CARIZIA. Signor don Ignazio, poiché Angiola mia zia mi fa fede della
vostra onorata richiesta, io non ho voluto mancare dalla mia parte:
eccomi, che comandate?
DON IGNAZIO. Io comandare, che mi terrei il piú avventurato uomo che
viva, se fusse un minimo suo schiavo? Voi sète quella che sola avete
l'imperio d'ogni mia voluntá, e a voi sola sta impor le leggi e
romperle a vostro modo.
CARIZIA. Vi priego a spiegarmi il vostro desiderio con le piú brevi
parole che potete.
DON IGNAZIO. Signora della vita mia--e perdonatime si ho detto «mia»,
ché dal giorno che la viddi la consacrai alla vostra cara
bellezza,--io non desio altro in questa vita che essere vostro sposo:
e perdonate all'ardire che presume tanto alto.
CARIZIA. Caro signore, io ben conosco la disaguaglianza de' nostri
stati e la mia umile fortuna, a cui non lice sperar sposo sí grande di
valore e di ricchezza come voi; però ricercate altra che sia piú
meritevole d'un vostro pari, e lasciate me poverella ch'umilmente nel
mio stato mi viva. La mia sorte mi comanda ch'abbia l'occhio alla mia
bassa condizione. So che lo dite per prendervi gioco di me: la mia
dote e la mia ricchezza s'inchiude nella mia onestá, la quale
inviolabilmente nella mia povertá custodisco.
DON IGNAZIO. Troppo suntuosa è la vostra dote, signora, la quale
quanto piú dimostrate sprezzarla piú l'ingrandite; le vostre ricchezze
sono inestimabil tesoro di tante peregrine virtú, le quali resiedeno
in voi come in suo proprio albergo: meriti ordinari si possono con le
parole lodare, ma i gradi infiniti si lodano meravigliando, e con atti
di riverenza tacendo si riveriscono. Ma voi lo dite accioché io
n'abbia scorno, ché troppo povero mercante a cosí gran fiera compaia
per comprarla: e veramente meritarei quel scorno che mi fate, se non
venissi ricchissimo d'amore, ché non basta comprarse l'infinito valore
de' vostri meriti se non con l'infinito amore che le porto.
CARIZIA. So che in una mia pari non cadono tanti meriti; e per non
poter trovar parole condegne per risponderli, vi risponde tacendo il
core.
DON IGNAZIO. Signora, ecco un anello nel cui diamante sono scolpite
due fedi: tenetelo per amore e segno del sponsalizio. Il dono è
picciolo ben sí; ma si considerate l'affetto di chi lo dona, egli è
ben degno di lei.
CARIZIA. Il dono è ben degno di lui; nondimeno..., ma ben sapete che
il rigor dell'onestá delle donzelle non permette ricever doni.
DON IGNAZIO. Signora, non fate tanto torto alla vostra nobiltá né
tanto torto a me: rifiutar il primo dono di un sposo. Accettatelo, e
se non merita cosí degno luogo delle vostre mani, poi buttatelo via.
CARIZIA. Orsú accetto e gradisco il vostro dono e me lo pongo in dito;
e non potendo donarvi dono condegno--ché nol consente la mia
povertá,--vi dono me stessa, ché chi dona se stessa non ha magior cosa
da donare; e questo anello come cosa mia ve lo ridono in caro pegno
della mia fede.
DON IGNAZIO. Accetto l'anello e accetto l'offerta della sua persona; e
se ben ne sono indegno, amar mi sforza ad accettarla. In ricompensa
non so che darle se non tutto io; e se ben disseguale alla sua
grandezza, accettatelo come io ho accettata la sua persona.
CARIZIA. Comandate altro?
DON IGNAZIO. Vi priego a trattenervi un altro poco, accioché gli occhi
mei abbino il desiato frutto di lor desiderio.
CARIZIA. I prieghi de' padroni son comandi a' servi; e se ben i
rispetti delle donzelle non patiscano tanto, pur per un marito si
deveno rompere tutti i rispetti. Eccomi apparecchiata a far quanto mi
comandate.
DON IGNAZIO. Cara padrona, mi basta l'animo solo. So ben che la mia
richiesta sarebbe a voi di poco onore: mi contento che ve n'entriate,
pregandovi che in questo breve spazio, che non siamo nostri, di far
buona compagnia al mio core che resta con voi né si partirá da voi
mai; e ricordatevi di me.
CARIZIA. Non ricordandomi di voi, mi smenticarei di me stessa.
DON IGNAZIO. Amatemi come amo voi.
CARIZIA. Troppo vile e indegna è quella persona che si lascia vincere
in amore; e se piacerá a Dio che siamo nostri, allora faremo contesa
chi amerá piú di noi, ed io dalla mia parte non mi lasciarò avanzare
da voi. Adio.
DON IGNAZIO. Ecco tramontata la sfera del mio bel sole, che sola può
far sereno il mio giorno. O fenestra, è sparito il tuo pregio. O Dio,
che cosa è nel cielo che sia piú bella di lei, se splendori, sole,
luna, stelle e tutte le bellezze del cielo son raccolte nel breve giro
del suo bel volto? Ahi, ché se prima ardea, or tutto avampo: ché per
non averla tanto tempo vista i carboni erano sopiti sotto la cenere,
or per la sua vista han preso vigore, m'hanno acceso nell'alma un tal
incendio che son tutto di fuoco.
SIMBOLO. Poiché sète sazio della sua vista, partiamoci.
DON IGNAZIO. Che sazio? Gli occhi miei, in cosí lungo digiuno
assetati, nel convivio della sua vista se l'han bevuta di sorte che
son tutto ebro d'amore. Anzi questo convito mi è paruto la mensa di
Tantalo, dove quanto piú bevea men sazio mi rendeva e piú ingordo ne
diveniva; anzi nel piú bel godere è sparita via, ed io mi sento piú
assetato che mai; anzi mi par ch'ancor mi sieda negli occhi, e ci
sento il peso della sua persona. O alta possanza di celesti bellezze!
SIMBOLO. Se vi dolete per troppa felicitá, che farete nelle disgrazie?
DON IGNAZIO. Questa felicitá mi dá presagio di mal piú acerbo; ché
amandola non riamato, quanto l'amarò riamato? piú m'infiammarò di quel
desiderio di cui sempre son stato acceso. Ma dimmi, che ti par di lei?
SIMBOLO. Ella è non men bella di dentro che di fuori: mirate con che
bel modo non ha voluto accettar il vostro dono né rifiutarlo; e se il
dono era magnifico e reale, ella è stata piú magnifica e reale a non
lasciarsi vincere da tanta ingordiggia.
DON IGNAZIO. Simbolo, sapresti indovinar in qual parte della casa ella
sia?
SIMBOLO. Che posso saper io?
DON IGNAZIO. Non vedi? lá dove l'aria è piú tranquilla e tutto
gioisce, ivi è la sua persona.
SIMBOLO. Ah, ah, ah!--Ecco don Flaminio, state in cervello.