IV

-- Vedete, Giorgio, -- disse Maria Dora, -- mi sono lavata i capelli

stamane.

-- Lo so, mia bella cognatina. Mentre alla finestra li asciugavate, ho

veduto i vostri capelli sciolti, ed accecato da quello splendore, stavo

quasi per mandarvi ad alta voce un complimento.

-- Ah, sì? Un complimento non è mai di troppo! Ditelo dunque ora, se non

è una bugia.

Ella cinguettava con il cognato per distrarlo, per farlo sorridere nella

sua tristezza.

-- Ci tenete, proprio?

-- Ma, certo!

-- Ebbene, volevo dirvi: -- Cognatina, è il sole che splende, o siete

voi, con i vostri capelli, che mettete tanto oro nel mattino? -- Questo

è il complimento; vi piace?

-- Per bacco! -- ella fece con arguzia; -- davvero è fino: fino come un

madrigale. Pare impossibile che sia vostro! Dove l'avete letto, Giorgio?

-- Oh, Maria Dora! -- egli esclamò sorridendo; -- non mi credete nemmeno

capace di una cortesia così facile?

-- Non è poi tanto facile, via!... Sopra tutto per un ingegnere! Se mi

aveste detto, che so io... per esempio: -- Cognatina, i vostri capelli

splendono stamane come le rotaie della strada ferrata... -- ecco, lo

capirei! Ma così, come l'avete detto, così bene, così pulito... no,

francamente, puzza di letteratura! Oh, intendiamoci, non è per

offendervi, chè anzi ve ne ringrazio.

-- Ebbene, sia come volete; non ci bisticceremo per così poco.

L'essenziale è che vi siete lavata i capelli, e che i vostri capelli

sono d'un'abbondanza davvero straordinaria.

-- Novella ne ha più di me.

-- Forse; ma di un altro colore. Dov'è Novella?

-- Non so, -- ella fece con esitazione.

-- E Andrea?

-- Andrea sarà forse rintanato in camera sua. Da qualche giorno è

divenuto ancora più inavvicinabile di prima. Che bizzarro uomo! Non pare

anche a voi, cognato? Io, quando lo vedo, ho sempre voglia di gettargli

un pezzetto di zucchero come si fa con i cani da guardia per entrare

nelle loro grazie.

Egli fece con la mano un gesto vago, ma sorrise tuttavia di quella

irriverente opinione.

-- Andrea è un uomo d'ingegno, -- disse con lentezza il malato. -- Le

nature come la sua peccano sempre di qualche singolarità.

-- Ma egli è singolare in tutti i sensi, e più lo si conosce, più lo si

trova bizzarro! Sapete, -- ella seguitò con il suo parlar volubile, --

sapete che mi faceva la corte?

-- Ah, sì?

-- A modo suo, beninteso; con certe sue maniere un po' ironiche... ma è

fuor di dubbio che mi facesse la corte. Bene, ora invece, da cinque o

sei giorni, non mi parla nemmeno più: se ne è dimenticato. È seccante,

vi pare?

-- Questo non saprei, cognatina. Vi auguro in ogni modo che ricominci,

-- egli disse in tono di celia.

-- Bah... lasciamo stare!

Seduta vicino a lui, ella ricamava in fretta, però con una sbadataggine

estrema. Ogni tanto guardava il malato, ch'era disteso nella seggiola a

sdraio, coperto di scialli; e lo guardava nel mezzo del parlare, o

facendo altra cosa, perchè l'infermo non si avvedesse de' suoi pensieri.

Lo trovava miserrimo, ogni giorno più stremato, più povero di vita.

Nella faccia angusta gli si erano dilatati gli occhi e sporgevan

dall'órbite come fossero gonfi, in un cerchio di lividore. Le pupille

dilatate, scialbe, acquose, nuotavan in un siero azzurrastro; talvolta

si appannavano visibilmente, come una lama al calor del fiato. Quando

sorrideva, i denti parevan cresciuti: la gengiva superiore gli si

scopriva, congestionata sotto l'orlo del labbro, e quasi livida. Su la

pelle arida gli si formavan certe macchie di color scuro e spesso due

strisce rosse gli accendevan la fronte, equidistanti, fra le tempie

concave. La sua mano divenuta nivea, spesso, nel cercare un oggetto,

brancolava un poco.

-- Non vi sentireste, -- gli domandò la fanciulla, -- di uscire nel

giardino? Fa così tepido fuori.

-- Oh, no, Maria Dora! Non mi sento proprio di alzarmi. Se sapeste che

fatica mi costa muovere un passo!

E si rannicchiava negli scialli, poveramente, come un intirizzito. In

quel mentre papà Stefano tornava dalla fattoria, col suo cappellaccio di

paglia ficcato di traverso, la sua giubba da cacciatore. Era un bel

vecchio, aitante ancora, solido e bronzeo sotto i suoi capelli

d'argento; serrava tra i denti la pipa stracarica, ingoiando enormi

boccate di fumo con una specie di golosità. All'odor del tabacco,

Giorgio si mise a tossire.

-- Ahi!... me ne dimenticavo, -- esclamò Stefano con premura.

E soffocato il fornello col póllice, si cacciò la pipa dentro una tasca.

-- Fuma, fuma, -- lo esortò Giorgio.

-- C'è tempo! Veh, che brava Maria Dora! gli tieni compagnia.

-- Si discorre di tante cose, godendo il bel sole. Frattanto ricamo,

ricamo. A furia di ricamare mi sarò preparato un corredo bellissimo. Non

manca più che il marito. -- Fece una pausa: -- Il marito... parola

eroicomica!

E si mise a ridere di quel suo riso trillante, che le gonfiava la gola.

-- Oh, eroicomica!... -- esclamò il padre. -- Tu non sai quello che

dici.

Ella non volle insistere, anzi mutò discorso:

-- Papà, ora te ne racconto una bellina. La Berta se ne va!

-- La Berta?

-- Sicuro, e adesso verrà lei a dirtelo. Va via perchè... oh, debbo

ridere!...

-- Insomma lo vuoi dire o no?

-- Ora te lo racconterà lei stessa, perchè io... -- e rideva, -- io...

-- e rideva più forte.

La Berta, che lo aveva inteso entrare, giusto era venuta su l'uscio.

-- Ehi, tu, fatti pure avanti! -- comandò il burbero padrone. --

Sentiamo: cosa c'è?

La fantesca si avanzò di qualche passo, impacciata, con gli occhi bassi,

slacciandosi il grembiule. Stefano si tolse il cappellaccio di paglia e

lo buttò sopra un divano. Siccome cadde a terra, la fantesca, per far

qualcosa, andò a raccoglierlo. Con quel cappellaccio in mano, e per il

fulvo della sua chioma e per il vermiglio delle sue gote, pareva più

buffa che mai.

-- Dunque la sciogli o no quella tua maledetta linguaccia?

-- Dica lei, signorina... -- ella balbettò vergognosa.

Maria Dora se la godeva un mondo e non aperse bocca.

-- Che signorina d'Egitto! -- borbottò Stefano, con quell'aria terribile

che sapeva darsi nell'amministrare la giustizia fra i suoi dipendenti.

-- Spìffera tu!

La fantesca si fece cuore:

-- Signor padrone, ho deciso di andarmene via...

-- Buon viaggio!

Ma egli non si mosse; ella neppure.

Dopo un breve silenzio papà Stefano disse:

-- Oh, e perchè poi?

-- Lo domandi alla signorina.

-- La signorina non c'entra.

-- E allora lo domandi al signorino...

-- A chi?

-- A quello lì... -- ella fece, scostandosi impaurita e segnando col

dito Marcuccio, ch'era venuto su la soglia nell'udir quelle voci.

-- Sì, a lui, proprio a lui... -- ripeteva cocciuta la fantesca,

segnandolo a dito. Si era fatta rossa, quasi paonazza come una

melagrana, ed aveva le lacrime agli occhi. Papà Stefano abbandonò quel

tono di accigliata canzonatura, si fece grave:

-- Sentiamo: cosa c'è stato?

-- Certe cose, certe cose, padrone... -- piagnucolava la Berta.

Lo scemo cominciò a sghignazzare ed a contorcersi contro lo stípite;

allora ella, fattasi ardita, sciolse lo scilinguagnolo.

-- S'immàgini che non mi lascia stare un momento. Mi tocca, mi provoca,

mi salta addosso... Poco fa mi ha fatto bruciare il lardo! Ne ho

abbastanza! Guardi un po' che pizzico!

E si fece avanti, squadrando con occhi nemici lo scemo, che sempre

sghignazzava; si rimboccò una manica fin sopra il gomito e mise in

mostra un bel lividore.

-- Dio! come fai la schizzinosa... per un pizzico! -- esclamò Maria Dora

con perversità. Ma la Berta non s'interruppe nemmeno.

-- Poi sentisse cosa dice, padrone!

-- Andiamo, andiamo... -- borbottò Stefano, conciliante.

-- Insomma pensi che la notte mi devo chiudere in camera a chiave!...

-- Ohibò!... -- fece Maria Dora con la sua vocetta maliziosa.

Allora lo scemo si fece avanti, serio serio, con una grande aria di

cerimoniale; drizzò su le gambe lunghissime la sua persona sbilenca e

disse in tono declamatorio:

-- Infatti, caro padre, ho deciso di prender moglie. Quello che ti

racconta costei, non importa. È venuto il tempo che mi debba maritare:

ventitre anni ho, padre.

La ragazzotta, paurosa, corse in un angolo e scioccamente incominciò a

piangere.

-- Costei, -- riprese lo scemo, -- costei non intende. Piange? Perchè

piange? Le ho detto: -- «Sei grassa e rotonda; mi piace l'odore del tuo

collo, dove nascono i tuoi capelli rossi. E quando scopi mi piaci,

perchè la tua sottana dondola e sta bene. Sposiámoci, Berta; voglio

vedere se sei fatta come una donna.»

Allora il padre s'avvicinò a lui, posandogli una mano su la spalla; e

cercava di persuaderlo amorosamente:

-- Questo che dici non è bene, Marcuccio. Lascia stare la Berta; va e

scrivi.

-- Non ora, padre. Debbo raccontarti ogni cosa prima delle mie nozze.

Frattanto rideva, ma di quel suo riso atono, che gli afferrava soltanto

la bocca e la obliquava in una smorfia sinistra; un riso metallico,

breve, aspro, che gli stringeva la gola come una mano ruvida e ne traeva

un corto singhiozzo.

In certi momenti non si poteva impedirgli di parlare, affinchè non desse

in ismanie.

-- Sì, padre. La sposo per aver fatto un sogno. Un sogno che faccio

quasi ogni notte, in questa primavera. Mentre dormo, la porta si apre;

lei entra; è veramente lei, quasi nuda, con i capelli arruffati, e ride.

Ride; poi si dondola nella camicia da notte come una cosa molle... Mi

dice: -- Hai chiamato, Marcuccio? -- Sono qui. -- S'avvicina, mi tocca;

io soffoco. Butto via la coltre, le dico: -- Entra nel letto. -- Non

vuole, ma ride. Ride e si china... Sento che ha un odore forte, come una

donna nuda. -- Guarda, -- mi dice: -- sono bella? -- Sì, Berta, sei

bella. -- Poi, se la voglio, fugge. E si dondola nella camicia da notte

come una cosa molle...

Si mise a ridere sguaiatamente:

-- Vedi? anche ora fugge.

-- Marcuccio, -- lo implorò il padre, -- vieni con me; discorreremo noi

due soli.

E cercò di trascinarlo via per un braccio. Ma egli resisteva, caparbio.

-- Padre, tu forse non comprendi che sono innamorato.

Allora Maria Dora scoppiò a ridere, esclamando:

-- Uh! uh... Marcuccio innamorato!

-- Perchè ridi, sorellastra?

-- Certo che rido, -- ella rispose. -- Perchè tu puoi sposare una

ragazza bella e pulita, mentre la Berta puzza di cazzeruole... È unta!

-- Sorellastra, ti dico: tutto puzza e tutto non puzza, secondo che un

odore piace o non piace. Siccome sei maligna, alle mie nozze tu non

verrai. La Berta sarà vestita di bianco, io di nero, e tutti gli

invitati porteranno un cero come nelle processioni. Farò suonare le

campane, a stormo. Sorellastra, se mi regalerai un anello d'oro, con

cinque brillanti, allora ti perdonerò.

Andrea sopravvenne in quel momento e si fermò all'udire que' discorsi.

Ma súbito interruppe lo scemo con una voce piena di potere:

-- Marcuccio, che stramberie vai dicendo?

-- E voi, Andrea, -- seguitava lo scemo senza dargli retta, -- voi,

Andrea, nel giorno delle mie nozze, direte a tutti: -- Quest'uomo che si

sposa è Marcuccio Landi, poeta, filosofo e musicista. Mettetevi a

ginocchi e riveritelo: egli è grande!

-- Io dirò a tutti, -- esclamò Andrea: -- Quest'uomo che si sposa non è

affatto grande, perchè invece di dedicarsi al suo lavoro perde il tempo

dietro le sottane. Così non avrà nessuna gloria.

Egli diceva queste parole fermamente, come le avrebbe rivolte ad un uomo

sano d'intelletto, ed affrontava lo scemo con tutta la violenza del suo

sguardo insostenibile.

Una bianca ed umile paura si dipinse tosto nel viso di costui ed il suo

sguardo si fece errante sotto la dominazione di quell'occhio più forte.

-- Non direte questo... -- balbettò, con una specie di terrore.

-- Lo dirò certamente, se non abbandoni questo pensiero assurdo.

-- Maestro... -- fece smarritamente lo scemo, -- maestro... e in tal

caso, l'amore?

-- L'amore? -- esclamò Andrea nervosamente, con una rapidità quasi

iraconda. -- L'amore non è che un perditempo! Cerca di saper farne a

meno, anzi di persuaderti che l'amore non c'è!

Lo scemo dovette meditare su queste parole; poi gli parve d'aver

compreso.

-- E voi, -- domandò lentamente, -- voi non amate?

Quasi urtato in pieno petto dalla domanda inattesa, che aveva, o gli

parve, un non so che di proditorio, Andrea Ferento ebbe un sussulto

impercettibile, rovesciò la fronte all'indietro con quell'atto imperioso

ch'era in lui abituale quando voleva resistere o comandare.

-- Io, -- disse con asprezza, come se la domanda non gli venisse dallo

scemo e non a lui dovesse rispondere, -- io non ho amato che una sola

cosa nel mondo: la mia opera; e ciò basta.

Poi traversò quasi con impeto la stanza, e preso lo scemo per un polso,

fortemente lo accompagnò verso l'uscio. Da lui Marcuccio si lasciava

condurre con una docilità quasi pecorile, senza osare mai di

contraddirlo, perchè nel suo sperso intelletto non dominava che una sola

fissazione: quella di potergli assomigliare.

Aveva con ardenti sogni amato la gloria nella sua giovinezza dedita alle

fatiche più nobili dell'ingegno, e questa gloria ch'era stata la sua

lontana amante, il suo fantastico sole, continuava ora a perseguitarlo

con tentazioni assurde, a riaccendere di eroiche imprese la sua demenza

mansueta.

Papà Stefano si era seduto sopra una seggiola, e raccoltasi la fronte

nella mano, meditava dolorosamente su la pietà che gl'ispirava il suo

figlio. Ogni tanto scoteva il capo e si ricacciava la commozione in

gola, mordendo la pipa spenta, che lo impolverava di cenere. Di

sventure, nella sua lunga vita, ne aveva sopportate assai, con quel

coraggio paziente che l'anima dei semplici sa radunare contro la

sciagura; ma questa, che gli aveva distrutto nel fiore dell'età il suo

figlio adolescente, questa non la poteva tollerare per quanta

rassegnazione avesse nel suo cuor di cristiano.

Finchè Marcuccio se ne stava zitto, faceva la calza, scriveva o

camminava per la casa come un automa, traendo dal suo violino, sempre,

sempre, quella medesima canzone, ch'era divenuta per tutti quasi un

incubo superstizioso, il padre non malediva la sorte, si contentava di

guardarlo con occhi tristi e scuotere silenziosamente il capo. Ma quando

l'udiva imbastire insieme, con una voce monocorde, que' suoi lunghi

discorsi incoerenti, che tradivano il cervello senza governo, e poi

finivan per lo più in una risata stridula, che faceva male come un colpo

di frusta, il padre talvolta non sapeva più contenere la piena del suo

dolore taciturno.

Dopo una lunga pausa, il vecchio disse alla figlia:

-- Maria Dora, va piano piano a vedere cosa fa.

La fanciulla si levò in silenzio dalla poltrona dov'era seduta a

ricamare, e camminando con lievi passi uscì per andarlo a spiare. Poco

dopo fu di ritorno, con la medesima cautela, e rispose, facendone

l'atto:

-- Scrive.

Poi, senza guardare Andrea, sedette di nuovo nella poltrona, presso

l'infermo, ed abbassò il capo sul ricamo che aveva incominciato.

Ora non parlavano più; tutti e quattro, in quel silenzio parvero stare

in ascolto, forse d'una lor intima voce che ad ognuno lasciasse cadere,

come pietre sul cuore, un peso di sillabe lente. Ascoltavano, ed ognuno,

tacendo, in quella sera piena d'ambiguità, ricamava sul proprio telaio

una trama invisibile di pensieri. Per l'uscio aperto si udiva giungere

quel rumore familiare che fanno le stoviglie, le argenterie, quando

s'apparecchia la tavola.

E il giorno, fuori, diminuiva. Il sole, come un largo tappeto, si

ritraeva dalla terra umida, strisciava sul fogliame degli alberi, sui

tetti più alti, sui vertici delle colline. Veramente a guisa di un

tappeto che il crepuscolo andasse arrotolando, sollevava nell'atmosfera

limpida qualche soffio di polvere voluminosa, che lentamente scendeva,

cadeva, prima impalpabile, poi folta, sopra i contorni delle cose.

Gli alberi si vestivan di buio, come se il vento li avvolgesse d'un

torbido fumo. Non era puranco l'ora delle campane: un grande silenzio

veniva dalla terra circostante, un silenzio quasi religioso, che

affaticava la loro sensibilità.

V

Quando furono in fondo al giardino, ella si strinse a lui con tutta la

persona e gli cercò la bocca.

-- Bada... -- egli disse impaurito; -- non qui!

La sera già folta li nascondeva; ma erano più che mai timorosi, più che

mai sperduti d'amore e di terrore, mentre il destino si compiva in ogni

attimo, con una irremediabile celerità. Egli si tese in ascolto, poi

l'attrasse dietro un alto cespuglio che faceva quasi una nicchia, dove

nessuno li avrebbe scorti.

Che buon odore di menta selvatica veniva dall'umida erba in quella sera

scintillante! La terra satura esalava il suo respiro profumato,

quasichè, nella propizia ombra, godesse la carezza d'un amante e quel

soverchio profumo fosse l'effluvio della sua nascosta voluttà.

Là dietro, per l'intrico dei rami, si vedeva la casa biancheggiare con

tutte le finestre chiuse, tranne una, che splendeva, ma d'un lume

vacillante, quasi già vi ardesse il chiarore d'una lampada funeraria e

l'anima dell'abitatore addormentato stesse di là per evadere nella notte

grande. Non osavan guardare lassù, a quella sola finestra rischiarata,

poichè, dietro la trasparenza dei vetri, vedevano la vasta camera

taciturna, greve di morbo, densa di ombre fluttuanti, la camera ond'eran

usciti poco prima, a breve distanza l'un dall'altro, cauti, su la punta

dei piedi, per non interrompere quel sonno troppo lieve.

Oh, come sono diverse le finestre che splendono di notte nella facciata

d'una casa buia! Sonvene, per chi cammina e le vede passando, alcune che

fanno invidia, che dànno quasi uno scoramento indicibile, una specie di

triste gelosia verso la gioia che rischiarano. Sole, nell'alta notte,

nell'alto silenzio, brillano d'una luce impudica, irruenta, ilare, che

somiglia quasi ad uno scoppio di riso, che somiglia quasi alla

bianchezza d'una nudità, -- e sono le finestre dell'amore; ma dell'amore

giovine, che non rifugia nell'ombra le sue colpe, che non ha paura della

propria felicità.

E sonvene di più velate, dalle quali pertugia insidiosamente un chiaror

soffocato, che paiono dire a chi passa: -- «Férmati e ascolta; non senti

venire per l'aria un ánsito di voluttà? Siamo due soli e nascosti, e

siamo accesi d'una febbre taciturna, che istilla quasi un veleno sottile

nel sapore d'ogni bacio...» -- E sono le finestre dell'amore; ma

dell'amore già perverso, che si ubbriaca di filtri e sóffoca il suo

grido nella coltre contaminata. Poi talune che vegliano solitarie, con

una lampada immota, e sembrano rischiarare l'insonnia d'un'attesa, --

d'un'attesa lunga ed inutile, o il mormorio d'una preghiera, -- d'una

preghiera fatta per l'assente, che forse non tornerà -- o la stanchezza

d'una mano che scrive, che scrive senza mai fermarsi, che scrive senza

mai rileggere, al suo sogno lontano, al suo lontano amore...

Poi talune, che sembrano illuminarsi d'un tratto, per una paura

subitanea, per un dramma notturno, con ombre che s'avvicendano

repentine, come se vi fosse nella camera un tramestìo di gente, che va,

che viene, che parla concitata... Poi altre, le quali sembrano tenebrose

della lor luce, come sono quelle fiammelle ad olio che bruciano davanti

ai tabernacoli, in certe abbazìe di campagna, le sere d'autunno, dopo il

vespero, quando le chiese dei poveri si émpiono di preghiera e di

malinconia...

Sono finestre semispente, che hanno un colore; nessuna ombra si muove

nel loro fondo opaco; nessun romore viene dalla lor immobilità; ma solo

una specie di brivido che si prolunga nella notte, che si propaga nel

buio, con disperata tristezza. -- E sono le finestre segnate, su le

quali, perchè si spengano del tutto, soffierà la morte...

Assaliti così da quel brivido, e pur indugiando nel bacio che li colmava

d'oblìo, essi rividero la faccia supina dell'infermo, affondata nel

guanciale, che apriva gli occhi senza muoversi ed in quel bacio li

guardava. Sebbene avesse le fattezze del cadavere già scolpite sotto la

pelle trasparente, li guardava cupo e fiso, per infondere uno spavento

inesorabile nel loro inesorabile amore.

Egli disse a lei, che s'annidava nelle sue braccia, e lo disse come per

esprimere quella imprecisa paura:

-- Non odi?

-- Che?

-- Un rumore...

Ascoltarono.

Tutto il giardino dormiva. Solo, tra ramo e ramo, tra foglia e foglia,

qualche rapido crepitìo, qualche sussulto fugace interrompeva l'odorato

silenzio, metteva nell'ombra effusa di chiaror lunare un risveglio pieno

d'ambiguità. Su la terra, nell'impenetrabile intrico dell'erbe, si

agitavano vite furtive; in alto, fra i tacenti nidi, sotto le volte

sonore dei padiglioni arborei, gli sciami notturni come orchestre in

sordina aliavano senza tregua producendo un indefesso ronzìo. Laggiù,

nella vasca, lo zampillo tenuto basso pullulava piano piano, scorrendo

in un rivolo quieto che non sciacquava, ed ogni tanto interrompendosi

come per riprender lena. Ad intervalli vi si udiva uno schianto: era

forse una ranocchia, od un rospo, che dal margine vi saltava dentro, sul

ventre piatto. Dai piccoli sentieri, fra i cespugli, sbucava un odore

intenso di fioriture nascoste; poi d'improvviso, nell'inclinar del

vento, la fragranza del maggengo non mietuto, che arruffandosi ad ogni

folata prolungava per i campi una sonorità non dissimile dal tintinnìo

d'un metallo, e in vicinanza, in lontananza diminuiva, come uno strepito

di verghe d'argento.

Senza parlarle, quasi con ira, egli appoggiò contro la sua fronte una

mano fredda, e piegatole il capo all'indietro si curvò su lei, come se

lo struggesse la tentazione di dirle una parola terribile, di confidarle

un segreto immane, ma volesse prima leggere ne' suoi femminili occhi se

aveva una così forte anima da poterne contenere in sè la tragica

violenza.

-- Ascóltami, -- egli disse, con voce sorda, che pareva il rombo d'una

soverchia fatica interiore, -- ascóltami, Novella, e médita bene prima

di rispondere.

Poi fece una pausa ed accrebbe la lentezza delle sue parole. Domandò: --

Fino a che punto puoi amare un uomo?

-- Non un uomo -- ella fece, con perdizione, -- te solo, te solo...

-- Non mi rispondere così, a fior di labbro. Interroga bene te stessa.

Troppe volte si confonde l'amore con l'esasperazione dei sensi, e troppe

volte l'amore ha paura di sè stesso, quando lo risveglia un pericolo

ch'esso non prevedeva.

-- No, -- ella disse, -- non c'è risveglio, non c'è limite...

-- Ma vi può essere, -- egli rispose, premendo col palmo su le radici

de' suoi capelli scintillanti, -- vi può essere un'altra cosa che tu non

sai... -- E sordamente, senza un tremito nei diritti occhi, soggiunse:

-- La disperazione.

Ella stava un po' curva all'indietro, piegata su le reni, ed oscillò. Ma

il braccio dell'amante la reggeva per la cintura, onde non fu che un

peso più greve contro la sua forza. Ismemorata, come se non potesse bene

afferrare il senso di quelle sue parole, ma tuttavia ne rabbrividisse:

-- La disperazione?... -- balbettò. -- Che dici?

E gli andava serrando le braccia con le mani trepide, come se cercasse

in lui contro lui stesso un aiuto. -- Che vuoi dire? Perchè mi parli a

questo modo? Io non so nulla, non so nulla... ma ti amo...

Diceva questo con una semplicità, con una sincerità che soverchiava ogni

ragionamento; pareva che gli volesse rispondere: -- Perchè m'interroghi?

perchè mi tormenti? perchè cerchi di esagitare in me fantasmi che non

conosco? Ti amo... Non c'è forse tutto in questa parola? A che scopo

vuoi saper oltre?... La disperazione?... ma è una sola: Non essere tua.

Ecco, ti rispondo: Essere tua fin dove tu voglia, e come e fin quando a

te piaccia. Divenire un oggetto minuscolo, inerte, nel dominio della tua

forza: null'altro. Ed è questo, non ti sembra? l'amore...

Così ella pareva dirgli con quelle parole semplici, ed egli se ne rese

ben conto. Anzi misurò per un attimo lo sfondo senza limiti dell'anima

femminile, anima che sfugge alla comprensione dell'uomo nè sopporta

l'altrui e meno ancora la sua propria vigilanza. Ond'egli pensò ch'era

oltremodo vano tormentare con tante ricerche il suo docile cuore.

A sè stesso, più che a lei, mormorò due parole rapide, vicino alla sua

bocca: -- «Non ancora».

«Non ancora. Tu hai diritto alla mia mercede, povera creatura, perchè

sei meno forte, e perchè mi ami. Io solo soffrirò per entrambi: -- io

solo».

Subitamente, quell'odore della sua bocca lo sconvolse. Più forte che

l'aroma della notte primaverile, più forte che l'olezzo del giardino

ebbro, vaporante come un incensiere, su lui potè l'odore femineo di

quella sua bocca soavissima, di quelle sue labbra socchiuse, appena

umide, che avevano sete, che avevano involontariamente la forma ed il

sapore d'un bacio, ch'erano più lascive di una forma ignuda, più nude

che la nudità. Allora vide, intorno a' suoi occhi abbassati, le ciglia

luminose tessere due piccoli semicerchi d'oro, e vide la sua pelle, su

le gote, sul collo imbiondire per una vellutatura ch'eravi cosparsa,

limpida, scintillante come l'oro.

E vide nella sua gola riversa accumularsi un'ombra che tutta la vestiva,

come un manto sotto il quale fosse nuda, e sentì che il suo petto gonfio

colmava lo spazio fra loro, trasalendo ad ogni respiro, come fa un

ventre femineo quando assorbe la voluttà...

Brillava una finestra, una sola, ma fosca, nella casa buia; e fra i

meandri del giardino addormentato egli la portò a giacere su l'erbe che

fiorivano, come sopra una coltre viva, in un letto fragrante.

Il vento, delle praterie sonore, portava lo strepito del maggengo non

mietuto, che in vicinanza, in lontananza diminuiva, come un clamore di

verghe d'argento.

La vita comincia domani: romanzo · 第 7 / 34 题