Il commendatore barone Amedeo Venosti Flavi, zio materno della Teresa
Valdengo, console di un insignificante Staterello la cui
rappresentanza senza recargli il minimo incomodo gli permetteva di
avere uno stemma sulla porta di casa e d'indossare un'uniforme nelle
cerimonie ufficiali, era un uomo di sessant'anni passati, alto,
piuttosto corpulento, coi baffi e i capelli tinti e coi denti
posticci. A malgrado di ciò, per la sua età, era un bell'uomo, e
sapeva d'esser tale, e aveva ancora le sue pretese galanti. D'una
vanità morbosa, pareggiata solo dalla pochezza dell'ingegno e
dall'inettitudine a ogni applicazione continuata, il commendatore
Venosti Flavi non era felice che quando poteva appiccicarsi ai panni
di qualche pezzo grosso, di quelli che figurano negli almanacchi della
nobiltà, nel _Gotha_ sopratutto... Oh, il _Gotha_ era il suo libro di
devozione; ne comperava ogni anno un paio di copie, una delle quali
teneva nel suo salotto, l'altra sul comodino accanto al suo letto, per
sfogliarlo nelle ore d'insonnia. E poi, chi sa? per mezzo di quelle
pagine trasudanti sangue blù si sarebbe forse operata una trasfusione
benefica nelle sue vene. Giacchè, pur troppo, in quanto a lui non era
mica di sangue purissimo, e c'era voluto il fine ingegno del suo
intimo amico cavalier Santi, membro della Consulta araldica, grande
restauratore di nobiltà avariate, per imbastirgli una baronìa
facendogli aggiungere al borghesissimo cognome paterno quello della
madre che nasceva d'una vecchia famiglia trentina. Comunque sia, tra
pel Consolato, tra perchè parlava discretamente il tedesco, egli aveva
la soddisfazione di conoscere parecchi di quegli illustri personaggi
dell'almanacco, a cui, nelle loro visite a Venezia, faceva da
cicerone, un po' meno bene di quello che non faccia un mediocre
servitore di piazza. Spesso gli alti uffici prestati gli valevano una
decorazione, ed egli ne aveva racimolate quindici che gli
scintillavano sul petto nelle occasioni solenni, e gli davano
l'apparenza d'un Dulcamara alla fiera.
La Teresa Valdengo e lo zio commendatore erano d'indole tanto diversa
da non potervi esser mai stata fra loro intimità alcuna. Nondimeno,
quando la nipote era rimasta vedova, lo zio, che era celibe, le aveva
proposto di far casa comune. Una donna giovine e bella, egli le
diceva, non istà sola senza dar pascolo alle chiacchiere della gente;
d'altra parte a lui, uomo maturo, cominciava a pesar la vita da
scapolo; o perchè dunque non provavano ad abitare insieme? Erano
ricchi tutti e due; potevano intendersi facilmente rispettando la
reciproca indipendenza.
La proposta era ragionevole e la Teresa consentì a tentare
l'esperimento. Ma non tardò a pentirsene. Lo zio, oltre a esser noioso
e pedante, era un piccolo tiranno, pieno d'esigenze e di suscettività,
intollerabile con le sue fisime aristocratiche, con la sua mania del
_chic_ e del _comm'il faut_. E mentr'egli aveva ogni momento qualche
personaggio esotico da presentare alla Teresa perchè lo invitasse a
colazione o a pranzo, trovava sempre da ridire sulle relazioni
maschili di lei: e che non avevano abbastanza un bel nome, e che
mancavano di _comm'il faut_, e che mancavano di _chic_. Non gli andava
a genio neppur Vergalli, benchè fosse un conte autentico; lo trovava
tirato giù troppo alla buona, noncurante dei vantaggi della nascita,
in sconveniente dimestichezza con letterati ed artisti, dimentico dei
riguardi dovuti a lui, barone commendatore Amedeo Venosti Flavi.
Insomma, di lì a pochi mesi, la Teresa volle riprender la sua libertà,
tanto più che il signor console un giorno, in un minuto di buon umore,
le aveva sottoposto l'idea di un matrimonio fra loro due, e in seguito
alla sua sdegnosa ripulsa aveva cercato meno legittime consolazioni
fra le braccia della sua cameriera.
Del resto, i rapporti ufficiali fra zio e nipote non erano mai stati
interrotti, ed egli veniva a desinare da lei una volta o due al mese,
senza contare gl'inviti straordinari che per compiacerlo ella faceva
di tratto in tratto a lui e a qualche forestiero del quale egli
desiderava accaparrarsi le grazie. Egli dal canto suo le inviava
cerimoniosamente un paio di regali all'anno.
Scambiati i saluti, la Teresa accennò a di Reana che s'era levato in
piedi.--Non occorrono presentazioni--ella disse.--Vi siete incontrati
altra volta.
I due uomini, guardandosi in cagnesco, fecero un segno affermativo col
capo, e si diedero la mano di malavoglia.
--Che buon vento?--ripigliò la padrona di casa rivolgendosi allo
zio.--Ti credevo in campagna.
--Son qui da ieri, ma per poco. Ho un raccomandato.
La Teresa sorrise.--Per miracolo!
--Sì, un conte dei Schaumburg Waldeck, parente dei Radzivill per parte
di donna. Un carissimo giovine... Aveva una lettera anche per la
contessa Marvesi.
--Non sarà a Venezia...
--C'è... E siamo stati iersera da lei... Ci ha invitati a pranzo per
domani. La contessa mi ha incaricato di salutarti.
--Grazie... Com'è che ha anticipato il suo ritorno?
--Vuol festeggiar qui le sue nozze d'argento.
--Con chi?
--O Teresa, come sei maligna! La Marvesi vive in ottimo accordo con
suo marito... un vero gentiluomo.
--Sta bene. Parliamo d'altro.
Ma il dialogo languiva. Era evidente che il commendatore aveva qualche
cosa da dire e che gli seccava la presenza d'un terzo. Di Reana,
nonostante la promessa fatta prima alla Teresa, non dava segno di
volersi muovere.
--E dove hai lasciato il tuo forestiero?--chiese la Valdengo allo zio,
tanto per sentire s'egli aveva un impegno che lo chiamasse presto
altrove.
--L'ho lasciato in albergo--rispose pronto Venosti.--Era stanco d'aver
girato tutto il giorno a vedere i nostri monumenti... Essendo libero,
ha voluto consacrar la serata a mia nipote... Ti disturba il fumo?
--Lo sai che non mi disturba.
Il barone estrasse di tasca un astuccio pieno di sigarette e ne
offerse una al sottotenente.
--La ringrazio--disse di Reana--ma dopo un'infiammazione di gola il
medico mi proibì di fumare... e poi... vado via.
Come chi prende una risoluzione eroica, si alzò di scatto dalla
seggiola, e porse la mano alla Teresa.
--Buona sera--rispose questa, ricambiando la stretta in modo da
lasciargli comprendere che gli era grata del sacrificio.
Di Reana la interrogò con lo sguardo; ella fece un gesto che
significava:--Siamo intesi. A domani.--Indi sonò il campanello.
L'ufficiale salutò freddamente il commendatore Venosti Flavi ed uscì.