Però il giorno dopo Vicenzino rassicurò l'Elena. Quella sera era
stanco, e triste per aver assistito fin allora un moribondo. Ma era
contento della sua felicità, oh, tanto contento. La sua pallidezza e
gli occhi infossati confermavano che infatti era stanco. L'Elena si
tranquillò, e la sera stessa gli presentò il suo sposo.
Vicenzino fece per lei quanto aveva fatto per le altre cugine.
Soltanto, in quei giorni quaresimali, vicino alla Pasqua, colla nuova
casa da ordinare, era tanto occupato che di rado poteva passare la
sera cogli sposi. E mentre essi deploravano la sua assenza, egli, solo
nel suo studio squallido come una cella da frate, si sforzava di
leggere o di studiare, ma rimaneva sempre cogli occhi fissi senza
veder nulla, mentre le lagrime gli sgorgavano sulle pagine.
Vincenzo, che giunse in paese pochi giorni prima delle nozze, trovò il
cugino molto abbattuto. Ma la sua venuta fece tanto piacere a
Vicenzino, che presto le traccie della sua stanchezza scomparvero. Fu
soltanto un po' commosso il giorno della cerimonia nel benedire gli
sposi, e dovette scusarsi di non fare nessun discorso di circostanza
in causa di quel suo malessere nervoso, per cui alla menoma lettura,
alla menoma parola un po' tenera, si turbava fino al pianto.
--Resterò io a finire il mio permesso qui per farti guarire, disse
Vincenzo abbracciandolo allegramente. Io non dico parole tenere.
Ed infatti, partita anche l'Elena, il suo umore gioviale era la sola
cosa che mettesse un po' di vita in quella casa deserta. Erano già
traslocati nella casa parrocchiale, ma parecchie camere rimanevano
chiuse. Vicenzino le aveva preparate per l'Elena. Durante il soggiorno
di Vincenzo a Santhià, il giovane prete si sentì riscaldare il cuore
da quell'amicizia che aveva riempita tutta la sua gioventù. E gli
rinacque la speranza di vedersi crescere intorno i bimbi dell'amico,
di aiutarlo ad allevarli ed istruirli, di trovare un pascolo pel suo
cuore amoroso in quei nuovi affetti. Vincenzo non ne parlava mai.
Forse aveva anche lui un segreto come l'Elena. Forse se lo chiudeva
nell'anima come lei fin dal giorno in cui aveva preferito morire che
vivere senz'amore. Ma Vicenzino aveva bisogno di quel conforto ora che
l'amico stava per lasciarlo; ed il giorno della sua partenza gli
disse:
--Quando tornerai?
--Chissà! rispose Vincenzo. C'è un tratto da Napoli a qui. Quando
potrò avere un permesso un po' lungo....
--E.... tornerai solo? domandò Vicenzino esitando.
--Come, solo? ripetè l'altro. Poi, ad un tratto indovinando dal
sorriso di Vicenzino cosa aveva voluto dirgli, esclamò con una risata:
--Ah! no no. Dio mi scampi! voglio la mia libertà. Il matrimonio non
lo desiderano che i preti, perchè non lo possono fare.
Vicenzino sentì un brivido corrergli per tutto il corpo. Era per
questo che si era sacrificato!
Gli anni passarono lenti, monotoni, tristi nella casa parrocchiale. Il
vecchio s'andò lentamente spegnendo, perdendo ogni giorno una parte
delle sue facoltà, finchè chiuse gli occhi, ed il giovane parroco
rimase solo. Solo a trent'anni, senza fervore religioso per riempirgli
il cuore, camminando faticosamente sull'arida via del dovere. Il suo
aspetto concentrato e mesto non gli ravvicinava i cuori. Tutti lo
rispettavano, era circondato di stima, ma non aveva amici. Era sempre
pallido e magro, la sua persona alta e fine s'incurvava come quella
d'un vecchio, ed i capelli biondi cominciavano ad incanutire. In paese
dicevano che si distruggesse a forza di macerazioni e digiuni devoti.
Lo credevano un santo: nessuno sapeva che era un martire. Qualcuno
cominciò a dire che era di quei cristiani entusiasti, di cui si fanno
i missionari. Altri ripeterono che voleva farsi missionario. La voce
finì per diffondersi in paese: «Il parroco va in missione alle Indie.»
Vicenzino lo seppe, ma non aveva la vocazione nè l'energia per
quell'impresa. E continuò la sua vita monotona, triste, solitaria.
Un giorno, dopo cinque anni, l'Elena gli scrisse una lettera
disperata. Suo marito era morto di febbre gialla sul bastimento che li
riconduceva in Italia. Era sbarcata a Genova con un bambino. Non aveva
coraggio di vivere fra la gente; il movimento della città la
spaventava. Gli domandava di accoglierla. «Sarò la custode della tua
casa, e tu alleverai il mio povero Vicenzino. Mi perdonerai il mio
immenso dolore. Non sarò una compagnia piacevole come altre volte; ma
ti compenserò col mio affetto della tua grande bontà, e tu
m'insegnerai colla tua fede a rassegnarmi...»
Fu l'ultimo sfogo di passione, l'ultima convulsione di pianto, che
scosse l'anima forte e combattuta di Vicenzino. L'ultima lotta della
sua vita. Rispose all'Elena.
«Non sai che mi faccio missionario? È un pezzo che nessuno ignora
questo mio disegno in paese. Non ho più casa da offrirti. Colla
prossima missione partirò per le Indie. Saluta Vincenzo, e digli che
si faccia una famiglia anche lui. È triste invecchiar solo.»