Fui portato molto lontano, ed infine passando per una città, quel

frataccio mi lasciò nelle mani di un liquorista. Anche di là me

ne andai bentosto, e passando come al solito per mille giri, caddi

infine nel salvadanaio di una povera vecchia che stentava di pane per

ammassare qualche soldo.

Stetti vari mesi rinchiuso, ed in quel frattempo la mia vecchia

padrona aveva raggranellato un piccolo peculio che riserbavasi di

adoprare in caso di malattia. Non andò guari che la poverina cadde

davvero ammalata, ma invece di impiegare i suoi risparmi in medicine

che potevan farle bene, fece offerta invece al Santuario di un certo

San Bernardo, situato poco lungi. Mi fermai due giorni nel vassoio

che era appiedi dell’altare, indi il pievano venne a levarmi, e mi

mandò con altri denari alla Cassa di Risparmio; di là passai al Monte

di Pietà. C’era noia dappertutto ed anche colà si stava pessimamente.

I soli che non avrebbero a lagnarsi sono il direttore e l’economo,

i quali vi trovano il loro conto; del resto fui spettatore di tante

male grazie, per parte degli impiegati, verso la povera gente, che più

volte domandai a me stesso come mai nella vostra società si lasci il

monopolio delle Opere pie in mani di certi cani degni di frusta. Vuoi

un bisticcio sul monte di Pietà? — Pietà a monte.

Per buona sorte un giorno fui tratto da quel luogo di malinconia, e

portato nientemeno che nella casa di un nobile.

Non inarcare le ciglia, mio caro, anche i nobili sono talora costretti

di ricorrere alla pubblica beneficenza. — Il mio nuovo padrone era una

di quelle signorie scadute, che anticamente, per bestialità degli avi

vostri, possedevano campanili e terre popolate di sudditi.

Ormai, a quel che mi parve, di coteste vecchie carcasse di aristocrazie

blasonate siete alla frutta, e buon per voi. — In massima le famiglie

patrizie si componevano (salve poche eccezioni) o di codini fradici,

mangiamoccoli, impostori, ipocriti, o di superbi arroganti che

sdegnavano ogni contatto col mondo.

Quel che è certo si è che erano molto ignoranti, ed ormai il loro

sangue bleu è diventato il prototipo dei tubercolosi, e di tutti quegli

esseri che stentano la vita come fiori esotici. — I quarti di nobiltà

furono travolti nell’onde del progresso, e di tutto quel mondezzaio di

nobilume che infestava il mondo, rimane appena quel tanto che basta per

figurare in un museo Archeologico, come i coccodrilli antidiluviani.

Stetti in casa del nobile marchese assai tempo per convincermi di tutto

quello che ti dissi, ed un giorno finalmente me ne andai con molta mia

soddisfazione.

Caddi nelle mani di un ladro molto simpatico, sul cui conto vo’

narrarti un grazioso episodio. — Da qualche giorno io era diventato

sua legittima proprietà, e mi accorsi subito che il mestiere del ladro

è talora poco secondato dalla fortuna, giacchè entrando nella sua

saccoccia e fattone l’inventario, trovai che non possedeva più di tre

lire. C’è la crisi per tutti ed anche a quel poveraccio toccava la sua.

Un giorno mentre se ne andava per una strada di campagna in cerca di

ventura, sentì non molto lungi una specie di lamento. Corse sollecito

sul luogo da cui veniva la voce, e vide una povera donna, rovesciata in

terra, attorniata da due bambini che piangevano a dirotta. L’infelice

era venuta meno pel digiuno, giacchè l’ultimo pane se l’erano diviso i

figli.

Il mio uomo portò la mano alla giubba, trasse un fiaschetto di liquore,

e l’accostò alle labbra della meschina che tosto si riebbe. Allora egli

con una ruvidezza, fatta quasi dolce per la compassione, le chiese: Che

diavolo avete fatto?

— Eh buon signore, che Dio vi abbia in grazia.

— Sarebbe bella! rispose egli sorridendo: dove andate con questi due

marmocchi?

— Vado! rispose ella sospirando. — Dove?

— Alla ventura cercando del pane. Da due giorni sono digiuna, e per

aver chiesto la limosina in una fattoria qui presso, fui minacciata di

bastone dal fattore.

— Assassino, esclamò, il ladro in tuono di minaccia... son tutti ladri

cotesti birboni. Prendete ragazzi, eccovi il mio pane, mangiate, e voi

pure, povera donna; anzi eccovi anche la mia borsa... mi rincresce

d’averne pochi; c’è poco da fare! e sì dicendo vuotò tutto il suo

denaro nelle mani di quell’infelice che piangeva per la gioia. — Io

rimasi dimenticato in un canto della saccoccia.

— Ma voi, osservò la donna, come farete?

— Io?... non ci pensate, c’è provvidenza per tutti.

— Ma almeno la metà.

— Che metà? tenete tutto.

— Che Dio vi restituisca centuplicato il bene che mi fate.

— Non serve, mia cara, ci penso io, disse il ladro con una certa

eleganza... avete bisogno d’altro?

— Oh no, rispose essa con un sorriso di riconoscenza.

— Allora state sana... Addio, ragazzi — e sì dicendo il mio ladro

se ne andò tutto lieto della sua buona azione; fatto pochi passi

appena, ficcò le mani nelle tasche, e si mise a zufolare un’arietta,

dondolandosi con quel portamento proprio di tutti i barabba.

Non ti dico altro, al giorno d’oggi di buone opere come questa se ne

fanno poche, e dovetti convincermi che certi ladri hanno il cuore

più generoso di tanti che passano per galantuomini. Il mio padrone

gironzò senza meta fino a notte, e quando venne l’ora opportuna per

l’esercizio della sua nobile professione, stette dubbioso sulla via da

scegliere; ma ricordandosi poscia di quel fattore che aveva scacciata

la povera donna, pensò di farla in una volta da giudice e da carnefice,

vendicando l’insulto fatto alla miseria, e si mise subito in cammino

verso la fattoria.

Vi giunse in breve, e senza darmi la pena di narrarti tutto e per filo

e per segno, ti dirò che in poco tempo ei fece l’affar suo, e già stava

per scendere dalla finestra, quando un cane diede l’allarme ed in un

baleno vennero fuori i villani armati di randelli e forche.

Il mio ladro se la diede a gambe come un levriere, saltò il muro di

cinta, e via per la campagna lesto come un fulmine. Lo inseguirono

per un pezzo, ma egli aveva buone gambe, e sparve nelle tenebre della

notte. — Ma che vuoi? Il diavolo ci mise la coda; mentre già credevasi

in sicuro, e cominciava ad allentare la corsa, nella svolta della

strada s’imbattè proprio in due gendarmi in perlustrazione.

Era fritto. — Gli chiesero le carte, ei balbettò qualche scusa, ma

invano, ed un’ora dopo entrava in città ammanettato a dovere.

Giunto alle carceri, requisirono tutto quanto aveva indosso,

consistente in un orologio con catena d’oro, e qualche centinaio di

lire, tutta roba del fattore. Gli trovarono una pistola irrugginita e

guasta di cui si serviva per spauracchio; infine estrassero me dal mio

buco, e dato l’addio al mio povero ladro, passai nelle mani del giudice

istruttore che mi chiuse a chiave in una cassa.

Stetti prigioniero per sei lunghi mesi, infine fui liberato da un

usciere, che nell’aprire la mia cassa diceva ad un altro che era con

lui:

— Ecco gli oggetti rubati al fattore di... Bisogna restituirli

senz’altro, giacchè quel briccone di ladro è scappato senza aspettare

la sentenza.

Fui lietissimo di tale novella, perchè, se debbo dirti il mio parere,

chi più meritavasi la prigione era quel birbante di fattore.

Credeva di potermela svignare io pure dalle mani della giustizia, ma

invece fui trattenuto da quella canaglia d’usciere che mi fece sua

preda.

Io aveva creduto sempre che la giustizia fosse una cosa seria, ma

ohimè! mi duole dirtelo, stando in quei paraggi ebbi a perdere anche

questa illusione. Vidi delle grandi cause trattate con una leggerezza

da far pietà, e sì che quei togati quando entrano in scena hanno

un’aria tanto grave da farti credere sul serio alla loro serietà.

Senti come talvolta si dà un verdetto. — Un tale erasi introdotto

furtivamente di notte nella casa di una vedova per... prendersi ciò che

ella gli negava. Appena la vide addormentata, cercò di avvicinarsele,

ma ella svegliatasi d’un tratto, gettò l’allarme per tutto il vicinato,

ed il povero Don Giovanni, sorpreso dalla paura, saltò di botto dalla

finestra nella strada, e cadde proprio sulla testa di due guardie di

polizia urbana. Fu arrestato, ecc. ecc., e gli fecero il processo.

— Eccoti riprodotto un brano della discussione dei giudici. — Erano

tre che nel ritirarsi dalla sala d’udienza avevano una gravità degna

d’un vescovo in funzione. Appena furono soli, si misero a sbuffare

lagnandosi uno del caldo, un altro della fame, ed il terzo del mal di

capo.

Io stava allora nella saccoccia del presidente, il quale incominciò

così: — Avete fatto colazione voi altri?

— Io no, ho un tremendo mal di capo.

— Sarebbe meglio finirla, soggiunse l’altro, e condannarlo subito,

giacchè là dentro fa un caldo da crepare.

— Dunque, soggiunse il presidente, che vi pare?

— Mah!!

— Mah!

— Ce n’è a sufficienza per farlo stare altri sei mesi in prigione.

— Certo.

— D’altronde abbiamo in suo favore la dichiarazione della vedova da cui

risulta che non le fece insulto alcuno.

— Sta bene, ma la morale.

— Io opinerei di aggiustarla col carcere sofferto.

— Mi oppongo, saltò a dire quello del mal di capo, prima di tutto

perchè colui mi è cordialmente antipatico; poi non voglio passargli

buona quella che disse sul mio conto in pieno caffè nel giorno delle

mie seconde nozze.

— Che cosa ti disse? chiesero gli altri sorridendo.

— Ah! la è una birbonata da farlo andare in galera.

— Fuori dunque.

— Ebbe il coraggio di dire che colla mia età avrei pigliato moglie per

benefizio del pubblico.

— Ah ah!

— Ridete pure, per me mi opporrò sempre al suo rilascio.

— Via, sclamò il presidente, il condannarlo sarebbe come provare che

abbia detto il vero; bisogna usare un po’ d’indulgenza, il fatto non è

tanto grave.

— È entrato furtivamente in una casa, con intenzioni malevole.

— Va bene, ma infine il risultato fu che il poverino rovinò da un

secondo piano.

— Non si bada al risultato, c’era la premeditazione.

— Capisco, ma infine io lo compiango di tutto cuore, e se fosse toccato

a me una tal cosa, piuttosto che scendere dalla finestra avrei tentato

di persuadere la signora; era molto più facile...

Non ti dico altro, ciò basti per darti un’idea del modo con cui si

risolvono le faccende; eppoi che sperare dalla giustizia? Nella sala

d’udienza ho veduto un Cristo con sotto quella famosa impostura:

LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI. Comica davvero l’idea! il più grande

dell’Umanità lo avete appiccato in aria, e se è cotesto il vostro modo

di far giustizia, non me ne congratulo.

Quel poveraccio d’accusato si ebbe la condanna ad un mese di carcere,

e se vuoi saperla tutta, ti dirò che quindici giorni dopo il mio

presidente mi portò in casa della vedova colla quale avevo fatto

conoscenza in grazia del processo. — Vi entrò di sera, e so dirti

che non saltò come l’altro dalla finestra per uscirne, ma se ne partì

sull’alba passando per la porta.

E quel poverino soffriva il carcere per aver attentato al pudore di

quella pudicissima donna! Evviva dunque la morale, corpo di bacco!

Se non ti spiace sorpasso su taluni altri incidenti per dirti che

dopo pochi giorni cambiai d’alloggio e fui installato nella casa di un

vecchio medico che aveva una moglie non troppo giovane.

Qui m’accorgo di dar di capo in molte scabrosità. Trattasi di una

signora che un tempo era vantata per bellissima, ma che gli anni non

avevano punto rispettata. — Quando io la incontrai toccava i quaranta,

età in cui la sferza del tempo imprime qualche ruga sulla fronte, per

non dir altro.

Alla mia nuova padrona garbavano poco quelle impronte venerande

che segnano le lotte della vita; e vedendole crescere ognor più se

ne disperava, e faceva uso di tutti i trovati della profumeria per

debellare quel potente nemico che la minacciava.

Io non so dirti l’immenso studio e le grandi cure che essa poneva

nel correggere le linee del suo volto con ricci bizzarramente varii.

Passava tutto il giorno allo specchio guardandosi davanti, di dietro,

di fianco e di scorcio. — Era un lavoro gigantesco quello che la

poverina faceva per rubare qualche anno all’apparenza.

Per passare un’ora al teatro, ne impiegava almeno quattro in

preparativi di toeletta. Tingevasi le soppracciglia, lavavasi

coll’acqua di rose, si succhiava le labbra per farle rosse, ungevasi

le spalle ed il collo con non so qual pomata, studiava senza tregua il

modo di portare le braccia, e cercava dinanzi allo specchio quelle pose

che più armonizzavano collo strascico dell’abito.

Provava i sorrisi ed i gesti, sollevava il lembo della veste per vedere

se i suoi piedini erano ancora eccitanti, e quando dopo mille prove e

riprove credevasi sicura del fatto suo trascinava fuori di casa quel

mal capitato suo marito, e se ne andava a far pompa della grande opera.

Non ricordo più chi sia colui che scrisse sull’album di una signora

attempata questo grazioso epigramma:

Dissi un dì la tua figura

Un prodigio di natura,

Or non cesso d’ammirarte

Sei prodigio.... ma dell’arte!

Ah se tutti gli uomini avessero il caritatevole coraggio di ripetere

questi versi alle civette che invecchiano, non si assisterebbe più al

ridicolo spettacolo di alcune donne che sdegnano l’umile portamento

della sposa onesta per sconciarsi scioccamente con ambiadure affettate

che tradiscono la rigidezza dei loro muscoli già troppo affaticati.

— Non si vedrebbero certe fronti impastate di gomma e bianchetto,

labbra fatte aride dalla corallina, e guancie inverniciate che ti

ricordano quelle delle marionette. — Non si vedrebbero tante stolide

donne che contendono gli amori alle fanciulle, e scendeano in lizza,

rivaleggiando con giovanette, come se bastasse tutta la loro malizia di

vecchia volpe a vincere lo splendore di una vergine fronte.

Fu per me vera fortuna quando lasciai quella casa per andar nelle mani

di una brava ed onesta madre di famiglia che aveva molto meno d’anni di

quella leziosa, ma assai più saggezza.

A questo punto le mie peregrinazioni hanno poco o nulla d’importante,

e pel periodo di quasi un anno non ho niente a dirti. — Errai in

molti luoghi, fui portato all’ospedale per varj mesi, passai di

nuovo in caserma ed in tanti altri siti che non mi lasciarono alcuna

impressione.

Ho di notevole un salto curioso di cui mi ricorderò eternamente. Dalla

catapecchia di uno spazzaturaio entrai difilato negli appartamenti

Reali. — Non ti canto più miserie, non più gente che muore per fame,

non più stenti della vita, ma feste, splendori e grandezze. Alla Corte

compresi che vi possano essere dei fortunati mortali lontanissimi dal

supporre che vi siano dei miserabili al mondo.

Ho assistito a tanti episodj, a tante storielle curiose, che sono certo

di divertirti immensamente.... A proposito che professione hai?

— Sono impiegato del governo.

— Tu? esclamò lo spirito del mio soldo con accento di sorpresa.

— Ti sorprende ciò? gli chiesi io.

— No, ma m’impedisce di narrarti quello che vidi alla Corte.

— Perchè mai?

— Perchè ti suppongo un buon impiegato, e nel mio racconto vi sono

certe cose che potrebbero offendere il tuo zelo.

— Non monta; tira innanzi.

— È inutile, non parlo...

Cercai di sforzarlo con tutta la mia forza magnetica, ma non vi

riuscii, ed infine, per non irritarlo viepeggio, lo pregai di

continuare come voleva.

Si arrese subito, e proseguì:

— Un giorno venne sotto alle finestre del palazzo un suonatore

d’organetto, ed io fui gettato nella strada e portato via da colui.

Per i soliti e varj giri finii di entrare nella casa d’un ex-oste,

divenuto ricco non si sa come. — Era una piccola famiglia composta

dell’oste, della moglie, e d’un unica figlia, amabilissima giovinetta

e molto bella. — Appunto di costei voglio intrattenerti, non già per

dirti gran che d’interessante, ma per aprirti alquanto gli occhi

sul conto di tante civettine che a prima vista sembrano modelli

d’ingenuità.

L’oste, mio padrone, in grazia di un bel capitaletto, aveva dato

l’addio al commercio per vivere col frutto de’ suoi.... voleva dir

sudori, ma sta meglio denari, non mi comprometto mai con giudizii

avventati. Aveva quest’unica figlia e tu sai bene che sovente questi

alberi di un frutto solo, rovinano a forza di cure l’oggetto delle loro

tenerezze.

Amelia (così si chiamava la fanciulla) cresceva fra le continue

sollecitudini di papà e mamma, i quali, per compensare la loro

ignoranza, volevano rimpinzare la figlia d’ogni sapere. — Una

contessina non ha certo più maestri di quanti ne aveva la fortunata

giovinetta. — Disegno, musica, canto, ballo, inglese, francese,

tedesco, ricamo e tante altre belle cose venivano amministrate senza

freno al piccolo cervello di quella ragazza, che se avesse preso sul

serio tutte quelle materie, ne sarebbe per lo meno impazzita.

Non starò a dirti quanto ridicola io reputi codesta farragine

d’insegnar tante cose alla donna, la quale, secondo me, non ha altra

missione tranne quella di dar latte ai bimbi e curare le cose del

marito; ma siccome su questo proposito sono varj i pareri, e si

dibattono attualmente delle grandi questioni, evito di dilungarmi

maggiormente.

La ragazza, cresciuta sotto la sferza di tanto scibile, imparò bene

una cosa sola — la vanità — e con vero rammarico dovetti rinunziare

alle simpatie che m’erano nate al primo vederla; ma che cosa vuoi? fui

testimonio di tante leggierezze ridicole, che anche un innamorato si

sarebbe ravveduto.

Amelia era una piccola vipera, capricciosa, intollerante fino

all’incredibile, e ciò malgrado, quei poveri genitori le erano sempre

attorno, e non facevano altro che carezzarla, lisciarla, alimentando

così i germi della vanità innati in quella frivola creatura.

Mi dicono che le damigelle dell’Alta sono civettine leggiere e senza

cuore, ma costei superava ogni concetto che si possa fare della

civetteria. E sì che non da molto i suoi genitori avevano chiuso la

bettola del _Merlo Bianco_, convegno tradizionale di tutti i beoni, e

suonatori vagabondi. La vezzosa Amelia doveva ricordarsi queste cose,

e pensare talvolta che tutti i suoi cenci di roba, le sue vesti, la sua

musica, le sue gioie erano frutto di lunghi anni di privazioni dei suoi

parenti, e che tutti gli ubbriaconi della città avevano contribuito a

formare la sua dote. — Ma studiando il tedesco e l’inglese, ella aveva

dimenticato il grossolano linguaggio degli avventori del suo negozio.

Non voglio certo farle carico del passato, ma, mio Dio! quando certe

memorie sono ancor recenti, è bene avere un po’ di moderazione, e non

gonfiarsi tanto.

A quindici anni Amelia scriveva bigliettini amorosi che lasciava cader

sul naso di uno scolaretto ronzante sotto le sue finestre. Un anno dopo

eravi una pluralità d’adoratori che non ti dico altro, ed ella, con una

grazietta tutta sua, tirava pel becco quella turba di stolti, e quando

io entrai in casa sua, la signorina aveva tanto bene imparato a far la

civetta, che mezza la gioventù del paese le sospirava dietro.

Dopo tutto malgrado quella falange di maestri e professori, Amelia era

sempre una donnicciuola ignorante. — Suonava malamente il pianoforte,

cantava come un ranocchio, ballava goffamente stecchita, disegnava

come una gallina, parlava tedesco come un turco, e francese come un

papagallo. — Credevasi di aver dello spirito, ed era sciocca, credevasi

maliziosa ed era ridicola.

Ma il padre la paragonava ad un angelo, la madre sclamava ad ogni

poco che lo sposo della sua Amelia non era ancor nato; quasicchè si

aspettasse il Messia. Tutti la lodavano, la carezzavano, ed infine la

giovinetta, rigonfia e satura di elogi, portò l’intima convinzione di

essere un’arca di sapere, e guatava la gente con un’aria di trionfo,

degna della moglie di un deputato.

Andava a spasso pettoruta come un dindo, e, se rispondeva talora ai

saluti che le facevano quei merli del suo corteo, tradiva un senso di

degnazione sommamente ridicolo.

Ma era bella! questo te lo posso giurare, tanto bella quanto vana e

leggiera.

Ti sembrerà un po’ strano il mio accanimento contro quella fanciulla,

e mi dirai che non vale la pena di corrucciarsi per sì poco; ma non ne

hai ragione, e se non mi mancasse il tempo, vorrei dimostrarti quanto

male arrecano codeste vane pettegole alla società.

Se tu vedi gironzare per le città una gioventù snervata e frivola,

non cercarne in altro la causa che nell’educazione e nel cuore delle

fanciulle.

Esse comunicano a chi le avvicina le loro leggierezze, sono teste

guaste, e bisogna guastarsi per piacerle. Oh se io ne avessi

l’opportunità, vorrei tanto fregare e flagellare le spalle a tutte

le piccole zanzare che tormentano i costumi, che non si mostrerebbero

tanto ardite nello sfoggio dei loro impertinenti pettegolezzi.

— Non pensi tu che coteste farfalline dalle ali diafane sono destinate

a diventare un giorno compagne di altrettanti poveri diavoli i quali

andranno con esse alla malora? Non ti spaventa l’idea della pessima

educazione che daranno ai figli quando per disgrazia ne abbiano?

— E con una gioventù tanto corrotta, con delle donne sì malamente

cresciute, pensate voi altri di pervenire a quel grado di civiltà e di

benessere che da tanto tempo agognate invano?

Che scienza, che studio ci vuole per fare una madre di famiglia?

Bisogna aver del cuore non delle fantasticherie. Mi guardi il cielo

dal ricusare alla donna l’alimento necessario allo sviluppo delle sue

facoltà intellettive, ma non se ne facciano delle scimmie che operano

grottescamente, non dei _perroquets_ dalle piume appariscenti che ti

fanno smascellare dalle risa se aprono il becco; non delle asinelle

messe in gonne e guanti.

Guardatevi attorno e vedrete le vostre donne fatue quando son

fanciulle, spensierate quando madri, stolte e ridicolissime quando

vecchie.

Vuoi un mio consiglio? Se ti piace amare una giovinetta non cercarla

fra le tante che brillano in società, che battono tutti i balli, e

vanno pei teatri a far disonesta mostra dei loro vezzi. — Quella che

studia meno, ne saprà più delle altre; non avrà spirito, ma ci sarà del

cuore.

Mi fermai quasi un mese in casa dell’oste, ed una sera fui lasciato in

un caffè, ove passai nelle mani di un signore attempato che mi portò a

casa sua.

Eravi colà una festa di famiglia; si ballava allegramente in onore di

un matrimonio celebratosi in quel giorno.

Fui portato nella sala di ricevimento, e con mio grandissimo stupore,

riconobbi nella fidanzata un’antica conoscenza.

Ti rammenti ancora di Lisa? quella che mi aveva levato dalla saccoccia

dell’amante, e che mi fu prodiga di tanti baci. Era proprio dessa.

Cercai lo sposo, e con mio rammarico vidi non essere quello che

m’aspettava. — Era invece un capitano.

Dunque tutto quell’amore sviscerato, quelle promesse, quei giuramenti

della giovinetta? mi chiederai tu, ed io ti rispondo: Fumo! — Oh la

fede e la costanza sono gran belle parole, ma pesano poco.

Sarei stato desideroso di sapere qual fine avesse fatto il segreto

amatore del giardino, ma mi fu impossibile avvicinare la sposa.

Ben vedi che tutti gli episodj della mia storia, portano seco un colpo

alla mia buona fede; man mano crescono cogli avvenimenti le delusioni,

per cui spero che non ti farà stupore il mio scetticismo.

Uscito da quella casa errai oziosamente per sei mesi senza trovar nulla

d’importante, ma un giorno, con molta mia maraviglia, fui portato sopra

un bastimento ancorato nel porto di Napoli.

Era mio padrone un bel giovane che, per quel che ne seppi di poi, erasi

compromesso nei trambusti politici di quei tempi, e perciò mandato in

esiglio.

Andava in America cercando miglior ventura, ed io fui destinato a

condividere la sua sorte.

Per vero dire, non mi dispiacque gran fatto cambiar regione e dar

l’addio a questa vecchia Europa, sperando di trovare nel nuovo mondo

qualche cosa di meglio.

Feci un viaggio di oltre due mesi toccando varii porti, ma le mie

impressioni, furono di poco conto.

Sbarcai col mio padrone a Valparaiso, e quando mi vidi a terra, ne fui

lietissimo.

In mare, temeva sempre di andar sommerso e troncare così il filo de’

miei errori. — La fortuna mi sorrise, e non ebbi a soffrire alcuna

avaria.

Il mio padrone era sempre malinconico, sospirava molto, e mangiava

poco. Io sperava che un giorno o l’altro egli mi mettesse in

circolazione; ma m’ingannai di grosso.

Mi tenne sempre seco come una reliquia, un ricordo del suo paese.

Passai qualche anno in America, senza che assistessi alla benchè minima

avventura.

Racconti umoristici, vol. 1/2 · 第 2 / 4 段