Ma fino all’ultimo la Città mantenne almeno il suo onore, avendo nel
nome del Papa e di Cesare avuto promessa di rimanere libera e signora
nell’antico dominio, e che i Medici non vi entrassero come vincitori.
Le quali cose ai loro amici dispiacquero; e parve il danaro scarso,
e quell’arbitrio dato a Carlo V riusciva sospetto. Ma dentro Firenze
già erano i soldati; per le strade i Côrsi di Malatesta, ai quali era
prima vietato mostrarsi, facevano guardia la notte, nè alcuno della
città ardiva uscire di casa. Non erano ancora tornati dal Campo gli
Ambasciatori, che una mano di quelli da Santo Spirito venuti in Piazza,
comandarono alla Signoria che rilasciasse coloro che per essere tenuti
amici dei Medici erano in più tempi stati rinchiusi in vari luoghi,
taluni essendovi da oltre a dieci mesi, dei primi e più nobili della
città. Il Busini, che gli vide uscire, dice che parevano con certi
barboni, romiti allevati nella Falterona; veramente non credo avessero
troppo dolce vita in tutti quei mesi. Furono poi rotte le Stinche,
dov’erano gli ostaggi d’Arezzo e di Pisa. In breve, il grido mediceo di
_Palle_ si cominciò a udire in vari luoghi, e la città mostrava già una
nuova faccia.
I primi giorni era ogni cosa governata da Malatesta; il Palagio fu
serrato, ed i Signori facevano quello che era ordinato da lui: diedero
essi pubblicamente licenza ad ognuno di deporre le armi e di andare
ad attendere alle botteghe e case loro; Malatesta prese a poco a poco
l’ubbidienza di tutti i soldati ch’erano in Firenze; quell’atteggiarsi
da vincitore bastò a mostrarlo anche traditore. Baccio Valori stava
in casa seco, e le parole di ambedue suonavano sempre che volevano
libertà, e che l’Imperatore acconciasse lo Stato egli. Avevano a lui
da principio nominati Ambasciatori che poi non andarono: al Pontefice
fu mandato in poste Bartolommeo Cavalcanti per ottenere che il numero
di cinquanta ostaggi, dato per sicurtà delle paghe, fosse ridotto
a venticinque. Si radunava per l’ultima volta il Gran Consiglio,
da cui fu commesso alla Signoria di nominare cinque cittadini che
provvedessero il Governo di centomila ducati per essere tra sei mesi
rimborsati da cento cittadini, e i cento poi da trecento; questi ultimi
essendo fatti creditori sopra le prime angherie che si porrebbero.
Dovevano i cento e i trecento essere anch’essi nominati dalla Signoria,
come al Pontefice, cioè (scrive il Capello) come al signor Malatesta,
parrà: ed un’altra Provvisione avevano fatta di quaranta mila ducati
per fare subito entrare nella città vettovaglie. Qui era estrema la
carestia; le carni mancavano, delle altre derrate il prezzo eccessivo.
Molti in città e nel distretto furono i morti di fame, di peste e di
stento; per tutto il Dominio i saccheggi e i guasti fatti dai soldati
amici e nemici non lasciarono immune alcun luogo. Ai morti in guerra
si aggiunsero le uccisioni dei contadini; sommava il numero dell’une e
delle altre a molte migliaia, ma troppo incerte sono le cifre che danno
gli storici, le quali noi crediamo inutile registrare.
Ai 20 d’agosto Baccio Valori accordatosi con Malatesta, senza del quale
nulla si faceva, mandò in Piazza quattro bande di soldati Côrsi con
l’arme e fece, preso che ebbero i canti, suonare la campana grossa di
Palazzo a Parlamento. Al quale convennero io non so quanti; che poco
importava, non essendo i Parlamenti per tutto il corso della Repubblica
altro che bugìe di libertà finta a benefizio della forza. La Signoria
scese contro voglia in ringhiera, e con le forme consuete e con le
solite acclamazioni fu eletta una Balìa di dodici cittadini i quali
avessero facoltà quanta l’intero Popolo di Firenze. Allora scoppiava il
grido di Palle Palle; e Baccio Valori con seguito di parenti e amici
dei Medici, a cavallo, andò come trionfalmente alla Nunziata, d’onde,
udito messa, tornò a casa di Malatesta. La Balìa, dopo avere la sera
stessa rimesso i Medici, depose tutta l’antica Signoria, creando al
modo solito per due mesi nuovo Gonfaloniere un Giovanni Corsi venuto
da Roma. Privò delle usate facoltà l’ufizio dei Dieci e mutò quello
degli Otto, nel quale entrarono i più nemici all’antico Stato. Mandava
un bando, che niuno andasse per la città in arme, e niuno potesse
uscire fuori delle porte, essendo queste guardate altresì da soldati,
da famigli de’ nuovi Otto e da birri del Bargello. Uscì poi bando
severissimo, che tutte le armi fossero consegnate; che furono grande
numero, essendo tutta in Firenze la gioventù armata. Posero un altro
accatto, con la dichiarazione che non dovesse cadere sopra gli amici
dei Medici, e che non fosse nè meno di uno scudo per testa, nè più
di cento: andavano gli eletti a ciò casa per casa, e a discrezione
loro imponevano da un fiorino d’oro infino a dodici. Nella Balìa
furono messi Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini; che era vecchia
arte, perchè non paresse che il nuovo Stato volesse in tutto disfare
l’antico.[232]
Era inteso per la Capitolazione, che assicurati i Capitani del
pagamento degli ottantamila scudi promessi all’esercito, lascerebbero
entrare in Firenze liberamente la vettovaglia; ma invece l’assedio
continuava peggiore di prima, imperocchè soldati e capitani per
avarizia e per superbia volevano subito essere pagati, e intanto
impedivano l’entrata dei viveri; talchè alla Città stavano innanzi
due pericoli, morirsi di fame e andare a sacco; nè il Papa stesso da
Roma sapeva come provvedere. I cittadini più facoltosi non si ardivano
per anche tornare in Firenze da Lucca o da altri luoghi, dov’erano
fuorusciti. Poi si voleva che tutto il carico venisse a cadere sui
vinti, ma il modo riusciva lento; cosicchè avendo imposto ai più ricchi
tra questi la somma di cinque o settecento o mille scudi, andassero
questi ostaggi nel campo finchè non l’avessero pagata: prima gli
tennero in Palagio chiusi in quelle stanze dalle quali erano usciti i
Palleschi, poi si mandavano all’esercito perchè ivi distribuiti come
prigionieri tra’ Capitani, si riscattassero ciascuno del proprio;
questi anche accettavano in pagamento drappi e oro filato stimati a
vil prezzo. La Balìa inoltre pose un carico ad altri quaranta cittadini
di mille scudi per ognuno, e sempre tra quelli che erano stati dei più
ardenti a voler la guerra.
Avvenne allora che nel Campo nascesse una zuffa tra Spagnoli e
Italiani, cresciuta bentosto in una vera battaglia, nella quale dalle
due parti morì grande numero: l’odio era nel fondo dei cuori degli
Italiani, che troppe avevano ingiurie da vendicare e ai quali doveva
cadere sul capo la stessa vittoria. Ma Ferrante Gonzaga che vedeva gli
Spagnoli avere la peggio, e che ad ogni modo voleva finirla, chiamò
i Tedeschi in aiuto agli uomini della nazione del suo Signore, e
quelli vi andarono di grande animo: in breve ora Tedeschi e Spagnoli
con la superiorità del numero assaltarono il campo degli Italiani, e
postili in fuga li saccheggiarono. Malatesta e Baccio Valori vedevano
dalle mura e dagli orti dove insieme alloggiavano quello spettacolo;
onde fatto mettere in armi tutti i soldati, si trova che avessero
prurito di fare dar dentro anch’essi, e rompere tutto il campo degli
stranieri: se non che Baccio Valori si oppose, pensando che la rovina
di quell’esercito sarebbe rovina dello Stato dei Medici. Quindi i
Colonnelli degli Italiani, passato Arno, si ritrassero sotto i monti di
Fiesole dove erano alloggiati gli Spagnoli chiamati Bisogni; i quali
senza aspettargli si ricovrarono al campo dei loro. Il che portò che
gli Italiani lasciassero entrare tutti i viveri che da quella parte
venivano dentro nella città affamata, e furono essi i più facili a
pigliare il pagamento e i primi che licenziati si dipartissero.[233]
Per gli articoli dell’accordo, Malatesta doveva rimanere con tremila
fanti due mesi alla guardia della città ed a sicurezza degli impegni
presi da ambe le parti. Il Papa gli aveva con due Brevi reso grazie
dell’operato da lui a conservazione della Città e a proprio benefizio
del Papa istesso, che gli mandava uomini a trattare intorno alcune
difficoltà insorte. Ma tosto di poi gli fece sapere essere sua mente
che egli sgombrasse con tutte le sue genti la città due giorni dopo
a che fosse partito l’esercito dei Tedeschi e degli Spagnoli, che
il Commissario Baccio Valori confidava saldare al più presto. Il che
non piacendo a Malatesta, scrisse una lettera a Clemente, nella quale
mostrava il pericolo di lasciare senza guardia la città prima che i
soldati stranieri, sempre avidi del sacco e male ubbidienti ai loro
capi, si fossero allontanati; e che fuori anche di questo potevano
gli Italiani rimasti, per essere pagati ultimi, unirsi al Maramaldo
che intanto disertava le terre vicine guardando a Firenze. Per questi
motivi pregava volesse la Sua Santità lasciarlo in Firenze tutto il
tempo dei due mesi che era stabilito per sicurezza di tutte le cose
convenute, nonostante che egli Malatesta, quanto a sè, non bramasse
altro che andarsi a riposare nella città sua e quivi attendere a
guarirsi. Ma il Papa gli fece di nuovo significare che vuotasse la
città; per il che ai 12 di settembre (Stefano Colonna già essendosi
prima tornato in Francia) Malatesta si partiva co’ suoi Perugini,
portando seco molto danaro per il lauto trattamento che la Città gli
aveva fatto, e alcuni cannoni avuti in dono dal nuovo Stato. In Perugia
era nelle sue mani tutta la potenza dei Baglioni; ma il Papa frattanto
aveva mandato legato in quella città il Cardinale Ippolito dei Medici,
il quale attendendo ivi a esercitare la potestà pontificia, Malatesta
così male affetto com’era del corpo e dell’animo si viveva in una sua
villa, nella quale moriva negli ultimi giorni del seguente anno. Aveva
mandato per le Città e nelle Corti chi lo scusasse o si chiamasse anche
pronto a difenderlo con la spada in mano dalla taccia di traditore:
della quale chi volesse interamente purgarlo dovrebbe mostrare che sia
lecito a chi ha giurato e sempre fa mostra di difendere una parte,
servire a quell’altra.[234] Prima che egli avesse lasciato Firenze,
convenne pagare in fretta i suoi Côrsi: ma intanto gli eserciti si
allontanavano, e Baccio Valori fece venire nella città il Conte di
Lodrone con duemila Lanzi che ivi fecero buona guardia.[235]
Allora tornarono in grande numero gli usciti che stavano in Roma o
che per mostrarsi neutrali si erano trattenuti in Lucca o altrove;
e allora si pose mano alle persecuzioni e alle vendette. Ne aveva
già dato il primo segnale Malatesta non appena fermato l’accordo:
imperocchè Frate Benedetto da Foiano che predicando la libertà sapeva
d’avere anche offeso la persona stessa del Papa, essendo fuggito in
quei primi giorni ma poi scoperto da Malatesta, fu da lui mandato
a Roma in dono a Clemente, che lo fece morire per lunghi stenti nel
Castel Sant’Angelo, secondo che scrivono i suoi medesimi partigiani.
I quali è vero che sogliono spesso primi commettere gli atti odiosi,
e poi gettarli addosso ai loro padroni: ma pure nessuno potrebbe
assolvere Papa Clemente, a cui l’uso della potenza e del comando
aveva l’animo indurito; e i lunghi strazi d’irose passioni, e quelli
stessi male compresi della coscienza, si erano tradotti in desiderii
di vendetta nemmeno placati dopo la vittoria. Gli Otto, che avevano
il carico d’inquisire e il diritto di giudicare in cose di Stato,
fecero pigliare Francesco Carducci, Iacopo Gherardi e Bernardo da
Castiglione, e subito poi Luigi Soderini e Giovan Battista Cei; i primi
come autori principali della ribellione e della guerra, gli altri due
per ingiurie pubbliche al Papa ed alla Casa dei Medici: furono tutti
cinque esaminati con la tortura, poi decapitati; il che sarebbe pure
avvenuto a Raffaello Girolami, anch’egli preso e accusato d’avere
impedito gli accordi, se ai preghi di Ferrante Gonzaga non gli fosse
stata mutata la pena in una prigione perpetua nel fondo della Torre di
Pisa dove egli moriva e, come al solito fu detto, di morte affrettata.
Era come si è veduto Commissario in Pisa Pier Adovardo Giachinotti, che
fino all’ultimo non voleva credere alla Capitolazione:[236] mandato a
scambiarlo Luigi Guicciardini, lo fece alla lesta dannare e uccidere.
Tutti questi avrebbono potuto fuggire, ma tale avevano essi una fede
che si credevano coperti, oltrechè dalla Capitolazione, dalla bontà
stessa della causa loro e dal diritto. Nei Medici era entrato per
contrario il sentimento d’essere in Firenze signori legittimi; e quindi
osarono fare condannare a morte come rei quei loro nemici che più
temevano; il che nelle altre mutazioni non si era mai fatto, bastando
allora di togliere ai vinti la patria.
Ma in quanto pure al confinare si andò questa volta più in là che
fosse mai per l’addietro, perchè alla crudele ragione di Stato si
aggiunsero in maggior copia i motivi personali e gli odii privati.
Chiedevano per favore i confinati come si chiede gli uffici,[237] o gli
patteggiavano abbandonandosi l’uno all’altro gli amici e i parenti.
Francesco Guicciardini, tornato da Roma, riusciva fra tutti spietato
in quest’opera del confinare; perchè odiando gli Stati popolari, aveva
egli in mente una sua forma di Governo a cui si credeva spianare la
via: in Firenze lo chiamavano Ser Cerrettieri, che fu il Bargello
del Duca d’Atene. Primi andarono a confine cinquantasei dei più
scoperti in favore della libertà o che avessero insultato il Papa.
Tra i più eminenti erano Iacopo Nardi, Donato Giannotti, Dante da
Castiglione, Anton Francesco degli Albizzi, Silvestro Aldobrandini.
Zanobi Bartolini, per avere prima disertato la parte dei Medici, corse
pericolo anche della vita, ma gli giovò l’essersi poi accostato a
Malatesta, per lui adoperandosi Baccio Valori, natura incerta, che
per amicizia o per danari fu a molti benigno; talchè il Bartolini,
ottenuto allora di andare a Roma, tornò quindi in grazia. Michelangelo
Buonarroti da principio si tenne nascosto, ma fatto poi rassicurare
da Clemente, tornò all’opera delle sepolture nella Sagrestia di San
Lorenzo. In seguito e dentro gli ultimi mesi di quell’anno crebbe
il numero dei confinati fin’oltre a centocinquanta, fermatosi allora
per l’interposizione di Cesare stesso. Durava il confine tre anni la
prima volta, e fu osservato dal maggior numero per la speranza del
ritorno; ma dopo i tre anni, a pochi o a nessuno fu tolto, mutando a
molti i luoghi; i quali variavano, taluni dovendo rimanere in villa,
tra essi non pochi per tutta la vita loro; ma i più condannati a
stare in luoghi insalubri o disagiati e sparsi e lontani, fuori anche
d’Italia; talchè non avendo curato il confine, furono ribelli. I beni
di questi andarono al Fisco; tornarono agli antichi proprietarii i
beni de’ ribelli fatti dal passato Governo, e quelli delle Arti e
degli Spedali o luoghi pubblici e quegli degli ecclesiastici, dovendo
i compratori restituirgli senza compenso alcuno delle somme per essi
pagate. Grande era il bisogno che aveva di danaro il nuovo Stato, per
il che i debitori del Comune furono angariati a pagare subito: coloro
invece che avessero crediti accesi per danni ricevuti o per altro
titolo pertinente alla difesa, perderono il credito essendo notati
come libertini o come Piagnoni. I frutti del Monte furono ridotti ai
due quinti, con la rovina di molte famiglie e di vedove e pupilli che
avevano su quello il loro sostentamento.[238]
Così per gran parte nella città di Firenze mutarono gli uomini,
mutarono le ricchezze; talchè, a guardarla nella istoria pare che a un
tratto la città intera mutasse carattere. Lo stesso avviene a chi oggi
guardi tutta insieme l’istoria d’Italia, nella quale ai tempi oscuri
suol darsi principio dalla caduta di Firenze. Venezia, che essendo
presso che sola rimasta libera, divenne allora più italiana, raccettò
e fece sicuri poi molti degli esuli fiorentini. Abbiamo gli Statuti
d’una Confraternita di questa nazione, fondata prima da coloro che
pei commerci abitavano Venezia, ma poi cresciuta pel grande numero dei
fuorusciti e riformata nel 1556: quel santo vecchio d’Iacopo Nardi era
Governatore della Confraternita e forse autore dei nuovi Statuti.[239]
Di maggior tempo era la colonia dei Fiorentini sulle rive del Rodano,
dove i nuovi esuli trovarono molti antichi avversari della Casa Medici
e altri esuli andati prima che sorgesse questa Casa; non poche famiglie
piantate in Avignone pel soggiorno dei Papi o che in Lione tenevano
banchi e industrie fiorenti, diedero ai loro casati desinenza francese
e vi acquistarono qualche lustro.[240]
Fuori di Firenze non venne fatto al nuovo Stato di usare rigori
perchè in nessun luogo aveva trovato resistenza, salvo in Arezzo,
città dove sono le volontà subite e dove un atto inconsiderato aveva
data occasione ad altri disegni. Dappoichè Arezzo, come dicemmo, si
fu ribellata, un certo da Bivigliano soprannominato il Conte Rosso
la teneva in custodia ed ai voleri del Principe d’Orange, il quale
sperava d’averla in premio delle sue fatiche e farsene un feudo:
questi essendo morto, v’entrarono gli Spagnoli per conto del Papa,
il quale alle suppliche degli Aretini per la indipendenza, rispose
essere egli fiorentino e amare la gloria della sua patria; dipoi
avendo avuto in mano il Conte Rosso, lo fece impiccare in Firenze come
ribelle e traditore. In Pisa non venne certo dal popolo dei Pisani il
breve ostacolo che ivi trovarono il Vitelli e il Maramaldo, ma dalla
virtù di un Capitano Michele da Montopoli che vi restò ucciso. Nelle
altre Provincie, le terre minori quasi da per tutto avevano accolto i
Commissari pontifici per affezione al nome dei Medici. La dominazione
d’un popolo libero è sempre dura sopra le terre suddite, perchè fu
prodotta dagli odii scambievoli e ha più moltiplici le oppressioni:
ma un Principe guarda più all’intero Stato, dove a lui giova che sia
eguaglianza. Inoltre i popoli del dominio, soliti a portare il peso
e il danno delle tante mutazioni e delle guerre, senza il beneficio
della libertà, desideravano un governo che sopra ogni cosa cercasse la
quiete. Grande era il bisogno che ne avevano le città smunte e vessate
dal succedersi delle soldatesche; tra le altre Volterra, presso che
deserta. I campi rimasti senza cultura e senza braccia soffersero
anche dalla intemperie delle stagioni, le quali andarono contrarie due
anni; alle miserie della fame si aggiunsero i morbi. Un Magistrato che
si chiamò dell’Abbondanza, fu istituito a provvedere d’allora in poi
affinchè i viveri non mancassero per tutto lo Stato.
Baccio Valori col grado di Commissario generale aveva il governo della
città e da principio la mente del Papa; era venuto a risiedere in casa
Medici, dove tutte le faccende facevano capo, ivi radunandosi un nuovo
Magistrato degli Otto di Pratica, dove Clemente aveva posto i suoi
più stretti e confidenti. Questa come reggia era guardata da soldati
tedeschi, i quali per maggior sicurezza occupavano anche la chiesa
vicina di San Giovannino: il Commissario quando usciva fuori aveva una
guardia. Anche il Palagio pubblico era ben guardato da’ Tedeschi per
impedire ogni tumulto popolare, e perchè dalla Signoria non si pensasse
nè praticasse alcuna cosa contro al Governo, dovendo questa essere ivi
a ornamento e per apparenza. La Balìa, che era prima di dodici, fu
accresciuta in più tempi, nominando essa medesima Aggiunti o Arroti
che si accostarono ben tosto ai centocinquanta, dalla confermazione
dei quali avevano forza tutte le leggi; e queste da essi erano
ratificate sulla parola d’un Cancelliere che le poneva loro innanzi. Il
Cancelliere Francesco Campana, letterato di qualche nome, scriveva poi
nel libro chiamato il _Cronista di Palazzo_, quello che più occorresse
o che piacesse ai reggitori. Si fece ancora uno squittinio, al quale
avendo chiamato un numero di dugento, lasciarono imborsare tutti quei
nomi che tra essi avendo vinto il partito, potessero quindi essere
estratti agli uffici di dentro e di fuori, eccetto però a quelli di
più importanza che si davano a mano e a piacimento del Papa e di chi
per la Casa dei Medici teneva il grado in Firenze.[241] Tali ordini
soddisfacevano bene all’ambizione di molti cittadini minori, ma non
empievano l’ingordigia di pochi maggiori.
Oltre al Guicciardini erano in Firenze, venuti da Roma, i due altri
capi di parte Medicea, Roberto Acciaioli e Francesco Vettori: di
questi tre, nessuno era interamente devoto a Clemente, nè a lui bene
accetto, vagheggiando essi un governo d’ottimati piuttosto che il
regno d’un Giovane spurio a cui dovessero ubbidire. Già si adontavano
di sottostare a Baccio Valori e del recare che egli faceva tutta la
somma dei negozi in Casa i Medici, levando credito al Palagio. Questi
dissidii erano in Firenze, e altri disgusti incontrava il Papa dentro
alla stessa sua famiglia, dove il vecchio Iacopo Salviati difendeva le
forme libere nella patria sua; e quanto madonna Clarice tenesse a vile
quei due intrusi Giovani, si è già veduto. Il loro figlio Giovanni e
gli altri due Cardinali Ridolfi e Cibo, nati anch’essi da una figlia di
Lorenzo, si mostrarono poi sempre poco aderenti al principato. Era un
altro parente stretto di Casa Medici, Filippo Strozzi, amico incerto e
al Papa sospetto, ma che per sè amando le ricchezze e i piaceri della
vita e le culture d’un felice ingegno, voleva piuttosto avere amici che
partigiani e godersi gli splendori di un alto grado senza i pericoli;
nè quanto a sè, avrebbe mai altro cercato.
Col fine dell’anno 1530 parve a Clemente che la Città, quasi rinnovata,
fosse ridotta in termini da non si potere muovere altrimenti; al quale
effetto era stata seco tutta la parte Medicea. Rimaneva ora che egli
si spiegasse quanto alla forma da dare al Governo intorno a che aveva
tutti quei mesi tenuto chiuso il volere suo, meno fidando negli altrui
pareri e più sicuro dei suoi propositi dacchè a lui erano entrati
nell’animo più forti passioni. Della famiglia sua non diede licenza
ad alcuno di andare a Firenze; la piccola Caterina ordinò subito
che gli fosse mandata in Roma; il che lungamente aveva desiderato,
e già pensando come avviarla a sorti maggiori. I grandi amici della
sua Casa, nei quali pareva da principio che stesse il governo, col
trarre a sè gli odii avevano fatta la parte loro; non rimaneva oggi
che dare ad essi un premio e fare che si allontanassero da Firenze.
Ebbe il Guicciardini la luogotenenza di Bologna, e Baccio Valori andò
presidente della Romagna; i quali gradi tennero entrambi per tutta la
vita di Papa Clemente. Mandò in Firenze come suo rappresentante lo
Schomberg, Arcivescovo di Capua, tedesco a lui tutto devoto e senza
passioni nè ambizioni cittadine, sebbene pratico di Firenze fino da
quando il Savonarola lo aveva vestito frate in San Marco, e grato
abbastanza perchè facile alle udienze, diligentissimo nel curare le
private faccende e nel fare che tutti avessero eguale giustizia. In
questo mentre giunse ad un tratto il Cardinale Ippolito dei Medici,
partito da Roma senza saputa del Papa. Non si poteva egli dar pace
di avere scambiato con un cappello di cardinale il principato, al
quale si era creduto prescelto; e venne a tentare se una qualche
dimostrazione di cittadini fermasse in quelle dubbiezze l’animo di
Clemente. Ma questi subito mandò dietro al giovane incauto Baccio
Valori che gli tolse ogni speranza, nè alcuno in Firenze per lui si
era mosso: quell’atto però fu contro ad Ippolito principio degli odii
implacabili che lo perderono, essendo egli più atto a destare gli
altrui sospetti che a stare in guardia dalle insidie. Ma come quegli
che era liberalissimo e di dolce indole e leggiera, si contentò quando
per la morte di Pompeo Colonna potè avere dal Papa il vicecancellierato
ed altri molto ricchi benefizi.[242]
Era da un pezzo scaduto il termine dei quattro mesi dentro ai
quali, secondo l’accordo, doveva l’Imperatore pronunziare il Lodo
intorno al Governo della città di Firenze: nè forse il Papa lo aveva
sollecitato, non volendo egli che il suo diritto paresse muoversi da
una Capitolazione, ma invece che fosse chiesto Alessandro per signore
con voto solenne dalla città istessa. La Balìa frattanto fece una
provvisione per la quale aggregò a sè il Duca Alessandro de’ Medici,
che avesse inoltre la facoltà di risedere con il grado di Proposto
in tutti i Magistrati, compreso quello dei Priori: in quel partito,
nel numero di ottantaquattro cittadini radunati, furono dodici fave
bianche del no. In seguito, per deliberazione degli Otto di Pratica,
fu assegnato al Duca un Piatto di ventimila ducati l’anno, avendo egli
ai suoi ordini e a suo carico i soldati di Alessandro Vitelli e di
Rodolfo Baglioni figlio di Malatesta, i quali avevano la guardia della
città.[243]
Nel mese di maggio 1531 Carlo V pubblicò il Lodo che dava lo Stato di
Firenze ad Alessandro dei Medici allora Duca di Città di Penne, al
quale aveva sposata per quando fosse fuori della pubertà Margherita
sua figlia naturale: la data era del 27 ottobre 1530, perchè fosse
dentro ai quattro mesi, termine assegnato dalla Capitolazione, a cui
si riferisce l’atto imperiale, riconoscendo Ferrante Gonzaga avere
in quella tenuto le parti dello stesso Imperatore. Il quale altresì
richiama quello che fu da lui promesso al Pontefice nello accordo di
Barcellona; e quindi statuisce che in avvenire i Magistrati della
Repubblica sieno eletti ed istituiti nel modo stesso come solevano
prima che fosse da Firenze cacciata la Famiglia dei Medici; che il
Duca stesso ed i successori suoi per linea primogenita mascolina
in perpetuo, ed estinta questa, altri della Famiglia dei Medici,
nell’ordine istesso, abbiano facoltà e obbligo d’intervenire in quei
magistrati, talchè la forma sia di Repubblica della quale il detto
Alessandro dei Medici debba esser capo, mantenitore e protettore.
Annunzia Carlo essere egli venuto in Italia col fine di restituire ad
essa la pace, rialzare i diritti manomessi dell’Impero, e togliere
di mano alle plebi la cosa pubblica perchè fosse governata da
uomini nobili e più degni. Ma in quella scrittura la forma è sempre
di una concessione, talchè pei Curiali tedeschi ha essa il titolo
d’Investitura data di proprio moto e con la pienezza della imperiale
potestà. Le stesse differenze tra la sostanza e la forma abbiamo
scôrto nei Trattati che la Repubblica fiorentina ebbe con l’Imperatore
Carlo IV e poi con Roberto, e ultimamente con Massimiliano, e che non
avevano avuto altro effetto che lo sborso di poche migliaia di ducati
a quei Cesari bisognosi; ma sempre portavano titolo di Privilegi
pei quali in perpetuo i Magistrati della Repubblica erano dichiarati
vicari imperiali. Di queste finzioni legali in Italia erano solite di
appagarsi le imperiali Cancellerie fino dalla pace di Costanza, e come
allora i Potestà, così erano quindi eletti dal popolo i Magistrati
a governare sovranamente senza ingerenza nè saputa dell’Imperatore.
Medesimamente il Duca Alessandro, eletto una volta, trasmetteva la
sovranità nei discendenti suoi e in tutta la Casa dei Medici, non era
feudatario dell’Impero, nè ad esso legato per titolo alcuno. Questo
era il vero, e per tal modo si reggevano d’allora in poi generalmente
gli Stati d’Italia in faccia all’Impero, sebbene libertà o principati,
stando alle formule imperiali, non fossero altro che privilegi o
concessioni da perdersi per fellonia, e muniti di penalità contro a chi
negasse di riconoscerli e prestare a quelli ubbidienza.[244]
Nei giorni istessi il Duca Alessandro, con licenza dell’Imperatore,
lasciata la Corte, venne in Italia lentamente, e si trattenne in Pisa
ed in Prato avanti di fare l’entrata in Firenze. Quivi giunse quasi
ad un tempo Giovanni Antonio Muscettola, oratore Cesareo in Roma e
portatore dell’imperiale rescritto: alla solenne promulgazione del
quale essendosi prima fermato il giorno e la cerimonia, si radunava
la Signoria il dì 6 luglio 1531 nella Sala che poi fu chiamata dei
Dugento, dove entrati il Duca, il Muscettola e il Nunzio del Papa
andarono a sedersi, avendo in mezzo il Gonfaloniere, dai due lati i
Priori e tutti a destra e a sinistra poi gli altri Magistrati. Parlò il
Muscettola, richiamando le colpe commesse dalla Repubblica fiorentina
contro l’imperiale Maestà, che irata giustamente contro alla città di
Firenze avrebbe ad essa dato condegno gastigo, se la Santità del Papa,
interponendosi, non avesse placato l’animo dell’Imperatore infino al
punto di ottenere per la patria sua non che il perdono di Cesare, ogni
più eccelso favore. Letta quindi la Bolla o Breve, così lo chiamavano,
baciò l’imperiale Sigillo d’oro, il quale poi fu fatto girare fra tutti
i Magistrati che nel modo stesso giurarono obbedienza a quel decreto.
Il Gonfaloniere Benedetto Buondelmonti rispondeva al Commissario
parole di grazie mescolate con lacrime d’allegrezza, come quegli che
tutto devoto ai Medici usciva dalla torre di Volterra dove il Governo
popolare lo aveva rinchiuso. In mezzo a questi non tutti sinceri
tripudii si trovò pronto sotto alle finestre del Palagio un altro
popolo a gridare _Palle Palle, viva i Medici, viva il Duca_. Questi,
tornato alle sue case, fu visitato nel giorno istesso dalla Signoria;
nel quale atto d’ossequio era l’abbandono dell’autorità sovrana la
quale spettava a quel Magistrato. Il Duca però con l’andare tratto
tratto a sedere in mezzo ad esso manteneva quelle apparenze di libertà
che l’imperiale Rescritto aveva espressamente confermate, ma che non
potevano, come ingannevoli e contradittorie, a lungo durare.[245]
Andavano quindi a Carlo V, che dimorava allora in Brusselles,
ambasciatori per la città di Firenze Palla Rucellai e Francesco
Valori, il primo dei quali orando in latino dinanzi all’Imperatore,
disse: eglino essere inviati a lui dal Senato della Città loro a
rendere grazie per gli innumerevoli beneficii da lui recati alla città
istessa, come sempre per l’addietro aveva essa avuto in costume verso
i di lui predecessori. Averla egli tolta dalle mani di artefici e di
uomini di bassa lega e scellerati, avere ai Nobili restituito il grado
e gli averi, e ai buoni la patria, ponendo questa sotto al Governo
di quei più degni ed onorati, nei quali è giusto che risieda e sia
mantenuto. Rendeva grazie all’Imperatore sopra ogni cosa dell’aver
egli costituito il Duca Alessandro, Genero suo, perchè avesse questi e
in perpetuo i successori suoi il sommo grado e la tutela della città,
_come lo avevano avuto i suoi maggiori_. Non accennò alla Capitolazione
tenendosi cauto nel tempo medesimo di non riconoscere un diritto
dell’Impero sulla città di Firenze. Lodò a cielo Carlo V per la pace
fatta co’ Veneziani e con lo Sforza, e per l’assetto dato all’Italia
da lui rialzata e ordinata quando era essa in fondo d’ogni miseria.
Ma fin dal principio della orazione il Rucellai richiama sempre le
antiche usanze, facendo a Carlo intendere che la Signoria del Duca non
dovesse portare alla distruzione delle antiche immunità, che il Lodo
stesso dell’Imperatore voleva mantenute.[246] Questo era il concetto
di Palla Rucellai, e tale sarebbe stato il desiderio di molti. In
quanto a lui quando ebbe veduto farsi Alessandro, principe assoluto,
e dopo chiamarsi un altro Principe nello stesso modo, contrastò solo e
virilmente con atti magnanimi alla più accorta politica d’altri, per sè
dichiarando che non voleva più nella Repubblica nè duchi, nè principi,
nè signori.
Ma invece Clemente VII indugiava sempre aspettando gli fosse chiesto
quel ch’egli bramava, fare Alessandro signore libero in Firenze. Con
questo pensiero aveva cercato il parere degli uomini più eminenti;
ma era una scherma nella quale essi con fargli paura diversamente
s’ingegnavano di condurlo ad una forma di governo misto, dove un
consiglio di pochi Ottimati, sostegno al Duca, potesse anche servirgli
di freno. «Abbiamo per inimico un popolo intero,» scriveva Francesco
Guicciardini; ed il Vettori afferma che «al nuovo Stato erano avversi
da non potersi mai conciliare, novanta su cento dei giovani usati con
le armi indosso a essere padroni della città, e in casa comandare
al padre ed a tutti e avere licenza d’ogni cosa: poi v’erano gli
uomini avvezzi a sedere nel Gran Consiglio, e a’ quali pareva troppo
bella cosa disporre col loro voto dei sommi magistrati: vi erano gli
ambiziosi di tutti i colori, i quali vorrebbero i primi gradi, nè si
poteva tanto in là fidarsene. In tale città più non valevano i modi
usati da Cosimo e da Lorenzo, perchè essi poterono tirare su uomini
nuovi che gli aiutassero a conservare lo Stato; ma oggi il Gran
Consiglio era la città intera, contro alla quale la parte dei Medici
non può difendersi, una volta che il Papa sia costretto dai patti a
serbare questo nome vano di libertà. Quindi se alcuni magistrati hanno
a restare, è necessario tôrre via quelli ai quali l’universale era
più solito ubbidire, com’è in primo luogo la Signoria: questa sopra
ogni cosa bisognerebbe levare di Palazzo, e con essa anche le campane
per disusarne il popolo affatto. Poi tenere una buona guardia e bene
pagata, benchè altri dicesse più che una guardia d’armati valere un
Bargello; poi levare le armi ai cittadini e _non lasciarle portare a
persona, ma ridurre gli uomini alle arti ed ai piaceri; e Lorenzo non
studiò in altro_. Questi fu maestro anche nell’artifizio di maneggiare
gli squittinii, i quali (se dovessero continuare) bisognerebbe affidare
ad uomini segreti, che non la guardassero per il sottile; ma, chiunque
avesse vinto il partito, non imborsassero se non quelli i quali giovano
allo Stato: lasciando però qualche speranza al maggior numero che senza
questo non pagherebbero le imposizioni.» Ma tutto ciò non bastava,
se non si aggravasse la mano sopra altri sospetti, massime dei più
giovani; il che andando contro alle intenzioni di Carlo V, Roberto
Acciaioli consiglia che il Papa, scrivendo in Corte ad Alessandro,
faccia motto di congiure che si tramassero in Firenze, perchè la
notizia spargendosi preparasse l’animo di Cesare a tali violenze.
Intanto però non mancare mai di camminare destramente al fine ultimo,
che è _d’impoverire chi ci può far male, ed a chi non è dei nostri
non fossi fatto beneficio alcuno, eccetto quelli sono necessari per
trarre da loro più utile e più frutto si potesse: avendo rispetto però
a tenere la Città viva per potersene servire e che le industrie non
si allontanassero_. Questi consigli sono di Francesco Guicciardini,
il quale poi sempre cerca di legare a Casa Medici alcuni uomini e
famiglie tanto strettamente che _lei senza loro, nè loro senza lei, non
possino vivere_: al che gioverebbe rendergli odiosi all’universale con
le Provvisioni, le quali fossero a pro loro aggravio pubblico. Luigi,
fratello di Francesco, con l’andare in tutto ai versi del Papa, cercava
riscattarsi dell’essergli dispiaciuto nel 1527.[247]
Poteva Clemente andare al suo fine se il Duca recasse una imperiale
investitura; ma scrive il Vettori non l’otterrebbe, «perchè
l’Imperatore è uomo giusto, e nella Capitolazione che fece Don Ferrando
con la città, promise conservare la libertà.» Aggiunge poi, che «il
Papa ne sarebbe biasimato da tutti gli uomini, e soprastandoli un
Concilio, non credo fossi a proposito di Sua Santità incorrere in
questa nota; perchè quello è seguito insino al presente si può molto
ben difendere e scusare per molte ragioni, ma il pigliarne il titolo
non si potrebbe escusare.[248]» Nè il Papa stesso avrebbe gradito che
in mano sua il Principato di Firenze divenisse un Feudo imperiale; ma
col pigliare sopra di sè tutto il carico della mancata fede sapeva bene
d’andare a genio di Carlo V, e ciò gli bastava. Quanto a uno Stato dove
gli Ottimati avessero parte, niun altro poteva essere più odioso nè in
sè più discorde; nulla in Firenze lo preparava; ed è un governo fra
tutti difficile a congegnare, laddove invece ai popoli stanchi degli
eccessi popolari è ovvio passare sotto al principato di un uomo solo.
Queste cose Clemente sapeva; i principi hanno sui loro ministri questo
vantaggio, che posti al centro, distendono sopra le cose all’intorno
più ampio lo sguardo e in sè più sicuro, perchè sempre vôlto a un solo
pensiero. Sapeva poi che i Fiorentini poco erano atti a mantenere i
forti propositi incontro agli agii d’una vita ornata e tranquilla,[249]
e che un Medici con le cittadine tradizioni della Casa aveva in sè
forza bastante a penetrare, quasi uomo per uomo, dentro a questo popolo
per discioglierlo e farne sua cosa. Per queste ragioni deliberò il
Papa d’imporre egli stesso quella forma di governo che dare voleva alla
città di Firenze.
Ma prima importava bene assicurarsi d’averla spogliata di tutte le
armi, delle quali per l’innanzi non era casa che non fosse piena; al
quale effetto erano usciti ripetutamente bandi severissimi, e le armi
consegnate furono senza numero. Ma perchè dalle spie, che erano a ogni
passo, fu rapportato che molti avevano nascosto in luoghi occultissimi
i migliori giachi, o altre più care armature, andavano i birri a
cercare nelle case insino a quelle dei più dichiarati amici dei Medici,
e ivi facevano da padroni: materia di colpa erano gli stessi arnesi
domestici, quando potessero divenire armi da offendere; avendone ad
alcuni gettate la notte per le buche delle cantine, entravano il giorno
dopo e gli accusavano. Le condanne andavano fino all’essere posti
in fondo di Torre a carcere perpetua, finoattantochè poi per grazia
del Principe n’erano liberati. Donde era grandissimo nella città il
terrore: comandava le esecuzioni un ser Maurizio da Milano, cancelliere
degli Otto, e usava tanta asprezza di parole e tanta crudeltà di fatti
nell’esaminare e nel dare i martori, e così brusca cera aveva, che solo
il vederlo metteva spavento, nè chi per le vie lo riscontrasse aveva
più bene quel giorno.[250] Vi era poi la forza dei soldati, i quali in
mano di Alessandro Vitelli pronti ad ogni cosa, tenevano questa come
una città nemica, ma bene costretta in sè a ricevere ogni forma che il
Papa volesse.
Stavano in Roma, con molti altri affezionati della Casa Medici, Iacopo
Salviati, parente del Papa, e Benedetto Buondelmonti ambasciatore
fiorentino: vi andò, chiamato, Filippo Strozzi; e questi e i due
Cardinali Salviati e Ridolfi quella vernata si ritrovavano a ristretto
quasi ogni sera in camera del Papa a ragionare sulla forma da dare
al Governo; tra’ quali Filippo metteva innanzi l’assoluto principato,
solo capace a rassicurare la Casa dei Medici ed i più scoperti amici
di essa, dicendo essere da levare la Signoria di Palazzo e tutti gli
ordini civili ed insegne pubbliche, dove potessero in tempi pericolosi
ricorrere e avere autorità i malcontenti; essere ancora più onesta
cosa darsi un Principe assoluto di nome e di fatto, che vederselo
di fatto ma senza nome comandare ai Magistrati ed alle leggi più da
tiranno che da legittimo signore. Andava Filippo sino a promuovere
ed instare che si fabbricasse una Fortezza, la quale fosse un freno
in bocca alla città e la costringesse in ogni tempo all’ubbidienza.
Ma in contrario Iacopo Salviati, grande lodatore dei modi tenuti
dal suo suocero Lorenzo, ricordava come dopo alla morte di Leone lo
stato ai Medici fosse mantenuto dal solo amore dei cittadini senza
soldati nè fortezze le quali mettevano in cuore dei sudditi maggiore
sospetto di quello che dessero ai principi sicurezza; e di Filippo
soleva dire con voce presaga: voglia Iddio che egli non disegni la
fossa che a lui sia sepoltura. A questi discorsi molti da Iacopo si
allontanavano, intendendo la voglia del Papa; il quale infine, poichè
nessuno voleva scuoprirsi temendo la pubblica indignazione, risoluto
a comandare quello che invano sperava gli fosse chiesto; una volta che
circa a mezza quaresima Filippo de’ Nerli andò a chiederli licenza per
dover tornare a Firenze, gli disse queste proprie e formali parole da
questo medesimo riferite: «Dirai per nostra parte a que’ cittadini che
più giudicherai a proposito di dirlo, che noi siamo ormai condotti
col tempo pressochè a ventitrè ore, e che noi intendiamo e abbiamo
deliberato di lasciare dopo noi lo stato di Casa nostra in Firenze
sicuro. Però di’ a quei cittadini che pensino a un tal modo di governo
che eglino corrano in esso i medesimi pericoli che la Casa nostra, e
che lo disegnino di tal maniera che alla Casa nostra non possa più
avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi soli ne
fossimo cacciati e quelli che con noi godevano i comodi dello Stato
restassero in casa loro come restarono. Però bisogna che le cose
s’acconcino in modo e di tal maniera che dovendosi perdere lo Stato,
noi ed essi ne andiamo tutti di compagnia. E dirai a quei cittadini
apertamente e in modo che l’intendano, questa essere l’intenzione e
volontà nostra fermissima: dell’altre cose ci contenteremo com’è giusto
e ragionevole, e ch’elle s’acconcino in modo che gli amici nostri, che
vogliono correre la fortuna di Casa nostra, tirino de’ comodi dello
Stato quella ragionevole parte che a ciascheduno ragionevolmente si
convenga.» Andò Filippo, e dal maggior numero di quei cittadini gli fu
risposto, che le cose della città erano ridotte in luogo che essi non
potevano nè manco volevano opporsi a quello che il Papa volesse; dovere
egli considerare come dopo le cose seguite non potrebbono essi senza
la grandezza di Casa Medici, non che avere luogo nel governo, nè manco
godere le facoltà loro e stare sicuri in Firenze: bene raccomandavano
alla Santità Sua la città e loro stessi, qualunque altra forma piacesse
a lui di dare allo Stato; ma lo pregavano che egli si facesse meglio
intendere e meglio dichiarasse la mente sua.[251]
Quindi cessata ogni pratica, mandava Clemente all’Arcivescovo di
Capua dei suoi più fidati i quali gli aprissero tutta la mente
sua; e poco appresso tornato Filippo Strozzi, persuadeva facilmente
Francesco Vettori suo amicissimo. Furono anche fatti venire Francesco
Guicciardini e Baccio Valori; e tutti questi essendo ridotti in
Firenze, si radunò la Balìa, dove si vinse una Provvisione per cui
fu data autorità alla Signoria d’eleggere Dodici cittadini, i quali
insieme col Gonfaloniere di giustizia avessero per la riforma dello
Stato e del Governo facoltà amplissima; non però accennando nel
Proemio altro che a riforme da essere grate all’universale, come sui
giudizi della Ruota e sulle Decime. Indi a pochi giorni, nel nome di
questi Riformatori, usciva una Provvisione dove, _per dare fermezza al
presente Governo e posare gli animi_, era una serie di articoli i quali
mutavano a un tratto il governo in principato d’un uomo solo; benchè
mostrassero, con sottile ma inutile studio, che agli aboliti Magistrati
dovessero altri sostituirsi per voti o a sorte, com’era costume in
Firenze.
Il primo articolo provvede e ordina questo modo: «Che per l’avvenire
in alcun tempo non si crei nè creare si debba più il magistrato della
Signoria nè il Gonfaloniere di Giustizia, ma s’intenda dopo il presente
mese d’aprile in tutto annullato ed estinto tal magistrato.»
Col secondo articolo, la Balìa viene trasformata in un consiglio che si
chiamò dei _Dugento_, sebbene il numero fosse maggiore.
Dipoi gli stessi Riformatori del Consiglio dei Dugento traggono e
istituiscono un Consiglio di _Quarantotto_ cittadini, col nome anche
di Senato, i quali abbiano autorità di vincere tutte le provvisioni di
danaro ed altre spettanti al Comune, e di eleggere ai principali ufizi
e magistrati di dentro e di fuori. La Provvisione contiene i nomi dei
primi chiamati a formare il Senato dei _Quarantotto_.
In luogo e in vece della Signoria ordinano che abbiano ad essere
Quattro Consiglieri, eletti di tre mesi in tre mesi dal numero dei
Quarantotto, i quali rappresentino i Signori, e abbiano per Capo,
con tutta l’autorità che era del Gonfaloniere, il Duca Alessandro dei
Medici col nome di Duca della Repubblica Fiorentina, e dopo lui i suoi
legittimi discendenti maschi, e quindi i più prossimi nella famiglia
Medici, sempre per via di primogenitura.
Il Duca in perpetuo abbia grado di Proposto nel Magistrato dei
_Quattro_ Consiglieri, i quali nulla possano fare senza di lui o di
persona da lui medesimo delegata, ed ogni cosa che facessero senza lui
sia irrita e nulla.
Al Consiglio dei _Dugento_ spetti di vincere le provvisioni attinenti a
particolari persone o a Comunità del Dominio, e di eleggere agli ufizi
minori.
Nè i Quarantotto nè i Dugento, nè altri Magistrati, possano adunarsi
senza la presenza del Duca o suo sostituto, a cui spetti di proporre
tutti i partiti; nè ad altri sia lecito.
I _Quarantotto_ e i _Dugento_ sieno a vita, e si rinnuovino per via
d’Accoppiatori con certe forme, le quali è inutile qui descrivere.
Non abbiano assegna di provvisione, ma di essi un certo determinato
numero debba entrare nei principali Magistrati o ufizi salariati.
Le pubbliche cerimonie sacre o profane dipendano in tutto dal Duca e
suoi Quattro Consiglieri, i quali abbiano i patronati delle chiese o
benefizi che prima spettavano alla Signoria.
Cessi la distinzione tra le Arti maggiori e minori, e la divisione dei
Quartieri che prima concorrevano partitamente alle elezioni.
Fu questo un molto ingegnoso modo che manteneva, fuori del sommo,
gli antichi magistrati collegiali con l’aggiunta sola d’un Principe
di cui fossero Ministri, perchè egli di tutti diveniva anima con
l’arbitrio: poi si fece un passo, ed anche il nome della Repubblica
fu abolito. Nel tempo medesimo i Dodici Riformatori davano a Cesare
annunzio della nuova forma di Governo da loro stessi deliberata, dove
_tolta via per sempre la dominazione di quel Magistrato creato dal
popolo ad opprimere la nobiltà, sia oggi ristretto il Governo nel Duca
ed in Quattro suoi nobilissimi Consiglieri_.[252] Il primo di maggio
1532 cessava l’antica Signoria, che ebbe ultimo Gonfaloniere Giovan
Francesco de’ Nobili.[253] Quel giorno avrebbesi dovuto installare
solennemente la Signoria nuova; ma invece l’antica, uscita di Palazzo
la mattina presto, se ne andò a casa privatamente. Il Duca ed i Quattro
Consiglieri, udita prima una Messa piana in San Giovanni, andarono
con accompagnamento di guardie al Palazzo, dove rogato e sottoscritto
l’atto della presa di possesso, e avendo costituito il Magistrato
degli Otto e gli altri che ivi dovevano rimanere, tornava il Duca collo
stesso seguito alla Casa Medici, divenuta sede dello Stato. In questo
giorno ed in tale modo finì la Repubblica.[254]
Nè poi alcun moto civile in Firenze turbò la quiete del Principato.
Il quale però fu tirannesco sotto Alessandro, come volevano la natura
di lui e l’odio di molti e in tanta penuria pubblica non sapere o non
potere usare larghezza. Non che però fosse egli senza ingegno, nè da
principio senza cura della privata giustizia; ma un breve regno bastò
a mostrarlo sfrenato e violento e pronto ai delitti. Moriva, secondo
ogni credere, per suo comando di veleno il giovane Cardinale Ippolito
dei Medici, nel quale pigliavano speranza grande i fuorusciti. Questi
facevano per l’Italia un popolo sparso di Fiorentini, operosi nelle
industrie, e molti di essi autorevoli per grado o per loro valore
proprio: era imminente un’altra guerra di Francia in Italia; Paolo III,
che succede a Clemente, aveva in odio i Medici; Andrea Doria favoriva
presso a Cesare un governo che in Firenze si accostasse a quello di
Genova. Furono quindi i principali dei fuorusciti accolti onoratamente
ed ascoltati dall’Imperatore quando egli venne a Napoli, e vi era il
Duca Alessandro andato con molti dei suoi cortigiani e consiglieri.
Quelli chiedevano l’osservanza della Capitolazione e della Sentenza
imperiale, e il Duca gravavano di molte accuse: ordinava quindi Carlo
V che fosse la causa dibattuta per iscritto più volte, ma infine
uscita sentenza che ogni cosa rimetteva in mano del Duca, i fuorusciti
si partirono, lasciata una molto nobile protesta nel nome di tutta
la loro patria. Indi a poco morì Alessandro: un suo congiunto, dopo
averlo vilmente servito, chiamato un sicario, tra loro due lo uccisero
crudelmente; nè si può ben dire se lo muovesse gelosia di famiglia,
dissennato amore di gloria, o forse per ultimo qualche pensiero di
libertà e la vergogna dell’abiettezza in che era vissuto: dopo il
fatto, Lorenzino fuggì da Firenze.
Al morto Alessandro succede Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande
Nere, giovane che non compiva diciotto anni; il che a taluni dei
Quarantotto che lo elessero parve occasione di porre un freno al
principato come l’avevano i Dogi a Venezia; ma egli che sapeva già da
sè volere, e aveva natura tutta di principe, sgominati facilmente gli
ostacoli dentro, si voltò contro agli avversari che stavano fuori.
Non erano solamente i confinati e gli sbanditi del 1530, nè uomini
appassionati pe’ governi popolari; ma in cima stavano di coloro che
avendo prima data la mano ai Medici per salire, non ne raccolsero
che sospetti per avere potuto credersi una volta più forti di loro.
Filippo Strozzi primeggiava tra questi pel nome e per il seguito;
due suoi figli, migliori di lui, Piero e Leone, sfuggiti alle trame
d’Alessandro, poi s’acquistarono dalle armi bella fama e morte onorata:
Baccio Valori, che si teneva male dei Medici soddisfatto, s’era
anch’egli posto co’ fuorusciti. I due cardinali Salviati e Ridolfi,
come nipoti legittimi del vecchio Lorenzo, avevano prima fatto malviso
ad Alessandro: nè potendo accomodarsi oggi a che la grandezza della
famiglia fosse andata nell’altro ramo di Casa Medici, erano in gran
fretta venuti a Firenze credendosi farvi qualcosa a pro loro; ma Cosimo
tosto gli fece andar via per bella paura, nè più altro tentarono. Gli
Strozzi attendevano a far genti, e Piero co’ primi assoldati si era
mosso da Bologna dove intorno a Filippo stavano i più dei fuorusciti.
Pareva la guerra farsi per lui, tanto grandi erano il nome suo e le
ricchezze; ma egli uomo nuovo agli ardimenti di tali imprese ed alle
cautele, andava innanzi come prediletto infino allora dalla fortuna,
ed ebbe fiducia di farsi con pochi forte in Montemurlo, antica rôcca
e allora piuttosto villa dei Nerli, a poche miglia da Firenze: era
venuto anche Piero Strozzi di fianco al Poggio di Montemurlo. Cosimo
intanto fatto sicuro del favore di Carlo V, e avuti due mila soldati
Spagnoli, gli fece andare per vie torte con Alessandro Vitelli addosso
al debole campo di Piero che non se gli aspettava e che potè a stento
salvare la vita: di là il Vitelli si voltò contro a Montemurlo, dove
con piccola resistenza ebbe prigioni Filippo e il Valori e quanti
vi erano fuorusciti, i quali furono in quel giorno istesso condotti
a Firenze come a trionfo; Filippo e Baccio sopra due vili ronzini,
quegli fino allora tenuto il maggiore uomo privato che fosse in Italia,
e Baccio dopo essere stato più mesi come principe nella patria sua.
Filippo solo, che si era dato prigione al Vitelli, andò in Fortezza;
gli altri tutti menati al Bargello, ne furono tratti per essere in
piazza, a pochi per giorno, secondo il grado o decollati o impiccati.
Un anno durarono le pratiche e le ambascerie di Cosimo a Carlo V per
avere nelle mani lo Strozzi, essendo la Fortezza allora tenuta nel nome
di Cesare. Il quale infine avendolo poi ceduto, fu sparso lo Strozzi
essersi ucciso di sua mano, lasciando anche scritte intorno a quella
sua determinazione parole solenni. Ma è più verisimile che egli avesse
la morte in segreto, forse per una sorta di compromesso tra lo Spagnolo
Castellano che rifuggiva dal consegnare un tale uomo in mano del boia,
e Cosimo stesso a cui non piaceva mandarlo al patibolo in mezzo a
Firenze.
Non fu da quel tempo la professione repubblicana che una memoria e
un sentimento: la città frattanto, «prostesa e stanca per le tante
mutazioni, si era riempita di tale diffidenza di sè stessa, che
i cittadini levando l’animo dai negozi pubblici, si rivolgevano a
stimare e procurare solamente non senza sospetto la salute delle
cose private.[255]» Cosimo I ciò non ostante esercitava scopertamente
una inquisizione minuta e severa contro ad ogni atto che sapesse di
libertà, e questi reprimeva con leggi fierissime da spaventare fino al
pensiero. Curava anche i pubblici costumi, e faceva esercitare sopra
gli stessi fatti privati una sorta d’ispezione per mezzo d’uomini
reputati onesti, i quali ciascuno nel suo vicinato vigilassero sopra
ogni azione scorretta o eccessiva, il tutto dovendo al Principe
riferire. Ordinava l’amministrazione della Giustizia, e ogni parte
del Governo con savie leggi e istituzioni, chiamando a tal fine anche
di fuori uomini dotti dei quali tuttora è viva la fama. Benchè non
fosse egli soldato, pose grande studio a bene armarsi di fortezze
e di milizie sotto a buoni capi del resto d’Italia: fondò anche un
Ordine cavalleresco sull’esemplare di quello di Malta. Fu ricchissimo
di possessioni avute per via di confische; promosse i commerci a pro
suo ed a pubblico guadagno; favorì le Arti belle, ed ebbe amicizie
di uomini letterati; ornò la città di pubblici edifizi; fondò quasi a
nuovo l’Università di Pisa, molto provvide a pro di questa città e del
negletto suo territorio; fece col suo denaro e sotto alla direzione
sua la guerra contro a Siena, la quale ottenne dagli Spagnoli con
fina politica di aggiungere allo Stato di Toscana, dove egli fu primo
Granduca.
Ma tutto un popolo educato nei pensieri di libertà era impossibile che
di subito si addottrinasse alla ubbidienza: mutò la vita, ma l’uomo
antico qualche rifugio lo trovava sempre. Ai letterati si aprì allora
un nuovo arringo nelle Accademie, le quali si andavano moltiplicando
per tutta Italia, cercando in esse anche i signori l’indipendenza che
danno le lettere. Spesso pigliavano strani nomi, e alcune volte per
bizzarria, altre per genio pedantesco, ma non di rado anche per un
qualche più arcano pensiero si ricuoprivano d’uno strano gergo. N’era
in Firenze di questa sorta; e una col titolo d’Accademia del Piano
aveva intenti politici, ai quali allora se ne mischiava dei religiosi
per la brama ch’era in molti d’una riforma. Iacopo Pitti, che era uno
di quell’Accademia, racconta averne in Inghilterra dato notizia alla
regina Elisabetta, la quale un giorno per udirne maggiori ragguagli
lo fece andare in un suo giardino e gli ascoltò con diletto grande.
Era in Firenze un’altra Accademia che non essendo piaciuta a Cosimo,
si voltava quindi tutta allo studio della lingua. Vi erano poi le
Confraternite di devozione o Compagnie, molte e diverse dai primi gradi
insino agli infimi; regnava in esse l’antico spirito, e si governavano
come altrettante repubblichette a porte chiuse, talchè i regnanti
cercarono spesso di porvi la mano, in quelle incontrando le ultime e
minute e non di rado anche risibili resistenze. Ma ivi ed in tutta la
città il genio popolare fu sempre il più forte, nè in alcun tempo alla
nobiltà venne fatto d’esercitarvi l’ascendente che altrove godeva: non
erano veramente tra’ due ceti cagioni d’odio, perchè il popolo non era
qui oppresso, ma usando osservanza meno rispettosa, pigliava licenza di
dare la berta alla cortigianesca servilità che a lui pareva essere nei
signori: del che abbiamo esempio curioso in certe memorie scritte nella
prima metà del passato secolo e che sono appresso di noi. Ma pure tra’
nobili viveva qualcuna delle tradizioni che erano guerre molto accanite
tra’ loro antichi; vi erano famiglie le quali si davano cento anni
fa nome di guelfe ed altre di ghibelline, secondo che ognuna di esse
guardasse più a Roma o a Vienna.
I Principi stessi di Casa Medici e le Corti loro qualcosa mantennero
del vivere popolano e mercantile, sebbene a Cosimo I, che ebbe indole
da tutti diversa, piacesse mostrarsi altero e terribile come lo ha
ritratto in bronzo il Cellini. Sarebbero anche scene di sangue avvenute
nella figliolanza di Cosimo e alcune di sua mano stessa; non abbiamo
noi di nessuno di quei vari casi intera certezza, ma duro sarebbe
negare ogni fede a quanto fu scritto segretamente dai nemici di quella
Famiglia e che dagli storici fu poi ripetuto. Coteste ferocie ben tosto
finirono, e spenta quella generazione della quale molti erano vissuti
dentro alla Repubblica, sviati gli animi dalle cose gravi, si diedero
alle più facili e allegre, promosse dai Principi non tanto oramai per
arte di regno, quanto per gli umori di quella famiglia: soleva questa
essere assai numerosa di figli e fratelli bene provvisti di appannaggi,
e che amando conversare familiarmente co’ belli ingegni, portavano in
Corte i costumi popolari e molta licenza di vita e di lingua. Ma lode
migliore venne ai Medici dall’avere favorito molto le scienze e gli
scienziati di tutta l’Europa, tenendo con essi carteggio frequente.
Come per mezzo dei residenti loro aveano continua e molto specificata
informazione degli eventi e dello stato dei vari paesi (del che fa fede
il nostro Archivio), così anche volevano sapere i fatti scientifici,
e d’ogni bella invenzione avere un saggio; raccomandavano che a loro
fosse mandata ogni cosa nuova o rara, che fosse possibile di rinvenire.
Quest’era un genio antico della famiglia, comune a tutti quei principi
che avevano empite di curiosità preziose le camere e le guardarobe di
Palazzo Pitti; infinchè un giorno Pietro Leopoldo, in quel fastidio
d’ogni vecchia cosa che allora correva, le vendè a prezzo vile come
uomo che non le curava, e oggi varrebbero un tesoro. La Corte dei
Medici, sempre magnifica nella sontuosità elegante delle Case e delle
Ville e dei Giardini, ebbe anche fama per gli spettacoli e le feste,
nelle quali andavano insieme al bello delle Arti le nuove invenzioni;
qui si udirono per la prima volta le Opere in musica.
Dacchè il governare divenne facile in Toscana, mostrò a paragone del
resto d’Italia sempre qualcosa di più franco e di più largo, che era il
prodotto di una cultura molto diffusa e dell’esperienza di tante cose
e tanto varie che questo popolo avea fatta, e del non essere stato mai
condotto da pochi nei quali ogni azione venisse a rinchiudersi. I dolci
tempi ebbero principio dal terzo Granduca, e si protrassero due altre
generazioni. Ferdinando I, tra molti buoni suoi provvedimenti, fondò la
città e il porto di Livorno, per lui divenuto emporio comune anche agli
Stati circonvicini, dove i commerci assai languivano: fece suo studio
attirare mercanti in Livorno di ogni nazione, usando con essi larghezze
insolite fino a quella del libero e pubblico esercizio dei vari culti:
avendo in proprio grandi ricchezze, si mescolava egli medesimo in quei
commerci, com’era costume della sua famiglia; ma fu dopo lui dismesso
affatto. La nuova città crebbe in modo che parve sproporzionato
alla Toscana, cui se da un lato diede guadagni, innestò pure la mala
usanza di vivere sopra i capitali e le industrie forestiere con meno
fatica, e disusandosi al lavoro. Nel tempo stesso fu anche ampliata la
marineria da guerra, comandata dai Cavalieri di Santo Stefano, che si
acquistarono qualche gloria con l’espugnazione d’Ippona, oggi Bona,
sulla costa d’Affrica. Male inclinato verso gli Spagnoli, Ferdinando
I fu grande amico e spesso utile ad Enrico IV, cui diede in moglie una
sua nipote che fu la regina Maria de’ Medici.
Quanto alle lettere, il decadimento scopertosi a un tratto continuava
finchè Galileo non ebbe destato gli ingegni a studi più seri; la
Scuola sua diede anche in seconda e in terza generazione uomini di
vaglia in fatto di scienze. Le case private dei Medici erano state
sede all’Accademia platonica, ed ora la reggia di quella famiglia
fortunata trovò modo in tempi più duri, nè senza una qualche sorta di
ardimento, d’accogliere in sè dopo gli studi delle idee quello ancora
delle materiali cose, che è a dire i due capi del pensiero umano. Si
radunava l’Accademia del Cimento nel Palazzo de’ Pitti, come fondata da
un Principe di Casa Medici. Essendo al tempo di Galileo meno spiccata
che oggi non sia la separazione tra le varie scienze, la fisica era
tenuta un ramo della filosofia, nè i suoi cultori mai tanto avrebbono
potuto chiudersi nell’esperimento, che non si trovassero involti in un
mondo più vasto, e dove a farsi la via non era bastante un filo solo
della intelligenza e sempre lo stesso. Quindi erano essi condotti ad
imbattersi in altri studi; e siccome tutti si danno la mano, nello
scienziato era anche spesso il pensatore e lo scrittore, e l’uomo più
intiero. Galileo mi sembra per molti rispetti tenere il sommo nella
nostra lingua, avendo egli insegnata l’arte di fare i periodi con
maggiore ordine e pienezza, il ch’è un comporre insieme più idee e
tutte rendere evidenti. La forma che egli diede al pensiero lasciò
un’impronta per bene un secolo dopo lui ne’ letterati e fin tra i
poeti; nè qui allignarono, o meno che altrove, i falsi concetti, nè vi
ebbe l’Arcadia impero assoluto.
Sotto i due ultimi Granduchi di stirpe medicea, decaddero le sorti
della Toscana. Un piccolo Stato dopo lunghi anni di pace stagnante
ridotto a vivere di tradizioni, sente ogni cosa addormentarsi e
si compiace del sonno stesso. Ma peggio avvenne alla Toscana: dal
principiare del settecento prevedendosi l’estinzione di Casa Medici, i
ministri de’ grandi Stati gelosi di quello che appellavano equilibrio
d’Europa, si studiavano regolare tra loro per via di negoziati e
di Congressi a chi anderebbe la possessione di un terreno vacante e
d’un popolo senza padrone. Mutò più volte la designazione dell’erede,
secondo i casi i quali nascevano in quel frattempo, senza che fossero
interrogati nè ascoltati quei due Principi delle cui spoglie si
disponeva. Ma benchè in tanto e inaudito abbassamento, vero è che
non mai fallirono essi al decoro del loro nome, nè ai doveri verso il
paese da cui ebbero il Principato e a cui dicevano essere in obbligo
di restituirlo. Si volsero per aiuto all’Olanda e all’Inghilterra,
come ai soli due Stati liberi che allora fossero in Europa; ma infine
costretti accettare i patti iniqui, l’ultimo di loro Giovanni Gastone
protestava contro alla violenza, sebbene in segreto, ma pure con molta
solennità e cura per la custodia di quell’Atto nel quale, inerendo a
quelle massime di diritto che sempre anche il padre avea professate;
dichiarava lo Stato essere oggi libero di sè stesso e padrone di
regolare le proprie sorti col mezzo del Senato che n’era in quel tempo
il solo rappresentante e presso cui rimase quella protesta: nè molto
dopo moriva Giovanni Gastone, in lui spegnendosi la dinastia Medicea
nell’anno 1737.
Dipoi fino al 1765 la Toscana fu governata da una Reggenza in nome
del nuovo Granduca Francesco di Lorena, marito a quella che fu poi
l’imperatrice Maria Teresa. Firenze si empieva di Lorenesi bisognosi
e male graditi agli uomini del paese che tuttavia desideravano i loro
principi cittadini: ma vero è poi che alla Toscana giovò il commercio
di nuovi uomini e d’idee nuove, che buone leggi fondamentali furono a
quel tempo almeno iniziate, che dai Lorenesi si apprese qui a meglio
tenere i conti pubblici e a ordinare alcune pratiche del Governo. Dei
nostri non pochi vissuti infino allora disanimati e solitari, sentirono
a quella scossa il principio di una vita nuova, si fecero innanzi, e
prepararono le riforme dipoi condotte con più ardire. Sallustio Bandini
senese, mostrando le cause prime del male stato in cui giaceva tenuta
in ceppi l’economia, metteva innanzi praticamente principii nuovi, che
poi divennero solenni canoni alla scienza. È chiaro il nome di Pompeo
Neri pei nuovi ordini amministrativi dei quali fu autore in Lombardia;
nè vorrebbe essere obliato quello del padre suo, che lasciò scritto,
che il Principe deve essere il primo galantuomo del suo Stato. Negli
altri studi fu decadenza, sebbene in quanto alla cultura che appariva
nelle conversazioni, Firenze avesse lode a quel tempo da insigni
stranieri.
Fino a qui null’altro volemmo noi se non cercare se una qualche
traccia della Repubblica rimanesse o nei popoli o nei Principi usciti
da quella. Col regno di Pietro Leopoldo la Toscana entrò in un nuovo
corso di tempi che ai nostri furono almeno preparazione, donde è che
riesca intorno ad essi più disputato il giudizio. Il nuovo Granduca,
venuto in età di diciotto anni dalla Germania, trovò nelle campagne
miseria grande, l’agricoltura oppressa o prostrata, l’attività spenta.
Un nuovo principio fu professato ed applicato con pari coraggio
quando alla carestia si oppose il libero scambio: delle altre riforme
lo rese capace la vocazione ch’era in lui somma per il governo e
l’amministrazione d’un piccolo Stato, guardando le cose da sè a
minuto e ordinandole per via di pratici regolamenti. In egual modo
l’esperienza d’un popolo mite, tranquillo e informato a gentilezza, gli
permise con l’abolire la pena di morte e la tortura e le confische, di
giungere a quella dolcezza e umanità di leggi di cui Leopoldo lasciò
unico esempio.
Andava il pensiero di lui fino a porre in cima allo Stato un’Assemblea
di rappresentanti le varie Provincie, i quali dovessero votare le
leggi. Pel quale effetto si confidava nell’avere qui posto freno da
un lato ai soprusi, dall’altro alle invidie, essendo per quello che
spetta alla terra diffusi tra molti godimenti del possedere e bene
accertato il premio al lavoro; le altre industrie scarse, poca la
ricchezza, ma quanto è possibile bene abbastanza distribuita; e quindi
prospere le campagne, le città tranquille e fatta comune la scienza del
contentarsi, che è madre al benessere, e da cui deriva l’unione degli
animi; donde era in Toscana come una sorta d’egualità, e Leopoldo potè
dire di non avere nel suo Stato altro che due ceti, uomini e donne.
Ma pure, a malgrado i molti vantaggi recati da lui, non fu egli mentre
visse amato in Toscana. Qui erano inclinazioni tutte casalinghe,
una gran voglia d’essere lasciati stare, allegro il vivere in campo
angusto ma lumeggiato d’antichi splendori, scarso lo stimolo del
bisogno, il genio incredulo a nuove promesse. Le buone leggi erano
imposte con atti dispotici; quanto più andavano sin giù al fondo
e alla pratica delle cose per ivi produrre effetti sicuri, tanto
più avveniva che offendessero le vecchie abitudini. Pochi erano i
consiglieri di Leopoldo, e i più tra essi, forte imbevuti delle idee
nuove, andavano in queste più là che al popolo non piacesse. I Nobili
furono da lui negletti e a lui avversi; quei Principi austriaci
avevano inclinazioni democratiche: negli avanzamenti che ebbe da lui
l’economia dei campi, la miglior parte fu dei coloni. Leopoldo, come
uomo tutto di faccende, badava poco alla sua Corte; cessarono affatto
per la nobiltà le occasioni di militare o di viaggiare nei grandi
Stati; non si andò più nemmeno a Vienna, e la Toscana si chiuse in
sè stessa. Meno d’ogni altro poteva il Clero amare Leopoldo, il quale
intendeva che il Principe avesse e praticasse una censura in cose che
attengono alle ecclesiastiche istituzioni; nel che sebbene procedesse
egli sinceramente, era sempre un capovolgere il diritto col dare ai
Principi nella Chiesa stessa la cura e il governo di quello che spetta
all’ordine materiale. Di qui molto vivo e lungo il contrasto, a cui
prese parte in molti luoghi della Toscana il popolo quando si volle
por mano perfino alle esteriorità del culto. Vi ebbero sulla fine di
quel regno moti popolari contro alle Riforme: questi erano moti per la
libertà, secondo che allora in Toscana il maggior numero la intendeva;
dal che fu condotto il successore di Leopoldo, giovane principe a cui
piaceva di stare co’ molti a seguitare nei primi giorni pedate opposte
a quelle del Padre.
Si era nel colmo della Rivoluzione francese. Nè molto però se ne
commossero i Toscani che già possedevano, senza delitti e senza sangue,
anche più in là dei materiali benefizi sperati da essa; nè molto
all’incontro potevano le passioni, qui sempre deboli, dei privilegiati.
Guardando all’indole che tra noi ebbe il Principato, noi lo trovammo
più liberale (come oggi dicono) o più civile d’ogni altro in Italia;
di tratto in tratto lo vedemmo anche precorrere ai tempi. Questo
allora fece osando primo in Europa, stringere amichevoli relazioni
con la Repubblica Francese, contro alla quale aveva guerra tutto il
vecchio mondo: un Inviato del Granduca fu accolto dalla Convenzione
Nazionale con le cerimonie di fratellanza usate a quel tempo; ne usciva
un Trattato di neutralità, la quale era in Toscana già una regola e
quasi come una legge politica dello Stato. Ciò non ostante la Toscana
poco dipoi venuta in mano dei Francesi mutò più governi, ma tutti
egualmente stranieri al genio ed agli affetti di questo popolo; a cui
nel 1814 il tornare dei suoi Principi fu come una festa di famiglia ed
un’allegrezza senza contradittori.
Seguitò un corso di trent’anni quieto e facile ai governanti. Da
parte di questi nessuna guerra contro alle opinioni, e quasi può
dirsi nessuna esclusione d’idee nè d’uomini nè di libri: la Toscana
era come una terra a tutti d’asilo, Firenze un albergo comodo e lieto
ai forestieri di tutti i colori. Da questa sorta di neutralità cercò
il Governo ed ottenne lode presso le altre genti; lasciare entrare e
lasciar fare gli uomini e le cose, che fu anche il perno della economia
toscana, fruttò al paese una mediocrità contenta. Sotto Leopoldo Primo
si era il livello del sapere alquanto abbassato, nè dopo lui crebbe
ardire agli ingegni: per ogni rispetto male potevano allignare le
idee superlative in questo popolo che tra gli abusi di molte cose e
i disinganni, aveva percorso l’orbita sua, e quindi era atto più a
conoscere che a fare. Si tenne fermo quando l’Italia s’agitava per moti
inconsulti sebbene presaghi; ma non appena vidde alzata una bandiera
che si poteva seguire con fede, accorse al segno anche la Toscana e
dava un sangue nè scarso nè inutile. Caddero a terra i primi sforzi, ma
già del riscatto non era dubbio altro che il tempo: fuori d’una cerchia
ognora più angusta, nessuno avrebbe osato dire che non lo bramava;
sperarlo non era più sogno di pochi, i fatti andavano a quel fine per
una interiore necessità. E un nuovo fatto si maturava nella opinione
d’un grande numero d’Italiani: nè antichi titoli, nè benemerenze, nè
la bontà istessa dei Principi erano bastanti più a togliere ad essi di
fronte quasi una macchia di usurpatori, in quanto facevano impedimento
ad un avvenire di vita più ampia che agli Italiani era una giustizia.
Questo apparve più assai che altrove nella Toscana, dov’era benessere
e tradizioni di buon governo e amministrazione migliorata negli ultimi
anni; ma dove un principio vitale stava contro all’essenza stessa
d’una signoria che avea perduto il suo fondamento e che non poteva più
altro essere che una negazione. La vita chiusa d’una provincia che ornò
l’Italia, o aveva consumato la virtù sua, o più non bastava; la parte
giovane e valente odiava già i troppo angusti confini. Si era veduto
gli antichi governi per vivere farsi stranieri al paese; la Toscana
quando riconobbe col resto d’Italia d’avere in sè un suo diritto
più antico e maggiore, compiè un dovere volonterosamente, nè giunse
ultima, nè a formare la Nazione si può dire che nulla facesse. Nè mai
a’ suoi obblighi sarà per fallire; noi solamente facciamo voti perchè
adagiandosi nelle sue molte felicità con troppo inerte compiacimento,
non manchi a sè stessa.