Silvio lasciò passare alcuni giorni senza sapersi risolvere a ritornare
in casa di Carlotta.
Se avesse dovuto ascoltare la voce della sua passione, egli vi si
sarebbe recato molto prima, e già più volte era stato per arrendersi al
desiderio; ma poichè egli aveva promesso ad Eugenio, e più a sè stesso,
che quella visita sarebbe stata l'ultima, non aveva ritrovato ancora
dentro di sè tanta forza da appigliarsi a quell'estremo partito.
Se non che suole avvenire delle anime deboli che spesso s'inducano dopo
molta riluttanza ad affrontare un dolore, solo perchè non hanno forza
di ribellarsi ad una determinazione presa. La scrupolosa osservanza
delle promesse che gli uomini fanno a sè stessi, non è sempre, nè
per tutti gli uomini, indizio di forza; anzi lo _scrupolo_ è sempre
debolezza. L'indugiare è una lotta, ma la lotta del debole; l'adempiere
dopo l'indugio è un arrendersi dopo la lotta; novello indizio di
debolezza.
Una mattina Silvio si alzò giurando che al pomeriggio sarebbe andato da
Carlotta, e che il domani avrebbe lasciato Milano.
Non erano ancora lo due dopo mezzogiorno, ed egli entrava nel portone
del palazzo Verni.
Su per le scale immaginò l'imbarazzo che avrebbe provato dinanzi a
Carlotta, quando egli si fosse lasciato cogliere alla sprovveduta;
però si premunì disponendo il corpo a certa disinvolta noncuranza, che,
secondo i suoi calcoli, doveva fare una profonda impressione.
Carlotta era sola.
Sebbene Silvio fosse venuto con animo di salutare anche quel buon uomo
del signor Verni, questa notizia gli fece piacere, e sentì ad un tratto
svanire gran parte di quella forza fittizia su cui egli aveva riposato
così securamente. Ad ogni modo non si diede per vinto, e col più
insulso cinguettìo di cui fosse capace, domandò a Carlotta della sua
salute, della preziosa salute del signor Verni. Carlotta s'era rimessa
completamente, e il signor Verni era sempre stato a meraviglia. Silvio
assicurò d'esserne lietissimo; e continuò a dire con una rapidità
prodigiosa di cento ultime notizie che Carlotta ascoltava colla più
bella grazia di questo mondo.
— Rimessa completamente — andava intanto ripetendo fra sè e sè, e
gettava alla sfuggita uno sguardo sul viso fresco e rosato della
vaga creatura, non osando contemplarla per paura di perderci il suo
frasario.
— Io parto — disse alla fine con aria distratta.
— Partite! esclamò Carlotta con accento di sorpresa.
Silvio stava per aggiungere qualche cosa, ma levando gli occhi
s'incontrò in quelli di Carlotta che lo guardavano con una strana
espressione di mestizia. Allora fu perduto, s'ingarbugliò, balbettò
frasi sconnesse, poi non disse più nulla.
Carlotta continuava a guardarlo sott'occhi; forse ella aveva letto
nell'anima di lui, e quello sguardo rivelava la pietà.
Ma l'immaginazione degli innamorati ha le ali più robuste e
s'accompagna nei voli colla speranza.
Per Silvio quello sguardo voleva dire ben altro; era un amore
corrisposto, una fiamma celata, era il profumo che tradiva un affetto
dissimulato. Tremante e pallido egli ricercò quello sguardo avidamente.
Carlotta volse gli occhi altrove. Era un riguardo; e tuttavia Silvio ne
fu addolorato. Vi fu un istante di silenzio.
— Noi siamo pur soli — pensò Silvio; io potrei...
— Lasciate Milano per molto tempo? — domandò Carlotta all'improvviso.
— Lo ignoro... Dipenderà dalle circostanze.
Carlotta aveva strappato un giacinto bianco da un piccolo vaso, e lo
sfogliava lasciandone cadere i petali sulle sue ginocchia. Silvio stava
muto a guardarla.
La sua posizione diventava sempre più imbarazzata; ma egli non se ne
accorgeva più; non temeva più il ridicolo; non cercava più di celare
sotto un'apparenza fredda e contegnosa il tormento della sua passione.
Si era svelato, e lo sapeva. Non aveano detto parola, e pure s'erano
compresi. Egli aveva detto l'amore; essa la pietà. Il silenzio ha
delle grandi rivelazioni. Carlotta aveva pietà di lui; non poteva
più dubitarne. Era bastato un momento ad apprendergli tutto, a
farlo ricadere dall'altezza delle sue fantastiche speranze, nella
rassegnazione dell'uomo che non domanda altro che il compianto. Uno
sguardo aveva sprigionato nel suo petto i sogni e le ebbrezze del
desiderio e dell'amore, uno sguardo lo aveva ricacciato nel suo nulla.
In questo breve periodo di folle abbandono egli aveva perduto la sola
forza che potesse contrapporre allo slancio della sua passione, la
maschera d'indifferenza sotto cui aveva celato il suo cuore.
Tuttavia la pietà della donna che si ama è un gran conforto per le
sventure degli amanti; v'ha in essa un profumo soave, una dolcezza
lusinghiera che compensa in certo modo del rifiuto dell'amore. Forse
anche la pietà è amore; però le donne che vivono per amare, allora che
non amano, compiangono.
Silvio s'era spogliato dell'orgoglio dell'uomo, e s'inchinava a
raccogliere gli sguardi di quella pietosa. In quel punto non ricercava
di più; gli pareva follia che si potesse preferire l'amore colpevole,
alla virtuosa dolcezza di quel compianto.
— Forse ella mi avrebbe amato — pensò. Povero conforto per la vanità
delle anime volgari; grande per la vanità delle anime elette.
— Dove andate? domandò ancora Carlotta.
— Che so io? In Ispagna forse, viaggierò per distrarmi. Vi è forse
ancora disseminata pel mondo qualche gioia elio possa pagare l'aridità
della mia vita presente. Cercherò.
Silvio sorrideva senza amarezza; quelle parole gli venivano dal cuore.
— Ne avete diritto: aggiunse Carlotta. Voi siete giovine.
E pronunziò queste parole con tale accento di mestizia, che Silvio ne
rimase colpito.
— I dolori invecchiano, disse Silvio.
— È vero, i dolori invecchiano.
Per alcun tempo si rifecero mutoli. Silvio non cercava di rompere
il silenzio; quel silenzio era per lui la sola cosa che dava ai suoi
rapporti con Carlotta quella tinta di confidenza che gli era così cara.
— Viaggiate solo?
— Solo.
— Fate conto di ritornare a Milano?
— Lo spero.
— Ci rivedremo.
Silvio non rispose; e levò gli occhi al cielo.
— Vostro marito? domandò poi commosso.
— È uscito.
— Avrei avuto caro di salutarlo.
— Si offenderebbe se non lo faceste. Egli vi stima; gli siete simpatico.
— Egli!
— A qual giorno è fissata la vostra partenza?
— Più presto che mi sarà possibile. Vedrò vostro marito.
La conversazione morì un'altra volta sulle loro labbra; ma le loro
anime parlavano un linguaggio ben più eloquente.
Ella scherzava col gambo sfogliato del giacinto; egli guardava i
petali caduti sul tappeto. Pensavano entrambi, entrambi mesti e pronti
a sorridere di quel sorriso che fa così bella la mestizia. Una soave
intimità non rivelata da prima spirava dai loro atti. Si conoscevano
appena e pure potevano leggere nel pensiero l'un dell'altro.
Silvio pensava a raccogliere i petali del giacinto; Carlotta si levò a
metà, e battendo sulla veste, fece cadere quei petali che vi si erano
attaccati. Silvio s'inchinò lentamente e li raccolse; risollevandosi
incontrò il volto sereno di Carlotta. Non s'era offesa dell'audacia, ed
egli lo sapeva.
— Li terrò sempre meco, disse Silvio sorridendo; mi porteranno fortuna.
— Sono fiori melanconici i giacinti.
— Li avrò più cari per questo. Mi faranno sovvenire di voi.... Siete
così bella!.... aggiunse scuotendo il capo mestamente.
Carlotta tacque.
In quel punto un servo venne ad annunziare il cavaliere Salvani. A quel
nome due grida morirono soffocate sulle labbra di Silvio e di Carlotta.
Si guardarono in volto, entrambi muti e tremanti. In quello sguardo
smarrito Silvio lesse la condanna che il dubbio aveva sempre trattenuto
nel suo cuore. Quella donna meritava il suo disprezzo.
Il cavaliere Salvani entrò, e si tenne ritto un istante sull'uscio
senza inoltrarsi. Carlotta pareva oppressa da un'ansia mortale.
— Io vi lascio, le disse Silvio; e fe' atto di allontanarsi.
Carlotta levò gli occhi verso di lui, come ad implorare la sua pietà e
pregarlo di fermarsi.
Silvio non intese, o non volle; salutò, ed uscì.