DON IGNAZIO. Intendo, signor don Rodorico, che per accomodar il fallo
di don Flaminio l'avete ammogliato con l'altra sorella.
DON RODORICO. Io per non partirmi dalle leggi del giusto e per non
veder la disperazion di tuo fratello, mi è paruto accomodarlo in tal
modo.
DON IGNAZIO. Ma non vuol la legge del giusto che per accomodar uno si
scomodi un altro.
DON RODORICO. A chi ho fatto pregiudizio io?
DON IGNAZIO. A me, a cui la rimasta sorella si convenia per piú
legittime ragioni.
DON RODORICO. Per che ragioni?
DON IGNAZIO. Prima, avendo io ingiuriato Eufranone, a me tocca la
sodisfazione togliendo io la rimasta sorella, ed egli allor sará
reintegrato nel suo onore. Appresso, restando io offeso da' suoi
inganni e vituperevoli frodi, a me tocca disacerbarmi il dolore con le
nozze dell'altra sorella; ché niuna bastarebbe a farmi partir dal
cuore la bellezza, onestá, maniere e tante maravigliose parti di
Carizia, che sua sorella. Egli, che con tanta sceleratezza ha turbato
il tutto, sará rimunerato; ed io verrò offeso, che ho operato bene. Né
convien ad un occisor della sorella che divenghi marito dell'altra; e
avendomi tolto la prima moglie, non è convenevole che mi toglia la
seconda; e tante e tante altre raggioni, che se volessi dirle tutte
non si verrebbe mai a capo.
DON RODORICO. Caro figliuolo, non sapevo l'animo vostro: ho avuto
pietá della sua vita come una imagine della vostra; e stimava che a
questo vostro fratello, ancorché fusse vostra moglie, per compiacergli
glie l'avessi concessa.
DON IGNAZIO. Il voler tôr a sé e dar ad altri mi par cosa fuor de'
termini dell'onesto.
DON FLAMINIO. Ella è mia moglie; e non comporterò mi sia tolto quello
con violenza che mi ho procacciato per l'affezion del mio zio e
acquistato con ragioni dal padre e con la fede. Fatto il contratto,
volete voi rompere le leggi del matrimonio?
DON IGNAZIO. Io non rompo le leggi del matrimonio, ma difendo le mie
ragioni con un'altra legge. Ed io non patirò che un frettoloso decreto
sia fatto con infame pregiudizio dell'onor mio; e ti conseglio che
lasci tal impresa, perché verremo a cattivo termine insieme.
DON FLAMINIO. Pazzo è colui che accetta consigli dal suo nemico: e
meco venghisi a qualsivoglia termine, ché con l'armi son per difendere
quel che la mia sorte m'ha donato; e te lo giuro da quel che sono.
DON IGNAZIO. D'ingannatore e di traditore!
DON FLAMINIO. Don Ignazio, se, mentre siamo vissuti insieme, t'ho
fatto altro inganno e tradimento fuor di questo, veramente son un
ingannatore e traditore; se questo, che ho fatto per amore, si ha da
chiamar «tradimento», diffiniamolo con l'armi.
DON RODORICO. Don Flaminio, tu parli troppo liberamente e fuor de'
termini.
DON IGNAZIO. Zio, voi ne sète cagione, ché la vergogna degli errori
commessi, quando vi si trapone autoritá d'uomo degno, diventa audacia.
Si è fatto superbo per la mia viltá, ché se per l'offesa fattami
l'avesse dato il dovuto castigo, non saria tale. Ma ella sará mia, o
che tu voglia o non voglia; e diffiniamolo con l'armi. E ti ricordo
che alla vecchia tu aggiungi nuova offesa.
DON FLAMINIO. Chi m'ha da tôr Callidora me la torrá per la punta della
spada!
DON IGNAZIO. Grida come se fusse ingiuriato e non avesse ingiuriato
altri. Ma se m'hai vinto con le forfantarie, non mi vincerai con
l'armi; e vedremo se saprai cosí menar le mani come ordir tradimenti.
DON RODORICO. (Cercando accomodar uno, ne ho sconcio doi). Fermatevi,
fermatevi! questo è il rispetto che mi portate? questo cambio rendete
a chi ve ha allevati e nodriti come padre? non vi son io padre in etá
e maggiormente in amore? cosí abusate la mia amorevolezza?
DON IGNAZIO. Zio, chi può soffrir le stoccate delle sue parole, che
pungeno piú della punta della sua spada? Ma io sarò giusto punitore
dell'ingiuste sue azioni.
DON RODORIGO. Ferma, don Ignazio! ferma, don Flaminio! Oh che
confusione di sdegno e di furore, oh che misero spettacolo d'un
abbattimento di doi fratelli!