SIMBOLO. Tutto ciò sapeva bene, ché son stato a' vostri servigio

DON IGNAZIO.... Or ei, volendo rallegrare la citta di Salerno sotto il

suo governo, il carnescial passato ordinò giochi di canne e di tori in

piazza per i gentiluomini, e un sollenne ballo nella sala di Palazzo

per le gentildonne. Venne il giorno constituito, venner e canne e tori

in piazza e le gentildonne in sala: fra le altre vennero due

giovanette sorelle. Ma perché dico «giovanette», ché non dico due

angiolette? Elle parvero un folgore che lampeggiando offuscò la

bellezza di tutte le altre. E se ben Callidora, la minore, fusse

d'incomparabil bellezza, posta incontro al sovran paragon di bellezza,

a Carizia, restava un poco piú languida, perché la maggiore avea non

so che di reale e di maraviglioso. Parea che la natura avesse fatto

l'estremo suo forzo in lei per serbarla per modello de tutte l'altre

opere sue, per non errar piú mai. Ella era sí bella che non sapevi se

la bellezza facesse bella lei o s'ella facesse bella la bellezza;

perché se la miravi aresti desiderato esser tutto occhi per mirarla,

s'ella parlava esser tutto orecchie per ascoltarla: in somma tutti i

suoi movimenti e azioni erano condite d'una suprema dolcezza. Un sí

stupendo spettacolo di bellezza rapí a sé tutti gli occhi e cuori de'

riguardanti: restâr le lingue mute e gli animi sospesi, e se pur se

sentiva un certo tacito mormorio, era che ogniuno mirava e ammirava

una mai piú udita leggiadria. Io furtivamente mirava gli occhi di

Carizia, i quali quanto erano vaghi a riguardare tanto pungevano poi,

e quanto piú pungevano tanto piú ti sentivi tirar a forza di

rimirargli; e riguardando non si volean partire come se fussero stati

legati con una fune, talché non sapeva discernere qual fusse maggiore

o la dolcezza del mirare o la fierezza delle punture: al fin conobbi

che l'uno era la medicina dell'altro. E benché io prevedessi che quel

fusse un principio d'una fiamma nascente, dalla quale ogni mio spirito

dovea arderne crudelissimamente, pur non potea tenermi di non mirarla:

onde per non esser osservato da mio fratello, il prendo per la mano e

lo meno nello steccato....

SIMBOLO. Perché dubbitavate di vostro fratello?

DON IGNAZIO. Tu sai, da che siamo nati, avemo sempre con grandissima

emulazione gareggiato insieme di lettere, di scrima, di cavalcare e

sopra tutto nell'amoreggiare, ché ogniun di noi ha fatto professione

di tôr l'innamorata all'altro. Il che s'avenisse cosí di costei, si

accenderebbe un odio maggiore fra noi che mai fusse stato; sarebbe un

seme di far nascer tra noi tal sdegno che ci ammazzaremmo senz'alcuna

pietade.

SIMBOLO. Seguite. E poi?

DON IGNAZIO.... Appena entrammo nello steccato, come in un famoso

campo di mostrar virtude e valore, che fûr stuzzicati i tori, i quali

furiosi e dalle narici spiranti focoso fiato vennero incontro noi.

Onde se mai generoso petto fu stimulato da disio di gloria, fu il mio

in quel punto; perché sempre volgea gli occhi in quel ciel di

bellezza, parea che da quelle vive stelle de' suoi begli occhi

spirassero nell'anima mia cosí potentissimi influssi, cosí infinito

valore ch'io feci fazioni tali che a tutti sembrarono meraviglie,

ch'io non solo non andava schivando gli affronti e i rivolgimenti de'

tori, ma gli irritava ancora, accioché con maggior furia

m'assalissero. Di quelli, molti ne destesi in terra e n'uccisi; ma in

quel tempo ch'io combatteva con i tori, Amor combatteva con me. O

strana e mai piú intesa battaglia! onde un combattimento era nello

steccato apparente e un altro invisibile nel mio cuore: il toro alcuna

volta mi feriva nella pelle e ne gocciolavano alcune stille di sangue,

e il popolo ne avea compassione; ma ella con i giri degli occhi suoi

mi fulminava nell'anima, ma perché le ferite erano senza sangue, niuno

ne avea compassione. De' colpi de' tori alcuni ne andavano vòti

d'effetto; ma quelli degli occhi suoi tutti colpivano a segno. Pregava

Amore che crescesse la rabbia a' tori, ma temperasse la forza de'

guardi di Carizia. Al fin io rimasi vincitore del toro, ella

vincitrice di me: ed io che vinsi perdei, e fui in un tempo vinto e

vincitore, e restai nella vittoria per amore. Del toro si vedea il

cadavero disteso in terra, il mio vagava innanzi la sua bella imagine;

il popolo con lieto applauso gradiva la mia vittoria, ed io piangeva

la perdita di me stesso. Ahi quanto poco vinsi! ahi quanto perdei!

vinsi un toro e perdei l'anima....

SIMBOLO Faceste tanto gagliarda resistenza a' fieri incontri de' tori

e non poteste resistere a' molli sguardi d'una vacca?--Come si portò

vostro fratello?

DON IGNAZIO. Fece anch'egli grandissime prodezze.--... In somma ella

fu l'occhio e la perfezione de tutta la festa. Finito il gioco,

fingendomi stracco e altre colorite cagioni, ritrassi don Flaminio

dallo steccato, il quale avea gran voglia d'uscirne, e ci reducemmo a

casa; ma prima avea imposto ad un paggio s'avesse informato chi fusse.

Andai a letto avendo il cuore e gli occhi ripieni della bellezza della

giovane e l'anima impressa della sua bella imagine; onde passai una

notte assai travagliata. Intesi poi la matina che era una gentildonna

onestissima, dotata di molte peregrine virtú, di casa Della Porta; ma

povera per essernole state tolte le robbe per caggion de rubellione,

ché Eufranone, il padre, avea seguite le parti del principe de

Salerno.

SIMBOLO Se state cosí invaghito di costei, perché trattar matrimonio

con la figlia del conte de Tricarico e ci avete posto don Flaminio

vostro fratello per mezano?

DON IGNAZIO. Quando piace a' medici che non calino i cattivi umori ne'

luoghi offesi, ordinano certi riversivi: io per ingannar mio fratello,

ché non s'imagini che ami costei, lo fo trattar matrimonio con la

figlia del conte.

SIMBOLO Ben, che avete deliberato di fare?

DON IGNAZIO. Per dar fine alle tante volte desiato e non mai

conseguito desiderio, tôrla per moglie.

SIMBOLO Avetici molto ben pensato prima?

DON IGNAZIO. E possedendo lei non sarò un terreno iddio?

SIMBOLO Avertite che chi si dispone tôr moglie, camina per la strada

del pentimento: pensatici bene.

DON IGNAZIO. Ci ho tanto pensato ch'il pensiero pensando s'è stancato

nell'istesso pensiero.

SIMBOLO Che sapete se vostro fratello se ne contenta, o vostro zio che

vi vol maritar con una figlia de grandi de Ispagna? Poi, povera e

senza dote! Si sdegnará con voi e forsi vi privará di quella parte di

ereditá ch'avea designato lasciarvi: perché gli errori che si fanno

ne' matrimoni, dove importa l'onor di tutta la famiglia, si tirano gli

odii dietro di tutto il parentado e principalmente de' fratelli e de'

zii.

DON IGNAZIO. Purché abbia costei per moglie, perda l'amor del

fratello, del zio, la robba e ogni cosa, fin alla vita. Che mi curo io

di robba? son altro che miserabili beni di fortuna? L'onestá e gli

onorati costumi son i fregi dell'anima; ricchezze ne ho tante che

bastano per me e per lei. Or non potrebbe essere che, trattenendomi,

don Flaminio mi prevenisse e se la togliesse per moglie, ed io poi per

disperato m'avesse ad uccidere con le mie mani? Ho cosí deliberato; e

le cose deliberate si denno subbito esseguire.

SIMBOLO Ecco don Flaminio vostro fratello.

DON IGNAZIO. Presto presto, scampamo via, ché non mi veggia qui ed

entri in sospetto di noi.

SIMBOLO. Andiamo.

Gli duoi fratelli rivali · 第 9 / 77 题