DON FLAMINIO. Battuto da cosí crudel tempesta di contraria fortuna, la
qual mi spinge addosso onde sopra onde, l'anima mia stordita dalla
paura ondeggia in una gran tempesta e sta turbata di sorte che non
credo viva al mondo oggi uomo che sia aggirato da vari pensieri come
io. Temo di molte cose e fra tanto timore non so in che risolvermi.
Una sola forza nascosa mi toglie ogni espedito consiglio: temo il
genio del mio fratello che sempre suol dominarmi. E se bene son
abbandonato dalla fortuna, non abbandonarmi ancor tu: fa' che se non
posso vincere, almen non resti vinto da lui. Tu sei il mio timone e la
mia stella; gli occhi miei non mirano se non in te solo; non patir che
facci naufragio.
PANIMBOLO. Questa tempesta che minaccia naufragio, questa istessa vi
condurrá in porto.
DON FLAMINIO. Non posso soffrir che mio fratello abbi saputo far
meglio di me.
PANIMBOLO. S'egli ha saputo fare, voi saperete disfare.
DON FLAMINIO. Io molte volte dalli tuoi astuti inganni d'invecchiata
prudenzia ho conseguito molti disegni, de' quali t'ho grande obligo.
PANIMBOLO. Io non ho mai fatto cosa in vostro servigio che non avesse
avuto desio di farne altro tanto.
DON FLAMINIO. Io ho voluto rammemorargli e ringraziarti, acciò
conoschi con che memoria gli serbo e che voglia ho di remeritargli.
Fa' conto che se per te schivo questa ruina che mi sta sopra, da te
ricevo la sposa, la vita e l'onore insieme, ché perdendo lei perderò
il tutto miseramente: renderai me stesso a me stesso e mi torrai dalle
mani della morte. Se sei stato mio servidore, d'oggi innanzi sarai mio
fratello; e dal guiderdone che riceverai da me, conoscerai che so
conoscere e guiderdonare i servigi.
PANIMBOLO. Padron caro, allor sarò conosciuto e guiderdonato da voi
quando conoscerete quanto i vostri servigi mi sieno a caro.
DON FLAMINIO. Il fatto è passato molto innanzi, le nozze son vicine,
il tempo breve, i rimedi scarsi: temo dell'impossibile.
PANIMBOLO. Non può l'uomo oprar bene, il quale si avvilisce
nell'impossibile. Quando non ci valerá ragione, bontá e giustizia,
poneremo mano agl'inganni e furfanterie, ché queste vincono e superano
tutte le cose; e poiché egli cerca con inganni tôrvi l'amata, sará
bene che con i medesmi inganni gli respondiamo e facciamo cader
l'inganno sopra l'ingannatore. E che val l'uomo che non sa far bene e
male? ben a' buoni e mal a' cattivi? Or mentre ho lingua e ingegno
state sicuro.
DON FLAMINIO. Comincio a respirare.
PANIMBOLO. Ma mentre parlo rivocate voi stesso in voi stesso.
DON FLAMINIO. O dolor o rabbia che tu sei, fa' tanta tregua con me fin
che ordisca qualche garbuglio, e poi tormentami e uccidimi come a te
piace.--Ma dimmi, hai pensato alcuna cosa?
PANIMBOLO. Cose belle a dire e grate all'orecchie ma non riuscibili; e
nelle riuscibili non vorrei valermi di mezi cosí pericolosi.
DON FLAMINIO. Mai si vinse periglio senza periglio. Ma perché corremo
per perduti e per me è morta ogni speranza e non spero se non nella
disperazione, prima che muoia vo' tentar ogni cosa per difficile e
perigliosa che sia, e morendo io vo' che tutto il mondo perisca meco.
Ma tu imagina qualche cosa: fa' che veggia i fiori della mia
felicitade.
PANIMBOLO. Farò come il fico che prima ti dará i frutti che ti mostri
i fiori.
DON FLAMINIO. Presto: come la guadagnaremo?
PANIMBOLO. Ancora non avemo cominciato ad ordire, e volete la tela
tessuta! né qui bisogna tanta fretta, ché la fretta è ruina de' negozi
e le subbite resoluzioni son madri de' lunghi pentimenti. Sappiate che
non è piú facil cosa che guastar un matrimonio prima che sia
contratto: uno solo sospetto scompiglia il tutto. Diremo che molto
tempo prima voi ci avete fatto l'amore e godutala.
DON FLAMINIO. La sua fama ci è contraria, perché è tenuta la piú
onesta e onorata giovane che sia in Salerno.
PANIMBOLO. Un poco di vero mescolato con la bugia fa creder tutta la
bugia. Aggiungeremo che la povertá sia stata cagione della sua
disonestá.
DON FLAMINIO. Non lo crederá mio fratello ancorché lo vedesse con gli
occhi suoi.
PANIMBOLO. E bisognando, faremo che lo veggia: come fargli veder di
notte che alcuno entri in casa sua, mostrargli veste sue, gioie che
portò quel giorno della festa o de' doni propri mandati; e per mezzo
della notte agevolmente si può far veder una cosa per un'altra.
DON FLAMINIO. E ciò come farassi?
PANIMBOLO. Il parasito potrá aiutarvi, che è portinaio della casa, in
farvi entrar e uscire e prestarvi alcune delle sue robbe.
DON FLAMINIO. Intendo ch'il padre, se ben per altro riguardevole, è
molto iracondo e tenace del suo onore e buona riputazione: ci ponemo
in pericolo d'un irreparabil danno e ne ponno accader molti disordini.
PANIMBOLO. A questi disordini rimediaremo con molti ordini. Come
vostro fratello rifiuterá la sposa, vi appresentarete col prete e la
sposarete.
DON FLAMINIO. Carizia che or ama don Ignazio, che l'ha legitimamente
chiesta per isposa e complito con molti presenti, come s'accorgerá che
per i nostri poco fedeli uffici riceverá questa macchia nel suo onore,
non m'accetterá per isposo.
PANIMBOLO. Gli animi delle donne sono volubili: con nuovi benefici
cancellaremo la vecchia ingiuria.
DON FLAMINIO. L'atto è pieno di speranza e di paura: non so a qual
appigliarmi. Perché essendomi forzato mentre son vissuto di non
macchiar la mia vita con alcuna poco men che onesta azione, or facendo
un cosí gran tradimento, con che faccia comparirò piú mai fra
cavalieri onorati? Mio fratello arderá di sdegno contro di me e ci
uccideremo insieme.
PANIMBOLO. Noi lo battezaremo piú tosto un generoso inganno che
vituperoso tradimento. Ad un amante è lecito usar ogni atto indegno di
cavaliero contro qualsivoglia, purché rivale, per acquistarsi la donna
amata: e negli amori non si ha rispetto né ad amicizia né a strettezza
di sangue, e ogni inganno e tradimento per vincere è riputato ingegno
e grande onore. Non si prendono molte cittá e castelli per tradimenti?
e pur non «tradimenti» ma «stratagemmi militari» si chiamano. E quando
si combatte per vincere, non si fa mostra per ferir nell'occhio e si
percuote nel cuore? Voi per diverse vie aspirate alle nozze di
Carizia: ella è posta nel mezo a chi per valore o per ingegno la sa
guadagnare. Or ditemi, non ha egli usato a voi tradimento? mentre
occultamente trattava averla per isposa, vi facea trattar matrimonio
con la figlia del conte. Egli cerca ingannar voi: será ben che
inganniate lui. Poi fatto il sponsalizio, accioché si vergogni, gli
improverarete che, non trattando con voi alla libera, l'avete fatto
conoscere che, facendo professione di strasavio e d'esser vostro
maestro, non è buono ad imparar da voi; e poi fatto l'errore, si
trapongono gli uomini da bene e frati e preti, anzi il vostro zio, a
por accordi fra voi. E al fin bisogna che si cheti: ché se ben
v'uccidesse, non per questo otterrebbe il suo intento.
DON FLAMINIO. E non riuscendo quest'apparenza di notte, non so come
andarebbe la cosa.
PANIMBOLO. Perché addur tante téme o perigli contro voi stesso? chi
molto considera non vuol fare: lontani da' pericoli, lontani dalle
lodi della sperata vittoria: né valoroso né degno uomo può esser
quello che schiva i pericoli, che aprono la via all'onore: temendo i
pericoli, si guastano i desegni.
DON FLAMINIO. Chi non teme con ragione, incorre spesso in disordine; e
la téma fa riuscire i consigli vani.
PANIMBOLO. Quei, che col nome di «prudenza» cuoprono il natural
timore, non fanno mai cosa buona. Quando mai facessimo altro, poneremo
il tutto in disordine e confusione; e chi scampa un punto ne scampa
cento.
DON FLAMINIO. Se ben è ardito ma pericoloso il consiglio e da
spaventare ogni gran cuore, essendo disposto o di posseder Carizia o
di morire, esseguiamolo: né vo' per una ignobil paura mancar a me
stesso.
PANIMBOLO. Sète risoluto?
DON FLAMINIO. Risolutissimo. Oh come con gli occhi del pensiero la
veggio riuscir bella e netta! e mentre sto in questo pensiero, sento
un secreto spirito nel cuore che mi conforta e spinge ad esseguirlo.
Resta solo si parli al parasito se vuol aiutarci.
PANIMBOLO. Bisogna far presto, ché don Ignazio è d'ingegno destro e
vigilante: se non si previene con prestezza, si torrá Carizia. «Chi
non fa conto del tempo perde le fatiche e le speranze dell'effetto».
DON FLAMINIO. Or mi par ogni indugio una gran lunghezza di tempo:
s'avesse le podagre, saria venuto.
PANIMBOLO. Se menasse cosí i piedi nel caminare come le mani ne'
piatti o le mascelle quando mangia, che l'alza in su e giú come un
ballone, sarebbe venuto prima.
DON FLAMINIO. Eccolo, ma con una ciera annunziatrice di cattive
novelle.