LXVIII.

Si dice essere la notte l'amica dei ladri. È infatti nell'ombra e nella

quiete di essa che si medita e compie la più gran parte dei misfatti.

— La notte promette silenzio ed impunità; e spesso tien la promessa,

disperdendo l'opera dei malvagi nella bolgia delle turpitudini anonime.

Essa genera in tutti un aumento di forze, il quale, se non abbisogna al

saggio per serbarsi onesto, basta al malvagio per rinvigorire i suoi

pravi istinti. — Perciò, se si vuole rappresentare uno scelerato, lo

si circonda di tenebre. La cella delle sue inique meditazioni si finge

scarsa di luce; l'ora del delitto è il colmo della notte; la scena un

ritrovo solitario. A nessuno cadrà mai in pensiero d'imaginarlo franco

col viso alto e la fronte rivolta al cielo. Che se egli osa talvolta

gettar sguardi procaci, i suoi occhi non soverchieranno mai il capo

della vittima; e se la vittima saprà affrontarne la luce sinistra con

altretanta imperturbabilità, è assai probabile che l'oppressore subisca

la legge dell'oppresso.

Ma è la notte della terra che offusca lo spirito, ed agghiaccia il

cuore, non quella del firmamento, sempre consigliera del bene. La

scarsa luce che piove dal cielo stellato è splendore vivo e smagliante

che illumina la coscienza, che sprona l'inferma volontà, che rassoda i

retti giudizii. — Oh se il malvagio levasse un solo momento lo sguardo

al disopra delle cose terrene, egli vedrebbe sciogliersi tosto gli

ingannevoli fantasmi che lo trascinano al delitto!

Più mite, ma non meno efficace, è il turbamento che essa produce sulle

anime gentili, le quali professano alla virtù un culto profondo, e non

aspettano che l'occasione per darne prova. Il chiaror delle stelle

parla d'amore alle anime schiettamente innamorate; ma non consiglia

affetti vili. Esso rinfranca i propositi dei timorosi, perocchè l'uomo

sente di non esser solo, mentre Dio gli è testimonio e consigliero. È

maestro d'azioni generose, giacchè quella luce che gli fa parer bello

l'erto sentiero della virtù, gli mostra l'inganno e la caducità del

bene comprato con un rimorso.

Null'altro adunque che la vista di quella magnifica notte commoveva

l'animo del conte. Invano aveva egli cercato la calma all'assopimento

ed al riposo; invano l'avrebbe chiesta alle memorie del passato od alla

sapienza dei libri.

E che era mai quello spettacolo, se non una delle mille e mille

notti, che scorrono placide ed obliate su tutta la terra, senza essere

privilegio di clima o di stagione? — Non brillava la luna. La volta

celeste libera d'ogni nube poteva paragonarsi ad un immenso velo bruno

e trasparente, attraverso il quale si diffundeva una luce scarsa,

uniforme, mestissima. Gli astri di maggiore grandezza gettavano sprazzi

di fuoco a vario colore. Intorno ad essi una grande aureola d'aria

bruna sembrava tenere in rispetto l'innumerevole corteggio delle

stelle minori. — Ma quello spazio di cielo, in cui a prima giunta non

si vedevano che tenebre, a poco a poco si popolava di uno, di due,

di cento scintille, che apparivano e sparivano, con tale incertezza

e in sì gran copia, che difficile, per non dire impossibile, era lo

scoprire un punto, dove esse non fossero. Nel mezzo e longitudinalmente

la volta celeste era partita da una zona albicante, a contorni incerti

e sfumati, che a prima vista poteva confondersi con una nuvoletta, ma

che, meglio guardata da chi tenesse conto de' suoi movimenti, insegnava

anche all'occhio profano non essere emanazione della terra, ma sostanza

eterea mossa da una sola legge col resto dell'universo.

L'osservatore, non più sapiente che i sapienti della sua corte, di cui

abbiamo già conosciuto un esemplare veritiero, respingeva in sua mente

le pagane credenze, che spiegavano quella notturna apparizione. — Ma

mentre rideva di chi la chiamò una stilla sfuggita dal seno di Giunone,

o la strada rovinosa di Fetonte disseminata di cenere, o il sentiero

degli eroi avviati al tempio della immortalità, inclinava con Teofrasto

e Macrobio ad abbracciare l'ipotesi tornata in voga, che essa non fosse

altro che la saldatura dei due emisferi celesti. — La più sana delle

congetture era, come avviene pur troppo e sempre, la meno accetta.

Nessuno pensava a quei tempi a Democrito d'Abdera che, quattro secoli

prima dell'era nostra, sospettava essere la via lattea quello che è per

noi al dì d'oggi, miriadi di stelle.

Risalendo il corso della storia, ad ogni piè sospinto ci avviene

d'incappare in traviamenti dell'intelletto umano. Chi provasse

soverchio fastidio nel percorrere una strada seminata di errori,

abbandoni il proposito di frugare nelle vecchie carte. Probabilmente i

nostri posteri diranno lo stesso di noi. Ma non ci deve esser lecito

sperare che verrà un tempo, in cui l'uomo, compiuta la conquista del

possibile, rimarrà pago e tranquillo a fruirne i vantaggi? Diremmo di

sì, se una dolorosa esperienza non ci avvertisse che questa immobilità

fondata sul possesso del meglio, (tacciamo dell'ottimo) non ebbe mai

una durata significante. Quando l'uomo cessa dall'edificare, incomincia

il rude lavoro della distruzione. Più volte egli fu vicino a toccare

il colmo della civiltà; ma giunto a meravigliosa altezza, non vi si

arrestò: scese di nuovo, disconobbe l'opera sua, abiurò le verità

conquistate, morì sotto il raggio del sole, per rinascere dalle sue

ceneri, come l'uccello della favola.

Il nostro osservatore cadeva in un altro e più madornale inganno. Egli

(e tutto il mondo con lui) pensava, che la volta celeste scorresse

al di sopra del suo capo, con quel moto uniforme di traslazione, che

appare all'occhio di chiunque guarda il cielo in ore differenti, con

illusione simile a quella di chi, solcando l'acqua, crede che la riva

gli fugga lontano — Quest'errore era rafforzato da grandi autorità;

l'Almagesto di Tolomeo lo convalidò, lo ribadì, lo fece essere il perno

di tutte le dottrine celesti per sedici secoli. Su di esso si fondò la

deplorabile congerie delle assurdità, d'onde è tessuta l'astrologia. Di

fatti, posta l'ipotesi che tutto l'universo sia creato pei bisogni ed

a diletto di quest'atomo che si chiama terra, ogni uomo non è troppo

ardito se crede aver nel cielo almanco una stella per sè, ivi posta a

sua guardia e tutela. Eppure Pitagora e Filolao, trecent'anni prima di

Tolomeo, avevano scoperta la dottrina sul doppio moto della terra. Una

teoria sì semplice e chiara spiegava tutti i fenomeni della natura,

ed appagava la mente ed il cuore degli uomini, imaginando un universo

più degno della potenza infinita che lo aveva creato. Ma la verità,

forse perchè troppo bella ed evidente, non ebbe proseliti. Ci vollero

secoli e secoli prima che si disseppellisse l'ignorata dottrina dei

Pitagorici; e quando Galileo la scoperse, la comprese, e la corredò di

prove irrefragabili, vide levarsi contro di sè, non solo la dispettosa

incredulità del vulgo, ma un'ignavia togata e tonsurata, che tentò

strozzare la verità rediviva sotto la pressura de' suoi strampalati

sillogismi, rafforzandoli con quegli argomenti, che tutto il mondo

conosce dalla storia delle inquisizioni.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 88 / 111 题