Passava delle ore intere meditando, scrutando la propria cos

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Neera

NEL SOGNO

CON DISEGNO DI G. SEGANTINI

MILANO, 1893

LIBRERIA EDITRICE GALLI

DI

C. CHIESA E F. GUINDANI

Galleria V. E. 17-80

DIRITTI DI TRADUZIONE RISERVATI

Tipografia Bernardoni di C. Rebeschini e C.

PARTE PRIMA

L'ASCETA.

"Signore Iddio, vi ringrazio. Siate benedetto, o Signore, nel vostro

splendore e nella vostra oscurità, nel bene che fate e nel male che

permettete, nella rivelazione e nel mistero, in questo mondo e

nell'altro, perché Voi solo sapete. Restino con Voi i cuori puri che

mai non conobbero i turbamenti del peccato; vengano a Voi i cuori

ardenti che la passione tormenta; accoglieteci tutti, mio Dio, nella

vostra misericordia."

Sulle ultime parole il prete, che già stava in ginocchio cogli occhi

rivolti al cielo, chinò la testa, e rimase lungamente assorto in

un'estasi mistica.

Era il tramonto, ed era la stagione più calda dell'anno.

A tanta altezza sopra i viventi il sole calava in uno sfolgorìo

immacolato di raggi, accendendo scintille sulle vette più sporgenti

dei ghiacciai, tracciando strisce purpuree sui fianchi delle montagne,

facendo luccicare a tratti i piccoli rivoli delle sorgenti discendenti

lungo le balze, nel fondo dei burroni, dove già nereggiava il mistero

della notte.

Fresca, purissima, imbevuta di aromi resinosi, l'aria traspariva in

mezzo ai boschi d'abete, e, aprendo spazi più chiari nelle chiome

vaporose dei faggi, ne faceva emergere i bianchi e ritti fusti

allineati colla grazia elegante e gracile dì un colonnato greco.

Fuori dei boschi, nei cespugli sparsi, nei licheni arrampicanti, nei

grossi ciuffi di rododentro, nelle ágavi, nelle ériche, nelle felci,

nelle macchie brune e sinuose del muschio, nell'atteggiamento rigido

dei rami delle brughiere si disegnavano ombre vaghe di persone oranti,

di braccia erette al cielo, come se dalla natura tutta venisse in

quell'ora e in quel luogo un irresistibile bisogno di preghiera.

Tornando ad alzare la fronte, il prete vide tutto ciò. Quei monti,

quel cielo, quegli alberi, quello spazio, erano da molti anni i suoi

amici, i compagni muti eppure intendenti del suo fervido innalzamento

a Dio. Con un placido sguardo egli abbracciò le vette fin le più

lontane, apparenti quasi nubi al disopra delle altre. Un profondo

sentimento d'amore, una parentela misteriosa lo univa a quei colossi

che dalla terra guardavano il cielo. Egli ne sentiva la invitta

potenza; amava la loro saldezza granitica, la purità dei loro marmi e

delle loro nevi. Una tenerezza figliale lo prendeva, man mano che

qualcuna delle vette scompariva nella oscurità; si sarebbe detto che

egli voleva accarezzarle come si accarezza una testa adorata a cui il

sonno sta per chiudere gli occhi.

Nessuna melanconia si mesceva a questo saluto che il solitario dava

tutte le sere ai suoi monti; nessuna preoccupazione terrena, nessun

timore per il domani. Semplice e calma, la sua anima riposava nella

natura di cui gli era penetrata in tutte le fibre la placidità

maestosa. Non come uomo perduto in un deserto, ma come simile, vivente

fra i suoi simili, egli intendeva il silenzio dell'ombra.

Il raccoglimento degli alberi, il cadere del sasso, il quasi

impercettibile spostamento dei rami, dei sottili fili d'erba al

passaggio di un insetto, gli riempivano il cuore di una dolcezza

traboccante; per cui la sua preghiera era spesso accompagnata da altre

piccole preci, da slanci di riconoscenza e d'amore, da un tenero

delirio e da una compenetrazione così intima della bontà e della

grandezza di Dio che lagrime di consolazione gli scendevano dagli

occhi, e, trovandosele poi sulle mani e sugli abiti, egli non sapeva

più se fossero le lagrime proprie o la stessa rugiada che cadeva dal

cielo sui fili d'erba e sugli insetti.

Mormorò a bassa voce: "L'invisibile si è rivelato a me, io sento la

voce della solitudine." Poi si tolse d'in sui ginocchi e stette ritto

colle braccia conserte.

Era una piccola figura d'uomo, molto delicata: e, ad onta che la vita

all'aria aperta gli avesse abbronzata ed incartapecorita la pelle,

nelle cavità fra il naso e le guancie, sotto gli occhi, sui polsi gli

biancheggiava la trasparenza degli asceti, ed il profilo che

staccavasi con una assoluta assenza di pastosità in una linea

d'acciaio, la bocca sottilissima, immateriale, gli davano una

somiglianza perfetta coi santi più conosciuti del martirologio

cristiano.

Vestiva una tonaca informe di lana bruna sciolta ai fianchi e cadente

sopra un paio di rozze scarpe allacciate a mo' dei sandali antichi con

striscioline di cuoio. La testa era nuda, cinta da pochi capelli

lunghi e svolazzanti dietro l'orecchio, col segno della sacra tonsura

ancora visibile benchè da parecchi anni sconosciuta al rasoio.

La sua età appariva incerta. Come tutti coloro che sono assorti in un

mondo superiore, sembrava sfuggire alla legge comune della vecchiaia.

La sua età era quella di chi ama e di chi crede.

* * *

Nato nei campi, nutrito fin dalle fascie dell'ossigeno dei monti,

cresciuto insieme agli uccelli, alle farfalle, ai fiori, egli non

aveva mai saputo staccarsi dalla sua patria naturale, e, quando era

stato il momento di scegliere il suo posto nel mondo, gli parve che

nessuno potesse soddisfare meglio i suoi desideri che quello di una

adorazione continua al divino Fattore.

Sorgere col sole del mattino, schiudersi colla gemma e colla

crisalide, olezzare col petalo, lavorare coll'ape, combattere col

vento, gemere colla fonte, meditare col sasso, fremere col bosco,

alzarsi coll'allodola e piegare al tramonto calmo e solenne cantando

le lodi di Dio: ecco il suo ideale.

Fu prete a vent'anni. Nè lotte, nè ostacoli si frapposero al

compimento della sua vocazione.

Egli tese le sue ali d'angelo, e passò dal mondo dell'innocenza a

quello della penitenza, senza toccare il fuoco. L'anima sua, monda di

terrene passioni, poteva appropriarsi il detto dell'apostolo: "La

grazia comincia dove è spento l'orgoglio e quando l'uomo si è vuotato

di sè, allora solo si riempie della sapienza."

Vuotato di sè egli era fino all'ultimo punto; la sua persona non gli

apparteneva che a guisa di un abito tolto a prestito, e similmente

considerava tutti gl'interessi degli uomini. Soleva ripetere con

grande compunzione la teoria di San Tommaso:

"Nell'universo ciascuna creatura è per la sua perfezione; le creature

più ignobili sono per le più nobili, onde quelle che stanno al di

sotto dell'uomo devono servire l'uomo; poi tutte le creature sono per

la perfezione dell'universo, e infine tutto l'universo tende a Dio

come a suo fine."

Questo scopo della perfezione lo investiva di un ardore continuo, lo

traeva agli eccessi. Egli andava a cercare i miserabili nelle loro

tane più infette, divideva con loro il suo pane e si coricava al loro

fianco.

Egli visse a lungo coi beoni, coi ladri, cogli appestati, cogli atei;

passò quale meteora nei covili infesti del vizio e del delitto;

predicò la sua parola d'amore e di pace sui trivii dove le più sozze

vendette si compivano in tragedie di sangue. Passò inascoltato, puro e

disilluso, ed andò a portare la sua fede ardente in altri luoghi.

Egli volle conoscere il mondo dei felici che, non avendo nessuna

lotta, nè di denaro, nè di sensi, nè di ignoranza, parevano i meglio

disposti ad accogliere la grazia; ma anche qui naufragò nei gorghi più

crassi del materialismo e della indifferenza. Le divine parole

"ciascuna creatura è per la sua perfezione" sembrava che si fossero

arrestate alla soglia di quel tempio di egoisti. Non vi erano fra loro

creature nobili, nè ignobili, ma solo una massa uniforme e compatta di

pilori e di ventri.

Andò, andò ancora, cercando con ansia amorosa là dove la fede gli

indicava più sicuro tabernacolo ai suoi ideali, e fu l'ultimo, il più

terribile dei disinganni.

Allora, afflitto, non scorato; misero, ma non solo, poichè Dio era nel

suo cuore, si ridusse all'unica adorazione del Creatore, rimettendo a

Lui, che guida la caduta delle foglie, anche la salute degli uomini.

Calmato così di ogni sete terrena, il suo misticismo si rivolse tutto

alla contemplazione.

* * *

Fu allora che incominciò a vedere angeli erranti nell'accavallamento

delle nubi, schiere di cherubini sui prati quando saliva la nebbia, e,

se l'arcobaleno cingeva i monti, si buttava in ginocchio in preda

all'estasi, tendendo le pupille verso le vette dove gli sembrava di

scorgere profetiche parole scritte in lingue di fuoco.

Se dall'estasi religiosa passava all'umiltà della vita quotidiana, in

ogni atto, in ogni detto portava una tale astrazione dal reale che ben

presto vennero a parlare di lui come di un fenomeno, come di un essere

vivente in sogno.

Aveva in quel tempo cura d'anime in un povero paesello, di cui egli

era anche il più povero abitante; ma starsene scalzo sulla soglia

della sua casetta, mangiare radici, rattopparsi da sè i propri abiti,

non gli parevano cose contrarie alla sua divina missione.

Senonchè il fervore ascetico cresceva fuor di misura; già egli non

beveva neppure una goccia del vino consacrato, avendo per il vino una

ripugnanza da isterico, e meglio, quella santa mortificazione del

palato che, pari a S. Girolamo, gli avrebbe fatto sorbire senza

accorgersene, olio per acqua. Di più si prese a vociferare che, nel

suo stato continuo di rapimento, gli accadesse di compiere il suo

parco asciolvere, consistente in una cipolla o in poche foglie

d'insalata, prima di celebrare la messa.

E, a proposito della messa e delle altre funzioni domenicali, la sua

condotta si faceva sempre più stravagante. Egli si rifiutava

all'obbligo fisso della domenica, dicendo che tutti i giorni

appartengono al Signore, e non si deve dedicare un giorno solo a chi è

padrone dei secoli. Ma in tutte le stagioni, con tutti i tempi, i

lavoratori se lo vedevano comparire davanti, ed inginocchiato in mezzo

all'erba accompagnare l'opera dei campi con cantilene soavi e tenere o

con inni ardenti di fede.

Una volta, mentre predicava in chiesa nell'occasione di una lunga

siccità che minacciava di abbruciare tutte quante le messi, vide

attraverso le finestre annuvolarsi il cielo e sui vetri cadere fitti

fitti i primi goccioloni di una benefica pioggia.

Trasportato di riconoscenza, scese dal pulpito, e colle braccia, e

colla voce e coll'esempio traendosi dietro la folla dei fedeli, li

schierò tutti fuori del tempio, in aperta campagna, facendo loro

ammirare la bontà della Provvidenza, e invitandoli a cantare nel pieno

trionfo della natura il trionfo di Dio.

Dopo quel giorno, gli rimase l'abitudine delle prediche sotto il

cielo.

Nei caldi meriggi dell'estate specialmente, egli raccoglieva i suoi

parrocchiani all'ombra maestosa delle quercie e, umile in mezzo agli

umili, parlava loro da fratello a fratelli, usando il dialetto

famigliare a tutti, evitando le citazioni, servendosi della parola del

Signore nella sua forma più umana per poter giungere fino all'ultimo

dei cuori, fino al piccoletto cuore dei fanciulli a cui egli

permetteva di trastullarsi intorno a lui.

Un forestiero, capitato a sentire una di queste prediche, se ne mostrò

scandalizzato, e osò dirgli apertamente che vi era una casa consacrata

alla preghiera e che questa casa era il tempio. Ma egli rispose pronto

colle parole stesse di S. Matteo: "Vi dico che qui vi è alcuno

maggiore del tempio." Ed anzi, avendo in quel giorno dimenticata la

croce colla quale soleva benedire il suo docile popolo, colse dal

prato un fiorellino, e, con esso tracciando nell'aria le mistiche

linee, pronunciò col massimo fervore questa poetica invocazione:

"O Voi, dalla cui mano misteriosa prendo questo fiore in tutta la sua

purezza, mentre il legno della croce è stato lavorato dagli uomini,

Divino Fattore, questa purezza, questo profumo versateli sui vostri

servi, così che noi possiamo, simili al fiore, seguire la vostra

legge, e, chinando il capo alla mano che ci coglie, dire: Ei volle!"

* * *

I parrocchiani gli volevano bene, ma i suoi compagni del clero, che

vedevano in lui un esempio troppo pericoloso, non tardarono a

mormorare: e che egli era un mattoide, che a furia di prendere il

Vangelo alla lettera avrebbe ricondotta la società ai tempi barbari,

che invece di andare cantando e predicando nei prati, avrebbe fatto

meglio a curare la sua chiesa, la quale, meschinella, si covriva di

ragnateli, e non si trovava mai olio nelle lampade, che era una

vergogna.

Il buon prete cercò sulle prime di scusarsi, disse:--È vero, la lampada

della chiesa manca spesso d'olio, perchè io non cerco mai un soldo

alle mie pecorelle già così crudelmente tosate; anzi do loro spesso

anche i piccoli proventi delle messe, e una volta staccai la lampadina

d'innanzi al Santissimo per portarla ad una povera donna che aveva due

bambini malati in una stalla, i quali nell'oscurità della notte

gridavano continuamente, sì che lei correva dall'uno all'altro al buio

chiamando la Madonna. Se ho fatto male, me ne pento, ma l'Altissimo

vede la mia intenzione, e sa che non tolsi l'olio alla chiesa se non

quando ebbi dato tutto il mio.

I suoi compagni lo accusarono ancora di soverchia indulgenza verso i

parrocchiani, perchè li rimandava assolti di tutte le loro colpe.

--Le loro colpe!--esclamò allora, arrossendo di rossore e di sdegno.--Ma

quali sono le loro colpe, poichè vivono al cospetto di Dio,

riconoscendolo e adorandolo, poichè lavorano e poichè si amano gli uni

cogli altri? e quando essi vengono umilmente a dirmi: "padre, ho

peccato" come non dovrei compatirli se io stesso pecco, e Dio volle

che l'errore fosse diffuso in tutte le cose create, sì che non sempre

il melo dà pomi, nè la spica è sempre piena di grano, ed alcuna volta

la gallina e la tortora si cibano delle proprie uova uccidendo i loro

figliuoli?

A codeste ragioni gli avversari si guardavano tra loro sogghignando e

scuotendo la testa.

* * *

Un ultimo fatto diè il crollo alla riputazione del troppo semplice

pastore, e fu quando lo trovarono un giorno con un lembo di sottana

ritagliata grottescamente fin sopra il ginocchio, così ridotta da lui

stesso per averne regalato un brano a un fanciullino ignudo.

--Tutte queste follie stanno bene nelle vite dei santi--mormoravano i

figli dei farisei--perchè là in fondo nessuno ci pesca, e si può

credere benissimo che a quei tempi fossero necessarie; ma in un secolo

di lumi, proprio quando il clero è accusato di oscurantismo, dovremo

permettere simili puerilità?

Il decoro della chiesa, la inviolabilità dei dogmi, il carattere sacro

di sacerdote, la responsabilità di parroco, l'opportunità, il

progresso, tutto fu preso ad argomento, e tutto riuscì per togliere al

prete la sua piccola cura.

Egli se ne partì, un mattino d'inverno, recando nell'una mano il

Vangelo, nell'altra un paio di passeri, che gli erano caduti

tramortiti ai piedi.

Lungo il sentiero dei noccioli che la brina aveva cristallizzato,

qualche contadino lo vide camminare col suo passo svelto, col volto

sereno, l'occhio rivolto al Cielo; ed una donna, che gli si era

accostata per baciargli la tonaca, lo udì mormorare in tuono sommesso

fra la preghiera e il canto: "Siate lodato e benedetto o Signore, in

tutte le azioni vostre. Voi sapete perchè la rondinella emigra, perchè

la foglia appassisce e cade, perchè il chicco della grandine percuote

l'uva matura, perché il bruco immondo sale sopra lo stelo della rosa e

lo succhia. Tutto ciò che Voi permettete, o mio Dio, ha la sua ragione

nella essenza stessa del vostro potere. Io vi saluto e vi ringrazio.

Eccomi nelle vostre mani."

* * *

Da quel giorno aveva abbandonato per sempre il consorzio degli uomini.

Lassù, sulla montagna, in una piccola baita, vicino alla natura, che

era stata la sua amica in ogni tempo e quasi la madre sua, si ritrasse

solo; e la sua vita, che semplice era stata sempre, si raffinò ancor

più in un crescendo immateriale, in una contemplazione indefinita di

tutto ciò che era l'opera di Dio. Gli accadeva talvolta di non

guardare nulla, nè il cielo, nè i monti, nè i boschi, di non respirare

nemmeno; ma, assorto in un rapimento interno, ripetere tra sé:

"Esisto!" con una tale estasi del proprio mistero che mille mondi

aperti al suo sguardo non gli avrebbero potuto dare più intensa gioia.

E allora, sì, visse come egli aveva sognato, dividendo la vita degli

astri, del fiore, dell'ape, del vento, della fonte, del sasso; bevendo

la rugiada nel concavo delle foglie, coricandosi sotto le stelle, così

riamato nel suo amore per la natura che il freddo non lo toccava, nè

lo molestava il sole, e gli umidi prati non serbavano per lui nessun

veleno.

Tutto ciò che era animale sembrava fondersi in quel contatto

ininterrotto di forze vegetali. La completa assenza dei suoi simili,

l'astensione dai cibi di carne e dalle bevande alcooliche, avevano

purificato in tal modo tutte le cellule del suo io che perfino il

volto, l'espressione, i movimenti erano quelli di un essere a parte,

quasi un anello gettato al di là dell'uomo, un tentativo sublime e

pazzo di congiungersi alla divinità incorporea.

Toccava allora la fine della gioventù, il momento disperato dei grandi

ardori e delle supreme battaglie, quando, nella pienezza delle sue

forze, la volontà dell'uomo domina sensi e pensiero.

Serrate le braccia sul petto a guisa di corazza, egli amava guardare

dalle più alte rupi il fondo della valle, dove una via biancheggiante

fra i castagni conduceva alla città. Il suo occhio acuto di montanaro

gli faceva scorgere tutti i particolari della discesa lungo la linea

serpeggiante del sentiero, e la sua fervida immaginazione, eccitata

dalla solitudine, lo riconduceva sulla scena del mondo, ricordandogli

parole e cose, fatti e persone, con una evidenza tale che egli aveva

bisogno di gettarsi indietro, di alzare la testa al suo cielo ed alle

sue vette per persuadersi che il passato era morto per sempre. Come si

sentiva felice allora!

* * *

Tutte le idealità si erano congiunte allo scopo unico della sua

esistenza: vivere in Dio. Non nato per il consorzio umano, aveva pure

sostenuta la sua parte d'uomo, aveva tese le braccia e l'anima verso i

suoi simili; li aveva amati, sorretti, confortati: aveva vissuto con

loro accanto alle loro miserie ed ai loro vizi; aveva pure frantumato

il cuore per darne un pezzetto a ciascuno; era stato volte a volte

padre, fratello, maestro, servo. Aveva il diritto di appartenersi

tutto intero, di offrirsi anima e corpo, sentimento ed azione, al suo

eterno amore.

E come da quelle vette gli pioveva un senso di pace ineffabile, una

coscienza alta e serena della propria individualità! Poiché non aveva

chiesto nulla al mondo, doveva aspettarsi tutto da Dio. L'invisibile

gli apparteneva. Egli si sentiva re dell'ignoto, del susurro dei

venti, dell'ombra dei boschi, dello sfolgorìo delle stelle--re del

mistero, a cui le estasi profonde dell'anima non negavano alcuna delle

loro voluttà, per cui le leggi del creato, spogliandosi di ogni

significato materiale, ritornavano alla pura essenza divina, alla

irradiazione di un amore sublime ed occulto--re dei re, poichè aveva

disdegnato la gloria, la ricchezza, il piacere, ogni gioia terrena,

ogni patria mortale--e vicino a lui, e sopra di lui, non stava altro

che Uno.

PARTE SECONDA

MARIA.

Solo così rimase due anni, poi uno strano avvenimento cambiò la sua

vita.

Gli esseri umani più vicini a lui erano una famiglia di pastori, i

quali, avendo la casa a mezza montagna, salivano nei mesi caldi fino a

quelle vette per far pascere la scarsa erba che non avrebbero potuto

raccogliere altrimenti. Vicini veramente non erano, ma neanche così

lontani che non potessero scambiarsi qualche servigio.

Ora avvenne che un giorno il pastore corse al prete, chiamandolo

d'urgenza presso una donna, una bracciante che, attraversando la

montagna in cerca di lavoro, era stata improvvisamente arrestata dal

più imperioso e grandioso dei misteri e temendo di morire voleva

confessarsi.

Due gemelle nacquero nella notte, la madre morì.--Egli non giunse in

tempo per accogliere la confessione della straniera, ma solo per

benedirla, e per prometterle che raccoglierebbe le orfanelle.

Le prese in braccio, e fu subito invaso da un istinto di paternità,

istinto mistico, tutto evangelico, come quello che guidava S.

Francesco di Paola. Più che due bimbe, parevano a lui due gigli del

Signore, fioriti sul suo sentiero.

Battezzarle bisognava prima di tutto, e poichè la morente nulla aveva

detto in proposito, ed i pastori suggerivano nomi strani o volgari,

chiesto consiglio là dove egli sempre soleva, cercò la sua ispirazione

nelle nuvole, nelle stelle, nell'azzurro tenero del cielo; e le nuvole

e le stelle e l'azzurro gli risposero un solo nome: Maria.

Egli l'accolse con entusiasmo. Nessun altro poteva eguagliare questo

in grazia ed in purezza. Maria l'una e Maria l'altra, senza preferenza

e senza scelta; perchè, con qual nome chiamare la seconda senza

menomarla, se la prima era Maria? Due Marie, due benedizioni, due

consacrazioni.

La moglie del pastore si incaricò di allattare le gemelle coll'aiuto

di una capretta, e il solitario andava spesso a vederle, meravigliato

dei loro progressi, colla curiosità del nuovo mistero e coll'ardore di

un nuovo compito.

Quando poi vennero i rigori dell'inverno, lasciò a malincuore che la

nutrice se le portasse con sè alla casa bassa, e fu una gran festa

quando le rivide col ritorno della primavera.

* * *

Questa alternativa di dolore per l'abbandono e di letizia per il

ritorno durò qualche anno, finchè i pastori, attratti da altri

interessi, si allontanarono dalla montagna, e le bimbe rimasero a lui.

Che fare? Aveva solennemente promesso alla loro madre morente di non

abbandonarle.

Si compì allora una terza metamorfosi nel cuore del mistico. Egli, che

si era staccato in modo assoluto dai suoi simili, vi ritornava guidato

dal sentimento nuovo; un sentimento che non era l'amore degli uomini,

che non era l'amore di Dio, sibbene un fascino ignoto di una dolcezza

grande--il misterioso potere che l'innocenza esercita sulla sapienza e

la debolezza sulla forza--la attrazione irresistibile di quelle due

creaturine che Dio gli aveva dato da custodire.

Per una improvvisa intuizione che sapeva del miracolo, egli rammentò

cento cose dimenticate dall'infanzia; la sua culla, le cure di sua

madre, perfino le canzoni che gli avevano allora accompagnati i sonni.

La sua mano diventava leggera toccando le piccole membra, scorrendo

sui capelli sottili inanellati. Aveva delicatezze strane, pudori

sublimi, risorse immaginose e semplici, quali poteva suggerirgliele la

sua mente ardente e casta. Niente lo imbarazzava, niente lo

tratteneva. Egli guardò in qual modo gli uccelli tessono i nidi, e

preparò alle sue colombe un nido di foglie di faggio e di pelli di

agnello. Al duro pane di cui soleva cibarsi, provveduto una volta

all'anno, aggiunse il latte fresco di una giovane mucca; e poichè

l'erbe ed i fiori, il purissimo aere, il profumo dei pini, lo

splendore del cielo cantavano intorno l'inno della salute e della

gioia, non cercava altro.

Neanche il pensiero dell'avvenire riusciva a turbarlo; rimetteva

l'avvenire nelle mani stesse di Chi aveva guidato il passato.

* * *

Qualche volta gli veniva uno scrupolo. Non era egli troppo orgoglioso?

o che, pensava di fondare una nuova società indipendente dalle leggi e

dai costumi che reggono l'altra? S'immaginava di essere l'Adamo di una

novella stirpe? Si teneva in tanto concetto da sprezzare tutti gli

uomini, o pretendeva forse di togliere al mondo il dolore ed il

peccato?

Passava delle ore intere meditando, scrutando la propria coscienza,

pronto a flagellarsi se si fosse trovato in difetto d'orgoglio.--O mio

Dio--diceva alla fine--non siete Voi che mi avete mandato queste

infelici? Voi che le abbandonaste a me? Perché le avreste fatte

nascere quassù, in circostanze così fuori dell'ordinario, se non lo

aveste voluto? Ma se mi inganno, o Signore, parlate al vostro servo.

Egli vi ubbidirà; egli tornerà ad allacciarsi i calzari e, tagliato un

bastone da queste quercie, si porrà in cammino per la strada che Voi

gli indicherete.

Il riso delle bambine interrompeva spesso la sua preghiera, e sembrava

a lui che Dio gli rispondesse per mezzo di quelle bocche innocenti. Le

prendeva per mano, e facendole inginocchiare nel posto dove meglio

dominava una larga estensione di orizzonte, diceva loro:--Adorate il

vostro Padre celeste.

Le bimbe tuttavia incominciarono a chiamare lui stesso "padre" e

quando ciò avvenne per la prima volta, la fronte dell'asceta si

coperse di un vivo rossore, tremò in tutte le fibre, e sentì balzare

il cuore con un tale tumulto di dolcezza che mai aveva provato in vita

sua l'eguale.

Un turbamento giovanile, pari a quello della vergine che ode parlar

d'amore, lo deliziava inconsapevolmente sotto le carezze delle due

bambine, e un profondo rispetto, quasi un senso di adorazione, si

impadroniva di lui via via che le piccine dimostravano cogli atti

ingenui di attendere tutto da lui, per cui sentiva di dover esser loro

ad un tempo padre, madre, asilo, sicurezza, fede.

E per quante gioie gli avessero date le sue estasi mistiche, per

quanto, portando la fiaccola della carità in mezzo ai fratelli, egli

avesse raccolto a volte soddisfazioni e compensi, questa nuova fase

della sua vita gli appariva la più completa.

Le sue preghiere, per essere più brevi, non erano meno intense. Egli

continuava lo spirito della preghiera nella occupazione materiale di

ammanire il cibo, di accendere il fuoco per riscaldare le piccine, di

rispondere ai loro gridi e ai loro pianti con parole dolci, che a

volte erano ricordi del linguaggio materno, a volte versetti della

Bibbia, a volte ritornelli di nenie e di canzoni popolari.

Infilava l'ago per preparare alle innocenti caldi panni ritagliati

dalle sue sottane; fasciava i loro piedini con pelli di animali, e

metteva il pelo all'interno, perché la delicata epidermide si trovasse

meglio riparata.

Nei giorni peggiori, ricorreva a cento invenzioni ingegnose per

trattenere le due bimbe nella baita. Dei fuscelli, una montagna di

sassolini, vecchi bottoni delle sue tonache, tutto era convertito in

trastullo, tutto serviva a giuochi, celie e risa. Ma appena spuntava

un raggio di sole, via colle bimbe in collo, dentro la neve,

attraverso i boschi, addestrandole alla ginnastica dell'aria

frizzante, alla vista degli immensi orizzonti puri.

E raccattando lungo la via erbe e radici, ne teneva deposito per

combattere le effimere febbri infantili, per poter allestire

all'occasione una bibita salutare alle sue dilette, per dar loro un

ristoro nelle lunghe notti invernali, mentre fuori fischiava e gemeva

il rovaio, e dentro alla baita il focherello delle betulle e dei pini

diffondeva un tiepido calore di nido...

* * *

Una grande bellezza fu l'estate in cui le bimbe entrarono nel loro

settimo anno. L'età della ragione! pensava il solitario, tutto

compreso dei nuovi doveri che gli incombevano, mentre aumentava in lui

quel senso di rispetto per le creature che Dio gli aveva mandate, onde

non procedeva a nessun divisamento senza essersi prima consultato

colla propria coscienza.

Crescerle nell'amore di Dio e della natura, sviluppare

contemporaneamente la maggiore forza fisica e la più alta potenza

ideale. Questo il còmpito.

Sotto i boschi densi d'ombra sostavano negli ardenti meriggi, e come

le piccolette si divertivano a rincorrere le farfalle ed a snidare i

grilli, egli ne prendeva argomento per spiegare le leggi dell'amore

universale, per istillare nei giovani cuori la pietà, la dolcezza, la

comprensione sensibile di ogni sofferenza e di ogni tripudio,

riportandoli alla cagione unica del tutto.

Egli le obbligava a guardare ed a riconoscere i mille mondi che si

agitavano intorno a loro nel raggio di sole e nella gocciola d'acqua,

nell'erba, nelle piante, nell'aria. Del mondo propriamente detto non

parlava mai; esse potevano credere che finisse ai piedi della loro

montagna. Ma quel dominio assoluto e libero e puro, quella ignoranza

altera di tutto ciò che non fosse semplice e casto come esse, le

cresceva in una nobile fierezza, in una limitazione regale di idee e

di affetti.

Il prete parlava loro di Dio come di un padre pieno d'amore e di

magnificenza; dipingeva le gioie del paradiso con colori smaglianti,

le cantava con strofe poetiche, ma giammai parlò dell'inferno. Esse

non conobbero neppure il nome dei peccati, neppure la parola peccato.

Similmente virtù, che anche di rado usciva dalla bocca del prete,

aveva per esse un significato complesso di bellezza, che non le

conduceva a nessuna antitesi brutale, che era semplicemente ciò che

doveva essere.

Perchè rivelare la colpa in quell'Eden? Chi avrebbe osato, chi avrebbe

potuto introdurvela? L'asceta si esaltava in tale concetto di purità

assoluta; gli sembrava di vedere alla falda della montagna un

arcangelo colla spada fiammeggiante nell'attitudine di difenderla. Il

suo sogno si mutava in realtà. Un mondo nuovo sorgeva dai ruderi della

civiltà imputridita, Jehova lo permetteva. Egli aveva parlato, dal

sangue di Cristo spuntava finalmente il fiore del perdono. Gli uomini

potevano rialzarsi. Ecco la novella!

In una di queste ore d'estasi, mentre fremevano per l'aria i pollini

divelti dai rododendri in fiore, egli tuffò le mani negli aromi

sparsi, e, imponendole sul capo delle gemelle, mormorò nel colmo

dell'ardore, quasi improvvisando:--Ti segno col segno della croce, ti

confermo col crisma della salute, nel nome del Padre, del Figlio e

dello Spirito Santo.

Una lagrima di immensa tenerezza scese dagli occhi del prete, ed egli

la posò sulle fronti riunite delle due bimbe. Sorrisero esse, e

dissero:

--Padre, quanto ci ami!

Crescendo l'età, crescendo le domande e le risposte, e sviluppandosi

in ognuna delle gemelle una personalità propria e distinta, un sol

nome per entrambe non bastò più, e quasi senza accorgersene, senza un

ragionamento voluto, egli incominciò a chiamare la prima Mària;

restando alla seconda, per una impercettibile gradazione di tenerezza,

il nome intatto di Maria.

Si somigliavano, ma Maria era un po' più gracile della sorella, e

l'anima sua sensibilissima era meglio portata a interpretare la

invisibile malinconia delle cose. Meno viva, meno inquieta, ella stava

volentieri accanto al prete, assorta in un muto rapimento, intanto che

Mària colla foga di un giovane capriolo correva su e giù per i

sentieri, lanciando sassi, strappando rami, inerpicandosi sulle alture

più difficili e pericolose.

Mària cantava, cantava per un bisogno irresistibile di sfogo. Non

conoscendo nessun motivo musicale, ignorando anche che cosa volesse al

giusto dir musica, modulava in cento toni diversi il suo nome e quello

della sorella, onde la valle echeggiava a lungo dei due nomi: Mària,

Maria! Mària, Maria! che si ripercotevano sulle montagne circostanti

con una cadenza strana di canzone selvaggia.

* * *

Ella amava pure i turbini e le tempeste.

Quando la raffica soffiava violenta e le punte dei ghiacciai si

illuminavano al bagliore dei lampi, Mària provava una gioia strana,

tumultuosa. Intanto che la dolce sorella, chiusa nella capanna,

accompagnava il prete nel recitare le litanie della Vergine, ella

correva ad esporsi nella lotta cogli elementi, a ricevere attraverso

il corpo le sferzate del vento, affrontandolo arditamente e sfidandolo

colla testa alta, mentre esso le scioglieva i capelli, le strappava le

vesti, la mordeva e la flagellava, costringendola tutta palpitante a

ridosso di un albero, senza respiro, senza voce, col volto che si

velava dalle chiome scomposte, e le labbra aperte, rivolte in alto a

bevere i primi goccioloni della pioggia.

Tutto ciò che fosse battaglia la attirava, e la sua giovanile

immaginazione prestava anima e volontà a qualunque oggetto.

Aveva scelto per residenza favorita un picco, il più sporgente

nell'abisso, dal quale dominava da regina, piacendosi al tetro rumore

del torrente che muggiva in fondo. Vi aveva spesso invitato la dolce

sorella, che timida e paurosa non ardiva seguirla, onde ella

restavasene sola, affascinata dal nero vuoto, dove i suoi occhi si

fissavano con un'ansia inquieta di ricerche; e quando la vertigine

incominciava a prenderla, quando le si mozzava il fiato, quando il

battito del cuore le si arrestava improvvisamente come sotto la

stretta di una mano misteriosa, gettava un lungo urlo pieno di voluttà

e di terrore. Si allontanava allora pallida e muta.

D'estate, nelle ore in cui il sole percuoteva la montagna, seduta a

testa nuda sul suo picco, si tuffava in un bagno di raggi, piacendosi

a sentire i morsi del calore, resistendovi con una sensazione di

dilatamento nella pelle, dì immedesimazione, quasi, che somigliava ad

una conquista.

* * *

Calma e semplice era Maria. Ella viveva in uno stato continuo di

tenerezza e di pace profonda.

Più che il correre, preferiva l'andare tranquillo lungo i sentieri, e

tra i sentieri preferiva i più verdi, i più teneri, quelli dove

spuntavano fiori.

Amava i fogliami vaporosi, le chiazze di luce tra albero ed albero; si

compiaceva del canto degli uccelli, del volo delle farfalle,

dell'umile ed operosa vita degli insetti. I fiori l'attiravano

dolcemente: ella si guardava bene del calpestarne qualcuno, chinandosi

a raddrizzarlo, se lo aveva urtato, seguendone lo sviluppo con sguardo

amoroso; oggi appena una gemma, domani un bocciolo, poi il fiore.

Maravigliata sempre e commossa davanti a questo mistero, diceva

talvolta:--Padre, io penso che i fiori hanno un'anima.

--L'ho pensato tante volte anch'io; tutto ciò che è uscito dalle mani

del Signore ha un'anima di certo.

Ella diceva ancora:

--Padre, i piccoli grilli, le formiche e le lucertoline sanno essi che

io li amo?

--Credo che lo sapranno. Noi sappiamo bene che i grandi alberi ci

amano.

--Oh! sì; ci amano!--esclamava Maria piena di un ardore mistico--e ci ama

pure la montagna, l'alta montagna buona, che ci protegge come una

madre, sui cui fianchi noi ci appoggiamo, e le dormiamo in grembo.

* * *

L'idea di questo amore universale la cullava in una specie di estasi,

come nell'abbandono di una bontà sconfinata, dove non sorgeva mai

neppure la più lieve ombra di dubbio o di paura. Sorella dei fiori,

delle erbe, degli insetti, degli uccelli, viveva della loro pace

profonda nella assoluta ignoranza del male.

Una lontana e confusa immagine della società le appariva a tratti

nella lettura del Vangelo e nelle spiegazioni che il solitario ne

faceva; ma tutto ciò si presentava alla fanciulla come una visione,

come l'evocazione di un mondo spento, non invidiabile, nè

desiderabile; e, nella sua anima straordinariamente portata alle

oscurità del mondo soprasensibile, i fatti, i nomi, tutta quella

storia misteriosa dell'Antico e del Nuovo Testamento si mescevano nel

simbolismo di un sogno prolungato ed infinitamente soave. Le sembrava,

a volte, di aver vissuto in quella terra fatale di Galilea, di aver

udita la voce di Gesù, di averne seguito i passi, di essere stata

sotto la croce a beverne il sangue, e per l'amore di Lui essere

risorta a questa nuova vita di intera purezza, di luce imperitura.

Una grande fantasia poetica era in lei, per cui respirava in

un'atmosfera di luce, e stava in rapporti ideali con una quantità di

persone e di cose, confondendole soavemente per una ripugnanza innata

delle verità materiali, onde spesso le stelle e gli Angeli, una rosa e

la Madonna, il sole e Dio si identificavano nel suo pensiero,

formavano quella catena di splendori e di gioie sante entro cui si

moveva la sua anima.

Alcune parole, alcune frasi dei libri sacri la trasportavano in un

delirio di ammirazione; per esempio, tutti i simboli relativi a Maria

Vergine, che, dopo di essere stata paragonata all'aurora foriera del

sole, venne ancora ravvisata nell'Arca dell'alleanza, fabbricata di

legno incorruttibile, nel roveto di Mosè, che arde tutto e pure non si

consuma, nella verga di Aronne, che lungi dall'insterilire mette

fiori, nel vello di Gedeone, che solo rimane molle e coperto di

rugiada mentre la terra intorno è bruciata; nell'orto chiuso, d'onde

emanano profumi di paradiso, e nella rosa di Gerico, nel cedro del

Libano, nel cipresso di Sionne, nella palma di Cades, nel pallido

ulivo dei campi, nel leggiadro platano che costeggia i torrenti.

Su queste parole misteriose, su queste similitudini ignote, piene di

una occulta e sublime poesia, la dolce fanciulla spargeva lagrime di

una commozione così intensa che le si accresceva per esse l'infinita

felicità di vivere.

* * *

La piccola baita, dal giorno in cui il prete l'aveva scelta per sua

dimora, si era venuta man mano dirozzando per la presenza delle due

fanciulle.

All'unica cameretta il solitario ne aveva aggiunta un'altra, lavorando

a quest'uopo un inverno intero; prima per abbattere gli abeti e poi

per tagliarli e piallarli rozzamente, tanto che potessero connessi

insieme formare le tre pareti che occorrevano al nuovo edificio.

Le gemelle lo avevano aiutato con ardore, e non avendo mai visto nè

fabbriche, nè operai, nè cosa alcuna al mondo, esultavano ad ogni

scoperta, ad ogni felice risultato, così divertite dalla nuova

occupazione che non videro fuggire l'inverno. Piene di zelo, portavano

legni, limavano chiodi, foravano, ammucchiavano, docili

all'insegnamento del loro buon padre; mentre Maria trovava modo di

unire anche a questa occupazione materiale le sue visioni grandiose e

poetiche e pensava che così avevano lavorato gli uomini primitivi per

edificare il tempio di Salomone, dove si cantavano le glorie di Dio.

All'olezzante cedro del Libano ella sostituiva, con eguale trasporto

di poesia e di gratitudine, il pino silvestre dal forte profumo

resinoso.

--Come odora buono!--diceva.--Tanto buono e tanto forte!

E già amava quelle brune pareti, dove scorgeva, come in tutto il resto

del creato, una catena ininterrotta di benefizi; le toccava con amore,

con devozione. Non poteva neanche dire di essere felice: perchè la

felicità per lei era lo stato naturale di tutti gli esseri viventi; ma

tale intima sensazione la esprimeva nell'irradiamento di tutto il

volto e in un crescendo di vitalità, per cui le accadeva di serrarsi

stretta la sorella fra le braccia, quasi il suo cuore non fosse

abbastanza grande per contenere tanta gioia.

Alla famiglia di pastori che avevano allevate le due piccine un'altra

famiglia era subentrata, e nuovi rapporti di una o due volte l'anno

recavano ai solitari della baita gli oggetti di prima necessità:

volontario tributo che quella buona gente offriva al Santo. Ognuna di

queste visite era un tale avvenimento per le gemelle che solamente

l'aspettarle e il rammentarle bastava a riempire il loro isolamento.

Non erano che rozzi pastori, ma erano anche i soli esseri umani che

giungessero fin lassù.

Quando la cameretta nuova fu compita, misurò quattro passi in largo e

cinque in lungo, e, per suggerimento dei pastori, venne confitta ad

una delle pareti, la meglio riparata, una specie di alcova, molto

simile ai lettucci delle cabine nei bastimenti e precisamente eguale a

quelle che usano molti montanari, sia per economia di spazio, sia per

tenersi più caldi. In questa nicchia, sopra un saccone ripieno di

foglie bene asciutte, le gemelle dormirono per la prima volta al

soffio dei venti di marzo, che urlavano nelle gole alpine; ma

tenendosi abbracciate, sognarono insieme che le nevi erano già

scomparse, che i sentieri si coprivano di rose...

PARTE TERZA

MISTERO.

Un giorno tutta la valle, le vette e i boschi folti d'ombra

primaverile rimbombarono per un colpo formidabile e strano. Sembrava

un muggito, un urlo prolungato d'eco in eco, il grido di un appello

disperato, o lo scoppio di una collera terribile. Eppure il cielo era

del più limpido azzurro, e fin dove l'occhio poteva vagare non

scorgevasi che la linea immobile dei prati, dei piccoli sentieri

onduleggianti sul pendio. Nel fitto degli alberi cantavano

tranquillamente gli uccelli, e le farfalle si libravano a volo

punteggiando di macchie azzurre, bianche e dorate l'uniforme verdezza

delle siepi.

--Padre, che è ciò?

Erano accorse le fanciulle, ed abbracciavano sbigottite i ginocchi del

loro protettore.

Un secondo scoppio e un terzo li tenne per qualche istante riuniti e

stretti, nell'ansia di un silenzio che sembrava non dovesse rompersi

più.

Finalmente il solitario rialzò le fanciulle, e disse:

--Non temete. Riconosco questi rumori. Sono gli uomini che lavorano per

cambiare l'opera del Creatore. Epperò, se Dio lo permette,

inchiniamoci e preghiamo per loro.

Pregarono esse come solevano, insieme al buon padre, senza

comprenderlo mai interamente Però verso sera, essendo cessati i

rimbombi, Mària s'accostò di nuovo e chiese:

--Chi sono gli uomini?

--I nostri fratelli, lo sai.

--I pastori?

--I pastori ed altri.

--E dove abitano?

--Nel mondo.

--E che cosa fanno?

Ristette il solitario, dubbioso sulla risposta. Maria intervenne:

--Il mondo è grande, grande, grande. Contiene monti, contiene mari, e

dappertutto i figliuoli di Adamo vivono ammirando e lodando Dio. Non è

così?

--Sì, è così--rispose egli, ponendo la mano sulla testa della sua

diletta, e guardandola con inesprimibile dolcezza.

Mària, un po' pallida e collo sguardo inquieto, interrogò di nuovo:

--Quale è il lavoro che gli uomini intraprendono per cambiare l'opera

di Dio?

Ora Maria aspettava ansiosa la risposta che il padre avrebbe data alla

sorella.

--Dio lascia piena facoltà all'uomo di impiegare come egli crede la sua

intelligenza, e l'uomo qualche volta per suo utile atterra alberi,

fora montagne e uccide gli animali. Tutto ciò è permesso. Non abbiamo

noi atterrato i più bei pini e gli abeti più poderosi per fabbricare

la nostra casetta? Tanta è la bontà di Dio che fa nostri tutti i beni

della terra.

Ancora il prete parlò a lungo quella sera; e quando ebbe finito di

parlare, aperto il Vangelo, lesse tutto il capitolo X dei fatti degli

Apostoli, e sul fatto della vela calata dal cielo a Pietro e della

voce che gli disse: "Le cose che Dio ha purificate, non farle tu

immonde." Maria cominciò a chiudere gli occhi, assorta in una visione

di pace; mentre la sorella, sempre pallida e collo sguardo inquieto,

sembrava ascoltare, fuori, nelle ombre della notte, la voce misteriosa

degli uomini.

* * *

--Sorella, tutto pieno di fiori è il bosco; andiamo a coglierli.

--Non ho voglia di cogliere fiori.

--Spuntano già le fragole; ne ho viste ieri sul ciglio della montagna,

ma non le presi perchè tu non c'eri. Vieni?

--Non ho voglia di cercare le fragole.

Maria tacque. Cheta cheta sedette ai ginocchi della sorella, e coi

fili d'erba che trovava a portata della mano si pose a intrecciare

piccoli panieri, sbagliando spesso e ricominciando con una grande

pazienza, senza levare gli occhi. I suoi piedi nudi posavano in un

raggio di sole, ed ella si guardava bene dal moverli, per non

disturbare il viaggio di un piccolo coleottero che andava e veniva

portando bottino al nido.

Calma nell'aspetto, era intimamente lieta pensando che quei panierini

avrebbero servito a tante altre bestiuole, e già colla immaginazione

li vedeva biancheggiare di ovicini, animarsi nel tripudio di aluccie

svolazzanti, di minuscoli corpi iridati di ogni più bel colore.

--Aspettate, aspettate--mormorava piano colla tenerezza di una giovane

madre--la farò io la burla, vi preparerò io una bella casetta.

Aspettate, bellini, carini...--Cercò altre parole, ma ella non ne

sapeva poi molte delle parole, e, tutta intesa alla gioia del suo

lavoro continuava a ripetere: carini, carini.

Sembrava che essi ascoltassero. Su, su per i piedi, sul lembo del

povero gonnellino si trascinavano gli insettucci; e i moscerini le

volavano in giro, e una lunga libellula tutta azzurra colle ali

d'argento le riposò in grembo per qualche minuto.

--Oh! oh!--esclamò Maria sorridendo, rossa in viso per il piacere--sono

io forse la Madonna?

Un pudore religioso la prese, quasi un dubbio s'ella fosse veramente

degna che gli insetti di Dio le mostrassero tanta deferenza. Ella

sapeva che parecchi santi erano stati amati così dalle piccole

creature che gli uomini disprezzano. E guardava nel suo grembo la

libellula; trattenendo il fiato, colle braccia aperte e gettate

indietro per non spaventarla, tutta invasa, tutta tremante di una

dolcissima confusione, immota, ma con un battito interno che le

gonfiava il seno.

Allora una parola ch'ella non aveva mai pronunciata da sola, una

parola dei libri santi, una parola del Vangelo le salì improvvisamente

alle labbra. Non la disse, non la mormorò, la sospirò appena: Amore!

* * *

Continuavano i colpi a scuotere le vette ed a far rimbombare le valli,

sempre, tutti i giorni.

--Sono le mine--aveva detto il prete; ma ancora le fanciulle non

capivano.

Mària passava le giornate sul suo picco solitario, dove i colpi

sembravano ripercossi più fortemente dal vuoto del sottostante abisso.

Ella contava i primi colpi, ma non sapeva contare molto; e quando non

poteva più andare avanti, stringeva le labbra, come per un interno

dolore.

Un fascino straordinario le veniva da quel combattimento ignoto, un

tumulto nel sangue, un impeto di correre e di mischiarsi ai

combattenti.

--Non ti piacerebbe andar là?--chiese a Maria; ed il suo occhio apparve

così ardente che la dolce fanciulla se ne sbigotti.

--Maria Vergine!

Un'altra volta le disse:--Non pensi tu che, al di là di questi monti,

lontano lontano, dove finisce la valle, esistono ancora delle città,

come Ninive, come Babilonia? e dei Re come Salomone e delle Regine

come Saba? L'oro e le gemme dove saranno se non laggiù? Oh! vorrei

vederla una gemma! Le gemme abbelliscono una donna, poiché Giuditta se

ne adornò quando volle piacere ad Oloferne.

--Gesù!

La dolce fanciulla si coperse il volto colle mani, e Mària tacque.

* * *

Da quel giorno i suoi silenzi crebbero, si fecero più cupi. Non volle

più mischiarsi ai giuochi ingenui della sorella; le visioni luminose

di costei, tutto quel mondo ideale dov'ella trovava la felicità,

sembrava irritarla sempre più. Un pensiero oscuro le solcava la

fronte, una fiamma la divorava internamente, ed i suoi occhi ne

serbavano il riflesso. Quando non stava muta e concentrata sul suo

picco spariva per lunghi intervalli, e ritornava poi stanca, coi

capelli arruffati, le guancie in fiamme.

Aveva delle ore di languore estremo. Pregava appassionatamente,

sopratutto la sua preghiera d' elezione, ch'era il _De Profundis_.

Diceva il primo versetto con un fervore che le metteva dei singhiozzi

nella voce: _De profundis clamavi ad te Domine, Domine exaudi vocem

meam_. Ma continuando, diventava pallida pallida, la voce le moriva in

gola, uno sguardo lungo, disperato, sembrava scovare dall'anima sua

l'intimo anelito e portarlo su quelle parole ardenti fino a Dio.

* * *

--Dove sta Mària tutti i giorni per tante ore?

--Padre, tu sai ch'ella amò sempre la corsa e le lunghe escursioni.

Ella è come gli uccelli dell'aria; la terra la stanca e nel nido si

annoia. Lasciala volare la nostra aquiletta......................

.................................................................

Ma, dopo qualche tempo, l'umore di Mària cambiò ancora. Ella

continuava bensì ad assentarsi, ma al suo ritorno non aveva più

quell'aria selvaggia e fiera. Una insolita dolcezza le ammorbidiva lo

sguardo, e le capitava qualche volta di sorridere da sola, come

inseguendo il bagliore di una visione.

Si faceva più tenera, più mansueta. Acconsentiva a intrecciare corone

insieme a Maria, mostrava di interessarsi al suo piccolo mondo di

insetti e di fiori. Quando rideva, le si illuminava tutta la faccia,

ed aveva allora un'espressione così nuova che la dolce fanciulla non

rifiniva dal guardarla e dall'ammirarla. Le disse una volta:

--Mària, non sei più la Mària di prima. Qualche cosa di diverso c'è in

te.

Nel sogno · 第 1 / 4 段