DON FLAMINIO. Finalmente è pur stato vinto colui che era cosí
malagevole a vincere, e preso chi pensava prender altri. Il volpone è
caduto nella trappola e poco l'ha giovato la sua astuzia, ché ha
trovato chi ha saputo piú di lui.
PANIMBOLO. Or drizzisi un trofeo all'inganno, un mausoleo alla fraude,
un arco trionfale alla bugia, un colosso alla falsitá, poiché per lor
mezo avete conseguito il sommo de' desidèri.
DON FLAMINIO. Petto mio, se ben per l'addietro sei stato bersaglio di
tanti affanni, ricetto di tante pene, respira e scaccia da te tanta
amaritudine. Or andiamo a tôr il possesso di Carizia, non temiamo piú
il fratello. Gran maraviglia ch'essendo gionto a quel segno ove solo
aspirava il cor mio, non sento quell'allegrezza che devrei; né ho
passata notte piú fastidiosa da che nacqui. Avendo gli occhi rivolti
alle prime passioni, non l'ho mai chiusi né verso l'alba riposai
molto: sogni, ombre, larve e turbolenze m'avean inquietato l'animo, e
tutti i sogni son stati travagli di Carizia. Mi destava per non
conportargli, e pur dormendo sognava travagli. Veramente i travagli
son ladri del sonno.
PANIMBOLO. Don Ignazio è di spiriti ardenti: non ará indugiato fin
adesso farli intendere che piú non l'accetta per isposa.
DON FLAMINIO. L'animo mio teme e spera: spera nel timore e teme nella
speranza. Se ben desio Leccardo ché mi porti felici novelle, pur temo
qualche sinistro successo: vorrei venisse presto, ché ogni indugio mi
potrebbe apportar danno.
PANIMBOLO. Ecco s'apre la porta e ne vien fuori.