— Eccolo; noi lo vediamo al caffè venti minuti prima del sospirato

abboccamento. Sdraiato nobilmente sopra un sofà, sembra che stia

pensando alla felicità che lo attende, e noi approfittiamo di questo

momento per farlo meglio conoscere al nostro lettore.

— È lui, proprio lui! guardala bene codesta curiosa bestiolina. — Chi

direbbe che sotto quel cappello a cilindro si nasconde una testa di

rapa? chi direbbe che da quella bocchina adorna di profumati baffi

sortano tante sciocchezze?

Certo che se dall’abito si potesse dedurre il carattere d’un individuo,

il nostro Paride si troverebbe in condizione favorevolissima;

ma sgraziatamente non è così: malgrado quella cravatta annodata

scientificamente e quei guanti color d’arancio, malgrado quei pantaloni

finissimi tirati all’ultima moda, e quel lungo catenaccio d’oro carico

di gingilli, il poverino è sempre un minuscolo somarello.

— Eppure ha un’aria di sussiego, ed al vederlo sembra immerso in grandi

pensieri; ma nulla di tutto ciò, egli non ha mai pensato. Ha delle

idee, dei ghiribizzi, non dei pensieri.

— Chi ci spiega lo straordinario contrasto che ci sta fra cervello e

cervello? perchè taluni hanno la testa piena d’entusiasmo, mentre altri

l’hanno gonfia di sciocchezze?

— Cos’è che determina tanta disparità che fugge all’esame anatomico?

— Coloro che s’affannano per cercare quel famoso anello di congiunzione

fra la scimia e l’uomo, parmi non dovrebbe sudar tanto, giacchè

si vedono tutto giorno uomini più gaglioffi delle bertuccie e dei

_chimpenzè_. Resta a provarsi se l’essere imbecille possa riuscire

svantaggioso e non dobbiamo dimenticare che il più grande degli uomini

sclamò in un giorno di dolorosa esaltazione: BEATI I POVERI DI SPIRITO!

Ciò stabilito, è chiaro che Paride starebbe fra i beatissimi.

* * * * *

La mezza dopo le sei era appena battuta, che già il nuovo Don Giovanni

saliva di volo le scale che conducevano alle stanze di Fanny. Giunto

all’uscio suonò il campanello, e poco dopo quelle due anime erano

confuse, strette insieme in estasi da non potersi dire.

— Fanny aveva appena terminato il piramidale lavoro della sua

toeletta, ma noi ci guardiamo bene dal descrivere nei suoi particolari

quest’opera di raffinamento, che nella donna va progredendo cogli anni.

— La gioventù si abbiglia poco; è questa una riserva istintiva che si

dilegua man mano che s’invecchia.

Ci limitiamo puramente a constatare che giammai Fanny fu tanto sublime

nell’arte di acconciarsi. L’amore l’aveva inspirata, ed ella riuscì con

maravigliosa abilità a rubare qualche anno all’apparenza.

— Un bel fuoco rallegrante, crepitava nel caminetto della camera

nuziale, ed a quel benefico calore Paride rinfrancò le membra

assiderate dal freddo.

— Davvero che non sappiamo dove cominciare per descrivere l’amorosa

scena. Le carezze di due colombe non danno che una pallida immagine

del poetico abbandono che invadeva quelle due anime innamorate. Si

guardavano con occhio smorto, si stringevano le mani, sospiravano come

soffioni.

— La conversazione era poco animata.

Paride sapeva più tacere che parlare, e ad ogni aprir di labbro l’era

un torrente di sciocchezze.

— Fanny, che non mancava d’un certo spirito naturale, si accorse subito

della scarsa loquacità dell’amante, ma ne diede causa all’emozione

ed al fuoco del suo sguardo che ella compiacevasi di roteare

voluttuosamente.

— Com’è naturale, dopo tanti arzigogoli e circonlocuzioni, si venne

al grande argomento del loro amore; il soggetto era eccitante, e

gli effetti non tardarono a manifestarsi su Paride che in un lampo

d’esaltazione giunse al punto di dire com’ei non vivesse d’altro che di

sospiri e d’angoscie.

— Al primo bacio di Fanny, offerse le sue ricchezze, al secondo la

vita, al terzo l’anima addirittura, e chissà cosa avrebbe offerto, se

una forte scampanellata non fosse venuta a frenarlo nei suoi trasporti.

* * * * *

Un colpo di cannone, un guizzo di folgore, lo scoppio di una

polveriera, non avrebbero tanto spaventato quei poverini.

— La corrente di poesia e d’amore che li travolgeva in un mare di

voluttà, si arrestò d’un lampo; n’ebbero il sangue gelato, ed entrambi

stettero a contemplarsi atterriti.

— Una seconda suonata più violenta della prima tolse ogni dubbio;

oltre a ciò si sentì la voce del signor Gregorio che brontolava per

impazienza.

— Mio marito! sclamò Fanny con tale accento di terrore che a Paride si

rizzarono i capelli.

— Ah! me disgraziata... egli ci ucciderà entrambi.

— Ma... madama! balbettò Paride tremando, è così feroce suo marito?

— È una tigre — Oh! noi siamo perduti!

— Dove mi nascondo? sclamava l’infelice trottolando per la stanza.

— Fanny non sapeva che risolvere, infine come côlta da un pensiero

corse ad aprire la finestra e con un cenno imperativo sclamò; — Giù

dalla finestra, signore.

— Madama, mormorò Paride spalancando gli occhi, siamo al quarto piano.

— Salvatemi l’onore!..., ribattè fieramente Fanny.

— Ma l’onore non era gran stimolo per Paride, che in quel frangente

avrebbe dato tutto l’onore del mondo per una scala. Ei sapeva troppo

bene che la vita vale più assai di certe inezie, ed infatti si appigliò

al consiglio di evitare il pericolo anche a costo di perdere l’amore e

la stima dell’amante.

— Gregorio dalla porta urlava come un energumeno, e Paride, non vedendo

altro scampo, si ficcò sotto il letto.

— Finalmente il povero marito potè entrare, ma era tanta la sua stizza

che non s’accorse del turbamento della moglie.

— Ci voleva tanto ad aprire?

— Scusami, Gregorio... mi era addormentata accanto al fuoco...

— Menzogna... come va che siete vestita a festa?... si direbbe che

aspettate qualcuno.

— Ma che dici, ti pare?

— Vivaddio, se fosse vero ciò che mi si disse, vi giuro che strozzerei

prima voi, poi lui. Tenetelo a memoria.

— Paride all’udire cotali discorsi non si sentiva per nulla tranquillo,

era tutto in convulsione, e tremolava come se si trovasse sotto una

pressione elettrica. Egli non aveva mai pensato che il signor Gregorio

fosse quel feroce che appariva, e pentivasi amaramente di non essere

saltato dalla finestra; ma era tardi, e già parevagli di sentirsi

stringere per la gola da quel rabbioso speziale.

— Maledisse a Fanny ed alla sua malaugurata avventura, pensò alla sua

casa, al suo letto, agli amici, ed a tutte quelle facili conquiste,

per le quali non correva alcun pericolo — ma intanto doveva starsene

accovacciato sotto il letto economizzando il respiro per paura di

tradirsi.

— Gregorio dopo di aver brontolato per una mezz’ora cominciò a

spogliarsi e se ne andò fra le coltri.

* * * * *

— Mentre egli si avvoltola per il letto cercando ristoro nel sonno,

approfittiamone per dare qualche schiarimento su quel ritorno

inaspettato che fu cagione di tanto sgomento.

— La _diuresi_ del signor Gregorio, causa di tanti inconvenienti, fu

pure quella che gli fece perdere il convoglio di partenza.

— Costretto a fermarsi per via, giunse alla stazione proprio quando il

treno se ne andava salutandolo col fischio.

— Fu tanto il dispetto del pover’uomo, che il sangue gli rifluì alla

testa, e per riavere un po’ di calma entrò in un caffè per prendere

qualche rinfresco.

— Aveva già finito e disponevasi ad andarsene, quando sopraggiunse un

suo antico amico, che in vederlo mandò un’esclamazione di sorpresa.

— Gregorio... tu qui?

— Sì, e me ne vado adesso.

— Come stai?... dacchè ti ammogliasti più nessuno ti ha visto.

— Eh! mio caro, gli affari... addio.

— Senti, fermati — È molto che desidero di parlar teco. — Ho cose

importanti da dirti.

— Sarà per altra volta; ora non posso.

— Ascolta, Gregorio. — Si tratta del tuo onore.

— L’onore è gran parola per tutti. Gregorio si fermò coll’amico, il

quale pietosamente gli riferì la voce che già correva per la città

sugli amori di madama Fanny con Paride.

— Checchè se ne dica, il mondo è ancor pieno d’uomini di cuore. I

pessimisti e gli scettici che guardano biecamente il nostro edifizio

sociale, hanno una grande smentita in questi esempi d’amicizia.

— Ah! son ben pochi quei disgraziati che traditi dalla moglie o

dall’amante, non trovino poi un caritatevole amico che non faccia ad

essi confidenziali rivelazioni.

— Anime benedette, che tanta parte prendete nelle sventure degli amici!

il gran premio, che si compete alla vostra sincerità, è senza dubbio

quello di venir contraccambiati largamente in altre occasioni in cui

toccheranno a voi le parti di marito o di padre.

— Quanto bene arrechino codeste rivelazioni ne può far prova il signor

Gregorio che se ne andò dal caffè in uno stato tale da non bastare

tutto un ghiacciaio a calmarlo.

— La prima idea che gli passò per la mente fu quella di pugnalare la

perfida moglie — abbiamo detto pugnalare, dicasi avvelenare, è più

proprio per uno speziale.

— La seconda idea fu di uccidere l’amante ma per fortuna una terza

riflessione, quella cioè che sua moglie potesse essere ingiustamente

calunniata, venne a calmarlo alquanto, e decise perciò di aspettare

qualche avvenimento che gli schiarisse il vero.

— Fortuna per lui che il nostro Paride non era quello di Elena,

altrimenti sarebbero andati a nulla i più savii proponimenti; vale a

dire che sarebbe stato tardi.

— Fanny aspettava ansiosamente che il marito si addormentasse per

far libero il merlo, ma sia per il male, o pel racconto dell’amico

incontrato al caffè, il signor Gregorio non trovava pace, e nè per

voltarsi e rivoltarsi poteva pigliar sonno.

— Se non dormiva il marito, puoi figurarti come gli altri ci

riuscissero.

— Paride, oltre al trovarsi in una posizione non comodissima, non

poteva voltarsi per nessun verso, e fu per lui buona ventura che il

letto distasse alquanto dal muro, tanto da poter, sebbene con molta

fatica, liberarsi un poco mettendo fuori prima la testa e le braccia,

poi tutta la persona, restando infine rannicchiato nel vano fra muro e

letto.

— Già da un’ora regnava un silenzio profondo, quando Gregorio, come

spinto da una molla, balzò in terra con gran pericolo del naso di

Paride, che fu ad un pelo per venirne schiacciato.

— Il giovinotto rabbrividì, accorgendosi che quel feroce marito tastava

colle mani sotto il letto, e credette di essersi tradito con qualche

movimento. — Fanny pure si sentì stringere il cuore per paura. — Fu un

istante di terribile ansietà.

— Dove avete messo il mio recipiente? sclamò Gregorio.

— Fanny non rispose.

— Madama, il mio vaso dov’è, urlò egli scuotendola per il braccio.

— Che vuoi? chiese Fanny fingendo di svegliarsi.

— Si può sapere ove sia... quel mobile?

— Oh! mio caro, oggi m’è accaduta una disgrazia...

— Il mio vaso, vi replico, interruppe Gregorio, battendo siffattamente

il piede da far traballare i vetri.

— Appunto, mormorò Fanny, nel riporlo sotto il letto mi scivolò di mano

e si ruppe.

— È un’infamia... una scelleraggine. Come ne farò senza?

— È una disgrazia...

— La disgrazia mia è quella di avere una pettegola di moglie che si

cura di tutti fuorchè del marito.

«Perdio mi prenderò un’infreddatura, e domani starò male; canchero che

vi pigli, vecchia senza giudizio! Intanto come farò senza...

— Fanny non rispose, e poco dopo Gregorio rientrò fra le coltri

borbottando.

— Se egli avesse fatto senza il suo strumento, potrai chiederlo al bel

Paride che n’ebbe il viso inondato.

— Intanto i coniugi avevano ripreso la disputa, durante la quale

Gregorio discese quattro o cinque volte per rimediare al difetto del

vaso che era surrogato dall’elegante zerbinotto.

— Valeva proprio la pena di prendere un bagno profumato! in meno di due

ore il poverino era inzuppato come se si fosse tuffato in un fiume.

— Più volte tentò di sottrarsi a quel torrente che lo investiva, ma

era assolutamente impossibile, a meno di muovere un seggiolone che gli

sbarrava la via.

— Che fare? Aspettò rassegnato il fine di quell’episodio riparando alla

meglio i ripetuti assalti del nemico.

Le notti d’inverno sono lunghe, e lasciamo pensare quanto lunghissima

sembrasse quella all’infelice Paride, che se la passò quasi tutta con

un’agitazione terribile, e con un’umidità addosso che gli agghiacciava

le membra.

— Finalmente verso le quattro il signor Gregorio avvertì con un sordo

russare che stava per prender sonno.

— Fanny discese dal letto con molta precauzione, ed aprì la porta

mormorando sommessamente a Paride di andarsene.

— La metamorfosi più strana non si vide mai. L’infelice giovinotto

sembrava uno spazzacamino tanto era insudiciato e sporco.

Narciso si era mutato in un fascio di letame.

— Malgrado tutto, allorquando il povero Paride pose il piede sulla

strada, alzò un inno al cielo, ed affrettandosi tutto intirizzito verso

casa fece le riflessioni più savie che abbia mai fatto in vita sua.

— Stette malato un mese per una seria raffreddatura, e non credo

necessario dirti che diede un addio all’amore di Fanny ed alla infausta

memoria di quell’avventura galante.

FINE DEL PRIMO VOLUME.

INDICE

VOLUME PRIMO

Prefazione Pag. 5

=Un Soldo= » 15

=Un’Avventura galante= » 87

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

Racconti umoristici, vol. 1/2 · 第 4 / 4 段