Ella non dormì quella notte; giacque immobile sul suo letto, con gli
occhi aperti, con le membra infrante, oppressa da un incubo penoso.
Quando la luce dell'alba penetrò nella sua camera--Ecco--ella disse
fra sè--è l'ora della partenza del _Colombo_... Forse _egli_ guarderà
verso la mia casa, forse mi cercherà alla finestra...--Pur non tentò
nemmeno di alzarsi; le pareva che le sarebbe stato impossibile di far
qualsiasi movimento... Nè, come usava, sonò il campanello alle otto...
Venne la cameriera, alquanto più tardi, venne spontanea, in punta di
piedi, a veder se la signora dormiva.
--Che ore sono?--chiese la Teresa.
--Quasi le nove.
--Oh, diamine!... Apri, apri... Lascia entrar il sole.
--Non c'è sole questa mattina.
--Non c'è sole--ripetè macchinalmente la Teresa.
--Vuole il caffè?
--No, no, lo beverò subito alzata.
E con uno sforzo si levò a sedere sul letto.
--È arrivata la posta... Desidera che le porti, le lettere e i
giornali?
--Sì, e porta anche i vestiti spolverati.... Dopo mi vestirò da me.
La posta era più ricca del solito. C'erano quattro lettere, tra cui
una del suo giardiniere, un'altra, col bollo dell'Aia, di Mario
Vergalli. Questa la Teresa, arrossendo, la mise da parte. Un profumo
acuto, particolare, le rivelò la mittente della terza lettera che le
capitò fra le dita.--Che cosa può volere la Giulia Orfei?--ella pensò
aprendo la busta con una stecca sottile d'avorio.
La Giulia Orfei non voleva nulla; anzi, per esser sinceri, non diceva
nulla di concludente. Otto paginette d'una calligrafia lunga, fine,
aristocratica, erano consacrate per metà alla stagione estiva di
Aix-les-Bains, ove la Giulia aveva passato un mese, e per metà ai
piccoli pettegolezzi che in quell'autunno rompevano la monotonia delle
villeggiature sui colli Berici: amori, fidanzamenti, rotture, paci; il
tutto raccontato con una festività priva di cattiveria, perchè la
Orfei non era cattiva, e appunto per la bontà del suo animo si faceva
perdonare dalla Teresa Valdengo la leggerezza della sua condotta. Ciò
non toglie che quella lettera avesse il suo poscrittino con una punta
di malizia. «E dei casi tuoi che mi narri? O quanto aspetti ad andar
in campagna quest'anno? Dicono che hai la villa in ristauro, ma dicono
anche... se tu sapessi quello che dicono gli sfaccendati!... Del
resto, sei libera come l'aria e avresti un gran torto a non
approfittarne.... Mandami una riga, bella misteriosa!»
Stringendosi nelle spalle, la Teresa ripose il foglietto profumato
nella busta.
E prese l'epistola del suo giardiniere. Vi si parlava della casa
ch'era ormai in ordine, tranne due stanze non ancora perfettamente
asciutte; del giardino che, favorito dalla mitezza della stagione, era
tutto in fiore. Voleva ella ch'egli le spedisse l'ultime rose, o non
sarebbe venuta piuttosto a spiccarle con le sue mani? Si poteva
giurare che il bel tempo sarebbe durato per tutta questa luna, fin
dopo San Martino.
--Sì, andrò in campagna fino alla metà di novembre--borbottò fra sè la
Teresa.--È il meglio che mi rimanga da fare.
Indi, proseguendo nello spoglio della sua corrispondenza, aperse con
curiosità una lettera che veniva da Milano e di cui ella non aveva
riconosciuto la calligrafia.
Era della sua sarta, madama Vollini, che due volte all'anno faceva un
giro nel Veneto per raccogliere le commissioni delle sue clienti, ma
che quest'autunno doveva rinunziare al suo viaggio per cagione di
salute. Un parto precoce l'aveva ridotta in fin di vita, e il suo
dottore, il celebre ostetrico Boni, che l'aveva salvata per miracolo,
le imponeva per qualche mese ancora i maggiori riguardi. Siccome però
non l'era proibito d'occuparsi del suo laboratorio, ella si
raccomandava alle signore le quali l'onoravano del loro patrocinio,
affinchè volessero farle avere a Milano i loro ordini ch'ell'avrebbe
eseguiti con puntualità ed esattezza. Annunziava l'invio di un pacco
di campioni coi prezzi ristretti, e con gli ultimi figurini di Parigi.
--Vedremo--disse la Valdengo con indifferenza.
E si decise a leggere la lettera del conte Mario. Chi sa! Forse
qualche indiscrezione l'aveva raggiunto laggiù; forse egli era già
informato di tutto.
No, non era così, o almeno non appariva così, benchè la lettera avesse
un'intonazione più grave, più malinconica del solito. Era in Olanda
adesso, il conte Mario, e prolungava di poco la sua assenza per
visitare un paese che non conosceva ancora. Ma chi gli spiegava la
strana contraddizione? Non aveva provato mai come questa volta il
senso doloroso della nostalgia, e mai come questa volta s'era
indugiato lungo il cammino. Il cuore lo richiamava indietro e una
incomprensibile forza d'inerzia lo spingeva avanti. Era il
presentimento che fosse quello l'ultimo viaggio di qualche importanza
ch'egli avrebbe fatto? Era la sciocca, singolare pretesa di ricever
dall'amica un biglietto, un dispaccio che gli dicesse:--«Affrettate il
vostro ritorno. Ho bisogno di voi»?--E perchè doveva ella aver bisogno
di lui, ella che sapeva così bene regolarsi da sè? A ogni modo, circa
al 20 di novembre egli sarebbe stato in Italia, e l'avrebbe vista a
Venezia o nella sua villa di Mogliano. Non erano ancora terminati i
ristauri della villa? E il suo raccomandato non era ancora partito?...
Vergalli concludeva, secondo il suo costume:--«Ricordatevi che sono
sempre a vostra disposizione, sempre alla portata di un telegramma».
--Povero amico!--sospirò la Teresa ripiegando il foglio e posandolo
sul comodino.
Si alzò, si vestì, si pettinò da sola. Avvicinandosi alla finestra,
sollevò alquanto la tenda, e guardò nel bacino della laguna, a
sinistra, dalla parte dov'era ancorato il _Colombo_. Un vapore
mercantile inglese ne aveva preso il posto. Uno sciame di gabbiani,
segno di cattivo tempo, svolazzava, stridendo, sull'acqua.
--Eran proprio l'ultime belle giornate d'autunno--pensò la Teresa. E
soggiunse, pure fra sè:--Com'eran gli ultimi lampi della mia
giovinezza.
Sonò pel caffè.
--Domani si va a Mogliano--ella disse.
--Anche se piove?--chiese la cameriera.
--Sì... Staremo poco... Basterà il baule piccolo... Manda tu una
cartolina al giardiniere per avvisarlo, e falla impostare prima delle
undici... Così la riceverà oggi stesso.
--E con che corsa partiamo?
--Con quella delle 10.15.
Ella non partiva già per un desiderio intenso che avesse di goder la
campagna; nè quella era più la stagione propizia, nè le condizioni
dell'animo suo erano tali da goderne; non partiva neanche con l'idea
d'avere una maggiore libertà; chè anzi, in quel periodo dell'anno, coi
villeggianti che c'erano tuttora, le sarebbe stato difficile esimersi
dal veder qualcheduno; partiva per mutar luoghi e abitudini, per
mettere un intervallo di pochi giorni fra la sua vita turbinosa delle
ultime settimane e la vita quieta, onesta, raccolta ch'ella sperava
ricominciare più tardi. Ora, nemmeno volendo, avrebbe potuto. La sua
disgraziata intimità con Guido di Reana, pur non togliendole mai la
netta visione dell'abisso in cui ella precipitava, l'aveva assorbita
tutta quanta, e il suo tempo era stato diviso fra il desiderare o
temere il suo amante, il maledire al destino che lo aveva posto sulla
sua via, e il meravigliarsi dolorosamente della propria debolezza. E
adesso, prima ancora di provarvisi, ella sentiva che avrebbe fatto
opera vana a tentar di riprender le sue letture, la sua musica, i suoi
ricami al punto in cui li aveva interrotti. Meglio occuparsi de' suoi
fiori, delle sue galline, de' pesci d'oro che guizzavano nel laghetto
della sua villa... Sì, sì, meglio recarsi a Mogliano, anche a costo di
dover ricevere e ricambiare una mezza dozzina di visite uggiose.
Di questa sua tarda andata in campagna, la Teresa avvisò il giorno
stesso Vergalli, senza però dirgliene le ragioni intime. Avrebbe
passato alla villa un paio di settimane al massimo; sarebbe arrivata
in città probabilmente prima di lui. E si faceva una festa all'idea di
rivederlo e di sentirsi raccontare il suo viaggio. Dell'intonazione
malinconica che c'era nella lettera dell'amico ella finse di non
accorgersi; circa a di Reana, dopo aver molto studiato la frase, si
limitò a dire ch'era partito. Risoluta ad un'ampia confessione quando
Vergalli fosse a Venezia, aveva una ripugnanza invincibile a fermarsi
per iscritto sullo scabroso argomento. Ond'ella, per solito così piena
d'abbandono nella sua corrispondenza col conte Mario, fu questa volta
breve e guardinga, e n'ebbe dispetto per sè e dolore per lui. Ma non
c'era modo di fare altrimenti.
La giornata le trascorse più rapida ch'ella non avesse creduto. Prima
di pranzo venne a trovarla, in compagnia con la madre, una ragazza di
ristrette fortune a cui ella pagava le lezioni di pianoforte di un
professore di grido affinchè potesse svolgere le sue rare attitudini
musicali.
Sempre cortese, specie con gli umili, ella accolse benissimo le due
donne.
--Quanto tempo che non vi vedo!
--Ma...--rispose un po' impacciata la madre--veramente... eravamo
state ancora... Lei non c'era... Non glielo hanno riferito?
--Sì, sì... mi ricordo... Potevate ripassare.
--Si temeva di disturbare--soggiunse l'altra. E si morse il labbro,
pentita d'aver detto troppo.
La Teresa arrossì lievemente e si rivolse alla ragazza:--Dunque,
Marcella, come va questa musica?
--Così... Il professore non è scontento..
La mamma, loquace, inframmettente, giudicò eccessiva la modestia della
figliuola.
--Eh via, con la signora alla quale si deve tanto non c'è ragione di
nasconder la verità... Arcicontento è il professore...
--Davvero?... Ma brava!
--Sicuro... E spera che la Marcella possa prodursi quest'inverno in
uno dei concerti del Liceo.
--Verremo a batterti le mani--esclamò la Valdengo.
--Oh... signora...--balbettò la Marcella colorandosi in viso.--Non so
mica se avrò il coraggio di espormi al pubblico.
--Bisogna provare--insistè la madre.
--Già--soggiunse la Teresa.--E cosa studi adesso, cara?
--Bach, Beethoven...
--Brava!... Quando sarò tornata dalla campagna... vado in campagna
domani per pochi giorni... verrai qui qualche sera, mi farai sentire i
tuoi progressi.
--Grazie--disse la giovinetta i cui occhi luccicavano per la
contentezza.
--Eh, se non c'era lei!--riprese la madre profondendosi in espressioni
di riconoscenza.
--Zitta, zitta--interruppe la Teresa.--È stato un gran piacere per me
il secondar le inclinazioni della Marcella, e poichè ella riesce così
bene io son compensata ad usura del poco che ho fatto.
Un'altra visita ricevette la Teresa quella sera mentr'era ancora a
tavola, la visita di un altro beneficato suo, un giovine studente di
matematica, poverissimo, ch'ella e Vergalli mantenevano
all'Università. Egli veniva a salutarla prima d'andare a Padova e le
portava in dono una sua memoria di geometria superiore _sugli spazi a
quattro dimensioni_, pubblicata negli Atti dell'Istituto Veneto.
La Valdengo sorrise.
--È arabo per me... E c'è anche la dedica?
--È il primo lavoro che stampo... Dovevo offrirglielo... Lo accetta?
--Ma figurati... Lo accetto con gratitudine e con quella deferenza
umile che si ha per le cose che non si capiscono... Ma perchè stai
ritto?... Accomodati, via.
Massimo Scilla (era il nome del giovine) sedette timidamente sull'orlo
di un divano, nell'ombra, in fondo alla stanza.
--Non laggiù... ti vedo appena... Qui, accanto alla tavola, su quella
sedia.
Massimo ubbidì. Era goffo, impacciato, di persona esile, di lineamenti
irregolari; solo gli occhi piccoli e neri brillavano a tratti d'una
luce intensa.
La Teresa lo inanimiva a parlare.
--E a casa tua... che novità?
--Nessuna... Il babbo sempre infermo... la mamma lavora... lavora...
--E le tue sorelline?
--La grande è in pratica presso una sarta; la mezzana farà gli esami
di telegrafista; le due piccole frequentano la scuola...
--E tu studi giorno e notte, senza una distrazione al mondo?
--Oh lo studio mi diverte... Do anche delle ripetizioni... Guai se non
aiutassi la famiglia...
--Sei così giovine!
--Non tanto... Si ricorderà forse che da ragazzo ero malato ogni
momento... Ho perduto del tempo per questo... Oh ce ne sono di assai
più giovani di me nella mia classe.
--Ma quanti anni hai?
--Ventidue.
--E ti manca molto a finire?
--Prenderò la laurea nell'autunno prossimo.
--Vedi che non hai rimorsi... E poi concorrerai a una cattedra...
--Il meglio sarebbe avere un posto d'assistente all'Università...
Riesce allora più facile di entrar nell'insegnamento superiore...
Ma... bisognerà invece contentarsi d'insegnare in un ginnasio o in una
scuola tecnica... chi sa dove... Se fosse in una grande città,
pazienza; lì ci sono i mezzi da studiare...
Discorrendo di studi, Massimo Scilla si riscaldava, diventava
eloquente...
--Ha ventidue anni--pensava la Teresa--l'età di Guido di Reana. E
sembra quasi un fanciullo, e lo tratto come un fanciullo, e gli do del
_tu_, ed egli mi parla come parlerebbe a sua madre, e non gli vien
neanche l'idea di poter parlarmi altrimenti... Che sorriso beffardo
avrebbe Guido sul labbro se fosse qui adesso, se vedesse Scilla seduto
al posto ch'egli occupava iersera; con che aria di superiorità
guarderebbe lo studentino povero, brutto, inelegante, condannato a
lottare per vivere; egli per cui la vita è una festa, egli bello, e
nobile, e ricco! Eppure, chi dei due vale di più? Chi ha maggior
probabilità che il suo nome sia rammentato un giorno con riverenza e
con simpatia?
Massimo Scilla si alzò per accommiatarsi. Ma prima chiese alla Teresa
l'indirizzo del conte Mario.
--Per una settimana all'Aia, ferma in posta--ella rispose.--Vuoi
spedirgli la tua memoria?
--Appunto.
--Gli farai un piacere... Egli s'interessa a te...
--È così buono.
--Molto buono... E lui la capisce la matematica?
--Altro che capirla!... Capisce tutto.
--Non c'è dubbio, è un brav'uomo--soggiunse la Valdengo.--Addio
dunque, Massimo. E arrivederci... Non far così il prezioso... torna
presto... Fra qualche settimana sarà a Venezia anche il conte...
Spesso è da me la sera... Tu già non sei mica a Padova sempre...
--La festa son qui... per la mamma.
--E poi ci son tante vacanze!... Siamo intesi allora. Arrivederci...
Gli stese la mano ch'egli baciò.
Rimasta sola, ell'accarezzò per un istante la speranza di obliare e di
far obliare il suo fallo circondandosi di creature semplici e buone
che accettassero i suoi benefizi.