PANIMBOLO. Padrone, che allegrezza è la vostra?
DON FLAMINIO. È tanta che non basto dirla. Panimbolo, la fortuna
secondo il suo costume tutt'oggi ha scherzato con noi valendosi della
varietá de' casi; e all'ultimo Iddio ha essauditi i nostri desiri.
Rallegrati, ché la poco dinanzi infelice miseria mia or sia ridotta in
tanta felicitá.
PANIMBOLO. Stimo che di questo giorno vi ricorderete ogni giorno che
viverete.
DON FLAMINIO. Oh dolcezza infinita degli innamorati, quando, dopo i
casi di tanti infortuni, fortunatamente li è concesso di giunger a
quel desiato segno che bersagliò da principio! Oh come ottimamente
dissero i savi: che Amor alberga sovra un gran monte dove solo per
miserabili fatiche e discoscese balze si perviene, volendo inferir che
negli amori gran pene e amaritudini si soffriscono, ma quelle pene son
condimento delle loro dolcezze!--Ma ecco Leccardo.
LECCARDO. Io ho avuto tanta paura d'esser appiccato che la gola si è
chiusa da se stessa senza capestro, e mi ha data la stretta piú de
mille volte e senza morir mi ha fatto patir mille morti; e ancora che
io abbi avuto grazia della vita, per ciò non sento allargar il cappio
e sono appicato senza essere stato appiccato. Adio, cavaliero! oh come
presto m'era riuscito il pronostico che mi feci questa mattina! Ma per
prender un poco di fiato, bisogna almeno bermi un barril di greco e
quattro piatti di maccheroni; se non, che or mi mangerò voi vivo e
crudo.
DON FLAMINIO. Or non si parli piú di scontentezza, poiché la fortuna
dal colmo delle miserie mi ha posto nel colmo di tutte le sue
felicitá. Starai meco tutto il tempo della tua vita, e comune sará la
tavola, le robbe, le facultadi e le fortune. Licenzia costoro che son
stati a disaggio ascoltando le nostre istorie, e vieni a prender
possesso della mia tavola.
LECCARDO. Spettatori, ho la gola tanto stretta che non posso parlare.
Andate in pace e fate segno d'allegrezza.