SCENA III.

LECCARDO parasito, PANIMBOLO, DON FLAMINIO.

LECCARDO. Non son uomo da partirmi da una casa tanto misera prima che

non sia cacciato a bastonate?...

PANIMBOLO. (Leccardo sta irato. Ho per fermo che non ará leccato

ancora, ché niuna cosa fuorché questa basta a farlo arrabbiare).

LECCARDO.... È forse che debba soffrir cosí miserabil vita per i

grassi bocconi che m'ingoio: una insalatuccia, una minestra de bietole

come fusse bue? bel pasto da por innanzi alla mia fame bizzarra!...

PANIMBOLO. (Ogni sua disgrazia è sovra il mangiare).

LECCARDO.... Digiunar senza voto? forse che almeno una volta la

settimana si facesse qualche cenarella per rifocillar i spiriti!...

DON FLAMINIO. (L'hai indovinata: non ha mangiato ancora).

LECCARDO.... Però non è meraviglia se mi sento cosí leggiero: non

mangio cose di sostanza....

DON FLAMINIO. (Lo vo' chiamare).

PANIMBOLO. (Non l'interrompete, di grazia: dice assai bene, loda la

largitá del suo padrone).

DON FLAMINIO. Volgiti qua, Leccardo.

LECCARDO. O signor don Flaminio, a punto stava col pensiero a voi!

DON FLAMINIO. Parla, ché la tua bocca mi può dar morte e vita.

LECCARDO. Che! son serpente io che con la bocca do morte e vita? La

mia bocca non dá morte se non a polli, caponi e porchette.

PANIMBOLO. E li dái morte e sepoltura ad un tempo.

DON FLAMINIO. Lasciamo i scherzi: ragionamo di Carizia, ché non ho

maggior dolcezza in questa vita.

LECCARDO. Ed io quando ragiono di mangiare e di bere.

DON FLAMINIO. Narrami alcuna cosa: racconsolami tutto.

LECCARDO. Ti sconsolerò piú tosto.

DON FLAMINIO. Potrai dirmi altro che non mi ama? lo so meglio di te.

L'incendio è passato tanto oltre che mi pasco del suo disamare: di'

liberamente.

LECCARDO. Vedi questi segni e le lividure?

DON FLAMINIO. Tu stai malconcio: chi fu quel crudelaccio?

LECCARDO. La tua Carizia me l'ha fatte.

DON FLAMINIO. Mia? perché dici «mia», se non vuoi dir «nemica»?--Ma

pur com'è passato il fatto?

LECCARDO. Oggi, perché stava un poco allegretta, lodava la sua

bellezza; ella ridea. Io, vedendo che sopportava le lodi, prendo animo

e passo innanzi:--Tu ridi e gli assassinati dalla tua bellezza

piangono e si dolgono, ché quel giorno che fu festa de' tori

innamorasti tutto il mondo!--Ella piú rideva ed io passo piú

innanzi:--E fra gli altri ci è un certo che sta alla morte per amor

tuo!...

DON FLAMINIO. Tu te ne passi troppo leggiermente: raccontamelo piú

minutamente.

LECCARDO.... A pena finii le parole, che vidi sfavillar gli occhi come

un toro stuzzicato, e la faccia divenir rossa come un gambaro. Tosto

mi die' un sorgozzone che mi troncò la parola in gola; e dato di mano

ad un bastone che si trovò vicino, lo lasciava cadere dove il caso il

portava, non mirando piú alla testa che alla faccia o al collo. Cadei

in terra; mi die' colpi allo stomaco e calci che se fusse stato un

ballone me aría fatto balzar per l'aria, ingiuriandomi «roffiano» e

che lo volea dir ad Eufranone suo padre.

DON FLAMINIO. Non spaventarti per questo, ché le donne al principio

sempre si mostrano cosí ritrose: si ammorbiderá ben sí. Ma abbi

pazienza, Leccardo mio, ché de' colpi delle sue mani non ne morrai.

LECCARDO. Le tue belle parole non m'entrano in capo e mi levano il

dolore e la fame.

DON FLAMINIO. Faremo che Panimbolo ti medichi e ti guarisca.

PANIMBOLO. Io ho recette esperimentate per le tue infirmitá.

LECCARDO. Dimmele, per amor de Dio!

PANIMBOLO. Al gorguzale ci faremo una lavanda di lacrima e di vin

greco molte volte il giorno.

LECCARDO. Oh, bene! ho per fermo che tu debbi essere figlio di qualche

medico. E se non guarisce alla prima?

PANIMBOLO. Reiterar la ricetta.

LECCARDO. Almeno per una settimana! Che faremo per li denti?

PANIMBOLO. Uno sciacquadenti di vernaccia di Paula o di vin d'amarene.

LECCARDO. Tu ti potresti addottorare. Ma per far maggior operazione

bisognarebbe che i liquori fusser vecchi.

PANIMBOLO. N'avemo tanto vecchi in casa c'hanno la barba bianca.

LECCARDO. E per lo stomaco poi?

PANIMBOLO. Bisogna tôr quattro pollastroni e fargli buglir ben bene, e

poi colar quel brodo grasso in un piatto e porvi dentro a macerar

fette de pan bianco, e accioché non esalino quei vapori dove sta tutta

la virtú, bisogna coprir ché venghino ben stufati, poi spargervi sopra

cannella pista, e sará un eccellente rimedio. All'ultimo, un poco di

caso marzollino per un sigillastomaco.

LECCARDO. Veramente da te si devriano tôrre le regole della medicina.

Andamo a medicar presto, ché m'è salito addosso un appetito ferrigno,

e tanta saliva mi scorre per la bocca che n'ho ingiottito piú de una

carrafa. La medicina n'ha reinfrescato il dolor delle piaghe e m'ha

mosso una febre alla gola che mi sento mancar l'anima.

PANIMBOLO. Con certe animelle di vitellucce ti riporrò l'anima in

corpo.

LECCARDO. Se fussi morto e sepellito resuscitarei per farmi medicar da

voi. Don Flaminio, avessi qualche poco di salame o di cascio

parmigiano in saccoccia?

DON FLAMINIO. Orbo, questa puzza vorrei portar adosso io?

LECCARDO. Ma che muschio, che ambra, che aromati preziosi odorano piú

di questi?

DON FLAMINIO. Leccardo mio, come io so medicar i tuoi dolori, cosí

vorrei che medicassi i miei!

LECCARDO. Non dubitar, ché quando toglio una impresa, piú tosto muoio

che la lascio.

DON FLAMINIO. Vieni a mangiar meco questa mattina.

LECCARDO. Non posso: ho promesso ad altri.

DON FLAMINIO. Eh, vieni.

LECCARDO. Eh, no.

PANIMBOLO. (Mira il furfante! se ne muore e se ne vuol far pregare).

DON FLAMINIO. Fa' ora a mio modo, ch'una volta io farò a tuo modo.

LECCARDO. Son stato invitato da certi amici ad un buon desinare, ma

vo' ingannargli per amor vostro.

DON FLAMINIO. Va' a casa e ordina al cuoco che t'apparecchi tutto

quello che saprai dimandare, e fa' collazione; tratanto che sia

apparecchiato, serò teco, ché vo per un negozio.

LECCARDO. Ed io ne farò un altro e sarò a voi subbito. (Vedo il

capitan Martebellonio. Non ho visto di lui il maggior bugiardo; sta

gonfio di vento come un ballone e un giorno si risolverá in aria. Ha

fatto mille arti, prima fu sensale, poi birro, poi aiutante del boia,

poi ruffiano; e pensa con le sue bravate atterrire il mondo, e stima

che tutte le gentildonne si muoiano per la sua bellezza). Ben trovato

il bellissimo e valorosissimo capitan Martebellonio!

Gli duoi fratelli rivali · 第 11 / 77 题