Molti anni or sono s’avrebbe potuto incominciare questo articolo
così: «Ora che si avvicina il carnevale non è forse fuori di proposito
parlare di travestimenti», ma a quest’alba del millenovecentoundici
l’argomento è già passato nel dominio della storia e a voler trarnelo
fuori occorre far opera di esumazione coi suoi bravi documenti alla
mano.
Il travestimento carnevalesco fu l’ultimo guizzo di una consuetudine
che nei tempi andati non aspettava il carnevale per manifestarsi.
Non era forse un travestimento l’abito maschile che una fra le più
belle eroine di Walter Scott si imponeva per scorrere inosservata sui
montuosi sentieri della Scozia? E nemmeno sola, perchè leggendo le
avventure di tempi anche più lontani ci incontriamo sovente in donne
che dovendo affrontare i pericoli di strade mal sicure e di alloggi
problematici si mettevano al coperto delle insidie sotto apparenze
virili. Con un mantello sulle spalle e un cappellaccio calcato sugli
occhi si sentivano protette. L’ombra del maschio le difendeva. Una
donna sola in quelle età remote non avrebbe potuto percorrere cinque
miglia senza incappare in qualche spiacevole avventura. Come devono
riderne le emancipate _miss_ americane che attraversano mezzo mondo in
gonnella corta, nevvero?
Nata da un vero bisogno nei secoli più rozzi questa moda, diremo così,
di vestire abiti maschili appena le circostanze potevano offrirne
il pretesto rimase a lungo nei costumi delle donne e prese vaste
proporzioni nel periodo del romanticismo.
Ma prima ancora che il paggio di Lara e il patetico Jocelyn facessero
versare tante lagrime alle belle svelando il mistero del loro sesso,
il grande, l’olimpico Goethe che nessuno di noi saprebbe immaginare
in attitudine scherzosa, aveva pure attraversato i verdi sentieri di
Sesenheim travestito da oste, con un fardello di pasticcini in mano,
per sorprendere in incognito la dolce Federica seguendo una logica di
seduzione che sfugge al nostro moderno criterio.
Pochi anni dopo lord Byron, meditando Lara, compiva dei viaggetti di
piacere da Londra a Southwell con un’amica in costume maschile che egli
spacciava per suo fratello.
La contessa d’Houdetot, che vuolsi abbia ispirato la _Nuova Eloisa_,
attraversava a cavallo, vestita da uomo, la foresta di Montmorency per
andare a trovare Gian Giacomo Rousseau all’Eremitaggio. Ella chiamava
queste scappate: sorprendere l’orso nella sua tana.
Il cardinale di Rohan, uno dei quattro cardinali di Rohan che tennero
seggio a Strasburgo, ma il solo di cui si occupò tanto la cronaca, non
temeva mostrarsi in carrozza colla marchesa di Marigny sotto le spoglie
di un elegante abate.
Nel 1792 le due sorelle Fernig, travestite cogli abiti dei fratelli,
si batterono valorosamente insieme alla guardia nazionale comandata dal
loro padre contro scorrerie nemiche che minacciavano il confine tra la
Francia e il Belgio.
Avvicinandoci ai nostri tempi, troviamo ancora la contessa d’Agoult
vestita spesso da uomo ne’ suoi viaggi con Liszt; Balzac, il quale
fece pure un viaggio in Italia accompagnato da una donna sotto le
spoglie dell’altro sesso; il generale Massena che intraprese la guerra
di Spagna portandosi insieme la sua amante celata sotto la divisa di
ufficiale dei dragoni; Dumas, a testimonianza di Ernesto Rossi, si
traeva dietro le quinte dei teatri parigini una fanciulla in abiti
virili.
Questi esempi, che cito a memoria, chiunque abbia letto corrispondenze
e ricordi dell’epoca potrà moltiplicare all’infinito. Certo, la
lettura di tali documenti dovette sembrare troppo frivola agli illustri
scienziati i quali volendo provare la degenerazione di Giorgio Sand
citarono in prova l’abito maschile che la grande romanziera indossava
in alcune circostanze speciali e precisamente quando, giunta a Parigi
sola, sconosciuta, decisa a lanciarsi nella lotta per la vita si
mescolava alla folla degli studenti e protetta dall’abito maschile
frequentava liberamente i teatri e le taverne del quartiere latino.
Ella non faceva proprio atto di eccentricità nè di degenerazione poichè
tante donne prima di lei e contemporaneamente a lei non esitavano a
portarlo allorchè per un verso o per l’altro ne avevano la convenienza.
Ma purtroppo gli scienziati qualche volta si appassionano tanto intorno
alle loro teorie che quando credono di aver afferrato un principio
(rimati o ti accoppo) tutto deve convergere alla loro dimostrazione,
anche i fatti che meno vi si prestano. Guardiamo un po’ in casa nostra;
che cosa era il settecento veneziano sotto il rapporto del costume
se non una continua mascherata, un travestimento diurno e notturno,
un vivere sempre colla baùta in tasca e il domino sul braccio? Amori,
piaceri, vendette, congiure, tutto si compiva sotto la maschera. Nessun
divertimento sembrava piccante se non si alteravano i propri connotati.
Al riparo di un palmo di stoffa sul viso le mogli gelose inseguivano i
mariti, gli amanti si davano convegno, i rivali si sfidavano, i motti
salaci uscivano dalle labbra senza che le guancie arrossissero. Uno
spirito particolare, lo spirito della maschera, dava ardire ai più
timidi.
Fino alla metà del secolo decimonono tali costumanze ebbero uno
strascico in tutta Italia. Ai veglioni dei principali teatri
accorrevano le signore della più scelta società e della più
irreprensibile condotta. Convien dire che erano molto diversi dai
veglioni attuali, dove le donne vanno per svestirsi, mentre nel
concetto di allora vi si andava per nascondersi, per divertirsi in
incognito, e nulla era più ambito che far ammattire mezzo teatro col
fuoco di fila della scherma motteggiatrice e partirsene poi senza
essere riconosciuti. Sotto i larghi _chauve-souris_ che giustificavano
pienamente il loro nome stendendo a guisa di ali le maniche voluminose
e gli impenetrabili cappucci, il galante (vi erano allora dei galanti)
doveva indovinare la signora al tocco leggiero della manina inguantata,
a un profumo impercettibile, a un riso represso.
In provincia, nelle famiglie, nei piccoli crocchi, il primo pensiero
che veniva al giungere del carnevale era quello del travestimento; e
chi non aveva a propria disposizione un costume da turco, da diavolo,
da negromante, da zingara ricorreva ancora allo scambio dei sessi. Gli
uomini cingevano la gonnella, le donne infilavano i calzoni, i bambini
mettevano la cuffia della nonna e il pastrano del nonno cogli occhiali
sul nasino camuso.
Se la storia del travestimento, nata da necessità temporanee, prese
il suo più brillante sviluppo sotto l’influenza del romanticismo e
contò ne’ suoi fasti la gaia leggerezza di una società sul tramonto,
si deve pur dire che negli ultimi giorni di vita diede guizzi più alti
e raggiunse quasi i fastigi dell’eroismo quando, sotto la dominazione
austriaca che ogni pensiero di libertà comprimeva con ferreo giogo,
l’amore di patria dava le prime scosse al pauroso colosso celato sotto
travestimenti satirici che gli permettevano di circolare in mezzo
alla folla, inteso da chi doveva intendere. A Milano il carnevale era
aspettato con impazienza da alcuni spiriti inquieti di patriota cui
giovava la maschera con allusioni, motteggi e caricature a tener vivo
negli animi il pensiero della riscossa. La maschera politica chiuse
gloriosamente da noi il ciclo del travestimento.
Ora bisogna andar fino a Oberammergau per incontrarvi sotto la forma di
funzione religiosa ciò che rimane ancora di questa passione antica.
Non si potrebbe tacere, poichè ho accennato principalmente al secolo
XVIII, colui che vi tenne un posto singolarissimo per questo, che
avendo portato durante quarant’anni le insegne d’uomo ed essere stato
capitano dei dragoni, dottore in diritto civile e diritto economico,
avvocato, ambasciatore, ministro plenipotenziario, si confessò
improvvisamente donna, vestì da donna e donna morì. Ma questa bizzarra
istoria mi porterebbe troppo lontano. Dirò come la sultana Scheherazade
al suo signore «Se permettete, sarà per un’altra volta».
Per la _bonne bouche_ tuttavia voglio tracciare alle mie lettrici
il breve schizzo di una donna vestita da uomo che ebbi occasione di
conoscere a Parigi nella scorsa primavera. È russa. Chi sia veramente
non si sa. Si fa chiamare _Nikto_ e questo nome di guerra appariva
appunto in quei giorni sui manifesti di un concerto — il concerto
Nikto. Coi suoi capelli bianchi foltissimi, corti e ben pettinati,
vestita con inappuntabile eleganza maschile, il piccolo piede
imprigionato in due stivaloni che le salivano fin presso il ginocchio,
la piccola mano nervosa e ferma, il volto intelligente, fine, un po’
beffardo, senza rughe, di una freschezza sana fra la tinta sobria
della cravatta e il candore dello sparato, ella era un _monsieur_ molto
interessante e mi trovavo sempre imbarazzata quando dovevo rivolgerle
la parola. _Monsieur?.... Madame?._..
— _Appelez-moi Nikto_ — mi disse colla sua voce sicura benchè bassa e
un poco velata.
Ultima traccia del romanticismo in quella città medesima che del
romanticismo vide le più ardenti battaglie, o pioniera delle nuove
aspirazioni femministe?....
Chi lo sa!