DAL TERZO AL VENTESIMO SECOLO

La rovina della civiltà antica è stata effetto di cause profonde e

complesse. Ma la nostra ricerca sembra provare che essa è incominciata

con una grande perturbazione politica, che scatenando un’incurabile

anarchia ha distrutto a poco a poco la civiltà antica nei suoi

elementi essenziali. E’ anche possibile spiegare il procedimento di

questa crisi. L’impero romano aveva cercato di conciliare due diversi

principii d’autorità; il principio monarchico che aveva avuto un

grande sviluppo in Oriente, in Asia Minore, in Siria, in Egitto con

le dinastie anteriori e posteriori alla conquista di Alessandro; il

principio repubblicano, che si era sviluppato in Europa, sopratutto

in Grecia e in Italia, nelle istituzioni della città antica. La

conciliazione che l’_imperator_ o il _princeps_ simboleggiavano, era

sempre stata difettosa perchè non era riuscita a definire il principio

costituzionale, donde doveva uscire l’autorità suprema di quella

monarchia repubblicana, questo principio non essendo nè l’eredità, come

nelle monarchie, nè una regolare elezione, che avesse procedura fissata

dalle leggi e dalle tradizioni, come nelle repubbliche. Tuttavia, fino

che conservò l’antico prestigio e la sua immensa autorità, il Senato fu

generalmente riconosciuto come la fonte della legittimità imperiale. Un

imperatore era considerato legittimo, appena il Senato aveva approvato

la sua elezione. E infatti il Senato riuscì, per due secoli, a prezzo

di lotte talora molto violente e di una sanguinosa guerra civile, a

render sicura la continuità legale del regime. Ma indebolita l’autorità

del Senato dalla vittoria di Settimio Severo, e dall’istituirsi di una

vera monarchia assoluta non rimase più nessun principio di legittimità,

chiaro e forte, per la scelta dell’Imperatore: nè l’eredità, nè

l’elezione, nè la convalida del Senato. Da questo nacque il grande

tumulto di rivoluzioni e di guerre che, come abbiamo detto, ha tutto

distrutto.

In fondo a questa immensa crisi storica, troviamo dunque la lotta di

due principii politici opposti, che invece di conciliarsi, come si

vorrebbe, finiscono per distruggersi. Una forte conferma di questa

visione storica è appunto data dalla diversa sorte dell’Impero

d’Oriente e dell’Impero d’Occidente. La rovina dell’Impero Romano è in

verità la rovina dell’Occidente. Indebolita da un’incurabile anarchia,

sommersa dai marosi delle invasioni, l’Europa romana si spopola,

ridiventa barbara, è spezzettata in un gran numero di Stati, che

per secoli hanno il carattere comune di una continua instabilità. In

Oriente invece l’autorità imperiale, sotto forma di monarchia assoluta,

resiste ancora ai colpi della sorte per secoli; riesce a mantenere un

certo ordine, una forza militare, una tradizione di cultura, a salvare

quella parte della civiltà antica che aveva potuto sfuggire al caos del

terzo secolo e non si trovava in contradizione troppo violenta con lo

spirito cristiano. In grazia appunto di questa resistenza l’Oriente può

diventare una seconda volta l’educatore dell’Occidente, rimbarbarito.

Ma questa vitalità dell’Impero d’Oriente può solo spiegarsi con le

diverse vicissitudini della crisi politica. La monarchia assoluta e

ereditaria, fondata da Costantino, è riuscita meglio in Oriente che

in Occidente, perchè si è ritrovata nel paese d’origine e perciò

sopra un terreno più favorevole, preparato dalla tradizione. In

fondo, l’Oriente non aveva visto, nell’Imperatore romano, che il

successore e il continuatore di quei re, i quali, sotto nomi diversi,

avevano governato gli Stati asiatici nei secoli anteriori alla

conquista romana. L’Oriente aveva capito la repubblica aristocratica

di Augusto, come una monarchia unificata e universale. Anzi, proprio

quel sentimento monarchico con cui l’Oriente considerò la persona

e l’autorità dell’imperatore, contribuì reagendo sull’Occidente, a

indebolire nei primi secoli dell’Impero il carattere repubblicano

della costituzione di Augusto. E appunto perchè era abituato da secoli

a un governo di funzionari, l’Oriente sentì meno, nel terzo secolo,

la distruzione della costituzione aristocratica, che scosse tutto

l’edificio sociale in Occidente. Insomma, una volta distrutta la

costituzione aristocratica della società imperiale insieme col regime

mezzo repubblicano e mezzo monarchico dell’Impero, l’Occidente non ha

più governo. Le vecchie istituzioni repubblicane non son più possibili,

la monarchia assoluta o ereditaria, fondata da Costantino, non trova

radici vive nel sentimento dei popoli; è debole, instabile, inetta

a difendere le provincie contro le invasioni dei barbari e a mettere

un po’ d’ordine nell’interno. A poco a poco la civiltà si decompone

e scompare. In Oriente è più forte il principio monarchico, perchè

trova un terreno già preparato dalla storia; la monarchia assoluta

e ereditaria può, nonostante le cospirazioni di palazzo, le rivolte

militari e le crisi dinastiche frequenti, governare, mantenere un

certo ordine, difendere il paese dai nemici esterni. Faticosamente, la

civiltà continua a vivere.

Veduta così, questa esperienza storica è molto importante per la

nostra epoca. Noi ci troviamo in una situazione che, con un fondo

più vasto e in forme più complesse, ha profonde analogie con quella

descritta. Ho alluso a queste analogie nel primo capitolo; ma sarà

utile di ritornarci sopra. Il mondo non s’è ancora accorto dei

risultati politici che ha avuto la guerra mondiale, indipendentemente

dalla volontà e dai piani di quegli uomini che pareva guidassero gli

avvenimenti; e ragiona ancora come se ci trovassimo all’indomani del

trattato di Utrecht, come se non ci fosse stato che un trasporto di

potenza e di prestigio, da alcune ad altre nazioni. Non s’è ancora

accorto che nel marzo del 1917 uno dei due principii politici sui quali

s’appoggiava tutto l’ordine sociale in Europa, il principio monarchico,

ha ricevuto un colpo tremendo con la rivoluzione russa; che ne ha

ricevuto un secondo e questo definitivo e mortale, nel mese di novembre

del 1918, quando l’Impero degli Asburgo e quello degli Hohenzollern

si sono sfasciati. Non ha ancora capito che la caduta del principio

monarchico in Europa è un avvenimento di formidabile importanza;

in quanto chiude una crisi politica cominciata due secoli fa; e che

l’Europa rischia di nuovo, come nel terzo secolo, di trovarsi senza

nessun principio d’autorità.

Una rapida occhiata agli avvenimenti dei due ultimi secoli, dopo

questo lungo studio sulla crisi della civiltà antica, potrà forse

illuminare un poco le spesse tenebre dell’avvenire. L’Europa cristiana,

venuta fuori, a poco a poco, dalla catastrofe della civiltà antica,

aveva trovato una soluzione del problema politico, che, nel quadro

delle idee religiose dominanti allora, era quasi perfetta. Aveva

dato un carattere sacro a tutti i governi, repubblicani o monarchici,

aristocratici o democratici, che fossero legittimi, che cioè dovessero

la loro origine a un atto legale di validità indiscutibile, o che

fossero stati legittimati dal tempo. L’obbedienza a quei governi era

un dovere imposto da Dio ogni volta che quei governi non imponevano

alcunchè di contrario alla legge divina. Quanto agli errori e alle

colpe dei governi legittimi, non bisognava, secondo questa concezione

dello Stato, dare loro troppa importanza, quando non minacciavano

di produrre una depravazione generale, perchè, essendo la perfezione

morale e religiosa dell’individuo il fine supremo della vita, a questa

perfezione si poteva giungere indipendentemente dalla perfezione

del governo. Gli abusi dei governi nuocevano a chi li faceva, molto

più che alle vittime, perchè costoro dovevano soltanto subire delle

pene materiali e delle sofferenze, mentre gli altri si gravavano la

coscienza con un peccato, di cui dovrebbero un giorno rendere conto a

Dio.

Questa concezione del governo accordava assai bene il dovere dei capi

di ben comandare, il diritto dei popoli, d’essere ben comandati, e

la necessità di una certa tolleranza per le colpe dei potenti! Ma

per quanto perfetta, non poteva mantenersi che nel quadro delle idee

religiose, dominanti allora. Cominciò a esser scossa dall’ondata di

incredulità che percorse la classe dirigente di tutta Europa dopo la

guerra dei trent’anni: quella guerra che, facendo apertamente del

cattolicismo e del protestantesimo delle armi per una grande lotta

politica, fu per l’Europa la prima grande scuola di scetticismo

religioso. Il settecento le oppose inoltre la concezione filosofica e

razionalista che culminò nella Rivoluzione Francese. L’autorità è cosa

umana, la sua fonte è nella volontà stessa di coloro che obbediscono e

che hanno, per conseguenza, il diritto di controllarla; il vero sovrano

è dunque il popolo; la legge, per esser giusta, non deve esprimere che

la sua volontà. La teoria era seducente, e sedusse infatti lo spirito

di un secolo illuminato, che era scontento per molte ragioni, del

suo regime, rimproverandogli, in fondo, sotto il nome di tirannia, la

sua debolezza, la sua lentezza, il suo spirito di _routine_, il suo

rispetto delle tradizioni e dei diritti acquisiti.

La Rivoluzione francese cercò di applicare il nuovo principio. Ma

non tardarono ad apparire le difficoltà dell’applicazione. Che cosa

era il popolo? A che segni si riconosceva la sua vera volontà? Con

quali organi si potrebbe esprimere? Sappiamo con quante oscillazioni

la Rivoluzione francese cercò di rispondere a questi quesiti. Basta

seguire tutte le costituzioni che elaborò in pochi anni, per vedere

quanto difficile fosse l’applicazione del principio della sovranità

del popolo. Ora il suffragio universale, ora il suffragio doppio, ora

il suffragio censitario le sembrarono via via espressione vera della

volontà popolare, sinchè alla fine, la volontà popolare non diventa

che una formalità per legittimare una dittatura militare, fondata

con la forza e molto più assoluta, nel suo esercizio, che quella

della monarchia dell’antico regime. Ma questo brancolare si spiega

facilmente, quando si guarda il nuovo sovrano che doveva sostituire gli

antichi, perchè il popolo, la cui volontà avrebbe dovuto governare lo

Stato, aveva poca voglia e poca capacità di esercitare il suo potere,

anzi mostrava certe volte il desiderio di rinunziarci e di ristabilire

le autorità a cui avrebbe dovuto succedere. Si poteva lasciare a questo

nuovo sovrano la libertà di abdicare? Tutta la Rivoluzione francese si

è dibattuta in questa contradizione insolubile, perchè la Rivoluzione

è stata, in fondo, lo sforzo di una _élite_ relativamente ristretta

contro la volontà profonda delle masse, compiuto in nome della

sovranità popolare.

Infatti, tutti i regimi fondati allora sopra un principio così

oscillante e poco chiaro, sono stati deboli e instabili: persino la

dittatura militare che è stata il coronamento di tutti gli sforzi della

Rivoluzione. Sostenuta dalle vittorie, si sfascia quando la vittoria

l’ha abbandonata. Messa sottosopra da tante guerre, sconvolta per la

lotta dei due principii antagonisti d’autorità, l’Europa fa allora

un grande sforzo per conciliarli e ristabilire un ordine duraturo. E’

questa l’opera del congresso di Vienna e della Santa Alleanza. Mentre

il congresso delibera di ricostituire l’Europa sul principio della

legittimità, di riconoscere cioè come titoli legittimi di autorità

il tempo e la fedeltà dei popoli, la maggioranza dei grandi Stati

crede che sia necessario rinforzare il principio di legittimità con

la concessione d’istituzioni rappresentative. La dinastia legittima

rientra in Francia con la Carta di Luigi XVIII. L’Imperatore di Russia

ambisce di far la parte di protettore della libertà. Anche il re di

Prussia ha promesso una costituzione al suo popolo. Solo fra i grandi

Stati l’imperatore d’Austria resta fedele alla dottrina assolutista.

Le altre grandi monarchie inclinano con maggiore o minor risolutezza

verso una conciliazione dei due principii politici, basata sulla

subordinazione del principio nuovo all’antico. La monarchia resterà

il principio sovrano di Europa; le istituzioni rappresentative

funzioneranno sotto il suo controllo; la pace aiuterà questa

conciliazione. Le idee rivoluzionarie avevano scosso le istituzioni

monarchiche con l’aiuto della guerra. La Santa Alleanza sarà una tregua

conchiusa tra le monarchie d’Europa, per non facilitar troppo, con le

loro lotte, il compito della Rivoluzione.

Ma la conciliazione fallisce. In Francia, la dinastia legittima non

riesce che con grandi sforzi a mantenere la Camera nella posizione

subordinata che le impone la Carta, benchè il Parlamento non sia eletto

che da una minoranza di ricchi. La lotta tra la corona e il parlamento,

tra il diritto divino e la sovranità del popolo, fra la vecchia

aristocrazia e la borghesia, è continua, accanita, implacabile. Questa

lotta, per le inquietudini che solleva, contribuisce a far vincere

pienamente il partito assolutista in tutta Europa dopo il 1821. Si

dimenticano dappertutto le promesse fatte di concedere una costituzione

e il diritto divino trionfa. A sua volta, questo trionfo universale del

diritto divino in tutta Europa reagisce sulla Francia, dove, con Carlo

X, vince il partito monarchico a oltranza. La lotta tra i due principii

s’inasprisce, fino a scoppiare nelle giornate di luglio, nel 1830.

La dinastia legittima è rovesciata. Il principio della sovranità

popolare esce vittorioso da una lotta sanguinosa che dura tre giorni.

Ma non osa sfruttare a fondo la sua vittoria, proclamando la repubblica

e coronando il popolo sovrano dello Stato. Anche Lafayette esita; e

quando, il 31 luglio, il duca d’Orléans si presenta al Municipio per

rendere omaggio nella sua persona al popolo sovrano, Lafayette esce

sul balcone, insieme a lui, con una bandiera tricolore. Una cricca di

parlamentari abili, maneggiata abilmente da un banchiere, prepara una

nuova conciliazione tra i due principii: la monarchia borghese, o, come

la definì proprio Luigi Filippo, un trono circondato da istituzioni

repubblicane. Il re riconosce la fonte della sua legittimità nel

popolo e nel parlamento che lo rappresenta; è abolito il diritto

ereditario dei pari; il diritto elettorale è un po’ allargato pur

restando strettamente censitario. Il popolo, che governa la Francia è

rappresentato da 200.000 elettori. Ma la nuova conciliazione non riuscì

meglio della precedente. La contradizione tra il carattere censitario

del suffragio e la dottrina della volontà del popolo, si poteva ancora

tollerare sotto la monarchia legittima, la quale affermava d’essere

l’autorità, e non riconosceva alla volontà popolare che una parte

subordinata di collaborazione, per così dire. Ma la monarchia borghese,

invece, non era più che una delegazione del popolo, sottomessa

al popolo, che l’aveva creata con la sua volontà. Come si poteva

riconoscere il popolo sovrano in una piccola minoranza di 200.000

possidenti? Appunto tra il 1830 e il 1848, per reazione a questa

mostruosa contradizione, la dottrina del suffragio universale diventa

l’espressione quasi mistica della sovranità popolare.

La rivoluzione del 1848 è la sua grande rivincita. La Francia

rovescia la monarchia borghese e proclama la sovranità del popolo

nella repubblica, basata sul suffragio universale. L’Europa segue

il suo esempio, si solleva quasi tutta contro la monarchia assoluta,

domanda delle costituzioni. Lo slancio fu così grande, che tutte le

monarchie, salva la Russia, furono costrette a cedere, anche l’Austria

e la Prussia. Come in Francia, il suffragio universale è proclamato

fonte di tutta l’autorità, al posto di Dio, quasi in ogni grande Stato

d’Europa. Ma si ripete allora sopra una scala più larga ciò che era

già successo più oscuramente all’epoca della Rivoluzione; passato il

primo entusiasmo, il suffragio universale esita ad esercitare il potere

supremo; diffida delle sue forze, guarda intorno a sè per cercare

appoggi, e si rivolge finalmente verso l’antico principio d’autorità

che avrebbe dovuto sostituire, per scaricarsi su di lui della sua

responsabilità. L’Assemblea nazionale, eletta nel 1848 dal suffragio

universale, è composta per metà di partigiani degli antichi regimi

monarchici, e per metà di una grossa maggioranza di repubblicani

improvvisati e di una piccola minoranza di repubblicani sinceri e

fervidi. La sua volontà è così confusa ed incerta, così debole la sua

fiducia nella propria autorità, il suo operare così poco energico, che

un gran disordine invade la Francia. La rivoluzione si trova presto

in faccia a questo problema paradossale: ha il suffragio universale,

che è pure un sovrano, il diritto di abdicare la sua autorità suprema

in favore degli antichi regimi? Si può o si deve fargli violenza, per

obbligarlo a governare, nonostante le sue riluttanze? Nelle sanguinose

giornate di giugno l’ala estrema del partito repubblicano si leva

contro l’Assemblea e il suffragio universale, che accusa di tradire

la Rivoluzione! E’ vinta; il suffragio universale resta in teoria il

padrone dello Stato; ma si indebolisce, si scoraggia ogni giorno di

più, di fronte alle crescenti difficoltà interne ed esterne, fino al

giorno in cui, chiamato a scegliere il presidente della repubblica,

ha l’idea di darsi col cappello e la spada di Napoleone, l’aria

e l’aspetto di un vero sovrano. Da quel giorno il destino della

repubblica è deciso: il suffragio universale non servirà più che a

legittimare con un consulto teorico, una monarchia militare, fondata

con un colpo di Stato sul prestigio di un nome. Lo stesso dramma

si svolge più rapidamente e in forma più semplice nella Germania.

Che cerca, appena eletto dal suffragio universale, il parlamento di

Francoforte? Un imperatore per tutta la Germania. Non ambisce che di

sostituire il papa del medioevo, nell’unzione di un nuovo imperatore.

Il parlamento si rivolge all’Imperatore d’Austria, all’arciduca

Giovanni, al re di Prussia; quando s’accorge che il suo richiamo rimane

vano, si lascia dissolvere senza resistenza, come se non avesse più

niente da fare.

Fallisce dunque dappertutto la rivoluzione del ’48. La sovranità del

popolo non dura che un momento. Delle costituzioni timide e sospettose,

che subordinano le istituzioni rappresentative al potere monarchico,

come nella Carta di Luigi XVIII; ecco quanto rimane nei paesi in cui

l’assolutismo non riesce, come in Austria, a ritirare tutte le sue

concessioni. Lo scacco è così grande, che i partiti e le dottrine

democratiche ne resteranno scoraggiati per tre generazioni. Ma il

principio vittorioso, il diritto divino, non è meno indebolito, dalla

sua vittoria, che il principio vinto, dalla sua sconfitta: questo è

il controsenso tragico del 1848, ed è la chiave di tutta la storia

dell’Europa fino alla guerra mondiale. Il principio vittorioso non

è soltanto indebolito dalle concessioni, che dovette fare, sotto la

minaccia della rivoluzione; dalle istituzioni parlamentari adottate

dopo il 1848 in quasi tutti i grandi Stati d’Europa; ma anche dalla

discordia che s’è insinuata tra le grandi e le piccole monarchie

dell’Europa. La rivoluzione del 1848, se non ha sradicato la monarchia

dal suolo dell’Europa, ha rotto la santa Alleanza e la tregua delle

dinastie. Governata dal nipote di Napoleone, la Francia non poteva più

far parte di un sistema che era stato organizzato contro la famiglia

del nuovo imperatore. Il piccolo re di Sardegna aveva osato, nel 1848,

primo di tutti, strappare i trattati del 1815 dichiarando la guerra

all’impero d’Austria. Il parlamento di Francoforte, se non aveva

trovato un imperatore, era però riuscito a gettare la diffidenza e

il sospetto fra la Prussia e l’Austria, offrendo la corona al Re di

Prussia; presto la guerra di Crimea inimicherà per sempre gli Asburgo e

i Romanoff. L’accordo tra le grandi corti settentrionali che era, nel

sistema della Santa Alleanza, il fondamento della potenza monarchica

in Europa, è spezzato definitivamente, l’Europa è come abbandonata a

se medesima, in un disordine inquieto, pieno di discordie. Vittorio

Emanuele II e Cavour furono i primi a approfittare di questo disordine

e di queste discordie. Sfruttando la gelosia e la diffidenza nate,

per il ristabilimento dell’Impero, tra la Francia e l’Austria,

riescono a trascinare Napoleone III in una guerra contro l’Impero

degli Asburgo; inalberando la bandiera liberale e costituzionale,

riescono a provocare, dopo Solferino, un largo movimento in tutta la

penisola, che permetta loro di riunirla in un solo Stato. Le piccole

corti assolute sono sostituite, in Italia, da una sola monarchia

costituzionale. Ma gli avvenimenti d’Italia non sarebbero bastati,

così da soli, a far uscire l’Europa dal suo stato di incertezza e di

torbidi, se il Piemonte non avesse aperta la strada alla Prussia, e

se con un colpo di fantastica temerità, Bismarck non fosse riuscito

a risolvere la situazione incerta, creata in tutta l’Europa dalla

rivoluzione del 1848, a profitto della Germania e del principio

monarchico. Approfittando della discordia che la rivoluzione del 1848,

la guerra di Crimea, la guerra d’Italia, la rivoluzione di Polonia, han

fatto nascere fra l’Austria e la Russia, tra la Russia e la Francia,

tra la Francia e l’Inghilterra; servendosi dell’esercito prussiano

riorganizzato e della dottrina rivoluzionaria del suffragio universale,

riesce, contro la volontà del parlamento prussiano, a vincere l’Austria

e a fondare la confederazione del Nord, sotto l’egemonia prussiana;

lancia la confederazione contro la Francia e fonda l’Impero tedesco,

sotto un capo per diritto divino e con un parlamento eletto dal

suffragio universale.

Bismarck sembra aver risolto il problema che Luigi XVIII e Carlo X non

avevano potuto sciogliere: far collaborare il principio monarchico e

il principio democratico, subordinando questo a quello. Per quaranta

quattr’anni la Germania ha attuato con successo il piano politico,

che aveva fatto cadere, in Francia, la dinastia legittima. Per questa

ragione la guerra del 1870 era sembrata ai partiti conservatori del

mondo intero la rivincita della monarchia sulla rivoluzione del 1848,

il gran trionfo del principio monarchico. Durante questi quaranta

quattr’anni, la monarchia si consolida in apparenza al punto che non

ha nemmeno più paura di molte dottrine e istituzioni democratiche,

considerate, fino ad allora, come incompatibili con ogni governo

monarchico. Si generalizzano le istituzioni parlamentari; soltanto

la Russia resiste fino al 1905; e la base delle istituzioni elettive

diventa sempre più larga. Lo stesso impero d’Austria adotta, alla fine,

il suffragio universale. Le idee repubblicane si spengono a poco a

poco; la Francia se riesce, con sforzi tenaci e continui, a organizzare

una repubblica basata sul suffragio universale e sull’opinione

pubblica, resta però sola, tra le grandi potenze d’Europa, e può

continuare il suo sforzo audace perchè approfitta dell’ordine generale,

assicurato in tutta l’Europa dalla potenza delle monarchie. Pare che

la monarchia abbia definitivamente vinto nella grande lotta con le

dottrine democratiche, cominciata nel 1789.

Ma è ancora un’illusione. L’accordo tra le grandi corti settentrionali,

Berlino, Vienna, Pietroburgo, pietra angolare del principio monarchico,

è spezzato per sempre. Vani sono tutti gli sforzi fatti da Bismarck

per ristabilirlo. La Russia finisce per allearsi con la Francia. Gli

eserciti di coscrizione, dono pericoloso lasciato dalla rivoluzione

alle monarchie, si sviluppano sopratutto in Germania e in Russia. Il

prestigio del principio monarchico è aumentato da questi nuovi eserciti

di Serse, comandati da tanti re e imperatori. Ma nessuno pensa che una

potenza troppo grande può diventare più pericolosa che una debolezza.

E poi, il sistema monarchico dell’Europa riposa tutto sull’egemonia

della Germania, e questa egemonia può mantenersi a lungo solo mostrando

che la forza da cui era stata fondata, era ancora preponderante come

nel 1870, o più? Presto o tardi sarebbe arrivato il giorno in cui la

Germania avrebbe dovuto dare questa prova al mondo! Arrivato questo

giorno, la Germania e l’Austria hanno attaccato la Russia, con gli

eserciti immensi che la coscrizione e i progressi dell’industria

avevan permesso loro di mettere insieme. Ne è nata una guerra senza

limiti, in cui l’Austria e la Germania, han distrutto la Russia, e

distruggendola si sono suicidate. La rivoluzione russa, con l’esempio

e col vuoto che ha creato nel fianco degli imperi centrali; la guerra

illimitata, con l’esaurimento atroce di tutte le energie dei due paesi,

hanno provocato la rivoluzione tedesca e la rivoluzione austriaca. La

caduta degli Asburgo e degli Hohenzollern, dopo quella dei Romanoff è

stata la catastrofe finale del principio monarchico, cioè del principio

d’autorità che dominava la maggior parte dell’Europa!

La grande lotta contro il principio monarchico, cominciata nel

1789, è dunque finita. Il principio monarchico è morto. Già scosso

dall’incredulità, dal razionalismo, dalle dottrine ugualitarie, dalle

guerre e dalle rivoluzioni di un secolo, è stato pienamente sradicato

dalla guerra mondiale. Si trovano ancora, qua e là, dei troni in

Europa, come rocce che emergono dal diluvio; ma coloro che li occupano

non sono dei re, sono delle ombre. L’Europa potrà assistere ancora a

parziali restaurazioni; ma queste restaurazioni non saranno più che

espedienti e combinazioni politiche, le quali dureranno quanto durano

le combinazioni politiche! Il rispetto, l’ammirazione, la fiducia,

quasi religiosa in quel principio, sono morti. Troppo terribile è

stata la catastrofe, che li ha rovesciati! Ma il principio opposto,

quello che avrebbe dovuto approfittare della catastrofe del principio

monarchico, potrà sostituirlo? In questo sta il tutto. E purtroppo

il desiderio di rispondere di sì, deve frenarsi innanzi alla fredda

considerazione dei fatti, i quali risvegliano il dubbio anche negli

spiriti più fiduciosi.

Innanzi tutto gli eventi della Russia. La repubblica democratica è

durata dal marzo al novembre del 1917. Nel mese di novembre del 1917 il

popolo sovrano, dopo un regno di otto mesi, era costretto ad abdicare,

spossessato dalla dittatura del partito comunista, o, per essere più

esatti, dalla piccola oligarchia che domina questo partito. Sciolta

la Costituente, che era la legittima rappresentante della volontà

della Russia, questa oligarchia ha preso a combattere accanitamente i

principii democratici dell’Occidente, opponendo all’ideologia borghese

delle democrazie, la dottrina della dittatura del proletariato, che

non è poi altro se non la giustificazione preventiva di un regime di

assolutismo. Nè meglio danno da sperare i casi dell’Ungheria, dove la

repubblica democratica, è caduta in pochi mesi sotto la dittatura del

proletariato, per ricadere poi sotto la dittatura militare. A questi

devono aggiungersi gli eventi dell’Italia, dove le vecchie forze

dirigenti, alleatesi con elementi nuovi e di origine rivoluzionaria,

hanno preferito tentare addirittura una restaurazione della monarchia

assoluta del 1815, anzichè sostituire un vero e proprio regime

rappresentativo integrale, simile a quello dell’Inghilterra e della

Francia, al governo misto di democrazia e di monarchia, con cui il

Regno si era retto dal 1860 in poi.

Nè uno spirito chiaroveggente può chiudere gli occhi alle penose

difficoltà, contro cui lotta la repubblica tedesca, al malcontento

contro le istituzioni parlamentari che agita sotto sotto la Francia e

perfino l’Inghilterra, alla popolarità forse incauta e superficiale, ma

diffusa, di cui godono le dottrine dittatoriali, presso i popoli che

hanno la fortuna di non saper più o di non sapere ancora che cosa è

davvero una dittatura senza patenti legittime.

Se il regime rappresentativo non riuscisse a mantenersi nel maggior

numero degli Stati di Europa, la guerra tra i due principii di autorità

— il monarchico e il democratico — incominciata nel 1789, terminerebbe

con la sconfitta di tutti e due; e l’Europa si troverebbe in quella

stessa stretta, in cui si trovò l’impero romano, nel terzo secolo,

dopochè il Senato fu esautorato dalla vittoria di Settimio Severo:

senza un principio di autorità universalmente riconosciuto, e forte

abbastanza da reggere l’ordine sociale. Come allora la dittatura della

forza farebbe le veci del governo legittimo; e non sarebbe una sola,

ma molte, e ciascuna diversa, da Stato e Stato; e tutte cercherebbero

di giustificarsi; come i governi di Aureliano, di Diocleziano e di

Costantino, aggrappandosi ai ricordi più vecchi del passato o alle

speranze più immature dell’avvenire; e sarebbero necessariamente

trascinate a farsi la guerra fra loro. La pace non può in Europa

mantenersi che fra governi legittimi. Quale sarebbe il destino della

civiltà europea, come potrebbero sussistere le genti che si affollano

nel continente, in mezzo a tanto disordine e a tanta insicurezza, è

difficile a dire.

Non è detto però che ciò debba accadere. Non ostante le mille

difficoltà che rendono ardua l’impresa, i maggiori Stati europei

potranno governarsi con gli istituti del regime rappresentativo, se le

classi governanti capiranno che gli sforzi e i sacrifici necessari per

adattare ai tempi nuovi le vecchie forme, sono piccola cosa a confronto

dei danni, di cui il regime della forza sarebbe cagione a tutti. Dalla

Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania sembra dipendere l’avvenire

dell’Europa. Se questi tre Stati non rinnegheranno le tradizioni e

i principii del regime rappresentativo, ma sapranno ringiovanirne

le istituzioni, il loro esempio si imporrà e tutta l’Europa potrà

ritrovare l’ordine interno e la pace nella saldezza di governi

universalmente riconosciuti come legittimi. Se anche questi governi

cedessero alle forze del disordine, che li travaglia, un’èra di lunghi

torbidi comincerebbe, di cui tutta la civiltà occidentale avrebbe certo

a soffrire.

L’ora, è per l’Europa, piena di pericoli. Possa l’antica storia, che

qui abbiamo narrata imparzialmente, illuminare anche da noi gli spiriti

eletti, far loro vedere questi pericoli, armare la loro volontà della

chiaroveggenza che è necessaria, per combatterli con intelligente

fermezza.

La rovina della civiltà antica · 第 39 / 42 题