Le adiacenze, la scalinata, la corte quadrangolare dell'Università ed il
suo vasto porticato a colonne di marmo, eran ingombri d'una studentesca
minacciosa.
L'agitazione, promossa dai corsi di medicina, i quali volevan si
sostituisse il professore d'anatomia, si estendeva per l'altre facoltà,
con fischi ed urli contro il Rettore, che non concedeva certe agevolezze
per una sessione d'esami.
La strada rigurgitava di studenti, che ne sbarravano il passaggio; altri
eran seduti in lunghe file su la scalinata, cantando; altri giravano in
drappelli, a passo militare, sotto il porticato, scandendo epigrammi
sopra un motivo d'operetta, ed assiepavano il cortile mareggiando con
gridi e gesti frenetici. Gli arringatori, saliti su gli zoccoli delle
colonne, rossi di collera e di fatica, parlavan gesticolando; una specie
d'assedio ingrossava davanti allo scalone della Segreteria.
Si gridava: -- «Sciopero! Sciopero! Abbasso il Rettore Rolandi! Fuori il
professore Saraceno! Basta il Saraceno! Basta!... Viva la terza
sessione! Viva!...»
Un Commissario di Polizia, chiamato per telefono, sopraggiungeva co'
suoi agenti e li schierava in un vicolo vicino, pronti, nascosti. Ma li
videro; e si cominciò a gridare contro la forza pubblica. Il pennacchio
d'un carabiniere, che apparve davanti all'Università, fu accolto con un
subisso di fischi.
Da otto giorni il professore d'anatomia comparata, Enrico Saraceno,
impartiva la sua lezione a banchi semivuoti; ma quella mattina, dopo
averlo fischiato e vilipeso, eran entrati nell'aula dietro lui come una
masnada di vandali, mettendo i banchi a soqquadro, lanciando calamai
davanti alla cattedra, scaraventando i fascicoli al soffitto, in un
diavolìo che più non finiva.
-- «Fuori! Basta! Non vogliamo il Saraceno! Fuori!...»
Questi era un meridionale allampanato, miope, con una cotenna spessa e
riccia come quella di un negro, la faccia olivastra, il naso leggermente
adunco, la bocca sottile, che portava sul labbro sporgente un sottile
paio di baffetti neri.
«Mannaggia! Mannaggia!» -- bestemmiava, dando gran pugni su la cattedra
e con la voglia di scagliarsi, lui solo, contro quella scolaresca
dileggiante. Quando un calamaio spruzzò d'inchiostro l'assito polveroso
che innalzava la cattedra, divenne livido per la collera, si compresse i
pugni su le tempie, diede un calcio a quel calamaio spezzato, ed uscì.
La scolaresca lo accompagnava cantando a tempo di fanfara:
-- «Non si vuol nè più nè meno, che scacciare il Saraceno!».
Man mano che finiva una classe gli studenti affluivan nella corte,
sicchè tutti i professori, dopo aver tentato invano d'imbrigliare quella
ribellione, s'eran adunati perplessi nella sala del Consiglio
Accademico.
Frattanto, sotto il porticato, s'improvvisavan cartelli a pitture
d'inchiostro e s'affiggevano alle colonne, o, inastate, si portavan come
insegne sopra il mareggiare delle teste.
-- Vogliamo la terza sessione! Fuori il Saraceno! Abbasso il Rettore
Rolandi!»
Poi si torcevan dalle risa davanti ad una caricatura improvvisata, che,
nel contorno d'una enorme bottiglia d'Acqua di Janos, raffigurava il
Rolando e il Saraceno seduti a braccetto sopra due pitali. E sotto eravi
la scritta:
«Congedo per motivi di salute»
-- Fuori! fuori! si chiude! -- gridava a squarciagola il bidello,
tentando di persuaderli con le buone a scendere in istrada. Ma lo
tiravan per la giubba e gli davan lo sgambetto, chiamandolo il
«Grand'Eunuco», per esser egli senza pelo, alto e panciuto.
Dalla scala del Consiglio, stretta d'assedio, scese un piccolo vecchio
dalla bianca barba quadrata, il professore di fisiologìa, che gli
studenti amavano. Fu accolto da un'ovazione: -- «Viva il professore
Sammarco! Ci ascolti, professore...»
Tutti gli si facevano intorno, volevano tutti parlare.
Egli alzò davanti a loro il palmo rugoso, come faceva dalla sua cattedra
per imporre silenzio.
-- Sentite, figliuoli... Se non vi sciogliete súbito, il Rettore
annunzia che farà chiudere l'Università fino a tempo indeterminato. E
riflettete che siam presso agli esami. Ragazzi, mandate una commissione:
le vostre domande saranno discusse.
-- È un pezzo che inoltriamo domande! Ci si beffa di noi! Revoca e
sessione! Viva il professor Sammarco!
-- Figliuoli, ascoltate...
Ma la sua voce debole si perdeva nel frastuono, mentre la notizia della
minacciata chiusura si diffondeva per la corte sollevando urli; un
gesticolar di braccia furibonde si agitava contro le finestre del
Consiglio Accademico.
Il Commissario camminava nervosamente davanti all'Università, senza
badare ai dileggi velati che gli mandava la studentesca; una ressa di
popolo curioso ingombrava la strada, e su l'alto della scalinata il
bidello gesticolante cercava di persuadere quelli ch'eran seduti sui
gradini a levarsi e discendere nella strada.
Ma in fondo alla corte cominciavano a scoppiare grida sediziose: --
Barricate la porta! Non vogliamo poliziotti. Contro la forza useremo la
forza! Uh!... uh!...
L'orologio della torre sonò le undici, con lenti colpi metallici che
furono ascoltati; poi tutti si ammassarono sotto le finestre del
Consiglio, quasi avessero in animo di darvi la scalata.
Appunto alle undici doveva il Ferento impartire la sua lezione agli
studenti del quinto anno, ed ecco sopraggiungeva, camminando frettoloso,
allorchè di lontano vide quell'assembramento davanti all'entrata
dell'Università.
Quasi correndo percorse l'ultimo tratto, udì le grida, si cacciò nella
folla ed apparve in basso della gradinata.
Il Commissario, che per primo lo riconobbe, gli si avvicinò parlandogli
concitato:
-- Questa indecenza dura da oltre un'ora! Hanno messo un'aula a
soqquadro ed asserragliano i Professori. Esito ad intervenire per timore
di guai serii, ma se fra dieci minuti non si sciolgono, chiamo rinforzi,
entro e li sgombero.
-- Aspetti! -- egli disse rapidamente. E saliti d'un balzo i tre gradini
esterni, si cacciò in mezzo ad un gruppo di studenti, che al vederlo
ammutolirono.
Egli girò su tutti loro uno sguardo freddo, quasi malvagio, ma nulla
disse: camminò avanti, a fronte alta, quasi fosse certo che la scalinata
ingombra dovesse aprire un varco davanti a lui.
D'improvviso, tutti coloro che barricavan la gradinata standovi seduti e
vociando, con un sol moto sorsero in piedi, si fendettero, ed egli salì
fra loro velocemente, con gli occhi accesi d'una collera muta.
Su l'alto della scalinata si volse con veemenza:
-- E nessuno di voi -- gridò ai più vicini, -- ha osato imporre silenzio
a questa gazzarra da comizio pubblico? Nessuno? E perchè venite qui a
studiare l'uomo, se non avete compreso ancora che la più vile cosa per
un uomo è ubbidire alla folla?
Il bidello ansante gli corse incontro, congiungendo le mani, quasi che
in lui fosse l'estrema sua speranza. Egli non l'ascoltò nemmeno, ma
vôlti gli occhi beffardi sovra il cerchio di studenti che gli si formava
intorno:
-- Dove sono e chi sono, -- interrogò -- i promotori d'una così bella
rivolta? Chi sono, domando? Non c'è fra voi uno solo che osi declinare
il proprio nome?
-- Io, per esempio! -- esclamò con tracotanza un giovine di membra
complesse, che, sebben lontano, cercava di estollere il suo massiccio
cranio chiomato, perch'egli lo riconoscesse.
-- Ah, lei? Magentini, se non erro?
-- Appunto, Magentini del quinto anno, -- rispose il giovine facendosi
largo. E incominciò, con un tono arrogante: -- Perchè, vede,
professore...
-- Non si disturbi, la prego! Di lei mi ricordo bene, assai bene.
Poichè, avendola interrogata qualche tempo fa su certi problemi di
embriologìa, ella mi espose una teorìa siffatta, secondo la quale, come
le osservai, il colmo per la donna evoluta sarebbe quello di mettere al
mondo un neonato con la barba... Si accomodi pure!
Una risata clamorosa eruppe dagli ascoltatori, facendo giustizia del
malcapitato, che si rimpicciolì nella ressa, mentre invece, nel fondo
della corte, il gruppo de' più facinorosi non cessava dalle grida
ostili.
-- Taceranno! -- egli affermò con la voce rauca d'ira. -- Taceranno! --
E si cacciò davanti, pallido, nel tumulto che infieriva.
Due ne prese per le spalle, quattro ne urtò: sotto i porticati la
studentesca ondeggiava; un lungo solco di silenzio rimaneva dietro i
suoi passi. Chiamati per nome, alcuni studenti lo spalleggiavano; e
camminando a fronte alta, sicuro di non fermarsi, la sua pallida forza
impetuosamente li dominò. Un certo silenzio intorno a lui si fece, un
poco d'ordine fu ristabilito, e solo permaneva sotto le finestre del
Consiglio il gruppo de' più accesi, che non volevano intender ragione.
Quando costoro s'accorsero che la maggioranza dei compagni stava per
arrendersi a consigli di moderatezza, con furore insorsero chiamandoli
disertori e pecore, facendo quanto baccano potevano, perchè nessuna
parola d'ordine fosse potuta udire.
-- «Uh! vi lasciate tirare per le orecchie! Pecore! pecore! uuh!...»
Poi si cominciò a gridare: -- «Abbasso il Ferento!» -- prima da qualche
voce isolata, poi con gran clamore da tutto il gruppo ch'era lontano.
Egli si volse, come se l'avessero staffilato in pieno viso; balzò sul
muricciuolo che riuniva i colonnati, così da estollersi alto e solo
sopra l'assembramento, e simile a quello ch'era stato nei giorni di
battaglia, quando, amato e odiato, il suo nome batteva come una
bandiera, tese verso loro il braccio, e ridendo esclamò:
-- È inutile che mi gridiate abbasso, perchè la natura mi ha posto in
alto!
E brillava, e la sua testa leonina era bella a vedersi come quella di un
tribuno imperioso che dómini un parlamento. Brillava ed era solo, e
raggiava da sè tanta forza, che i gridatori si tacquero, mentre da tutta
la studentesca infiammata un altissimo grido si partiva, una sol voce,
che obliosa d'ogni piccola discordia pareva inginocchiasse quei giovani
davanti all'uomo più forte.
-- Spezzare qualche banco, assediare una scala, dipingere ad inchiostro
una piacevole caricatura, farvi suonare i tre squilli e sciogliere dalla
Polizia... sarebbe questo per caso lo spirito di ribellione che
imparaste nei suburbi, dall'eloquenza degli arringatori plebei?
O glorioso tempo di rivolte, ove uno scaricatore di fogne diventa
tribuno del Quartier Latino e Rettore Magnifico degli Atenei!...
Ma or che avete iniziata la rappresaglia con sufficiente rumore,
spaccato abbastanza legno, assediate abbastanza scale, ornato a
sufficienza di pupazzi la vostra Camera del Lavoro, delegate altresì una
Commissione di studenti, che renda noto al Consiglio Universitario la
natura ed i motivi delle vostre lamentele...»
-- Già fatto! già fatto! Inutile! Nessuno ci ascolta! -- s'interrompeva
da varie parti.
-- ...a meno che non preferiate, -- egli proseguì, -- affidarmi la
vostra causa, fin dove io l'accetti e fin dove mi sembri giusta,
perch'io mi faccia interprete presso il Consiglio Accademico dei vostri
desiderii, e, con esso d'accordo, vegga di ottenervi una soluzione
soddisfacente.
-- Sì, sì! -- acclamarono i più vicini, poi gli altri, poi l'intera
studentesca, prorompendo in applausi clamorosi, che soverchiarono il
tumulto.
Il suo nome volò da ogni bocca: -- «Viva Andrea Ferento!» Lontano, alto,
per l'aria libera, il suo nome cantò: -- «Viva Andrea Ferento!» E
volando e cantando inebbriava il cuore dei giovani, perch'era un nome di
ribelle anch'esso, e lo portava un uomo ch'era giovine ancora, che aveva
sempre insegnato a vivere combattendo, a cercare i pericoli delle più
dure battaglie, generoso alfiere d'una insegna di libertà.
-- Ora scioglietevi, -- egli disse, -- Io sono il vostro parlamentare:
davanti al Consiglio Accademico sono garante per voi. Chè se invece
questo Ateneo, dove, nella più alta misura delle proprie forze, ciascun
professore dedica giornalmente a voi giovani la sua più bella e più
serena fatica, fosse per divenire un luogo sedizioso, dove si carpiscon
laure con scioperi di studentaglia e con fracasso di vetri spezzati, io
per il primo non vorrei più rimetter piede in queste aule, dove con
tutto amore, con tutta fede, credevo di educar familiarmente una libera
e franca gioventù, la quale sapesse fermamente che non bisogna mai, mai,
trovarsi dieci contr'uno per avere in dieci quel coraggio che uno solo
non ha. Io stesso, che non volli patire il giogo di nessuna obbedienza,
debbo anche dirvi che la vera libertà consiste nel non essere il
gregario di nessuna sopraffazione!
Allora centinaia di braccia si protesero a lui, quasi cercassero di
sollevarlo, mentre il suo nome squillava per l'aria, limpido e
risvegliante come una diana.
In un minuto di silenzio egli guardò la folla dominata, e si sentì
padrone senza contrasto di quei giovani cuori pieni di forza e d'impeto;
padrone di quei muscoli docili e forti, ch'egli poteva ben ghermire nel
suo pugno, e temprarli e fletterli come buone lame da combattimento;
poich'egli portava duramente inciso nella sua maschera d'uomo quel segno
di alta potestà che fa brillare nell'ombra delle moltitudini la faccia
dei ribelli e dei dominatori. E per un attimo riassaporò la gioia che
gli era una volta piaciuta, quella di moltiplicare la sua potenza
tirannica nella potenza passiva di migliaia d'uomini, poichè dalla
natura egli era sorto con un cervello d'autocrate e la sua strada era
segnata in capo delle turbe, ove s'innalzano gli stendardi, ove
camminano i Re.