MARTEBELLONIO. Or mira che bizzari incontri vengon al mio fantastico
cervello, ché pensando far correre un poco il mio cane dietro una
bella fiera, s'è incontrato con una pessima fiera.
CHIARETTA. Buon can per certo, che, per aver avuto tutta notte la
caccia tra' piedi, è stato sí sonnacchioso che non ha voluto mai alzar
la testa né in drizzarsi alla via per seguitarla.
MARTEBELLONIO. Il mio can ha piú cervello che non ho io, che conosce
all'odor la fiera, ché né per stuzzicarlo né per sferzarlo si volse
mai spinger innanzi.
CHIARETTA. Va' e fa' altre arti, ché di caccia di donne tu non te
n'intendi.
MARTEBELLONIO. Troppo gran bocca avevi tu aperta, che aresti
ingiottito il cane e il padrone intiero intiero.
CHIARETTA. Non bisognava altrimenti, avendo a combatter con can debole
di schiena.
MARTEBELLONIO. Io non so punger cosí con la spada come tu pungi con la
lingua; ma ti scampa ché sei ignobil feminella, che vorrei con una
stoccata passarti da un canto all'altro.
CHIARETTA. Non temo le tue stoccate, ché la tua spada si piega in
punta.
MARTEBELLONIO. O Dio, se non temessi che, cavando la spada fuori, la
furia dell'aria conquassata movesse qualche tempesta, vorrei che la
provassi! Ma me la pagherá quel furfante di Leccardo.
LECCARDO. Menti per la gola, ché son meglio uomo di te!
MARTEBELLONIO. Dove sei, o tu che parli e non ti lassi vedere?
LECCARDO. Non mi vedi perché non ti piace vedermi: eccomi qui!
MARTEBELLONIO. Mi farai sverginar oggi la mia spada nel sangue di
poltroni.
LECCARDO. E tu mi farai sverginar un legno che non ha fatto peccato
ancora.
MARTEBELLONIO. Sei salito sul tetto ché non ti possa giungere: come ti
arò in mano, te squarterò come una ricotta.
LECCARDO. E tu sei posto in piazza per aver molte strade da scampare,
ché dubbiti che non voglia spolverizzarti la schena.
MARTEBELLONIO. Se m'incappi nelle mani...
LECCARDO. Se mi scappi dalle mani.
MARTEBELLONIO.... ti sbodellerò!
LECCARDO. Tu non sai sbudellar se non borse.
MARTEBELLONIO. Ah, poltronaccio, ti farò conoscer chi son io!
LECCARDO. Ti conosco molto tempo fa, che fosti facchino, aiutante del
boia, birro, sensale, ruffiano.
MARTEBELLONIO. Ah, mondo traditore, ciel torchino, stelle nemiche! fai
del bravo perché non posso salir su dove sei.
LECCARDO. E tu fai del bravo perché non posso calar giú dove tu sei.
MARTEBELLONIO. Cala qua giú e pigliati cinquanta scudi.
LECCARDO. Sali qua tu e pigliatene cento.
MARTEBELLONIO. Cala qua giú, traditore, e pigliati mille scudi.
LECCARDO. Sali qua tu, forfante, e pigliatene dumila.
MARTEBELLONIO. O Dio, che tutto mi rodo per aver in man quel
traditore!
LECCARDO. O Dio, che tutto ardo per non poter castigar un matto!
MARTEBELLONIO. Con un salto verrò dove tu sei, se ben la casa fusse
piú alta di Mongibello.
LECCARDO. Con un salto calarò giú, se la casa fusse piú alta della
torre di Babilonia.
MARTEBELLONIO. Tu sai che ti feci e che ti ho fatto e che ti soglio
fare, né cesserò di far finché non t'abbi fatto e disfatto a mio modo.
LECCARDO. Non potendo far altro tirerò una pietra dove sei: ti vo'
acciaccare i pidocchi su la testa.
MARTEBELLONIO. O Dio, che montagna è questa!
LECCARDO. È la montagna di Mauritania, che è caduta dal cielo, che ti
manda Marte tuo padre, messer Cacamerdonio.
MARTEBELLONIO. (Questo incontro alle genti di Marte! San Stefano,
scampami!). Mi partirò, t'incontrerò e ti gastigherò all'ordinario
come soglio.
LECCARDO. Ed io con bastonate estraordinarie come soglio.
MARTEBELLONIO. (In somma bisogna l'uomo serbar la sua dignitá! che
onor posso guadagnar con costui? Alla smenticata e alla muta,
incontrandolo al buio, li darò la penitenza delle parole e della burla
che m'ha fatto).
LECCARDO. (Io ho avuto a crepar della risa della battaglia fatta
all'oscuro con Chiaretta! Vo' andar a raccontarla a don Flaminio; ma
andrò prima a casa a veder che si faccia).