DON RODORIGO viceré della provincia, EUFRANONE, DON FLAMINIO.
DON RODORIGO. Dunque mi sará forza, per non mancar ad una giustissima
causa, incrudelir nel mio sangue? che la prima giustizia ch'abbia a
fare in Salerno sia contro il mio nipote, qual amo come proprio mio
figliuolo?
EUFRANONE. Signor viceré, chi non sa reggere e comandare a' suoi
affetti lasci di reggere e comandar agli altri, né si deve prepor la
natura alle leggi: però non dovete far torto a me perché costoro sieno
a voi congionti di sangue e di amore.
DON RODORIGO. In me non può tanto la passione che mi torca dal dritto
della giustizia, né mi muove rispetto d'altri né proprio affetto, ché
quanto mi sento vincer dall'amore tanto mi fo raffrenar dalla
raggione.
DON FLAMINIO. Giudice, non zio, io vengo ad accusar me stesso: ho
infamata e uccisa l'amante mia! Non chiedo pietá né perdono: usate
meco le vostre raggioni, datemi tanti supplici quanti ne può soffrir
un reo. Vuo' con presta e vergognosa morte purgar gli errori che per
me son avvenuti, ché i fatti dell'onore ricercano testimonio d'un
chiaro sole. Toglietemi questo avanzo di vita, toglietemi da tanta
miseria: qua non lenti consigli di vecchi ma uno espedito decreto ché
muoia; e voi sète reo giudice e inumano, se non volete che con la
morte finisca la mia miseria. E perdonatemi se non uso con voi quelle
parole rispettevoli che a voi si devon per ogni ragione.
DON RODORIGO. Non si deve condennar a morte chi sommamente desia di
morire, ché la morte gli sarebbe premio, non castigo. Egli desiando la
vostra figliuola per isposa fece l'errore, e l'error fu piú tosto
dell'etá che suo, ché non gionge ancora a diciotto anni.
EUFRANONE. E voi con la giustizia vincete gli animi; né un error fatto
per poca etá deve privare un padre di sua figlia. E voi sète giudice e
non avvocato che debbiate escusarlo.
DON RODORIGO. Perché gli innamorati han l'animo infermo d'amore e la
ragione annebbiata da furori, i loro errori son piú degni di scusa che
di pena, e la giustizia ha gran riguardo ne' casi d'amore.
EUFRANONE. Se l'amor bastasse ad escusar un delitto, tutti gli errori
si direbbono esser fatti da innamorati e l'amor si comprarebbe a
denari contanti.
DON RODORIGO. Perché le sète padre, la soverchia passion non vi fa
conoscer il giusto; e un cor turbato e agitato dall'ira non ascolta
ragione.
EUFRANONE. Fui padre d'una e, se mi è lecito dir, onestissima figlia;
e i vostri nepoti per particulari interessi me l'han uccisa e
infamata.
DON RODORIGO. Quando il reo è di gran merito si procede alla sentenza
con piú riguardo.
EUFRANONE. La morte e innocenza di mia figlia gridano dinanzi al
tribunal di Dio giustizia contro i vostri nepoti, ché non restino
invendicate.
DON RODORIGO. Dio sa quanto desio uscir da questo intrigo con onor
mio, e volentieri mi contenterei spender una parte del mio proprio
corpo, e mi parrebbe come nulla mi levassi, anzi mi parrebbe esser
intiero e perfetto. Eufranone mio, poniam caso che don Flaminio
morisse publicamente: resuscitará per questo la tua figliuola?
EUFRANONE. No, ma da un publico supplicio vien a verificarsi la sua
innocenza.
DON RODORIGO. Anzi questo garbuglio ha nobilitato la fama della sua
pudicizia, perché Leccardo è giá preso e, menato dinanzi al giudice,
ha confessato che il tutto sia successo con non men scelerato che
infelice suo aiuto; e come caggion del tutto è stato condennato a
morire, se il capestro non gli fa grazia della vita. Ma ditemi,
fratello: non ci è altro modo di restituir l'onore alle donne che far
morire il reo publicamente?
EUFRANONE. Ditelo voi che reggete.
DON RODORIGO. Ne dirò uno, e credo che ne restarete sodisfatto, se
sète cosí galante uomo come sète predicato da tutti. Voi avete
un'altra figliuola chiamata Callidora, non men bella e onorata che
Carizia: facciamo che don Flaminio sposi costei, accioché le genti che
hanno inteso il caso della sorella non sospettino piú cosa contraria
all'onor suo. Voi con la sua ricchezza vi ristorerete in parte del
danno avvenuto; e se la vostra famiglia Della Porta è famosa per
antica gloria d'uomini illustri, or si rischiara con i titoli di
questo nuovo parentado, per esser la casa di Mendozza delle piú chiare
d'Ispagna; e a lui poi per penitenza del suo fallo gli resti un
perpetuo obligo di servitú e di amore verso la vostra dilettissima
figlia. Il viceré non vuol mancar alla giustizia, ma don Rodorigo vi
priega che questo viceré non sia constretto a farla; e voi, se sète
prudente e savio, dovreste prevenirmi con i prieghi di quello che or
priego voi.
EUFRANONE. Signor viceré, se ho parlato cosí senza rispetto, ne è
cagion il dolor acerbo della morte della mia figliuola, non il desio
della morte di vostro nipote. Purché venghi reintegrato nell'onor
pristino, facciasi quanto ordinate.
DON FLAMINIO. O zio, non di minor osservanza e di amor di colui che mi
ha generato, che piú onorata giustizia, piú santa vendetta non arei
saputo desiderare. Io ben conosceva che la mia morte non toglieva la
macchia impressa nell'onestá di donna, né per morte fineva l'amor mio.
Desiava servir e riverir Callidora sotto l'imagine della morta
sorella; d'accettarla per moglie indignissimo mi conosco: l'accetto
per mia signora col tributo impostomi d'averla a servir sempre, e
mentre duri la vita duri l'obligo. A voi, mio suocero Eufranone,
m'inchino, con ogni umiltá che devo, a ricevermi per servo: la vostra
dote saranno i suoi meriti, le mie facultá communi a tutto il
parentado.
EUFRANONE. Ed io per genero vi accetto e per figliuolo.
DON FLAMINIO. Concedetemi che vi baci la mano se ne son degno; se non,
i piedi.
EUFRANONE. Alzatevi, signor don Flaminio, ché la vostra soverchia
creanza non facci me malcreato: ardisco abbracciarvi perché me lo
comandate.