diramato ordini in tutto l’Impero perchè se ne

facessero accurate ricerche, ricerche che erano riuscite assolutamente

infruttuose. Non rimaneva dunque al cavaliere D’Éon che piangere la

morte della disgraziata fanciulla, ciò che egli fece non senza un

secondo pensiero più doloroso ancora e più segreto. Suo figlio era

nato?...

Portando la sua angoscia in fondo al cuore non cessava per altro

di tenersi pronto agli ordini del re e fu lui che, conclusa la pace

definitiva, ebbe incarico di consegnare alla corte di Versailles le

ratifiche del re d’Inghilterra. Luigi XV abbracciando in tale occasione

il cavaliere D’Éon gli conferì la croce di San Luigi nominandolo

ministro plenipotenziario a Londra.

D’Éon doveva avere allora trentacinque o trentasei anni e giunto

così innanzi nel favore del re era ben naturale che suscitasse

invidie e gelosie. Segue infatti a questo punto delle sue «Memorie»

un periodo denso di cabale, di soprusi, di calunnie d’ogni genere,

di ingratitudine d’ogni specie, particolarmente da parte di colui

che egli aveva servito con tanta abnegazione. Luigi XV si mostrò più

che mai debole e vile non osando tener fronte ai nemici di D’Éon,

abbandonandolo alla gogna della pubblica diffamazione pur continuando

a servirsi segretamente di lui. Esiliato a Londra, privo di mezzi,

una donna gli era rimasta consolatrice ed amica: Sofia Carlotta.

Ma da questa augusta protezione gli doveva venire appunto l’ultimo

colpo della sventura. Giorgio III lo sorprese una sera, ad ora troppo

inoltrata, nell’appartamento della regina e ne seguì un vivo alterco

fra i coniugi. I sospetti del re, già vaghi per l’antica dimestichezza,

risorsero acuti, violenti. Qualcuno allora che si trovava presso

alla regina espresse il dubbio che il cavaliere D’Éon fosse donna. La

regina fu felice di poter confermare che effettivamente ella lo aveva

conosciuto donna e sempre ritenuto tale.

Giorgio III si afferrò ad una versione che rialzava il suo amor proprio

ferito e scrisse a Luigi XV per sapere tutta la verità su questo

mistero del suo ex ambasciatore; ma scrisse pure il confidente della

regina implorando l’aiuto di una parola che ne salvaguardasse l’onore.

Posto così fra il re e la regina, dovendo verità all’uno e galanteria

all’altra, Luigi XV dibattè l’aneddoto salace fra consiglieri intimi

dove si venne alla conclusione che dichiarando il cavaliere D’Éon

femmina si rendeva servizio a tutti e due. Vennero quindi spediti

subito a Londra i documenti, lettere, messaggi ecc., relativi al

soggiorno della _damigella D’Éon_ in Russia e al posto che ella vi

aveva occupato per un certo tempo di _lettrice_ di S. M. Elisabetta.

Giorgio III si affrettò a comunicare la singolare scoperta a’ suoi

amici e in un baleno la seppero la Corte prima, tutta Londra poi. Il

solo che non sospettasse nulla era D’Éon.

Da ogni parte intanto, poichè siamo in Inghilterra, sorgono scommesse.

Chi punta per l’uomo, chi per la donna. La sua sessualità diventa

un affare di borsa, si arrischiano somme favolose, si giuoca sopra

di lui all’alta ed alla bassa. Quotato come una rendita, negoziato

come un titolo, diventa una lotteria ambulante, il centro di mille

curiosità ingorde di scandalo. Eccitato, disgustato dalla incredibile

sarabanda che gli danza intorno, il cavaliere D’Éon distribuisce colpi

di spada e colpi di bastone così virilmente assestati che la fiduciosa

tranquillità di Giorgio III torna ad essere scossa. Per tal modo

e molto involontariamente ribadisce egli stesso la propria catena.

Essendo in giuoco l’onore di una regina, l’amor proprio di un re e la

parola del suo proprio re, D’Éon non può più essere uomo, non lo deve.

Comunicazioni segrete incominciarono a preparare il disgraziato alla

sua nuova sorte. Invano egli si ribella, prega, scongiura, promettendo

qualunque sacrificio si voglia da lui ma non di abbandonare l’abito

sotto il quale ha servito la Francia e si è battuto da valoroso,

l’abito al quale lo legano diritti di natura e diritti di conquista. Al

punto in cui si trovavano le cose era impossibile retrocedere. D’ordine

di Luigi XV al cavaliere D’Éon fu significato dovere egli riprendere

le vesti femminili per il rimanente della sua vita. Alle sue lagrime,

alla sua disperazione, si concede solo la facoltà di portare (ironica

mascherata) la croce di San Luigi. Dopo altre vane resistenze l’amaro

calice fu vuotato e una sera di novembre dell’anno 1777 il cavaliere

D’Éon scomparve per sempre sostituito dalla _chevalière D’Éon_.

E basta, nevvero? Il romanzo sembra terminato, ma non è terminata

la storia. Quella Nadège che egli credette morta, nascosta dalla

vendetta dell’imperatrice in una fortezza dove nessuno era riuscito a

scoprirla, aveva potuto dopo quindici anni di prigionia evadere e con

sforzi inauditi raggiungere l’uomo da lei sempre amato... ritrovandolo

donna. Ecco dunque una nuova combinazione crudele, di quella crudeltà

mista di buffoneria che aggiunge allo strazio l’insulto dello scherno.

Ancora, attaccandosi a un filo di speranza, D’Éon fece pratiche presso

il governo succeduto a Luigi XV affinchè nell’intento di unirsi alla

sua antica fidanzata gli fosse permesso di riprendere il suo posto

di maschio. Sarebbe stato troppo però, anche per un governo che non

aveva paura delle metamorfosi. Il capitano dei dragoni, il dottore in

diritto canonico e diritto civile, il censore reale per la storia della

letteratura, l’ambasciatore in Russia, il ministro plenipotenziario di

Francia e d’Inghilterra, la migliore spada del suo tempo, il vincitore

di venti duelli trasformato in donna doveva restare donna. E visse

ottantatre anni!!....

Per molto, molto tempo, si videro a Londra due povere vecchie uscire

insieme rientrare insieme; una curva dagli anni appoggiata ad una canna

col pomo d’avorio portava sul petto la croce di San Luigi; l’altra un

po’ meno anziana, dava il braccio alla compagna che vi si abbandonava

confidente. Erano il cavaliere D’Éon e Nadège.

Profili, impressioni e ricordi · 第 22 / 53 题