LECCARDO. (Se mi fussero stati posti innanzi galli d'India cotti senza
esser impillottati, caponi duri, brodo macro e freddo, non arei potuto
aver maggior dispetto di quel che ho avuto quando viddi morta Carizia.
Oh come intesi darmi colpi mortali allo stomaco e alla gola! Veggio
don Flaminio molto gioioso; ma diverrá subbito doglioso come saprá
quanto sia per dirgli).
DON FLAMINIO. Leccardo mio, i segni di mestizia che porti scolpiti nel
fronte mi dán segno d'infelice novella: parla con la possibil brevitá.
Oimè, tu taci e par che col tuo silenzio vogli significar qualche
sinistro accidente!
LECCARDO. (Desia saper quello che li dispiacerá d'averlo saputo; ma
va' meno amareggiarlo al possibile).
DON FLAMINIO. Deh, comincia presto!
LECCARDO. Di grazia, portami al monte di Somma, dove nasce quella
benedetta lacrima che bevendola ti fa lacrimare, acciò bevendone assai
possa lacrimar tanto che basti, ché or mi stanno gli occhi asciutti
come un corno.
DON FLAMINIO. (Col tardar piú m'accresce il sospetto).
LECCARDO. Oimè, quella faccia piú bianca d'una ricotta, quelle guancie
piú vermiglie di vin cerasolo, quei labrucci piú cremesin d'un
presciutto, quella..., ahi! che mi scoppia il core,...
DON FLAMINIO. Che cosa? sta male?
LECCARDO. Peggio!
DON FLAMINIO. Ecci pericolo della vita?
LECCARDO. Peggio!
DON FLAMINIO. È morta?
LECCARDO. Peggio!
DON FLAMINIO. Che cosa piú peggio della morte?
LECCARDO.... è morta, e morta disonorata!
DON FLAMINIO. O Dio, che nuova è questa che tu mi dái?
LECCARDO. E mi dispiace darvela: e non vorrei sentiste da me quello
che sète per intendere; ma avendolo a sapere, fate buon animo. Don
Ignazio non so che ingiuriose parole disse ad Eufranone. Il quale,
vinto in quel punto dal furore e inasprito dall'ira, con la schiuma in
bocca com'un cignale, venne su e caricando la figlia di villanie
correa col pugnale in mano per infilzarla come un tordo al spedo. A
questo la moglie se le fe' incontro e lo risospinse adietro. Instupedí
la povera figlia e aiutata dalla sua innocenza diceva:--Padre mio,
ascolta le mie ragioni; se conosci che ho fallato, ti porgerò il petto
ché mi ammazzi!--Egli, come un vitello che cerca di scappar di mano di
coloro che lo conducono al macello, cercava scappar da man di quelli
che il tenevano. Carizia cercava parlare, ma le lacrime l'impedivano;
poi disse a fatica:--La conscienza mia pura mi liberará dall'obbrobrio
della calunnia, ché questa sola ha lassato Iddio per consolazion
degl'innocenti!--Queste ultime parole morîr fra le labra, ché appena
fûr udite; e morí prima della ferita. S'affoltavan i parenti per
sovenirla; ma--Lasciate lasciate--gridava Eufranone--che l'uccida il
dolore prima che l'abbi ad uccider il ferro, e che prevenga la
violenza la voluntaria morte; e questo volerla far vivere è piú tosto
opra di crudeltá che di pietá!--Cosí morí com'un agnello, e rimase con
la bocca un poco aperta com'un porchetto che s'arroste al foco. Ancor
morta par bella e t'innamora, perché è morta senza offesa della sua
bellezza....
DON FLAMINIO. Ahi, padre troppo austero e troppo nemico del suo
sangue!
LECCARDO.... Gli occhi miei, che mai piansero, piansero allora.
Eufranone la fe' subbito inchiudere in un'arca e fecela sotterrar
nella chiesa vicina per la porta di dietro, per non poner a romor la
cittade.
DON FLAMINIO. Dunque è pur vero che l'anima mia sia morta, e seco
morto ogni mio bene; e sepolta ancora, e con tanta bellezza sepolta
ogni mia gioia e me sepolto in un infinito dolore! Gli occhi, che
avanzavan il sol di splendore, son chiusi in eterno sonno, e la bella
bocca in perpetuo silenzio. Ahi, non fia vero giá ch'essendo tu morta,
io voglia restar in vita. È morta la sposa nel piú bello delle
speranze! Oh com'invan s'affatica chi vuol contrastar col cielo, il
qual è piú possente d'ogni umano consiglio! Ho dato la morte da chi
sperava la vita; ed io, che di tanto mal son caggione, vivo e ardisco
spirar quest'aria? Ho nociuto a me stesso e patisco il mal che ho
fatto a me medesimo. Che m'ha giovato aver travagliato tanti anni
nella guerra, esposto il petto a mille perigli, imitar tanti esempi
onorati per segnalarmi cavalier d'eterna lode, e or per un sensual
appetito son stato nocevol cagione della morte d'una innocente?
tradito un fratello, infamato lei e il padre, e disonorato il
parentado? Ecco oscurata la gloria di tanti anni e di tante fatiche, e
divenuto non cavalier d'onore ma d'infamia, non di pietá ma
d'impietade. Dove mi nasconderò che non sia visto da uomo vivente?
dove andrò, dove mi nasconderò ché fugga e mi nasconda a me stesso?
ché la coscienza afflige piú di quanti tormenti può dar uomo vivente.
Orsú, come cagione di tanto male, bisogna che pigli vendetta di me
medesimo, che con un laccio mi toglia da tanto vituperio. Ahi,
Panimbolo, tu fosti autor del malvaggio e da me mal preso consiglio;
ed io piú isconsigliato che lo presi, ché da sí cattivo principio non
poteva aspettar altro che l'infame e doloroso fine.
PANIMBOLO. Padrone, non è stato cosí mal il mio consiglio come la mala
fortuna, ché l'una è sovraggionta all'altra, e noi per ischivarne una
siamo incorsi in una peggiore: e da un error ne vengono mille, e ogni
cosa è riuscita in nostro danno, e il mal sempre è andato crescendo di
mal in peggio; né la fortuna istessa arebbe potuto rimediar a tanti
infortuni. E quando la mala fortuna vuol rovinar alcuno, fa possibile
l'impossibile.
DON FLAMINIO. Non è stata tanto la mala fortuna quanto il tuo cattivo
consiglio; né in cose disconvenevoli dovevi tu prestarmi consiglio né
agiuto.
PANIMBOLO. Voi che mi avete sforzato con tanti comandi m'accusate
contro ragione. Ma chi può gir contro il cielo? Ed essendo il mondo
cosí sregolato e insconsigliato, con che ragione o consiglio potete
regolarvi con lui? Non conoscete, come umana creatura, che tutte le
cose son instabili e incerte e che il mondo inchina or ad una e or ad
un'altra parte? E l'uomo accorto nella necessitá de' pericoli deve
accomodar l'animo suo alla prudenza; ma la nobiltá del vostro sangue
dovrebbe destar in voi l'ardire e farvi caminar nel termine della
modestia, soffrir e conservar voi stesso a piú liete speranze.
DON FLAMINIO. Io non temo piú i colpi della fortuna, ché è morta ogni
fortuna per me: non bisogna piú ordir fraudi e inganni; non ho piú
sospetto di niuno, poiché è morta la cagion di tutte queste cose. Ahi,
che pena converrebbe al mio fallo? Mi conosco degno di maggior pena
che la morte: bisognaria che morisse d'una morte che mai finisse. Ma
prima che morisse, desiderarei restituir l'onor che l'ho tolto, e
scoprir l'inganno che l'ho fatto.
PANIMBOLO. Ecco il vostro fratello che viene a voi.