Si dice essere la notte l'amica dei ladri. È infatti nell'ombra e nella
quiete di essa che si medita e compie la più gran parte dei misfatti.
— La notte promette silenzio ed impunità; e spesso tien la promessa,
disperdendo l'opera dei malvagi nella bolgia delle turpitudini anonime.
Essa genera in tutti un aumento di forze, il quale, se non abbisogna al
saggio per serbarsi onesto, basta al malvagio per rinvigorire i suoi
pravi istinti. — Perciò, se si vuole rappresentare uno scelerato, lo
si circonda di tenebre. La cella delle sue inique meditazioni si finge
scarsa di luce; l'ora del delitto è il colmo della notte; la scena un
ritrovo solitario. A nessuno cadrà mai in pensiero d'imaginarlo franco
col viso alto e la fronte rivolta al cielo. Che se egli osa talvolta
gettar sguardi procaci, i suoi occhi non soverchieranno mai il capo
della vittima; e se la vittima saprà affrontarne la luce sinistra con
altretanta imperturbabilità, è assai probabile che l'oppressore subisca
la legge dell'oppresso.
Ma è la notte della terra che offusca lo spirito, ed agghiaccia il
cuore, non quella del firmamento, sempre consigliera del bene. La
scarsa luce che piove dal cielo stellato è splendore vivo e smagliante
che illumina la coscienza, che sprona l'inferma volontà, che rassoda i
retti giudizii. — Oh se il malvagio levasse un solo momento lo sguardo
al disopra delle cose terrene, egli vedrebbe sciogliersi tosto gli
ingannevoli fantasmi che lo trascinano al delitto!
Più mite, ma non meno efficace, è il turbamento che essa produce sulle
anime gentili, le quali professano alla virtù un culto profondo, e non
aspettano che l'occasione per darne prova. Il chiaror delle stelle
parla d'amore alle anime schiettamente innamorate; ma non consiglia
affetti vili. Esso rinfranca i propositi dei timorosi, perocchè l'uomo
sente di non esser solo, mentre Dio gli è testimonio e consigliero. È
maestro d'azioni generose, giacchè quella luce che gli fa parer bello
l'erto sentiero della virtù, gli mostra l'inganno e la caducità del
bene comprato con un rimorso.
Null'altro adunque che la vista di quella magnifica notte commoveva
l'animo del conte. Invano aveva egli cercato la calma all'assopimento
ed al riposo; invano l'avrebbe chiesta alle memorie del passato od alla
sapienza dei libri.
E che era mai quello spettacolo, se non una delle mille e mille
notti, che scorrono placide ed obliate su tutta la terra, senza essere
privilegio di clima o di stagione? — Non brillava la luna. La volta
celeste libera d'ogni nube poteva paragonarsi ad un immenso velo bruno
e trasparente, attraverso il quale si diffundeva una luce scarsa,
uniforme, mestissima. Gli astri di maggiore grandezza gettavano sprazzi
di fuoco a vario colore. Intorno ad essi una grande aureola d'aria
bruna sembrava tenere in rispetto l'innumerevole corteggio delle
stelle minori. — Ma quello spazio di cielo, in cui a prima giunta non
si vedevano che tenebre, a poco a poco si popolava di uno, di due,
di cento scintille, che apparivano e sparivano, con tale incertezza
e in sì gran copia, che difficile, per non dire impossibile, era lo
scoprire un punto, dove esse non fossero. Nel mezzo e longitudinalmente
la volta celeste era partita da una zona albicante, a contorni incerti
e sfumati, che a prima vista poteva confondersi con una nuvoletta, ma
che, meglio guardata da chi tenesse conto de' suoi movimenti, insegnava
anche all'occhio profano non essere emanazione della terra, ma sostanza
eterea mossa da una sola legge col resto dell'universo.
L'osservatore, non più sapiente che i sapienti della sua corte, di cui
abbiamo già conosciuto un esemplare veritiero, respingeva in sua mente
le pagane credenze, che spiegavano quella notturna apparizione. — Ma
mentre rideva di chi la chiamò una stilla sfuggita dal seno di Giunone,
o la strada rovinosa di Fetonte disseminata di cenere, o il sentiero
degli eroi avviati al tempio della immortalità, inclinava con Teofrasto
e Macrobio ad abbracciare l'ipotesi tornata in voga, che essa non fosse
altro che la saldatura dei due emisferi celesti. — La più sana delle
congetture era, come avviene pur troppo e sempre, la meno accetta.
Nessuno pensava a quei tempi a Democrito d'Abdera che, quattro secoli
prima dell'era nostra, sospettava essere la via lattea quello che è per
noi al dì d'oggi, miriadi di stelle.
Risalendo il corso della storia, ad ogni piè sospinto ci avviene
d'incappare in traviamenti dell'intelletto umano. Chi provasse
soverchio fastidio nel percorrere una strada seminata di errori,
abbandoni il proposito di frugare nelle vecchie carte. Probabilmente i
nostri posteri diranno lo stesso di noi. Ma non ci deve esser lecito
sperare che verrà un tempo, in cui l'uomo, compiuta la conquista del
possibile, rimarrà pago e tranquillo a fruirne i vantaggi? Diremmo di
sì, se una dolorosa esperienza non ci avvertisse che questa immobilità
fondata sul possesso del meglio, (tacciamo dell'ottimo) non ebbe mai
una durata significante. Quando l'uomo cessa dall'edificare, incomincia
il rude lavoro della distruzione. Più volte egli fu vicino a toccare
il colmo della civiltà; ma giunto a meravigliosa altezza, non vi si
arrestò: scese di nuovo, disconobbe l'opera sua, abiurò le verità
conquistate, morì sotto il raggio del sole, per rinascere dalle sue
ceneri, come l'uccello della favola.
Il nostro osservatore cadeva in un altro e più madornale inganno. Egli
(e tutto il mondo con lui) pensava, che la volta celeste scorresse
al di sopra del suo capo, con quel moto uniforme di traslazione, che
appare all'occhio di chiunque guarda il cielo in ore differenti, con
illusione simile a quella di chi, solcando l'acqua, crede che la riva
gli fugga lontano — Quest'errore era rafforzato da grandi autorità;
l'Almagesto di Tolomeo lo convalidò, lo ribadì, lo fece essere il perno
di tutte le dottrine celesti per sedici secoli. Su di esso si fondò la
deplorabile congerie delle assurdità, d'onde è tessuta l'astrologia. Di
fatti, posta l'ipotesi che tutto l'universo sia creato pei bisogni ed
a diletto di quest'atomo che si chiama terra, ogni uomo non è troppo
ardito se crede aver nel cielo almanco una stella per sè, ivi posta a
sua guardia e tutela. Eppure Pitagora e Filolao, trecent'anni prima di
Tolomeo, avevano scoperta la dottrina sul doppio moto della terra. Una
teoria sì semplice e chiara spiegava tutti i fenomeni della natura,
ed appagava la mente ed il cuore degli uomini, imaginando un universo
più degno della potenza infinita che lo aveva creato. Ma la verità,
forse perchè troppo bella ed evidente, non ebbe proseliti. Ci vollero
secoli e secoli prima che si disseppellisse l'ignorata dottrina dei
Pitagorici; e quando Galileo la scoperse, la comprese, e la corredò di
prove irrefragabili, vide levarsi contro di sè, non solo la dispettosa
incredulità del vulgo, ma un'ignavia togata e tonsurata, che tentò
strozzare la verità rediviva sotto la pressura de' suoi strampalati
sillogismi, rafforzandoli con quegli argomenti, che tutto il mondo
conosce dalla storia delle inquisizioni.