EUFRANONE, DON IGNAZIO, SIMBOLO.

EUFRANONE. Caro signore, siate il benvenuto, per mille volte molto

desiato dalla sposa e da' principali di Salerno!

DON IGNAZIO. Io vengo con voluntá assai diversa da quel che pensi:

stimi che venghi a sposar tua figlia ed io vengo a rifiutarla.

EUFRANONE. Non sperava sentir tal nuova da voi! Ma in che ha peccato

mia figlia che meriti tal rifiuto?

DON IGNAZIO. D'impudicizia e disonestá.

EUFRANONE. Onesta è stata sempre mia figlia e cosí stimata da tutti, e

non so per qual cagione sia impudica appresso voi solo.

DON IGNAZIO. Tal è come dico.

EUFRANONE. Or non vi pregai io, allor che tanto ansiosamente m'era

chiesta dalla vostra leggierezza, che ci aveste pensato prima; e al

fin vinto dalla vostra ostinazione ve la concessi? Ché il cuor mi

presaggiva quanto ora m'accade, che passati quei furori vi pentireste;

e per mostrar giuste cagioni del rifiuto, offendete me, lei e tutta la

cittade. Bastava mandare a dire ch'eravate pentito, ché io

contentandomi d'ogni vostro contento mi sarei chetato, senza

svergognarmi in tal modo.

DON IGNAZIO. Io non spinto da giovenil leggierezza ciò dico, ma da

giustissime cagioni.

EUFRANONE. Dunque dite che mia figlia è infame?

DON IGNAZIO. Ce lo dicono l'opre.

EUFRANONE. Se non foste quel che sète e men di tempo, io vi

risponderei come si converrebbe. Ma che cose infami avete udite di

lei?

DON IGNAZIO. Quelle che non arei mai credute.

EUFRANONE. Nelle cose degne e onorate si trapone sempre mordace

lingua.

DON IGNAZIO. Qui non mordace lingua ma gli occhi stessi furon

testimoni del tutto.

EUFRANONE. Né in cosa cosí lontana dall'esser di mia figliuola

dovrebbe un par vostro creder agli occhi suoi, che ben spesso

s'ingannano.

DON IGNAZIO. Che un uomo possi ingannar un altro è facil cosa ma se

stesso è difficile: ché quel che vidi, molto chiaramente il viddi, e

per non averlo veduto arei voluto esser nato senz'occhi.

EUFRANONE. Lo vedeste voi a lume chiaro?

DON IGNAZIO. Anzi a sí nimico spettacolo rimasi senza lume!

EUFRANONE. Gran cose ascolto!

DON IGNAZIO. Or ditele da mia parte che desiava lei per isposa

stimandola onesta e onorata; ma avendone veduto tutto il contrario, si

goda per sposo chi la passata notte goduto s'ave.

EUFRANONE, Farò la vostra ambasciata e farò che le penetri ben nel

cuore. Ahi, misero padre d'infame figlia, e quanto son dolente

d'averti generata!

SIMBOLO. Non v'ho detto, padrone, che il vostro parlare arebbe

cagionato qualche ruina? ch'essendo egli molto superbo né punto avezzo

a sopportar ingiurie, con che rabbiosa pacienza ascoltava; e con gli

occhi lampeggianti di un subbito sdegno, ripieno di un feroce dolore,

die' di mano al pugnale e se n'è gita su dove fará qualche scompiglio.

L'onda, che batte ne' scogli, si fa schiuma, sfoga e finisce il

furore; ma se non fa né rumor né schiuma, s'ingorga in se stessa, si

gonfia e fa crudelissima tempesta. Dal ferro delle vostre parole, come

da una spada, ha rinchiuso il dolor dentro: sentirete la tempesta.

Sento tutta la casa piena di gridi e di romore. Andiamocene, se non

volete ancor rallegrar gli occhi vostri del suo sangue; ché se foste

constretto vederlo, dovreste serrar gli occhi per non mirarlo.

Gli duoi fratelli rivali · 第 55 / 77 题