CAPITOLO I.

IMPRESA DI CARLO VIII IN ITALIA. — RIBELLIONE DI PISA, CACCIATA DE’

MEDICI. [AN. 1492-1495.]

Se vi ebbe mai tempo in cui si veggano ad un tratto mutare aspetto

le umane cose come per iscena di teatro, e nuovi uomini atteggiarsi

diversamente da quei di prima, e un altro ordine prodursi di fatti

e d’idee; tale fu quello al quale è giunta l’Istoria nostra, talchè

gli scrittori sogliono quivi fermare il punto dove si chiude l’età

di mezzo, e ha suo principio la moderna. Composte allora le grandi

nazioni nella unità di monarchie possenti, cominciarono a mescolarsi

tra loro per grandi imprese, cui dava il segno quella di Carlo VIII

per la conquista del Regno di Napoli; i grossi eserciti permanenti e

l’armi da fuoco in mano ai soldati mutavano gli ordini e le condizioni

della guerra; intantochè l’uso già universale della stampa rendeva più

agevoli a tutti gli uomini, e continui tra gente e gente i commerci

del pensiero. In questo anno 1492 del quale scriviamo, Cristoforo

Colombo scuopriva l’America; e poco dopo Vasco di Gama portoghese,

girando l’Affrica, navigò alle Indie: l’Italia ebbe doppia cagione

d’abbassamento dall’essersi ai traffici aperte altre vie da quelle

di prima. In quello stesso 1492, il conquisto di Granata compieva

l’unificazione della Spagna sgombrata dai Mori; ed era compiuta già

quella di Francia. Nell’anno medesimo il pontificato di Alessandro

VI inaugurava quei tristi tempi, di mezzo ai quali uscì la Riforma

protestante che scisse l’Europa, e fu vendetta delle nazioni consumata

col Sacco di Roma e con l’avvilire non che la potenza, ma il genio

stesso e le tradizioni del nome latino.

Le guerre d’Italia diedero cagione allo incontrarsi la prima volta

insieme Francesi, Spagnuoli, Tedeschi; e l’antica terra fu il campo di

quelle battaglie dalle quali usciva l’Europa moderna. Fino alla prova

di quelle guerre l’Italia tenevasi (nè senza ragione) in più alto

grado delle altre genti: discesero queste, e ritrovandola disarmata,

divisa, impotente; allora pigliarono maggiore fiducia di sè medesime,

e si rallegrarono: ma nell’Italia cessò ad un tratto la vita esultante

degli ultimi anni; falliva il pensiero nutrito più secoli, le arti

politiche si vedeano fatte ludibrio a sè stesse. Fra queste ruine

Firenze rinvenne la popolare libertà sua e fiorì per uomini rimasti

famosi; felice a confronto delle altre Provincie, finchè tutto il peso

delle armi straniere non cadde sovr’essa per quivi estinguere la vita

d’Italia.

In quella sorta di potenza che per sessant’anni i Medici tennero

nella Repubblica di Firenze, questo era di debole, che nulla avendo

in sè di legale, dipendeva tutta dalle qualità dell’uomo cui era duopo

mantenersela ogni giorno con arti minute: per il difetto di queste cose

il figlio di Cosimo era stato a grande repentaglio di vedersi tôrre

di mano lo Stato; e come il figlio di Lorenzo lo perdesse, bentosto

vedremo. Piero dei Medici, valente del corpo, aveva dura la fibra,

l’animo leggero, scarso l’ingegno e presontuoso, il consiglio subitaneo

e temerario: toccava appena ventidue anni quando suo padre moriva.

Ebbe a maestro il Poliziano e da lui buona coltura di lettere; ciò non

ostante alla madre sua, specchiata donna, non piaceva tenersi per casa

quest’uomo d’animo poco buono e di costumi non pari all’ingegno.[1]

Gaj e fastosi erano quegli anni, e al giovane Piero sopra ogni cosa

piaceva mostrarsi eccellente negli esercizi del corpo: era vissuto fino

allora come figlio di principe, e quando i più qualificati cittadini

vennero ad offrirgli, com’era consueto, il grado del padre, si tenne

egli subito naturalmente Principe, non pensando nè quali fatiche avesse

a Lorenzo costato fermare io direi quasi uomo per uomo i cittadini

nell’ubbidienza sua, nè come i tempi ora volgessero a Casa Medici

più difficili e a tutta Italia pericolosi. Le ragioni commerciali di

quella famiglia erano si può dire in fallimento, e tutto l’ingegno e

le seduzioni di Lorenzo appena bastavano ad abbagliare siffattamente

gli occhi dei più spensierati che non vedessero divorate per lui solo,

non che molta parte del pubblico erario, le stesse private ricchezze

e le doti fidate nei Monti di credito alla università dei cittadini,

finchè la Repubblica fu libera di sè stessa. Molti che avevano temuto

Lorenzo o che erano da lui tenuti a bada con gli onori e con gli

adescamenti dei quali era maestro, disprezzavano la inesperienza, o

erano offesi dalla superbia di Piero. Questi volentieri si ristringeva

coi più servili che l’odio pubblico non temessero. Primo tra questi

era un ser Piero Dovizzi, fratello maggiore di più anni a quel Bernardo

da Bibbiena, che poi fu Cardinale e chiaro per franco ingegno. Quegli

era stato sotto a Lorenzo grande strumento al fare danari; ma Piero

gli messe in mano ogni cosa, e tirò alla Cancelleria di casa sua tutte

le faccende che prima solevano stare negli Otto della Pratica.[2]

Erano in Firenze due molto ricchi e gentili giovani di Casa Medici,

Lorenzo e Giovanni, del ramo che discendeva dal fratello del vecchio

Cosimo. Giovanni una sera a un ballo di donne essendo venuto con

Piero a contesa per giovanili rivalità e forse per altri sospetti,

ebbe da lui una ceffata; del che risentitosi, fu egli insieme col

fratello suo messo in custodia, e forse avrebbe corso pericolo della

vita: ma infine Piero si contentava di una sentenza che gli mandava a

confine nelle loro ville, contenuto dal favore che ad essi mostrava

il popolo di Firenze.[3] Tale fu Piero, secondo i fatti mostrarono

e tutti concordemente giudicarono gli scrittori. Non erano spente

in lui però le tradizioni della famiglia, per le quali aveano fermo

i Medici d’essere in fatto principi, ma con le apparenze di uomini

privati; sapeano gli umori della città, e aborrivano sopra ogni cosa

dall’ingerirsi di signorie baronali. Quando una volta il re Alfonso

offriva donare a Piero alcuni Stati nel Reame, il che era farlo suo

feudatario; questi rendeva umili grazie, ma rifiutava d’accettare

il dono perchè non voleva _essere Barone_; usando parole che hanno

del risentito, e in lui mostrerebbero nobiltà d’animo degna forse

d’accoppiarsi a mente più salda, o a meno avversa fortuna.[4]

Al di fuori l’equilibrio tra’ potentati d’Italia riusciva ogni giorno

più difficile a mantenere. Svolgeasi il disegno che di lunga mano

aveva covato Lodovico Sforza detto il Moro d’usurpare il Ducato di

Milano, del quale era egli reggente in nome dell’infelice suo nipote

Giovanni Galeazzo; ma questo essendo marito a una figlia di Alfonso

duca di Calabria, tutti si aspettavano che ne uscirebbe una guerra

tra’ due potentati, massime che il vecchio re Ferrando di Napoli male

poteva opporsi con la prudenza agli ardimenti del figlio. Al che

si aggiunse più grave caso, che tre mesi dopo la morte di Lorenzo,

al papa Innocenzio VIII, che soleva molto a lui essere deferente,

era succeduto col nome di Alessandro VI Roderigo Borgia spagnuolo e

nipote di Callisto III; per il che avendo egli vissuto nel Cardinalato

trentacinque anni, aveva potuto con l’ingegno, ch’era in lui molto,

studiare le vie, oltre all’avere acquistate ricchezze grandissime.

Divenne il papato d’Alessandro VI come una leggenda di delitti e di

nefandezze, nè crediamo noi che i fatti spacciati sul conto di lui e

della famiglia Borgia siano tutti veri, ma tutti parvero cosa naturale

in chi mostrava non essere frenato nè dalla coscienza nè dalla vergogna

dove il suo utile apparisse. Il vecchio Ferrando di Napoli, udita la

creazione d’Alessandro, disse; quel Papa sarebbe ruina d’Italia.[5]

Lodovico il Moro, anch’egli tenendo pericolosa l’elevazione di un uomo

tale, ebbe un bel pensiero: voleva che tutti gli Ambasciatori dei

Principi italiani andassero insieme a fare omaggio, com’era usanza,

al nuovo Pontefice, e che uno facesse l’orazione in nome di tutti: ma

il disegno fu sventato per l’opera (dissero) di Piero de’ Medici, da

un lato istigato dai principi Aragonesi di Napoli cui molto aderiva,

dall’altro bramoso di non confondersi egli, ch’era tra gli Ambasciatori

di Firenze, con gli altri d’Italia, e fare spiccare meglio da sè solo

la magnificenza delle sue livree. Un altro fatto, sebbene anch’esso di

poco momento, servì ad accrescere i sospetti. Si era da principio molto

accostato Alessandro VI ai principi Aragonesi, cercando inalzare uno

dei figli suoi col matrimonio di una bastarda di Alfonso; ma perchè la

pratica allora si ruppe e il Papa mostrava altri disegni, si pensò il

Re porgli sul collo come una briglia col fare che Virginio Orsini, a

lui devoto, comprasse da Franceschetto Cibo alcune piccole castella che

Innocenzio VIII gli aveva donate vicine a Roma; il re Ferrando sborsò i

denari, ed il contratto si fece per l’intromessa di Piero dei Medici,

parente stretto e grande amico dell’Orsini. I quali indizi, comunque

piccoli, bastarono alla sagacità di Lodovico perchè egli scorgesse

come all’occorrenza Toscana e Napoli si volgerebbero contro a lui: nè

si fidava in certa lega stretta da lui col Papa e co’ Veneziani; ma

era di quelle che tra’ Principi d’Italia un giorno faceva ed un altro

disfaceva, e i tempi frattanto divenivano più grossi.[6]

Lodovico allora, che aveva l’ingegno sottile e pronto alle cupidità

vicine quanto era l’animo troppo angusto ai vasti pensieri che in sè

comprendono l’avvenire, si volse a chiamare in Italia Carlo VIII re

di Francia. Aveva questi ereditato le ragioni sul regno di Napoli

dei Duchi d’Angiò; ma insieme aveva sotto alla corona sua non più

quella Francia debole e divisa che per gran tempo era stata, ma intera

dentro a quei confini che essa ha da natura, così già essendo il

più possente tra gli Stati che avesse l’Europa. Lorenzo de’ Medici,

veduta ch’egli ebbe con l’annessione della Brettagna compita essere

quella unione, aveva predetto i mali che verrebbero all’Italia dai Re

francesi. Ma Carlo esultava in quella grandezza giovanilmente, e con

lui molti di quella nazione fra tutte guerriera, ma poco considerata:

lo Stato nuovo per anche non aveva bene composte le forze sue, mancava

il danaro; e Carlo, smanioso d’acquistare gloria, non era capace

a condurre sè medesimo, non che un reame di quella mole e una tale

impresa. Facea Lodovico prima tentare segretamente l’animo suo e de’

suoi ministri, uomini nuovi e molto cedevoli a private cupidigie.

Mandava dipoi con ambasciata solenne Carlo da Barbiano conte di

Belgioioso che offrisse al Re per la riconquista del reame di Napoli

tutte le forze di Lombardia: già erano ai fianchi del giovane Carlo

eccitatori all’impresa i Principi di Salerno e di Bisignano, ambo

di Casa Sanseverina, fiera nemica degli Aragonesi. Ma in Francia gli

uomini di maggior prudenza, nè al Re si fidavano nè a’ suoi consiglieri

nè alle forze stesse del reame per anche immature: facile il vincere,

dicevano, pericoloso il rimanere nei luoghi occupati; degli Italiani le

armi disprezzavano, le arti temevano. Carlo stesso vacillava, com’era

proprio della natura sua; ma sempre poi la temerità vincendo in lui

la prudenza, si era pacificato con tutti i Principi a lui vicini, a

quello di Spagna cedendo la provincia del Rossiglione, perchè da niuno

dei grandi potentati fosse impedito quel suo disegno che vaneggiando

si allargava da Napoli fino alla cacciata dei Turchi e alla corona

del greco Impero. Da tali stimoli agitato, ordinava s’accogliessero da

tutta la Francia le armi in Lione, dove il Re stesso poneva stanza nei

primi mesi del fatale anno 1494.[7]

All’appressarsi di tali eventi, che ciascuno in sè presentiva dovere

essere formidabili, grande fu in Italia il moto degli animi, nei

Principi incerto ed instabile il consiglio. Piero dei Medici agli

oratori venuti in nome del Re di Francia perchè la Repubblica si

dichiarasse per lui, rispose ambiguo tra le inclinazioni dei Fiorentini

amici antichi di quella Casa, e le sue proprie che s’era legato con

tutto l’animo agli Aragonesi. Questa città, che i suoi commerci e

i capitali avea in gran parte fuori di casa, era costretta in ogni

guerra temere per sè; in Francia avevano banchi fiorentissimi, ne

avevano a Napoli: i due Re minacciavano rappresaglie; ed infine

Piero avendo mostrato apertamente l’inclinazione sua verso la parte

degli Aragonesi, Carlo scacciò di Lione i soli ministri del Banco dei

Medici, così mostrando di riconoscere l’ingiuria da lui e porlo in

odio ai Fiorentini.[8] Già erano appresso al Re ambasciatori di questa

Repubblica; uno dei quali Piero Capponi, bramoso in segreto della

caduta di Piero dei Medici, aggravava le commissioni perchè il Re più

s’inasprisse contro a lui, secondo parve a Filippo de Comines scrittore

insigne di questi fatti.[9] Degli altri Principi, Venezia se ne

stava chiusa nella fiducia della potenza sua; l’inerzia piaceva a una

Repubblica d’ottimati, molti dei quali non voleano credere alla discesa

di Carlo VIII.[10] Papa Alessandro, seguendo le sue private passioni,

aveva più volte nel corso di pochi mesi mutato amicizie; stringevasi

infine con Alfonso che era succeduto nella corona al vecchio

Ferdinando, e che mandava buon numero di soldati a cacciare dalla rôcca

d’Ostia il fiero ed al Papa nemicissimo Giuliano della Rovere cardinale

di San Pietro in Vincula; il quale fuggitosi per mare una notte, si

recò a Vienna nel Delfinato, dov’era già il Re con tutto l’esercito.

Grandi erano intanto gli apparecchi d’Alfonso, il quale sapendo le

guerre di Napoli doversi vincere fuori del Reame, aveva mandato per

mare il fratello Federigo con forte armata contro a Genova, sperando

con l’aiuto de’ fuorusciti ribellarla dalla signoria di Lodovico: ma

la spedizione mosse troppo tardi, e questi inviativi da Milano soldati

in gran fretta contenne Genova, e indi con l’aiuto di Luigi duca

d’Orléans, cugino del Re, battute le forze nemiche a Rapallo, costrinse

Federigo con tutte le navi a ricovrarsi nel porto di Livorno, aperto

a lui dall’amicizia di Piero dei Medici. Da un’altra parte muoveva

il giovane Ferdinando duca di Calabria con buono esercito inverso

Romagna, sperando procedere insino a Parma, città male affetta ai Duchi

di Milano, e che gli avrebbe aperto l’entrata nel cuore di Lombardia.

Ma convenivagli amicarsi prima quei Signorotti della Romagna; al che

fu ostacolo principale Caterina Sforza che in nome del piccolo figlio

teneva Forlì. A questo modo le due imprese, le quali dovevano cuoprire

il Reame, del pari fallivano; e Carlo, cedendo ai nuovi stimoli che

egli ebbe dall’impetuoso Cardinale, e valicate pel Monginevra le Alpi,

giungeva in Asti ai 9 settembre.[11]

Aveva seco oltre a dugento gentiluomini della guardia sua, mille

seicento lance composte, tra uomini d’arme, arcieri e valletti,

di sei cavalli ciascuna; cui s’aggiungevano, con sempre incerta

numerazione, ottomila fanti guasconi con archibuso e spada a due

mani; dodicimila balestrieri di altre parti della Francia, e ottomila

Svizzeri con picche e alabarde: fu creduto che attraversassero la

Toscana sessantamila soldati francesi.[12] Grande era il numero delle

artiglierie, tali che Italia non aveva mai veduto le somiglianti;

perchè le antiche bombarde per la pesantezza loro, e per essere le

palle di pietra, si trascinavano lentamente tirate da buoi, ed era il

piantarle lungo e difficile, ed i colpi di ciascuna molto radi; laddove

i Francesi avendo i cannoni loro più spediti, gli tiravano a cavalli

e gli piantavano e muovevano facilmente, essendone oltreciò i colpi

assai più frequenti e gli effetti più gagliardi. Ma troppo inferiori

in Italia erano per valore e fede i soldati, mercenari essi ed i

condottieri loro, che per guadagno, mutando spesso padroni, tutti gli

frodavano e poi gli tradivano: in Francia invece le milizie pagate dal

Re si componevano di gentili uomini, che oltre agli stimoli dell’onore

aveano certezza, con mostrarsi valorosi, di avanzare nei gradi, i

quali salivano infino a quello di capitano; le compagnie inoltre non si

rinnovavano a capriccio, nè si mutavano per diserzioni e arruolamenti,

ma erano d’uomini per lo più della provincia stessa insieme avvezzi a

combattere e a emularsi: il che si vuol dire anche dei fanti, che nelle

battaglie tenevano il fermo, laddove in Italia si sbandavano al primo

scontro: così la milizia, che era qui un mestiere, in Francia tenevasi

il più decoroso degli uffici. Scendevano lieti in paese dovizioso, di

dolce clima e di dolce vivere, al mondo famoso, da dover essere onorata

preda.

In Asti veniva Lodovico Sforza con la moglie Beatrice d’Este e

splendido accompagnamento di dame e signori: grandi le onoranze, ma

sospetti rinascenti sempre rendevano Carlo dubbioso al muoversi,

perchè a ogni passo temeva una frode. Nè senza motivo, Lodovico

tenendo in riserva già l’altro disegno, quello di chiudere in Italia

l’oste francese ed opprimerla, nè avendo cessato mai dal praticare

segretamente con Piero de’ Medici, di cui fu detto che lo avesse

denunziato a Carlo.[13] Il quale in Asti côlto dal vaiuolo, dovè

indugiare più settimane; dipoi visitata in Casale la Reggente del

marchesato di Monferrato, che gli imprestò gioie da farne denari,

venne il Re a Pavia, dov’era tenuto sotto la guardia dello zio il

duca Giovanni Galeazzo cugino del Re per esser nati da due sorelle

della casa di Savoia. Lodovico avrebbe voluto nascondere a Carlo quel

misero giovane infermo e insidiato dalle male arti dello zio, e chiuso,

perchè fosse obliato, in quel castello insieme alla moglie Isabella

d’Aragona figlia d’Alfonso, e ad un bambino di pochi anni. Andava

Carlo a visitare il cugino giacente nel letto, cui non disse altro che

poche parole di conforto, essendo presente Lodovico; quando entrava

Isabella che gettandosi a’ piedi del Re, bella, infelice ed animosa,

gli raccomandava il padre e il fratello e la casa d’Aragona: ma Carlo

rispose, ch’era troppo tardi; e si levò tosto commosso, e impacciato,

dal tristo colloquio. Venne a Piacenza, dove allo Sforza giunse avviso

della morte del nipote, che tutti crederono da lui medesimo affrettata;

ond’egli recatosi a Milano, e quasi cedesse alle preghiere di molti,

pigliava il governo in proprio suo nome, sebbene tenesse nascosta per

allora l’investitura che già con danari aveva ottenuta da Massimiliano

imperatore.[14]

Carlo da Piacenza muoveva diritto alla volta di Toscana per la via di

Pontremoli, ed aveva campeggiando in Lunigiana prese alcune castella

suddite o raccomandate ai Fiorentini e saccheggiato Fivizzano. Per

il che in Firenze dai governatori dello Stato si cominciò a temere, e

dalla parte avversa a questo si cominciò a sperare ed a sparlare senza

rispetto di Piero de’ Medici. Il quale cercando provvedere alla difesa,

quando si venne in Firenze a fare danaro trovò inaspettata difficoltà

nell’universale, e duri e male disposti allo spendere gli amici più

facoltosi a cui ne aveva fatta richiesta. Onde egli senza fare altra

prova sulla fede dei cittadini, e male imitando l’esempio del padre

quando si recò a Napoli, prese consiglio di andare al Re e rimettersi

nelle sue braccia lasciando la Lega degli Aragonesi con le condizioni

migliori d’accordo, che a lui fossero possibili. Uscì di Firenze

subitamente una sera con pochi amici, e venuto al Re, gli offriva

quasi che spontaneamente Sarzana e Pietrasanta, luoghi ben muniti,

poi Mutrone e Ripafratta ed altri castelli, egli come libero padrone

e senza averne autorità dalla Signoria. A queste cose non è da dire se

gli animi si alterassero in Firenze, di già sollevati per la partenza

di Piero. Nelle Pratiche e nello stesso ufficio dei Settanta dove Casa

Medici aveva i suoi più sviscerati, non mancavano parole di fiero

concetto, ma spesso timidamente proferite, e poi annacquate, perchè

dopo sessant’anni la dominazione di quella famiglia si era in Firenze

connaturata. I più disposti a cose nuove facevano capo a Piero Capponi,

e fra tutti si metteva innanzi un messer Luca Corsini, il quale una

notte andò per suonare a martello la campana grossa; ma ritenuto, non

potè suonare che due o tre tocchi, dal che la città fu più che mai

turbata e confusa. In Palagio avevano co’ modi regolari eletta una

Ambasceria di cinque cittadini che andassero a Carlo, dei quali era

primo Fra Girolamo Savonarola. Si appresentarono questi al Re, ma senza

venire a sorta alcuna di conclusione.[15]

Piero de’ Medici in quel mezzo tornava in Firenze, e aveva dato

ordine a Paolo Orsino, che era agli stipendi della Repubblica e suo

congiunto, di fare soldati nel contado e riunirli seco in città; donde

gli avversari suoi si risolverono infine a mostrarsi. La maggior parte

della Signoria s’era volta contra a Piero; Iacopo de’ Nerli, armato

con altri che lo seguitavano, venne in Palagio, e fattolo serrare,

stava a guardia della porta. Era la mattina de’ 9 novembre, e Piero

co’ suoi staffieri e gran numero d’armati, armato anch’egli, ma sotto

il mantello, venne al Palagio, dove trovò la porta chiusa, e fugli

risposto che se voleva entrare entrasse solo e per lo sportello.

S’avvide allora che avea perduto lo Stato, e tornò a casa; dove

bentosto udì che il popolo si levava; ed essendogli da un mazziere

della Signoria notificato il bando di rubello, montò a cavallo e

prese la via di Bologna. Il Cardinale Giovanni suo fratello, ch’era in

Firenze, avea tentato venire in Piazza con seguito d’armati; ma visto

che il popolo moltiplicava, se ne fuggì anch’egli vestito da frate per

la stessa via, e seco Giuliano minore fratello, e degli amici della

famiglia taluni che erano dei più odiati. La splendida e ornata magione

di Cosimo e di Lorenzo andava a sacco; involate a questa molte ricche

suppellettili e preziosità dell’arte, e libri e anticaglie. Correva

la plebe alle case d’altri dei più noti partigiani, ma uomini savi

raffrenarono il tumulto; e intanto i Signori chiamato il popolo in

Piazza, annunziarono essere abolito l’ufficio degli Otto di Pratica,

e l’ordine dei Settanta, dov’era la forza di parte Medicea, e tolto il

corso ai quattrini bianchi che erano stati mezzo a rincarare il prezzo

del sale. Francesco Valori, che tornava da Pisa, perch’era tenuto uomo

netto che ai Medici aveva resistito, fu ricevuto con sommo gaudio ed in

Palagio portato di peso sopra le spalle dei cittadini.[16]

Il giorno stesso in cui Firenze recuperava la libertà, perdeva Pisa.

Quivi era entrato il Re con l’esercito suo che sfilava alla volta

del Reame; e andato al Duomo ad offerire, uomini del popolo e donne

e fanciulli gli si fecero incontro al ritorno, e gridando Libertà,

chiedevano uscire di sotto al giogo dei Fiorentini. Pigliarono animo

vedendo benigna la faccia del Re, o fosse in lui compassione, o

desiderio di gratificarsi i popoli: quindi la sera stessa co’ primari

della città consentì che Pisa fosse libera sotto alla Regia bandiera,

avendo molti cittadini a lui giurato fedeltà; occupava con le armi

sue la fortezza nuova, la vecchia tennero soldati armati in fretta

dai Pisani. I quali frattanto con indicibile allegrezza si diedero

a cancellare da per tutto le armi e a disfare quanti rinvenivano

Marzocchi o altre insegne dei Fiorentini: di questi in Pisa erano

tanti, che nella città deserta si dicevano essere in maggior numero dei

Pisani: uscirono molti sotto la guardia dei Francesi, e i principali

insieme col Re. Nè questi al partire era in sè ben certo qual forma

volesse dare alle cose dei Pisani, tirato, com’era suo costume, da vari

consigli. Aveva in quei moti grande mano Lodovico duca di Milano, il

quale bruciava di voglia d’avere Pisa perchè una volta ella era stata

dei Visconti, che la venderono, e il vedersela torre di mano fu prima

causa dell’alienazione sua dai Francesi.[17]

Il Re da Pisa muoveva tosto verso Firenze, avendo parte delle sue

genti mandato a Siena per altre vie. Ma perchè sapeva essere il popolo

Fiorentino in armi e in fermentazione per la cacciata di Piero,

soprastette a Signa alcuni giorni; e intanto andavano e venivano

ambasciatori della Repubblica, i quali togliendo al Re i sospetti,

regolassero l’ingresso suo nella città e pigliassero sicurezza contro

ai disegni che si agitavano intorno a lui, dei quali era grande il

timore. Imperocchè aveva egli mandato a invitare che tornasse Piero

de’ Medici; non che si fidasse più in lui che nelle inclinazione dei

Fiorentini verso Francia, ma perchè sperava con questa paura condurli

ai patti che a lui piacessero. Piero da Venezia ricusò tornare, per

consiglio (siccome fu detto) di quella Repubblica. A Signa proseguivano

le pratiche ed i festevoli apparecchi; e il Re, avendo detto che si

aggiusterebbe ogni cosa nella _gran villa_, faceva il giorno 17 di

novembre il suo solenne ingresso in Firenze. Ricevuto alla porta dai

Magistrati, venne alla chiesa di Santa Maria del Fiore per un largo

giro, egli tutto armato e con la lancia sulla coscia, sotto a un

baldacchino, che poi finita la cerimonia fu abbandonato alla rapina

della plebe, com’era usanza. Destavano ammirazione grande le ricche

vesti e le armi e le bardature e il portamento dei Baroni e Cavalieri

che in grande numero seguivano il Re: gridava il popolo _Francia,

Francia_. Carlo ebbe alloggio nella Casa dei Medici prestamente

raddobbata: qui furono lunghi e difficili i negoziati, chiedendo i

Francesi prima il dominio della città, dove il Re lasciasse un suo

luogotenente; poi scendendo tortuosamente ad altre intollerabili

pretensioni, secondo che, in mezzo a quel viluppo di cose, l’avarizia

o l’ambizione o la paura gli sollecitavano.[18] Imperocchè è certo

che il popolo aveva paura di loro, ed essi del popolo, in Italia,

ed in Firenze massimamente, dove era una vita del tutto ignota agli

oltramontani, e la potenza di una coltura dai sommi agli infimi

equabilmente diffusa. Poi le vie strette impedivano i soldati, ed

in questi era fama terribile del subitaneo levarsi in arme di tutto

un popolo al suono d’una campana e dell’accorrere dal contado. Certa

zuffa che nel Borgo d’Ognissanti destata per lieve cagione divenne un

tumulto, parve essere indizio di moti più gravi. Ma sopra ogni cosa

potè l’ardimento di Piero Capponi, il quale con gli altri ambasciatori

venuto per conchiudere gli accordi nella presenza del Re, all’udire

certe condizioni esorbitanti che un segretario leggeva, strappatagli

a un tratto di mano la carta, la fece in brani e gettò a terra; al

quale atto il Re gridando: _noi suoneremo le trombe_; replicava Piero,

_e noi le campane_; uscendo impetuosamente co’ suoi compagni dalla

sala. Non era già Carlo troppo male inclinato, e avea col Capponi

avuta in Francia dimestichezza; laonde richiamatolo e sorridendogli

familiarmente, quel giorno stesso fu sottoscritto l’accordo, pel

quale Firenze rimase libera e da quella escluso Piero dei Medici: per

le cose della guerra dovevano due ambasciatori seguire il Re, che ne

terrebbe due in Firenze, che intervenissero quando si trattasse cose

che importassero alla Lega; i Fiorentini pagare in sei mesi cento

venti mila fiorini d’oro; le fortezze cedute dal Medici rimanessero ai

Francesi finchè durasse la guerra, e le terre di Lunigiana fossero rese

alla Repubblica: rimanevano in sospeso le cose di Pisa. Fatto l’accordo

e dal Re giurato solennemente nel Duomo, questi che aveva in Firenze

dimorato dieci giorni, progrediva per la via di Siena.[19]

Non si appartiene al nostro assunto raccontare l’impresa di Carlo VIII

in Italia, nè le altre guerre che da questa ebbero causa e principio

infelicissimo: diremo i fatti solo a mostrare come si producessero, e

quali effetti ne seguitassero. Andato il Re a Siena, vi si trattenne

alcun poco e vi lasciò guardia, continuando il cammino direttamente

inverso Roma. Avea Ferdinando duca di Calabria, che tornava di

Romagna, avuta intenzione di fare testa in Viterbo; ma perchè il paese

tumultuava, ed i Colonnesi minacciavano da Ostia e dalle terre ch’erano

loro, indietreggiò fino a Roma, dove il Pontefice lo lasciò entrare,

sebbene con l’animo incerto e agitato da varie paure, massimamente

poi da quella che volesse Carlo insieme ai Prelati che lo seguitavano

promuovere nella Chiesa una riforma; pensiero a lui molto terribile.

Cercava pertanto rassicurarsi per via di negoziati, che furono lunghi

mentre avanzavano i Francesi; i quali essendo per un primo accordo

entrati in Roma mentre ne usciva il Duca di Calabria, si chiuse il

Papa in Castel Sant’Angelo; e i negoziati continuavano, infinchè

avendo conchiusa una lega col Re, lo accolse molto solennemente in San

Pietro, da lui ricevendo le dimostrazioni consuete. Ferdinando tornato

in Napoli, trovò gli animi in fermento per la memoria delle crudeltà

d’Alfonso e degli inganni da lui consigliati al padre suo, come teneasi

da molti: nè bastò ad Alfonso che gli avanzi della fazione Angioina

fossero distrutti, mostrandosi i popoli per odio di lui disposti

ad accogliere i Francesi: ond’egli agitato da questi terrori e dai

tormenti della coscienza, i quali abbatterono quell’animo tanto superbo

e feroce, non trovava requie nè il dì nè la notte, appresentandosegli

nel sonno le ombre di quei signori morti, e il popolo concitato che

cercasse il suo supplizio; fuggiva pertanto come forsennato dallo

spavento, e ricoverandosi con pochi legni in Sicilia, cedeva la corona

a Ferdinando: questi con l’esercito si raccoglieva in San Germano,

sperando vietare il passo ai nemici. Ma già i soldati impauriti e i

Capitani per salvare gli Stati propri, vacillavano di fede e d’animo; e

dietro alle spalle era il Reame in grandissima sollevazione. Levatisi

quindi vergognosamente da San Germano, si ridussero in Capua; nè in

questa potè fermarsi il nuovo Re, perchè Giovan Giacomo Trivulzio,

che aveva la guardia di quella città, facea con iniquo tradimento

segreto accordo co’ Francesi, ai quali rimase poi sempre fedele. Lo

stesso Virginio Orsini, che tanto fu innalzato dagli Aragonesi, mandava

prima agli stipendi di Carlo il figlio suo, e quindi da Nola chiedeva

ritrarsi con le sue genti. Così da tutti abbandonato il giovane Re,

avendo prima radunati sulla piazza del Castelnuovo, abitazione reale,

quanti potè dei Napoletani, gli discioglieva da ogni giuramento,

bruciava o affondava le galere che erano nel Porto perchè non venissero

in mano ai nemici, si opponeva con animo regio alla irrompente cupidità

o all’iniqua levità degli uomini che tutto sperano dalle cose nuove, ed

egli con la famiglia sua passava nell’isola d’Ischia. Carlo entrava in

Napoli a’ 21 di febbraio 1495.

Ma tosto s’avviddero i Francesi quanto poco fondamento avesse la troppo

facile conquista. Più attendevano a godersela che a darle fermezza,

insolentivano con la presunzione cresciuta in essi per l’altrui viltà;

il Re, intento ai suoi piaceri, non badava nè a fare giustizia nè

a mettere ordine nel governo: bentosto il falso amore dei popoli si

mutò in odio contro allo straniero. E intanto i Principi, non d’Italia

solamente ma d’oltremonte, si commovevano, quelli impauriti e questi

sollevati a nuovi pensieri dall’essersi accorti, l’Italia essere un

paese che in sè medesimo non aveva la propria difesa. Lodovico Sforza,

poichè ebbe veduto procedere innanzi rapidamente i Francesi, e che

gli ostacoli da lui sperati all’impresa loro cadevano tosto, entrò in

discorsi col Senato Veneziano, uscito al fine dalla ponderata inerzia

sua, e col Pontefice già disposto a entrare in quella Lega; la quale

però non ebbe effetto sin ch’ell’era di soli italiani: ma fu in Venezia

per ambasciatori solennemente conchiusa nel mese d’aprile, essendovi

entrato Massimiliano imperatore, allora col titolo di re de’ Romani,

e Ferdinando e Isabella che insieme tenevano il regno di Spagna.

Questi più volonterosi degli altri avevano mandata una loro armata in

Sicilia, di là preparandosi a portare la guerra in Calabria. Non era in

Italia più da soprastare pei Francesi dopo una Lega tanto formidabile;

e divenendo pericoloso l’indugio, il Re con la maggior parte

dell’esercito partiva da Napoli dopo tre mesi dacchè vi era entrato,

lasciati a guardia del Reame sotto Gilberto di Montpensier parte degli

Svizzeri e dei Francesi, e cinquecento uomini d’arme italiani che aveva

egli a soldo. Traversò Roma, donde il Papa ed il Collegio de’ Cardinali

si erano ritratti in Orvieto; e in Siena fermatosi alcuni giorni, senza

toccare Firenze, per la via più breve s’incamminò a Pisa.[20]

Le cose di questa città procedevano allora in tal modo; le dubbie

parole del Re ai Fiorentini e la grande propensione dei Capitani

francesi davano animo ai Pisani, che usciti al tutto dall’antica

suggezione, intendevano a fortificare di genti e d’armi lo Stato

loro, avendo a sè amiche le due città vicine di Siena e di Lucca,

e giovandosi del favore e degli aiuti che ad essi dava, benchè in

segreto, lo Sforza, ma scopertamente in nome proprio i Genovesi:

attendevano anche a liberare tutto il contado; e già cominciavano le

offese quando in Roma, essendo al Re venuti ambasciatori delle due

città nemiche, mandava questi il Cardinale di San Malò suo principale

ministro a comporre, come si diceva, le cose di Pisa; il quale avuto

con tale esca il rimanente dei danari al Re promessi dai Fiorentini,

e andato a Pisa, nulla fece, dando così ai Pisani del loro proposito

maggior conferma. Non è da dire se queste cose dispiacessero a Firenze,

dov’era grandissimo sospetto del Re che nel ritorno conduceva seco

Piero de’ Medici, e non si spiegava quanto alla via che piglierebbe per

traversare la Toscana.[21] Si aggiungeva che i Senesi aveano in quel

tempo fatto ribellare Montepulciano; talchè la Repubblica scoperta da

più lati e minacciata, si diede a mettere in città soldati rafforzando

le difese, intantochè a Poggibonsi gli mandavano per la seconda volta

ambasciatore il Savonarola, che bene accolto, ne riportava benigne

parole. Ma quanto a Pisa le incertezze duravano sempre, anche dopo

esservi entrato il Re, perchè i consigli erano divisi, potendo in

alcuni l’idea d’un diritto che stava pei Fiorentini, e l’oro sparso

da questi in Corte, ma nel maggior numero quel sentimento che è molto

vivo nei Francesi di farsi liberatori degli oppressi: muovevano Carlo

i pianti delle donne e dei fanciulli che udiva sotto alla sua casa, e

le supplicazioni delle più belle tra le Pisane che si raccoglievano a

mesto ballo intorno a lui.[22] Partiva da Pisa contuttociò in fretta

per la imminente guerra, nulla ivi mutando e con le solite promesse

ambigue alle due parti.[23]

Di già si formava innanzi a lui nelle gole dell’Appennino l’esercito

della Lega per chiuderne il passo: erano i Francesi in numero forse

meno che di ventimila, il Re avendone separate alcune squadre per

la conquista di Genova che i Fieschi e gli altri fuorusciti a lui

promettevano, ma inutilmente, come avean fatto con gli Aragonesi:

quindi traversava Pontremoli che si rese a patti, ma una vendetta

dei suoi soldati lo mandò a sacco e a filo di spada. Giunto il Re a

Fornovo sul fiume Taro, si trovò a fronte l’esercito veneziano che si

ordinava, e non molta parte di quello del Duca di Milano che aveva in

casa un’altra guerra, come bentosto diremo: insieme superavano di gran

lunga il numero dei Francesi. Era il 6 luglio quando i due eserciti

sul greto del fiume vennero a battaglia fiera e memorabile, sebbene

fosse di breve durata; un solo urto della cavalleria francese avendo

sbaragliati gli Italiani che attorno a quel punto già erano vincitori,

e che non seppero poi rannodarsi, massimamente perchè gli Stradioti,

milizie greche o albanesi al servigio dei Veneziani, veduto i bagagli

del Re abbandonati, uscirono dalla mischia per darsi al saccheggio. Il

Re combattendo animosamente corse due volte pericolo d’esser preso;

Francesco Gonzaga capitano dei Veneziani condusse quanto era in lui

virtuosamente la battaglia: ma la vittoria fu pei Francesi, che si

apersero la via con perdita assai minore di quella dei nemici. Non

osarono però assalirli di nuovo nel campo dove si erano raccolti; nè

dall’altra parte il conte Niccola Orsini di Pitigliano potè ai suoi

persuadere di tornare indietro contro ai Francesi disordinati, e

restaurare la battaglia. Il Re non senza difficoltà grande pervenne

in Asti dopo alcuni giorni. Questa città, era di pertinenza del Duca

d’Orléans, rimasta a lui dalla eredità di Valentina Visconti ava sua:

credeasi per questa avere un titolo su tutto il ducato di Milano, che

fino d’allora ambiva togliere allo Sforza; ed essendo lasciato dal Re

ivi a guardare la Lombardia, occupò Novara per sorpresa, e vi si era

fortificato. Lodovico Sforza, quando si fu riavuto dal primo spavento

ch’era sempre in lui grandissimo, arruolò in grande numero soldati

Tedeschi e Svizzeri, buoni a resistere ai Francesi più che non fossero

gli Italiani. Fu l’assedio lungo e vario di casi, avendo Carlo cercato

da Asti di liberare l’Orléans; crudele la guerra, la fame in Novara

miserabile oltre ogni dire. Già da Fornovo, Carlo aveva mandato il

Comines a trattare della pace separatamente con Lodovico, la quale ebbe

finalmente conclusione ai 10 di ottobre; e sciolto l’assedio, il re

Carlo VIII tornava in Francia.[24]

Mentre accadevano queste cose, i popoli delle provincie napoletane si

levavano per Ferdinando. Gaeta, che fu prima ad insorgere ne soffriva

pena crudele, i Francesi avendo fatta dei paesani orribile strage. Ma

le ribellioni moltiplicavano da per tutto; le quali a viepiù eccitare

ed a farsi un piede sulle coste dell’Adriatico, il Senato di Venezia

aveva mandato Antonio Grimani con ventiquattro galere; cui essendosi

unito con altre poche Federigo d’Aragona fratello d’Alfonso, occuparono

Monopoli in Puglia, che dagli Stradioti fu messo a sacco. Frattanto il

giovane Ferdinando passato in Sicilia, scendeva da Messina in Reggio

con gli Spagnuoli, pochi e poco buoni, ma condotti da quel Consalvo

di Cordova, a cui rimase nella posterità il nome di Gran Capitano che

aveva dal grado. Questi allora costretto dall’appassionata volontà

del Re ad avanzare fino a Seminara, ed ivi incontrato il d’Aubigny che

teneva la Calabria nel nome di Francia, furono sconfitti. Ferdinando,

tornato in Sicilia, formò un ardito e savio divisamento: avendo

raccolte quante navi potè rinvenire (ed erano ottanta male armate

e senza numero bastante di marinari), entrò con esse nel golfo di

Salerno, certo di empirle degli uomini che accorrerebbero a lui da

ogni parte. Nè s’ingannava, poichè essendosi accostato a Napoli,

vi entrava chiamato dal popolo in arme, che in città e fuori avendo

assaliti i Francesi sosteneva lungo e animoso combattimento: ciò fu

ai 7 luglio, giorno susseguente a quello del Taro. Giungeva notizia

d’altre città che si liberavano; e dentro a Napoli essendo i Francesi

chiusi nei Castelli, il Montpensier per inopia di vettovaglia era sul

punto di capitolare, quando altre schiere Francesi muovendo di Puglia

rinfrescarono la guerra intorno a Napoli.

Qui, anticipando i tempi, diremo come variamente si combattesse in

più parti del Reame, i Veneziani avendo al Re mandato il Marchese di

Mantova e seco una grossa schiera di soldati, a patto che Ferdinando

cedesse loro sull’Adriatico cinque delle città principali che

gli avrebbero fatti padroni di quel mare fin dove il suo nome si

tramuta in quello di Ionio. Fu lunga e aspra guerra, le due parti

contendendosi il grosso provento della dogana di Manfredonia su’

bestiami che in grandissimo numero dalla pianura di Puglia risalivano

ai monti d’Abruzzo. Una grossa mano di Tedeschi ai soldi di Ferdinando

resisterono fino a che tutti non fossero uccisi: gli Orsini e i Vitelli

si posero al soldo dei Francesi, i Colonna stando per Ferdinando,

contro al quale insieme raccolti facevano testa gli antichi Baroni

angiovini: e il Montpensier accorreva per dare forza ai suoi, quando

per mancanza di soldo essendo abbandonato dagli Svizzeri, dovette

chiudersi in Atella di Basilicata; ma crescendo le diserzioni e la

fame, e avendo Consalvo di Cordova con la prima e migliore tra le

grandi vittorie sue rotti a Laino i Baroni che andavano al soccorso

d’Atella, s’arrenderono i Francesi a patti, e la guerra cessava:

tornarono al Re le fortezze presso che tutte, ed i Baroni a lui

facevano ubbidienza: le ultime reliquie dell’esercito francese, ridotte

a numero piccolissimo nelle micidiali paludi di Baja, ottennero grazia

di tornare in Francia.[25]

Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3 · 第 10 / 80 题