EUFRANONE, DON FLAMINIO.

EUFRANONE. (Veggio il fratello di don Ignazio che vien verso me. Che

voglion costoro? forsi uccidermi la rimasta figliuola?).

DON FLAMINIO. Onoratissimo Eufranone, ve si appresenta innanzi il reo

di tanti mali, accioché con moltiplicato supplicio lo castighiate. Io

essendo ardentemente innamorato della bellezza ma assai piú

dell'onestá di Carizia, e veggendo che mio fratello m'avea prevenuto a

tôrsela per moglie, l'invidia, l'amor, la gelosia facendono lor ultimo

sforzo in me, l'infamai appresso lui, accioché, egli rifiutandola per

onorar la sua fama, me la togliesse io per moglie. E Leccardo, vostro

servo di casa, m'aperse la porta di notte;...

EUFRANONE. O Dio, a che sorte d'uomini ho dato in guardia la casa mia!

DON FLAMINIO.... non pensandomi che la vostra iracondia avesse a

terminar in atto sí sanguinoso. Tu, giusto monarca del cielo, a cui

solo è concesso di penetrar gli occulti seni del cuore, tu mi sia

testimone come non fu mai mia intenzione offender voi né d'infamar

lei, ma sol ch'ei la lasciasse per tôrmela io per moglie; e tu mi sia

ancor testimone come non fu mai donna di piú candido onore né mai

macchiato di picciol neo di bruttezza. Prego la vostra bontá, ché

sovra di me pigliate la vendetta della morte di vostra figliuola e

dell'offesa dell'onor vostro.

EUFRANONE. Oimè, che le vostre parole m'hanno passato l'anima: voi

avete ucciso lei, me e la madre in un colpo, e uccisi nel corpo e

nell'onore! Oimè, che or ora m'uccidi la mia figliuola! ché allora

pensando al mancamento ch'avea fatto all'onor suo, mosso dalla

disonestá del fatto, il desio della vendetta non mi facea sentir la

doglia. O sfortunata fanciulla, o anima innocentissima, o figlia viva

e morta unicamente amata da me, tu sola eri l'occhio, mente, mano e

piede del tuo padre infelice: con teco compartiva gli affanni della

mia povertá e come un comun peso la sopportavamo insieme; la tua

compagnia non mi faceva sentir i difetti del tempo e mi faceva cara la

vita. O invano nata bella e onorata: o nocente bellezza! o dannoso e

mortale dono di natura, misera e infelice onestá! dunque per esser tu

nata bella e onorata hai voluto perder l'onor e la tua vita? Deh! qual

prima piangerò delle tue morti, quella del corpo o quella dell'onore?

di quella del corpo non devo pianger molto, ch'essendo nata mortale e

figlia d'uomo mortale, non ti potea mancare il morire; ma piangerò la

morte della tua fama, ch'essendo nata figlia di padre onorato,

coll'innocente tua morte hai infamato te e il tuo parentado.

DON FLAMINIO. Il reo pentito del suo errore ti porge il pugnale, ché

vendichi con la tua mano il torto che ti ha fatto.

EUFRANONE. A che mi giova il vostro pentimento e la vendetta che

cercate da me? mi restituirá forsi viva e onorata la mia figliuola?

Infelice e sconsolato conforto! Ahi, figlia, ahi, cara figlia, essendo

io falsamente informato che tu avessi fatto torto all'onor tuo, fu

tanto l'impeto dell'ira ch'estinse l'affetto paterno e ti corsi col

pugnale adosso. Tu pur volevi dir le tue ragioni, e la furia non me le

fece ascoltare. Oh che bei doni maritali che ti portai! un pugnale. Oh

che bel letto che ti apparecchiai! l'arca e la sepultura. Figlia

d'infelice e sfortunato padre, chi t'ha prodotto al mondo t'ave

uccisa: aresti trovato piú pietá in un barbaro che in tuo padre! O

dolore insopportabile, o calamitá mondane! e perché vivo? perché non

m'uccido con le mie mani? Ahi! che tu con un leggerissimo sonno se'

passata da questa vita e sei uscita di travagli, son finiti i tuoi

dolori; ma a me che resto in vita resteranno perpetuamente impressi

nel cuore i tuoi costumi, la tua bontá, la tua onestá e la riverenza

che mi portavi. M'hai lasciato orbo, afflitto e pieno di pentimento:

oh fossi morto in tua vece, vecchio canuto e stanco dal lungo vivere!

DON FLAMINIO. Eufranone, ascoltate di grazia.

EUFRANONE. Non voglio ascoltar piú, ché quanto piú apro e apparecchio

l'orecchie al vostro dire, piú apro e apparecchio gli occhi al pianto.

Ma perché i cavalieri d'onore sogliono difendere e non opprimere gli

onori delle donne, vi priego, se le ragioni divine e umane vi muovono

punto, fate che quella bocca che l'ave accusata, quella l'escusi.

Usate questa pietosa gratitudine: andate in Palazzo dinanzi al viceré

vostro zio, raccontate la veritá, accioché, divolgatosi il fatto per

sí autorevoli bocche, le restituiate l'onore e si toglia tanto

cicalamento dal volgo.

DON FLAMINIO. Poiché non posso giovarle col spender la robba, la vita

e l'onore, le giovarò con la lingua: onorerò lei, infamerò me stesso;

e son tenuto farlo per obligo di cavaliero. Andiamo insieme innanzi al

mio zio, accioché di quello che farò ne siate buon testimone.

Gli duoi fratelli rivali · 第 65 / 77 题