T. _Quid si nec donum mihi, nec ad id petendum fidem dabit?_

O. _Tum si id feceris ad quod te Deus impellet, dummodo divinum

esse instinctum exploratum habeas, non peccabis. Si quidem in

obediendo Deo erravi non potest._

[297] SECKENDORF, _Historia Luteranismi_, tom. III. pag. 68, 69, 579.

[298] SIMLERI, _Oratio de vita P. M. Vermilii_.

[299] _Dizionario storico_ di Bassano.

[300] RAYNALDI, ad 1539.

[301] _Eusebius captivus, sive modus procedendi in curia romana contra

Lutheranos._ Basilea 1533. Non è del Curione, come può vedersi dalla

lettera dello Zanchi al Muscolo, sibbene del Massari, che nel 1554

stampò a Basilea _De fide ac operibus veri christiani hominis ad mentem

Apostolorum, contra Evangelii inimicos_, nella cui prefazione è cenno

di molti italiani dimoranti in quella città.

[302] Ottenne dal carceriere che gli legasse una gamba sola; poi che

alternasse la catena fra le due gambe; nel qual mutamento riuscì a

far mettere la catena a una gamba finta. _Vita Cælii Secundi Curionis;

de mirabili sua e vinculis, ac ipsis diræ necis faucibus liberatione

dialogus._ — Abbiamo l’orazione funebre recitatagli da Giannicolò

Stuppani, _Oratio de Cælii Secundi Curionis vita_. Vedi pure SCHELHORN,

pag. 258.

[303] Il Gerdesio, pag. 280, crede sia tutt’uno con Giulio da Milano,

agostiniano apostato che in Isvizzera pubblicò la I e II parte delle

prediche da lui recitate in San Cassiano a Venezia nel 1541.

* Nei registri de’ giustiziati, tenuti dalla compagnia di San Giovanni

alle Caserotte di Milano, al 23 luglio 1569 trovo abbruciati «un

frate di Brera e Giorgio Filatore, quali erano luterani». Al 1587,

1º ottobre, abbruciato un Giulio Pallavicino della pieve d’Incino per

eretico; «fu messo sul palco in duomo l’anno 1555 e 1573, e l’anno 1587

fu morto dopo essersi confessato e comunicato».

[304] Lo stesso Burigozzo sotto il 1534 parla d’uno spacciatore

d’indulgenze: — In questo tempo venne a predicare in domo un frate de

Santo Augustino Remitano; e questo fu una dominica a dì 25 januario,

e predicò tutta la settimana seguente. E la dominica seguente, che fu

a dì primo febraro, anunziò uno perdon, con certe bolle da absolvere

dei casi; e fu messo per la cittade le cedole in stampa, qual se

contenevano in ditta bolla; et el ditto perdono fu messo fora el dì de

santa Maria delle Candele; e fu fatto procession dal clero. Circondorno

la ecclesia del domo de dentro, e riportorno ditto perdono a loco suo,

zoè a presso el barco dove se predica; e sempre con el ditto frate, e

ancora el commissario de ditta indulgenzia (dandoli li danari ch’erano

d’accordo), li davano la ditta carta, e li metteva suso el nome de

colui che pagava, overo de soi morti: donde che durò questo circa a

otto giorni. Et in questo termino assai homeni mormoravano, vedendo

questa indulgenzia così larga; dondechè fu trovato questa cosa essere

una ribalderia, et essere false le bolle; et a questo fu preso el dicto

frate, et ancora il commissario; e furno messi in preson in casa del

capitanio de justizia; e lì ghe fu data la corda e tormenti. Al fine

disseno di sì, che l’era vero; e lì furno reponuti fin a che da Roma

venisse la risposta de quello che de lor far se dovesse; et a questo

passò qualche giorni: al fine fu concluso, che ditto frate e ditto

commissario fusseno mandati in galea...».

[305] RAYNALDI, _ad annum_.

[306] NICERON, _Memorie_, tom. XXI. p. 115.

[307] SPONDANI, _Annales ad 1543_.

[308] Lettera XXI, lib. IV del Minturno al Gesualdo del 1534.

[309] QUIRINI, _Diatriba ad vol. III epistolarum Poli_, pag. 286; e

vedi TIRABOSCHI, _Biblioteca degli scrittori modenesi_, tom. III.

[310] Il formulario fu pubblicato nel vol. I delle opere del cardinal

Cortese colle firme de’ suddetti, e del vicario vescovile, l’arciprete,

il prevosto, tre canonici, il conte Giovanni Castelvetro, il cavaliere

Lodovico Dal Forno, Giambattista Tassone, Girolamo Manzuoli, Angelino

Zocchi, Bartolomeo Fontana, Antonio Grillenzone, Pietro Baranzone,

Bernardo Marescotti accademici; Giannicolò Fiordibello, Gaspare

Rangone, tre Bellincini, Alfonso Sadoleto, Giovanni Poliziano, Elia

Carandino, Filippo Valentino, Bartolomeo Grillenzoni, Pellegrino Erri,

ed il celebre Falloppio.

[311] Si hanno tre medaglie coniate al Negri, e queste opere:

_Rhætia, sive de situ et moribus Rhætorum._

_De Fanini faventini ac Dominici bassanensis morte, qui nuper ob

Christum in Italia romani pontificis jussu impie occisi sunt, brevis

historia._ Chiavenna 1550.

_Historia Francisci Spieræ civitatulani qui, quod susceptam semel

evangelicæ veritatis professionem abnegasset, in horrendam incidit

desperationem._ Tubinga 1555 (probabilmente tradotte dall’italiano da

Vergerio).

Del Negri parlarono il Verci nelle _Notizie degli scrittori bassanesi_,

e il Carrara nel _Dizionario storico_ di Bassano; e li contraddisse

il grigione Domenico Rosio de Porta, ministro riformato a Soglio nel

1794, dirigendosi al delegato don Fedele di Vertemate Franchi; poi più

diligentemente Giambattista Roberti, _Notizie storico-critiche della

vita e delle opere di Francesco Negri_, Bassano 1839. È errore del

Quadrio il farlo di Lovere: nacque a Bassano, per un amore sfortunato

si vestì benedettino in Santa Giustina di Padova, poi la gelosia lo

trasse a un assassinio, pel quale fuggì in Germania nel 1525, ove

alquanto più tardi abbracciò le dottrine zuingliane. Che intervenisse

alla conferenza di Marburgo nel 1529, nessuna prova è. Tenne scuola a

Chiavenna, ma sembra non vi fosse pastore, come in niun’altra chiesa di

Svizzera. Infatto, primo ministro della chiesa riformata a Chiavenna fu

Agostino Mainardi, che vi rimase fin alla morte, avvenuta nel 1563; e

allora gli successe Girolamo Zanchi.

Quando Lelio Socino da Vicenza fuggì a Zurigo, il Mainardi dubitò

che Camillo Renato rifuggito a Chiavenna, e in corrispondenza con

quello, ne avesse adottato le dottrine antitrinitarie; laonde obbligò

tutta quella chiesa a far una professione di fede. Questa spiacque e

al Renato e al Negri, parendo deviasse alquanto dalla zuingliana; la

chiesa chiavennasca si trovò scissa, e il Mainardi scomunicò quei due

come Sociniani. Il Negri se ne scolpò a Zurigo, poi pubblicò la propria

professione di fede, confessando la divinità e incarnazione di Cristo,

l’efficacia del battesimo e dell’Eucaristia.

Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d’ebraico, e versato

nelle quistioni teologiche, benchè privo di gusto e d’eleganza.

Parecchie sono pubblicate a Poschiavo, dov’era stamperia che dava

giusta ombra ai nostri, e Pio IV spedì ai Grigioni il prevosto

della Scala di Milano nel 1550 per domandarne la soppressione. È

notevole quella sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come

dice il Tiraboschi) e di Domenico Cabianca di Bassano. Quest’ultimo

avea militato con Carlo V, e, bevute le dottrine nuove, se ne fece

apostolo: a Piacenza le predicò apertamente, ma arrestato e non

volendo ritrattarsi, fu appiccato nel settembre 1550. Un’altr’opera

è la traduzione latina del caso di Francesco Spiera da Cittadella,

giureconsulto (non medico), padre di undici figli, il quale apostatò;

poi citato da monsignor Della Casa, fece pubblica ritrattazione in

patria. Dissero i religionarj che per castigo impazzisse, e urlando e

maledicendo cercava uccidersi, finchè terminò miseramente.

Ma l’opera più famosa del Negri è la tragedia intitolata _Libero

arbitrio_, 1546, poi 1550, poi in latino 1559. È un’azione drammatica,

alla quale sono intessute le controversie religiose. Ne diamo l’analisi

negli _Eretici d’Italia_.

Vuolsi che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato in

Isvizzera e portato a Bassano; ma per quante ricerche ne facessimo,

non poterono esserci additate che due lettere, tra quelle onde il

Baseggio arricchì quella biblioteca; una di nessun interesse, l’altra

da Strasburgo il 5 agosto 1530 al M. R. maestro Paolo Rossello di

Padova, ove gli parla del molto che, dopo spatriato, ebbe a soffrire

per Cristo; e come la quaresima precedente si fosse recato incognito

a Venezia e in altri luoghi d’Italia, ove trovò «diversi fratelli,

alli quali narrai (dic’egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto

dell’Evangelio. Li nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai

con prè Alovise dei Fornasieri de Padoa, olim in monachata chiamato

d. Bartolommeo. In Padoa parlai con pré Bartolommeo Testa, al quale

lassai el benefizio mio, che al presente è maestro de casa de monsignor

Stampa. Deinde in una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver

quattro miglia, il nome della quale al presente non mi soccorre,

parlai per dui giorni copiosamente cum pré Marino Gujoto, qui quondam

monachus, dicebatur d. Pietro de Padoa. Ultimo loco, a Brescia ragionai

cum d. Vincenzo di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque

potrete intender tutto». Dategli poi le nuove di Germania, conchiude:

«Non potiamo se non aspettar qualche gravissima croce. _Orandum

sine intermissione nobis ac vobis est, ut Dominus ipse negotium

suum defendat._ In Venezia non potei parlar con frate Alovise, come

desiderava, imperciocchè l’era andato a star a Treviso, prout mi disse

sua madre. Altro non mi occorre se non instantissimamente pregarvi che

vui et gli altri fratelli cristiani preghino _enixissime_ Dio per nui».

Era agostiniano, non benedettino come dicemmo noi sulla fede del _Nuovo

Dizionario istorico_, pubblicato in Bassano il 1796, dov’è un esteso

articolo su questo apostato. Abbiam cercato notizie delle persone

nominate in questa lettera; ma solo potemmo raccogliere dal sullodato

signor Baseggio che il Fornasiero era agostiniano e bassanese, come

anche il Testa; fuggirono di patria nè più se ne seppe; nè si potè

raccapezzare la corrispondenza ch’essi tenevano collo Spiera di

Cittadella; la cui storia fu tradotta in latino, non dal Vergerio, ma

dal Negri.

[312] Vuolsi ricordare con lode la sua opera _De methodo, sive recta

investigandarum tradendarumque scientiarum ratione_ (Basilea 1558),

ove, lasciando la dialettica ordinaria, propone un nuovo metodo di

giungere al vero collo scomporre e ricomporre più volte la cosa, e

sotto aspetti diversi esaminarla, salendo dal noto all’ignoto.

[313] Vedi _Lettere d’uomini illustri conservate nel regio archivio di

Parma_, 1853. In questo vi ha di molte lettere concernenti il Vergerio.

[314] Ivi, 4 aprile 1545. Tutti capiscono che allude alla violenza

di Pierluigi contro il vescovo di Fano, riferita dal Varchi al 1537.

Ora, ben otto anni dopo, il Casa dubita che il papa possa averne avuto

sentore: il che per lo meno smentisce la bolla che si vorrebbe avesse

egli stesa per assolverlo. Del resto il fatto medesimo vien impugnato

con buone ragioni dall’AMIANI, _Memorie di Fano_, vol. II, p. 149.

* Nel 1856 a Brunswick fu pubblicata una monografia di Pier Paolo

Vergerio da C. H. Sixt (_P. P. Vergerius papstlicher Nunzius,

katholischer Bischof, und Vorkämpfer des Evangeliums: eine

reformationsgeschichtliche Monografie_) col ritratto e quarantaquattro

lettere originali; e Findel ne fece un compendio popolare.

Si ha un _Catalogus hæreticorum_ dell’Arcimboldo, con note del Vergerio

che il rendono curioso.

[315] Così Celio Curione nel proemio alle _Cento considerazioni divine_

del Valdes napoletano. Credonsi del Vergerio le «Due lettere d’un

cortigiano, nelle quali si dimostra che la fede e la opinione di Roma

è molto più bella e più comoda che non è quella dei Luterani. Terza

lettera d’un cortigiano, il quale afferma che a suo parere la messa

del papa è più bella che la comunione che si fa in alcun loco della

Germania. Quarta lettera d’un cortigiano, nella quale gli si dice che

si comincia ad accorgere che la dottrina ch’ei chiama la luterana sia

la buona e la vera, e che quella del papa sia la corrotta e la falsa».

Tutte ironie, che giravano per Italia; e a Pavia si riprodusse nel 1550

dalla stamperia Moscheno il _Latte spirituale, col quale si debbono

nutrire ed allevare i figliuoli de’ Cristiani a gloria di Dio_, opera

forse del Vergerio, comparsa l’anno avanti a Basilea. Vedi _Apologia

pro P. P. Vergerio adversus J. Casam_. Ulma 1754.

[316] BAYLE, _ad Theod. Simon._

[317] Lo fecero principalmente lo Schelhorn e il Gerdes. Di Vittoria

Colonna adduceano il _Pianto della marchesa di Pescara sopra la

passione di Cristo_, e l’_Orazione sopra l’Ave Maria_. Aldo 1561.

Vedasi LEFEVRE DEUMIER, _Vittoria Colonna_, Parigi 1856, libro di poco

merito.

* Un nuovo eretico pretese regalarci ultimamente Sigwart, dimostrando

la relazione fra le dottrine di Zuinglio e quelle di Pico della

Mirandola (_Ulrich Zwingli; der Karakter seiner Theologie mit

besonderer Rücksicht auf Picus von Mirandula dargestellt._ Stuttgard

1855).

[318]

_Cum casum miseratus ille magnus_

_Carapha, Italiæ decus Carapha_

_Ad cœlum geminas manus tetendit_

_Multis cum lacrymis Deum salute_

_Orans de mea: et ecce acerba fugit_

_Febris, et lateris dolor, refectæ_

_Vires, etc._

Nello SCHELHORN, vol. II, è una dissertazione _De religione M. Antonii

Flaminii_. Nel _Giudicio sopra le lettere di tredici uomini illustri

pubblicate da M. Dionigi Atanagi_ (Venezia 1554), opera forse del

Vergerio, si legge che il Flaminio «solo tra questi ebbe qualche

gusto e cognizione di Cristo e della verità, ma non in tutti gli

articoli, perocchè Dio non scopre e non rivela tutti i suoi tesori ad

un tratto, ma a parte a parte. Certa cosa è che, se il Flaminio intese

la giustificazione per la sola fede in Cristo e la certezza della

salute nostra, egli o non intese la materia dell’eucaristia, o non ebbe

ardimento di dirla come sta». E riferite le discrepanze, soggiunge: —

Questo guadagno almeno facciam noi di quella lettera flaminiana, che,

avendo esso dimostrato dissentire da noi in questi punti, e non detto

di dissentire ove noi neghiamo esservi la transustanziazione, e quella

oblazione doversi applicare per vivi e per morti, e dove anche neghiamo

la Cena doversi dividere, il che fanno i papisti, quando ai laici non

danno la spezie del vino, in questi tre punti almeno esso Flaminio ha

dimostrato di tenere che noi abbiamo ragione; e credo io che, se egli

fosse vivuto, sarebbe eziandio in tutti gli altri corso più avanti ed

entrato nelle opinioni nostre; e credo di più che, chi avesse potuto

veder il secreto del suo cuore, avrebbe veduto che già v’era entrato».

Induzione assurda, eppure abituale.

[319] Vedi BAYLE, _Dictionnaire critique_.

[320] BAYLE, in _Gribaldi_; GERDES, pag. 276; NICERON, _Mémoires des

hommes illustres_, tom. XLI. p. 235.

[321] _De hæreticis quo jure quove fructu coërcendi sunt gladio vel

igne, dialogus inter Calvinum et Vaticanum_: e senza nome d’autore nè

di stampatore, ma credesi di Lelio Socino.

[322] Andrea Wissovatius, suo nipote, pubblicò le opere di lui nella

_Bibliotheca fratrum polonorum_ 1636, 6 vol. in-fol.

[323] Bayle corregge moltissimi errori del Varillas e del Mainbourg in

proposito di esso, ma cade in molti altri. Vedi MALACARNE, _Comm. delle

opere e delle vicende di Giorgio Biandrata_. Padova 1814.

Dalle corrispondenze di Biandrata conosciamo un Giambattista Puccini

lucchese, dalla regina Bona spedito a Isabella d’Ungaria come

cancelliere, in surrogazione del Savorgnano; Lodovico Biandrata

fratello di Giorgio, protonotaro apostolico, e segretario di Enrico di

Valois re di Polonia; Giambattista Castiglioni milanese, marchese di

Cassano, che secondò Ferdinando d’Austria nelle guerre contro i Turchi,

ebbe alte cariche alla corte imperiale, e da Filippo II di Spagna era

destinato vicerè in Francia contro gli Ugonotti, quando morì a Milano,

e volle esser sepolto senza pompe. Di che vedi NATALE CONTI, _Historiæ

sui temporis_, al 1551.

[324] Calvino lo taccia di barbaro stile, senza troppa ragione.

[325] GIAMBATTISTA GASPARI, _De vita... Francisci Pucci Filidini_,

nella raccolta Calogeriana, tom. XXX. Venezia 1776.

[326] _Contentiosi sunt, et inquieti; ex quacumque re lievissima rixam

movent, ne doceri a quoquo sustinent, nec a sua pervicacia remittunt;

unde nobis sunt oneri._ COMANDER.

[327] Questi fatti risultano dalla storia affatto ostile del Llorente.

Hefele di Tubinga, nella bella monografia del Ximenes, li svolge

largamente e conchiude che «nella storia dell’Inquisizione di Spagna,

la santa Sede compare protettrice de’ perseguitati, come fu in ogni

tempo». Il protestante Schroeckh, nella _Storia ecclesiastica_, si

meraviglia che il papa abbia consentito questa trasformazione d’un

tribunale ecclesiastico in secolare, da lui indipendente. E Ranke,

protestante anch’egli, disapprovando la storia del Llorente, scritta

per favorire re Giuseppe Buonaparte contro le libertà basche e le

immunità ecclesiastiche, dice che da quella appare come il Sant’Uffizio

fosse una giustizia regia sotto divise ecclesiastiche; tantochè il

cardinale Ximenes nicchiando a ricevere nel consiglio un laico nominato

da Ferdinando, questo gli rispose: — Non sapete che quest’Uffizio non

tiene la giurisdizione se non dal re?»

Il gagliardissimo pensatore Giuseppe De Maistre fece l’apologia

dell’Inquisizione spagnuola, non tanto dal punto di diritto, come

dall’essere stata un minor male, risparmiando alla Spagna que’ torrenti

di sangue che la Riforma e le discordie civili conseguenti costarono

al resto d’Europa. Dicendo _apologia_ ho usurpato un luogo comune de’

retori; ma del resto egli medesimo, per quant’ardito, non osando quasi

pronunziarlo in testa propria, fa dire da _taluno_ che «il Sant’Uffizio

con una sessantina di processi in un secolo ci avrebbe risparmiato lo

spettacolo d’un monte di cadaveri che sorpasserebbe l’altezza delle

Alpi, e arresterebbe il Reno e il Po.

Sant’Agostino disapprovò affatto le persecuzioni contro i dissidenti;

ma poi nelle _Ritrattazioni_, lib. II. c. 5: — Ho fatto due libri

contro i Donatisti, ove dissi non piacermi che, per forza secolare,

i scismatici siano violentati alla comunione. Per verità allora mi

spiaceva, perchè non ancora avevo provato a quanto male ardisca

l’impunità, nè quanto a mutare in meglio valga la diligenza del

castigo». E nel trattato 11 in _Joann._ nº 14: — Vedete che cosa fanno

e che cosa soffrono: uccidono le anime, e son afflitti nei corpi;

producono morti sempiterne, e lagnansi di soffrirne di temporali».

Il Forti nelle _Istituzioni civili_, lib. II. c. dice che

«l’Inquisizione puniva non l’azione esterna, non la manifestazione

pubblica delle opinioni, ma il pensiero dell’animo; ed _in questo_

veramente eccedeva al di là dei confini d’ogni giurisprudenza». Sarebbe

stato opportuno ci avesse detto come conosceva essa il _pensiero

dell’animo_.

[328] Chiamavansi così le esecuzioni contro i condannati

dall’Inquisizione, perchè la maggior parte ne passava in assolvere

gl’imputandi, facendoli ricredere e recitare l’atto di fede; e spesso

non bruciavasi se non la candela che tenevano in mano. Llorente cita

un auto da fe del 1486 a Toledo, con settecentocinquanta condannati,

ma nessuno a morte; e un altro di novecento, pur senza morti; in uno,

tremila trecento furono condannati, di cui ventisette a morte; ma

si avverta che, oltre l’eresia, erano di competenza del Sant’Uffizio

i peccati contro natura, la seduzione in confessione, la bestemmia,

i ladri di chiesa, gli usuraj, perfino il contrabbando di cavalli e

munizioni al nemico in tempo di guerra.

Dalla tolleranza dei nostri fratelli aspettiamo d’essere anche noi

tacciati di difensori del cavalletto e del rogo: noi.

[329] Verso il 1574 Mureto scriveva d’Italia all’illustre storico De

Thou, _Qu’il était esbahi qu’il se levât qu’on ne lui vint dire qu’un

tel ne se trouve plus; et si l’on n’en oserait parler._

[330] _Il Compendio della Santa Inquisizione._

[331] Vedi _Breve informatione del modo di trattar le cause del

Sant’Uffizio per li molto reverendi vicarj della Santa Inquisizione di

Modana_; e altri da noi citati a pag. 348.

[332] Di là, l’8 agosto 1555, scriveva una lettera a una madonna

Cherubina, dipingendo i guaj che dovè patire nell’assedio di quella

città, ed esortandola alla fede in Dio e nel Vangelo; sempre abbondando

di citazioni scritturali e di pietà: — Pregate ancora per noi, com’io

faccio per tutti i Cristiani che sono in Italia, che il Signore

ci faccia costanti acciocchè possiamo confessarlo in mezzo della

generazione diversa... Qui il padrone è sempre il primo andare alla

predica: di poi ogni mattina chiama tutta la sua famiglia, ed in sua

presenza si legge un evangelio ed un’epistola di san Paolo, ed esso,

postosi in ginocchioni con tutta la sua corte, pregano il Signore.

Bisogna poi che, casa per casa, ciascheduno de’ suoi sudditi gli renda

ragione della sua fede, eziandio le massare, acciocchè ei veda come

fanno profitto nella religione, perchè dice che sa bene che, se non

facesse così, esso sarebbe obbligato a render ragione di tutte le anime

de’ suoi sudditi. Io vorrei che tutti i signori e principi fossero

tali. Il Signore vi dia fede e vi accresca nella sua cognizione, perchè

di continuo noi dobbiamo pregare di crescere in fede». O. Moratæ Opera,

Basilea 1580, pag. 212.

Altre donne favoreggiarono la Riforma: Manrica de Bresegna napoletana,

Lavinia Orsini della Rovere, Maddalena e Cherubina della casa stessa,

Elena Rangone Bentivoglio, Giulia Gonzaga contessa di Fondi, a cui

Valdes dedicò i suoi _Commenti sui salmi_...

[333] Nel 1553 Paolo Palazzo cantore, propenso ai Luterani, fu tratto

in carcere a San Domenico, e dopo alquanti giorni liberato per favore

di molti. Nel 1557 l’inquisitore carcerò Matteo Dordono e Innocente

Nibbio notaj, che pentiti, fecero pubblica ammenda e penitenza,

e tornarono con gran disonore a casa. Taddeo Cavalzugo citato per

luterano, fuggì a Ginevra, sicchè fu bandito. Prete Simone, vissuto

seco lungamente e arrestato, cercando fuggire di carcere si ruppe una

coscia, e dovette far penitenza de’ suoi errori. Alessandro Cavalgio

fu preso per aver tratto di convento una sorella e maritatala. Altri

assai nobili si scopersero fautori dell’eresia, e ne pagarono il fio;

molti esularono, e i loro beni furono dati al principe. Nel 1558,

prete Riccio, che avea conversato, mangiato, bevuto con Luterani

e ajutatili a fuggire, s’un palco fu sferzato dall’inquisitore frà

Valerio Malvicino e dovette palesare quanto avea operato contro i

decreti del sommo pontefice: seco due altri cittadini: Giuseppe de’

Medici pure sferzato, confessò quanto avea creduto e fatto contro la

cattolica fede: e un notajo Giuseppe di avere scompisciato la pila

dell’acquasanta, ferito di spada le immagini e le braccia e coscie di

San Rocco.

_Memorie di Piacenza_, vol. IX, pag. 277 e 344, ove però non sono

date che le iniziali, avendo temuto il Poggiali far torto a’ loro

discendenti. Il Corvi parla di altri processati per luterani e che

abjurarono o furono puniti.

[334] Scriveva al Gonzaga signor di Guastalla: — Jeri sera, per

commissione del cardinale Alessandrino (_Ghislieri_), furono pigliati

tutti i miei libri e notata ogni minima mia polizza. Questo non m’è

grave, venendo la commissione da quel dabbene e religiosissimo signore,

e dal santissimo tribunale dell’Inquisizione; ma ben mi doglio che

gli ne sia data occasione da alcuni maligni ed invidiosi miei emuli».

TIRABOSCHI, vol. XII, p. 1712. Io ho pubblicato il processo del Morone.

[335] _Vita di Sisto V_, part. I. l. III.

[336] GIANNONE, lib. XXXII, c. 5.

[337] Manoscritto all’anno 1571.

[338] MAZZUCHELLI, _Scrittori d’Italia_.

[339] Nello SCHELHORN è una lettera di Aonio Paleario a Lutero,

Melancton, Calvino, Butzer, dissuadendoli dall’accettare la

convocazione del concilio, e mostrando quanta premura v’abbia il papa:

_Pontifex qui id ætatis non satis firma est valetudine, ne nocturnum

quidem tempus sibi ad quietem relinquit; magnam copiam consultorum

habet, quibuscum ad multam noctem sermonem producit; interdum autem

jurisperitos, aut usu rerum probatos, aut astutos homines, addite autem

si vultis improbos, consulit... advocat, orat atque obsecrat ut in

communem curam incumbant._

Del libro attribuito al Paleario, _Del beneficio di Cristo crocifisso_,

dapprima diffuso come di retto sentire, poi severamente proibito, si

moltiplicarono le edizioni e le traduzioni in tutte le lingue: eppure

asserivansi distrutte tutte le copie, quando ne fu trovata una nella

biblioteca di Cambridge, e ristampata il 1856 a Londra per cura di

Churchill Babington con una traduzione francese e una inglese del

secolo XVI: e gran rumore ne fan oggi principalmente i Tedeschi.

Il Paleario stando professore a Milano, propose a due suoi allievi di

combattere e di difendere la legge Agraria. Abbiamo a stampa la tesi

colla traccia data da lui, e le due declamazioni di Lodovico Raudense e

di Carlo Sauli; uno che fa da Tiberio Gracco, l’altro da Marco Ottavio.

Milano 1567.

[340] Alla stamperia dei Giunti lavorò Francesco Giuntini fiorentino

(1522-90) carmelitano, che scrisse d’astrologia, poi apostatò in

Francia, poi ravvedutosi fece pubblica abjura in Santa Croce di

Lione. Quivi stette correttore di stampe, ma guadagnò con una banca

sessantamila scudi, di cui tremila lasciò ai Giunti; ma sepolto

sotto le ruine della propria biblioteca, di tal somma non si rinvenne

traccia. Fu balzano e libertino, e il Possevino non crede guari alla

sua ritrattazione; pure allo _Speculum astrologiæ_ antepose una lettera

diretta ai vescovi e agl’inquisitori protestando _Ego revoco et tamquam

a me nunquam dictum volo_ ciò che avea scritto contro la Chiesa.

Da un Giunti fiorentino, stabilitosi a Troyes in Sciampagna, nacque

nel 1540 Pietro De Larivey, il primo che scrivesse commedie in Francia,

e nella ristampa fatta il 1855 si attesta l’efficacia di lui sopra il

teatro francese, specialmente sopra Molière, e si mostra quanto abbia

tratto da’ nostri. Tradusse pure le _Notti facete_ dello Straparola.

[341] È poc’altro che una revisione di quella del Brucioli la _Bibbia

novamente tradotta da la hebraica verità in lingua toscana_, per

maestro Santi Marmochino fiorentino dell’ordine dei Predicatori

(Venezia, Giunti 1538 e 46). Anche Filippo Rustici lucchese apostato, a

Ginevra fece o rivide una versione della Bibbia sopra i vulgarizzamenti

del Vatable, del Pagnini, del Brucioli.

[342] Il residente veneto ai 27 settembre 1567 scriveva alla Signoria:

— Fu fatto domenica l’atto solenne della Inquisition nella Minerva,

con intervento di tutti i cardinali che qui si trovano, segondo che

sua santità nel concistoro precedente li haveva esortati, eccetto che

il cardinale Boncompagno, che non vi volse andar per rispetto d’un

suo nepote che doveva abjurar. Ed un altro cardinale anchora prese

licentia dal papa per andar fuori della terra, per non si ritrovare,

dubitando di poter essere da tutti riguardato, per rispetto della

stretta amicitia e conversation che havea avuta col Carnesechi,

che dovea comparer tra condannati. Forono i rei diecisette, de’

quali quindici si sono abjurati, restando condannati, chi serrati

in perpetuo fra dui muri, chi in prigion perpetua, chi in galea

perpetua, o per tempo, et alcuni appresso in certa somma di danari

per la fabrica, che s’ha da far d’un hospital per li heretici, et

tra questi vi sono stati sei gentil’homeni bolognesi; ma li altri

dui sono stati remessi al fôro secular, e conseguentemente destinati

alla morte et al foco: l’uno di loro è da Cividal di Bellon, frate

di san Francesco conventuale, maestro di theologia, condannato come

relasso, e l’altro il Carnesechi, incolpato di aver tenuta già lungo

tempo continuamente la heresia di Lutero e de Calvino, e d’aver più

volte ingannato l’officio della Inquisitione, fingendo di pentirsi,

ma in fatto essere stato sempre impenitente e pertinace, et in fine

d’haver havuto stretta conversatione et intelligentia con heretici e

sospetti d’heresia, scrivendo loro spesse volte, ed agiutandoli con

denari. E tra sospetti di heresia si è nominato qualcuno, che è morto,

del quale universalmente si ha già avuta ottima opinion di bontà e

santità, ma pare che si abbia premuto assai in tassar la corte del

cardinal Polo, non havendo rispetto di nominar alcuno, con intention

principalmente di far parer che con qualche causa Paulo IV havesse

cercato di procedere contro di lui e contra i suoi dipendenti, e per

tassar anco con questo forse qualche cardinale. Così è passato questo

atto di inquisitione, sopra ogn’altro che s’abbia fatto notabile.

E il Carnesechi, al qual per maggior infelicità è occorso di essere

stato condannato dinanzi la sepoltura di papa Clemente VII che sopra

ogn’altro lo haveva caro e favoriva, fò vestito di fiamme, come si

usa, insieme col frate, e condotto alla sagrestia a desgradar, e poi

menato in torre di Nona pregione, dove anchora si ritrova per esser

quest’altra settimana giustiziato. Hanno i cardinali dell’Inquisitione

fatta ogn’opera per salvarli la vita, ma, come dicono, egli in

pregione anchora dimostrandosi impenitente, ha scritto fuori lettere

per avertir altri sui complici, et ha negata ogni verità, anchor che

chiarissima, lasciandosi convincere sempre colle proprie lettere sue,

onde sono stati astretti far questa sentenza. Si desiderava ch’egli

non morisse, per rispetto di dar qualche satisfattion al duca di

Fiorenza, che lo diede a sua santità, e si saverìa che la regina di

Franza, ricognoscendo in parte da lui la sua grandezza, desiderava la

sua salute, se ben ha avuto rispetto di domandarla; ma egli ne’ suoi

costituti ha avuto a dire, che la regina dovea ricercar la serenità

vostra che intercedesse per lui. Delle entrate de’ sui benefizj già

riscosse, o che si devono riscuoder fin questo dì, le quali dicono che

importano circa cinquemila scuti all’anno, sua santità in gratification

del duca di Fiorenza ha fatto grazia alli sui parenti. Ma li beneficj

che vacano, che sono principalmente due buone abbadie, l’una nel reame

di Napoli, e l’altra nel Polesine, sua santità non ha voluto in modo

alcuno conferir.....

«Mercor fò qui giornata per diversi accidenti assai notabile. Perciò

che la mattina per tempo fò tagliata in ponte la testa al frate di

Cividal et a Carnesechi, e l’uno e l’altro poi abbrusciato. Morite

il frate di Cividal assai disposto; ma se ’l Carnesechi havesse

dimostrato perfetto pentimento, haverìa salvata la vita, che tale era

la inclination del pontefice e dei cardinali della Inquisitione. È

stato egli tanto vario nel suo dir e forse nel suo creder, che egli

medesimo in ultimo confessò non aver satisfatto nè alli heretici, nè

alli cattolici... Fu fatto domenica passata l’atto della inquisitione

nella Minerva con la presentia di ventidue cardinali. Sono stati

quattro impenitenti condannati al fuoco, uno dei quali pentitosi

quando era per esser giustiziato, hebbe gratia della vita, altri dieci

sono abjurati e condannati a diverse pene, e fra questi Guido Ginetti

(Zanetti) da Fano, che fu già mandato qua da Venetia, il quale è stato

forse venti anni immerso nelle heresie, et ha avuto parte in tutte le

sêtte, è stato condannato in prigion perpetua, e li è stata salvata

la vita, parte perchè dicono che per lui si ha havuto notizia di molte

cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si

può haver per relapso, se ben ha continuato nell’errore tanti anni,

e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima

volta».

[343] Quali Giovanni, Carlo e Alessandro Diodati; Burlamachi Federico e

il famoso Gian Giacomo; Gian Lodovico Calandrini; Benedetto, Francesco,

Michele, Gian Alfonso, Samuele Turrettini, Vincenzo Minutoli; Giacomo,

Bartolomeo e Francesco Graziano Micheli; Gian Lodovico Saladini. Dai

Turrettini scesero molti uomini rinomati, e principalmente Giovanni

Alfonso, che si fece ammirare viaggiando per Europa, come uno de’

luminari della Chiesa riformata, e procurò conciliare le dissidenti.

[344] RAYNALDI, _ad annum_ 1562. Una riformagione del 1270 contiene i

nomi di essi banditi, che sono Giofredo di Bartolomeo Cenami, Nicola

Franciotti, Giuseppe Cardoni, Salvatore dell’Orafo, Antonio fratello

di Michelangelo Liena, Gaspare e Flaminia Cattani, Cesare di Vincenzo

Mei, Benedetto di Filippo Calandrini, Michele di Francesco Burlamachi,

Giuseppe Jova, Lorenzo Alò Venturini, Marco di Clemente di Rimino.

Fra gli apostati indicheremo qui Nicola Balbani di Lucca, che nel 1581

stampò a Ginevra la vita di Antonio Caracciolo (p. 477), la quale da

Vincenzo Minutoli fu tradotta il 1587 in latino e in inglese, e molto

si diffuse.

[345] Su di ciò vedi il tom. XII dell’_Archivio storico italiano_.

[346] La scritta dice: _Alexander papa III, Federici I imperatoris

iram et impetum fugiens, abdit se Venetiis. Cognitum et a senatu

perhonorifice susceptum, Othone imperatoris filio navali prœlio a

Venetiis victo captoque, Federicus pace facta supplex adorat, fidem et

obedientiam pollicitus. Ita pontifici sua dignitas venetæ reipublicæ

beneficio restituta_ MCLXXVII. Quest’ultima frase fu tolta quando

nacquero dissidj colla repubblica veneta.

[347] Una bella vita del cardinale Comendone fu scritta in latino da

A. M. Graziani (Parigi 1669) e subito tradotta in francese da Spirito

Fléchier, il quale dice che «la corte romana non ebbe mai ministro

più illuminato, più attivo, più disinteressato e fedele: condusse a

termine con rara perizia negoziati rilevantissimi in tempi difficili;

procacciossi l’amicizia de’ principi senza condiscendere alle passioni

e agli errori di essi; infaticabilmente adoprò ad assodar la fede e la

disciplina della Chiesa, e con senno e fermezza si oppose al torrente

delle nascenti eresie».

[348] Molte volte non potendo i padri accordarsi sull’espressione di

qualche articolo, gli davano solo la forma negativa, condannando cioè

una proposizione: nel qual caso non si possono voltar in positive,

giacchè il riprovare un’asserzione non implica che si tenga vera la

positiva opposta.

[349] Per esempio, trovava:

_Ad cœnam agni providi_

_Et stolis albis candidi_

_Post transitum maris Rubri_

_Christo canamus principi._

_Cujus corpus sanctissimum_

_In ara crucis torridum_

_Cruore ejus roseo_

_Gustando vivimus Deo._

Esso toglie le oscurità e le assonanze, e fa:

_Ad regias agni dapes_

_Stolis amicti candidis_

_Post transitum maris Rubri_

_Christo canamus principi:_

_Divina cujus charitas_

_Sacrum propinat sanguinem,_

_Almique membra corporis_

_Amor sacerdos propinat._

[350] Tito Prospero Martinengo di Brescia (-1595) collaborò alla Bibbia

Sistina, oltre rivedere le edizioni di san Girolamo, del Grisostomo e

d’altri. Marco Marini suo compatrioto (-1584) lasciò una _Grammatica

linguæ sanctæ_.

[351] Fu posta all’Indice da Gregorio XIV, ed è una rarità

bibliografica.

[352] Che Paolo Manuzio ne rivedesse lo stile è negato dal Lagomarsino,

il quale vuol redattori pel latino Muzio Calino, e i milanesi Pietro

Galesino e Giulio Pogiano. Vuolsi pur memorare la _Summa doctrinæ

Christianæ_ del gesuita Canisio, molto adoprata ancora in Germania.

[353] L’assemblea del clero di Francia nel 1657 fece ristampare e

diffondere a sue spese le _Istruzioni di san Carlo_.

[354] _Questa è la regola per la compagnia dei servi dei puttini

di charità, che insegna le feste ai puttini et puttine a leggere et

scrivere et li boni costumi, gratis et amore Dei_, 1565. Chi ama la

storia del retto insegnamento, ponderi questo libriccino.

[355] Editti del 7 marzo 1579, e del 13 novembre 1574.

[356] Egli avea vietato che nessuno, predicando, dicesse il giorno

del fine del mondo: _ne certum tempus antichristi adventus et extremi

judicii diem prædicent; cum illud Christi Domini ore testatum sit,

non est vestrum nosse tempora vel momenta_; Act. pag. 3. Pure nel V

concilio provinciale dice: _Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel

dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinationesve homines

adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res

plena impietatis ac propterea gravius detestanda; itaque, ut a tanto

tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excommunicationis

latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti

sint_. De’ processi suoi per stregherie parlammo a pag. 352: fatti

speciali, la cui colpabilità non può asserirsi se non dopo esaminato

ciascuno, e veduto quanto si peccasse contro la carità e abusando di

oggetti sacri. D’altra parte, anche posto impossibile il delitto, il

tentarlo palesa malvagità, e può punirsi come l’attentato fallito. Una

difesa dell’Inquisizione, quale oggi può farsi, vedi in TAPPARELLI,

_Saggio teoretico_, XCIII.

* Le penitenze non le pose soltanto nel rituale, ma le voleva eseguite.

È nell’archivio arcivescovile una sua lettera del 6 maggio 1569, dove

ordina che Giacomo Riva di Calenico e Margherita de Filippi di Tonza

in val di Blenio, che avean avuto ardire di coabitare prima d’essere

benedetti dal curato «tutte le domeniche d’un anno continuo stiano

ambedue su la porta della chiesa con una corda al collo e con una

candela accesa in mano mentre si dirà la messa, e il sacerdote che

dirà la messa avvisi il popolo della causa perchè si fa far loro questa

penitenza, che è per l’inobedienza predetta».

[357] I signori Svizzeri, saputolo, spedirono un ambasciadore a Milano

perchè quel governatore richiamasse il cardinale. L’ambasciadore

scavalcò in casa d’un mercante compatrioto; ma prima che presentasse le

credenziali, l’Inquisizione l’arrestò. Il mercante informò del successo

il governatore, che fece rilasciar l’ambasciadore e onorollo: ma gli

Svizzeri, appena udito il fatto, mandarono intimare avrebbero arrestato

il cardinale, che per lo meglio si ritirò.

[358] Del De Vio, di cui parlammo nel tom. IX, p. 329, conosciamo un

opuscolo _De Monte Pietatis,_ Roma 1515, diretto a Leone X, contro i

monti di pietà quando se ne trattava nel concilio Lateranese; e mostra

che _nullo modo injustitiæ macula abest a capitulis montis hujus; et

etiam quocumque alio modo casos formetur, justitia et æqualitas non

servatur_. In quell’età molto disputossi sulla moralità di siffatta

istituzione, in grazia della dottrina che condannava il ricavar

interesse dal danaro.

[359] _Decreta generalia in visitatione Comensi edita_. Vercelli 1579,

e Como 1618.

[360] Vedi MUTINELLI, _Storia arcana_. Nelle visite alla parrocchia

di San Cassiano a Venezia attorno al 1570, riportate dal Galliccioli,

appare molto comune la scostumatezza de’ preti, ordinandosi ogni tratto

agli uni di far penitenze per peccati commessi, ad altri d’abbandonar

pratiche, di non bazzicare meretrici; chi non sapeva il latino, chi

dava pubblici scandali, chi giocava. Nel carteggio dell’ambasciadore

veneto a Roma sotto il 30 novembre 1585 leggiamo: — Il pontefice è

stato informato da diversi che molti delli monasteri di Venezia e della

diocesi di Torcello sono in uno malo stato, e ridotti alcuni di loro a

pubblici postriboli; e ha detto di volervi provvedere».

[361] Vedi pag. 421. Nel 1563 viaggiò in Italia Filippo Camerario,

illustre dotto tedesco, il quale descrisse quel viaggio giorno per

giorno, più fermandosi sulla parte materiale. Sparla del Regno,

allegando il proverbio «il Napolitano è un delizioso paradiso, ma

abitato da diavoli», e si meraviglia come il re di Spagna da paesi

tanto feraci tragga o nulla o pochissimo, dovendo spender tutto nel

frenare i sudditi e respingere i Turchi. Descrive i fenomeni del

tarantismo: e che spesso all’entrare in una città eran obbligati

deporre le armi e le pistole, ricuperandole poi all’uscita; del che

non sa trovar la ragione, massime che v’ha osterie dove si è più in

pericolo che sopra alcune strade di Lombardia e di Toscana. A Roma

fa il solito piagnisteo sulla diversità dall’antica; ma soprattutto

decaduti gli sembrano gli uomini, la più parte ignari fin delle

lettere. «Poeti, filosofi, oratori v’ha per certo, ma tali che non

vorresti udirli: chiaman poeti certi ciarlatani che cantano per le

strade versi lascivi; filosofi che tutto attribuiscono alla natura,

o secondano le voluttà; oratori che mai non lessero Cicerone nè

Demostene, ma arringarono una o due cause». Quivi di peggio gli toccò,

poichè sul partire l’Inquisizione lo colse, e gittò in orrenda carcere,

ove stava da un anno Pompeo De Monti barone napoletano, reo d’uccisioni

e d’incendj, ma allora imputato d’eresia. Il Camerario si confessò

luterano, onde cercarono trarlo alla nostra Chiesa: il gesuita Canisio

gli procurò agevolezze, e gli dava libri per convertirlo: e se il

domenicano frate Angelo il vessava, usavagli ogni cortesia il dottor

Donato Stampa milanese: un Cencio carceriere lo salvò da insidie e

veleni, un medico umanissimo l’assisteva, un ignoto gli offerse denaro

pel ritorno. Egli medesimo ne stese una _relatio vera et solida_ per

dimostrare come Dio, per mezzi insperati, campi i suoi dalle mani

de’ nemici, e liberi dalle calunnie. Suo inquisitore era stato il

Ghislieri, e perciò gli si avventa accannito.

[362] L’ambasciadore veneto, in agosto 1566, assistette a una cena

di Pio V: «Mangiò quattro susini cotti con zuccaro: quattro bocconi

di fiori di boracina acconci in salata da lui medesimo; una minestra

d’erbe; dui soli bocconi d’una fortaja fatta con erbe, e cotta in acqua

solamente senza olio e senza onto sottile; cinque gamberetti cotti in

vino; e dopo pasto tre bocconi di pero o persico cotto, con che finì la

cena; nè altra vivanda fa portata in tavola. Bevve due volte, ma tanto

quanto comunemente un altro beve in una sola».

Lo spaccio 15 aprile 1570 d’esso ambasciadore dice: — Il Pistoggia,

ch’è un predicatore molto famoso dell’ordine delli Cappuccini, e grato

al papa, perchè lo ha per homo molto dabbene e catholico, ritornato

ultimamente in Roma, è stato introdotto a sua santità, alla quale da

poi che hebbe basciato il piede e dato conto dove havea predicato,

disse ch’era sforzato inanti sua santità gridar sempre _misericordia,

misericordia_, perchè vedeva tante anime andar in perditione in poter

d’infedeli et in mano di cani, e ch’essendo lei vicario di Jesu-Christo

in terra, toccava a lei la cura di queste anime, e che le saria

dimandato ragione d’esse da Dio perchè non li usava misericordia. E

che vedeva bene ch’ella era pronta alla giustitia, e che ogni giorno

faceva impiccare e squartare hora uno, hora un altro; ma che doveva

ricordarsi che, per un luogo della Scrittura che nomina Dio giusto,

ne sono dieci che lo nominano misericordioso; onde volendo imitar Dio,

come è debito suo, doverà più esser sollecita in ajutare e sostentare,

e defendere le anime che vanno in perditione per la potenza dei Turchi,

che in castigare per giustizia li scelerati. E le considerò molti

vescovi antiqui che havevano messi se stessi in potere delli nemici

per liberare altri, e fra li papi moderni Calisto, Pio, Innocentio, che

venderono li beni delle chiese per far guerra contro li Turchi. Disse

molte cose in questo proposito con gran libertà per un gran spacio:

et il pontefice, benchè si sentisse trafitto, però non mostrò d’haver

niente a male di quello che diceva. Ma poi ch’ebbe finito, disse

con un gran sospiro che egli diceva il vero in ogni cosa, ma che non

sapeva li travagli in che si trovava; ch’era in un papato poverissimo e

debolissimo, et oppresso da ogni parte, et che se voleva far un bene,

haveva mille impedimenti, e non solamente da heretici e da inimici

della fede, ma da quelli che fanno professione d’amici, che con mille

modi fanno offese a Dio, e pensano d’opprimere l’autorità di sua maestà

in terra: il che le travagliava l’animo grandemente; ma che con tutto

questo sua santità gli ha pietà, e vorria ajutar tutti, se bene doverìa

castigarli; e si mostrò piena di ramarico per occasione di questa

guerra, e per il poco modo che haveva d’ajutarla.

[363] Dispaccio di Paolo Tiepolo da Roma, 16 febbrajo 1566. E vedi il

capo seguente.

[364] TIRABOSCHI, Storia letteraria, tom. VII. lib. I. c. 3.

[365] Quelle false decretali, che per lungo tempo si dissero inventate

a Roma, diffuse in Ispagna e di là nel mondo, introducendo nuovi canoni

e diritto nuovo per consolidare l’autorità dei papi a scapito di quella

dei vescovi, apparvero tutt’altro avanti a leali cercatori, protestanti

e cattolici. La prima indagine avrebbe dovuto cadere sul corpo del

delitto, e si provò che tutti ne aveano discorso senza conoscerle sia

nei testi, sia nell’unica informe edizione fattane da Merlin nel 1530.

Una esatta descrizione ne porse il dottore Phillipps; poi l’abate Migne

le stampò nel vol. CXXX della sua _Patrologia_, con una dissertazione

del dottore Denzinger professore a Wurzburg.

Risulta di là che la Spagna non le conobbe mai; che sino al secolo XI

uscente non ebbero mai autorità in Italia; a tal segno che nel 1085 il

cardinale Otto, il quale fu poi Urbano II, incontrandone primamente

alcune in un concilio tedesco, le ripudia con disprezzo; che l’opera

fu compilata in Germania, probabilmente da Benedetto Levita, cherico

dell’arcivescovo di Magonza Autcario.

Quanto al fondo, le decretali non toccarono pur un punto che già non

fosse stabilito; e scopo loro è di sorreggere i diritti de’ primati

a fronte de’ metropoliti, cioè sostenere l’indipendenza de’ vescovi,

anzichè rialzare il poter pontifizio. L’autore, tutt’altro che

ignorante e inetto, non inventò nulla, ma tolse brani e brandelli da

lettere di papi, dai codici di Teodosio ed Alarico, dalla regola di san

Benedetto, dal _Liber pontificalis_, e da altre autorità, rispettate

anche prima dell’834 in cui egli cominciò.

[366] Nella chiesa di San Gaudioso a Napoli si conserva una caraffina

del sangue di santo Stefano, che soleva liquefarsi il 3 agosto; e

riformato il calendario, non bollì più che al 13. Così fu di quel

di san Gennaro al 19 settembre: prova che quella riforma era stata

aggradita in cielo, benchè non dappertutto in terra. Il Pancirolo, al

cap. 177, _De Claris legum interpretibus_, racconta che alcuni noci,

i quali stanno secchi fin alla mattina del San Giovanni, e allora

compajono coperti di frutti e foglie, anticiparono questa meraviglia

secondo il calendario nuovo.

[367] BARONIO _ad annos_; THEINER, _La Chiesa russa_.

[368] Vedi A. POSSEVINI _Moscovia_. Vilna 1586. Marco Velser, da

Augusta il 18 aprile 1608, scrive al Gualdo a Roma: — Conta il

Possevino che in Moscovia, al suo primo arrivo in corte, gli misero

innanzi certa minestra, fatta ad uso del paese, troppo insipida;

ed avendo domandato come gli gustava, parve che per creanza non

potesse rispondere salvo che _Bene_; a che appigliandosi que’ bojari,

soggiunsero subito: _Antoni, habebis quotidie_. Nè mancarono di

attenergli la promessa fedelissimi».

È descritta l’ambasciata che nel 1656 venne da Moscovia a Venezia,

dove i Russi stupivano che la marea, abbassandosi, non menasse vie

le case, che credeano galleggianti; e supponevano che le macchine

teatrali fossero semoventi. Di quella arrivata a Venezia il 1582, vedi

MUTINELLI, _Storia arcana_.

Della parte che il Possevino ebbe nella spedizione contro i Valdesi,

rende conto in una memoria edita dallo Zaccaria nell’_Iter literarium

per Italiam_, part. II. op. VIII. Vedi la _Vita del Possevino_ scritta

da Nicolò Ghezzi.

[369] Vedine la vita, scritta dal suo segretario Agostino Bruni,

_Veterum scriptorum amplissima collectio_ tom. VI. p. 1387.

[370] GERDES, _Specimen Italiæ reformatæ_, pag. 262.

[371] _De modernis Jesuitarum moribus_, col finto nome di Filadelfo, e

la falsa data d’Ignatianopoli 1672. Il residente veneto a Roma, sotto

il 12 aprile 1567, cioè ventisette anni dopo approvata la Società,

scriveva alla Signoria: — Ha concesso sua santità a’ Gesuiti di

poter tenere fin centomila scuti di monti, appresso le altre cose che

possedono in questa città. Sono essi qui in gran numero, dipendendo

da loro principalmente il culto divino e la educazione buona della

gioventù, perciocchè tengono quattro case o palazzi principali,

due de’ quali servono per abitazione loro, dove hanno le lor chiese

mirabilmente frequentate, dove ogni giorno concorrono molte persone a

confessarsi e comunicarsi, e nelle due altre maggiori si nutriscono, e

disciplinano nella religione e nelle buone lettere più di quattrocento

giovanetti con ordine singolare sotto nome di seminario e collegio

germanico; oltre che per loro medesimi si tengono pubblicamente lezioni

in ogni sorte di professioni, da leggi in fuori, e sono da sua santità

adoperati in molte cose spettanti alla fede, da che si hanno acquistato

appresso ognuno gran nome di bontà e di dottrina».

[372] L’abbiam pubblicato noi nella STORIA UNIVERSALE, ed. VIIª,

Schiarimento Q al Libro XV. Ma il Pezzana crede (V. _dell’Affò_, pag.

63) non sia de’ Gesuiti, bensì della Compagnia del santissimo nome

di Gesù, istituita a Parma il 1542, che, oltre insegnar la dottrina

cristiana e confortare i giustiziati, avea l’obbligo «de advisare

il principe et soi gobernatori de tutti l’inconvenienti». Può farvi

riscontro la nota degli abusi che correano in Milano, sporta al re

di Spagna per parte di san Carlo, e che leggesi a p. 76 vol. II dei

Documenti circa la vita e le gesta di san Carlo. Milano 1857.

[373] Il padre Spotorno lo dichiara il primo che assennatamente

riordinasse gli studj filosofici.

[374] Se ci piacquero tanto le epistole di Cicerone, non torceremo il

labbro a questa che san Filippo Neri dirigeva a Clemente VII: — Santo

Padre, cosa son io che i cardinali vengano a trovarmi? Jer da sera

ci furono il cardinale di Cusa e Medici. E avendo io bisogno d’un po’

di manna, quest’ultimo me ne fece dare due once dall’ospedal di Santo

Spirito, a cui n’ha procurato molta. Restò da me fin alle due di notte,

dicendo di vostra santità tanto bene che parvemi troppo; giacchè, a

parer mio, un papa dev’essere trasformato nell’umiltà stessa. Alle

sette Cristo è venuto da me, e mi ha riconfortato col sacratissimo suo

corpo. Vostra santità invece neppur una volta s’è degnato venire alla

nostra chiesa. Cristo è Dio e uomo, eppure ogni qualvolta lo chiedo

viene da me... Ordino a vostra santità di permettermi d’ascriver

alle monache la figlia di Claudio Neri, alla quale da un pezzo avete

promesso di prendervi cura de’ suoi figliuoli. E un papa deve mantener

la parola; sicchè affidate a me questo affare ecc.».

Clemente sul foglio stesso gli rispondeva: — Il papa dice che la prima

parte del viglietto sente d’ambizione, ostentando le frequenti visite

dei cardinali; se pur non fosse per mostrare che queste sono persone

pie, del che nessuno dubita. Che se non è venuto in persona, è colpa

vostra, che non voleste mai esser cardinale. A quel che comandate

consente, e che voi sgridiate quelle buone madri, come solete, con

forza e autorità se non obbediscono alla bella prima. Di rimpatto vi

comanda di curare la vostra salute, e non tornar a confessare senza

ch’egli lo sappia; e che quando riceverete nostro Signore, preghiate

per lui e per le permanenti necessità della repubblica cristiana».

Negli _Acta Sanctorum_ al 26 maggio.

[375] _Annales antiquitatum ab orbe condito usque ad annum_ 2024. —

_Imperium pendere a veris et non simulatis virtutibus. — De antiquo

et novo Italiæ statu. — De jure status — De ruinis gentium et regnorum

etc_.

[376] OTTAVIO MARIA PALTRINIERI, _Memorie intorno alla vita di Primo

del Conte_. Roma 1805.

[377] Enrico III andò a visitarla in quell’incognito che lasciasi

indovinare, e le chiese il ritratto in ricambio dell’immagine sua che

le lasciò nel cuore:

Così venne al mio povero ricetto

Senza pompa real che abbaglia e splende:

Benchè sì sconosciuto, anch’al mio core

Tal raggio impresse del divin suo merto,

Che a me s’estinse il natural vigore.

GAMBA, _Lettere di donne italiane del secolo_ XVI, Venezia 1832.

[378] La carità a domicilio e i visitatori del povero, istituzioni

tanto lodevoli dell’età nostra, appartengono anch’esse a quel medioevo,

che tanti esempj ci potrebbe offrire studiato con benevolenza. Nel

1402, Pileo de Marini vescovo di Genova aveva istituito un uffizio

per raccorre e distribuire limosine ai poveri della città. Questo

_magistrato della Misericordia_ fu poi amplificato, e aggiuntovi

l’_uffizio dei Poveri_, i cui statuti furono fatti nel 1593.

Sant’Antonino, non ancora arcivescovo di Firenze, il 1441 ordinò

i _Provveditori de’ poveri bisognosi_, che dal popolo furono detti

Buonomini di san Martino, i quali, divisi pei sestieri della città,

soccorrevano a tutte le necessità dei poverelli, a maritar fanciulle, a

dar letti, coperte, panni, medicine, a riscattare i pegni, a ritrarre

dal vizio; con divieto alla pubblica autorità civile nè ecclesiastica

d’intromettersene, o di mutarne gli ordini, o di esplorarne gli averi;

tutto volendo affidato all’onestà de’ provveditori e alla Provvidenza.

In tal modo si distribuivano l’anno quattordicimila zecchini, e

diecimila nel secolo seguente. PASSERINI, _Storia degli istituti di

beneficenza di Firenze_.

[379] Nel 1589; e fu primamente pubblicato dal Cavedoni nelle _Memorie

di Modena_ del 1829.

[380] _Lettere miscellanee_, tom. I. p. 580.

[381] GIUSEPPE BAINI, _Memorie storico-critiche della vita e delle

opere di Pierluigi da Palestrina_. Roma 1828. — WINTERFELD, _Giovanni

Gabrieli ed i suoi contemporanei, o Storia del fiore del canto sacro

nel secolo_ XVI_, spezialmente nella scuola di musica di Venezia_.

Berlino 1834.

[382] _Epist_. 1312.

[383] Grozio assegna come primario diritto maestatico l’imporre la

religione dello Stato; _In arbitrio est summi imperii quænam religio

publice exerceatur; idque præcipuum inter majestatis jura ponunt omnes

qui politica scripserunt._

[384] Il GIANNONE, sempre furioso contro le libertà, enumera a lungo

questi _pregiudizj_ recati dalle esenzioni ecclesiastiche, espone

le opposizioni del governo, e declama contro i papi che «cercavano

togliere ai re di Napoli una prerogativa cotanto loro cara, ch’è

reputata la pupilla de’ loro occhi e il fondamento principale della

loro giurisdizione, l’_exequatur regium_, che si ricerca nel regno alle

bolle e rescritti del papa, e ad ogni altra provvisione che viene da

Roma». _Storia civile del regno di Napoli_, lib. XXXIII. c. 3.

[385] Perfino il Daru, enciclopedista professo, dichiara che nella

nostra età si guardano con dispregio le dispute ecclesiastiche che

allora travagliavano gli uomini, senza considerare di qual importanza

fossero a quei tempi, nè gli effetti troppo veri che produceva

un’opinione oggi sprezzata. _Storia di Venezia_, lib. XIX.

[386] Alcuni ecclesiastici impedivano di far passare le acque sulle

loro terre: libertà d’acquedotto ch’è uno de’ più utili statuti

antichi del Milanese, e causa di tanta prosperità agricola. San Carlo

considerando _hac in re non de ecclesiæ ejusve ministrorum damno, sed

de utilitate evidente agi_, comanda di non opporvisi. Editto 21 agosto

1572.

[387] Contano fin ventidue confutazioni, tra cui l’_Antibellarmino_ di

Adamo Scherzer; un altro di Samuele Ueber; l’_Antibellarmino contratto_

di Corrado Vorstio; l’_Antibellarmino biblico_ di Giorgio Albrecht;

il _Collegio antibellarminiano_ di Amando Polano; le _Disputazioni

antibellarminiane_ di Lodovico Crell; il _Bellarmino enervato_ di

Guglielmo Amesio: e taciamo altri, fra cui le confutazioni di re

Giacomo Stuart. Anche Duplessis-Mornay scrisse: «il Mistero d’iniquità

o storia del papato; per quali progressi salì al colmo; che opposizione

gli fece la gente dabbene di tempo in tempo; dove si difendono i

diritti degl’imperatori, re e principi cristiani, contro le asserzioni

de’ cardinali Bellarmino e Baronio». Saumur, 1611.

Un librajo forestiero da una ristampa delle _Controversie_ avendo

lucrato tredicimila scudi, volle regalarne quattromila al Bellarmino,

che ricusò. GIAMBATTISTA LAURO ORCHESTRA, pag. 69. Fu asserito che

quell’opera non fosse sua, ma compilata dai Gesuiti d’accordo. Il padre

Bartoli, oltre l’_Istoria della Compagnia di Gesù in Italia_ (Roma

1673), dettò pure la vita del Bellarmino col solito stile.

[388] Carteggio dell’ambasciador veneto, 29 luglio 1581.

[389] _De laicis_, lib. III. c. 6: _Certum est politicam potestatem

a Deo esse.... jus divinum nulli homini particulari dedit hanc

potestatem; ergo dedit multitudini... Respublica non potest per se

ipsam exercere hanc potestatem; ergo tenetur eam transferre in aliquem

unum vel aliquos paucos... Pendet a consensu multitudinis constituere

super se regem vel consules vel alios magistratus_.

[390] _Summus pontifex simpliciter et absolute est supra Ecclesiam

universam et supra concilium generale, ita ut nullum in terris supra se

judicem agnoscat. De concilii auctoritate_, cap. 17.

[391] _De romano pontifice_, II. 29.

[392] _Reges quæ imperent justa facere imperando quæ volent injusta.

— De cive_, 112. L’opinione attribuita al Bellarmino si fonda

principalmente sul _De romano pontifice_, lib. IV. c. 5; ma l’ultimo

punto suole travisarsi.

[393] Suarez dimostra che sentimento comune de’ giureconsulti e teologi

era che il potere dei re vien loro da Dio per mezzo del popolo, e ne

sono responsali non solo a Dio, ma anche al popolo. Un predicatore

davanti a Filippo II a Madrid, avendo pronunziato che «i sovrani hanno

potere assoluto sulla persona e i beni de’ sudditi», l’Inquisizione

lo processò, condannollo a penitenze e a ritrattarsi, dicendo dal

pulpito che «i re non hanno sui loro sudditi altri poteri se non quello

accordato loro dal diritto divino e dall’umano, e nessuno che proceda

dalla loro volontà libera ed assoluta». Vedi BALMÈS, _Il Protestantismo

paragonato al Cristianesimo._

[394] SECKENDORF, _Historia luteranismi_, tom. I. p. 115 e 116.

[395] LUTHERS, _Sämmtliche Schriften_, tom. XXI. p. 1092 (edizione

Walch.); MELANCTON, _Op_., col. 598, 835, ecc.

[396] Celestini, Act. Comit. Aug., tom. II. p. 274; tom. III. pag. 18.

[397] Al 20 febbraio 1582 il residente veneto a Roma informava d’una

_pubblicazione_ di diciassette inquisiti dal Sant’Uffizio, tre dei

quali furono mandati al fuoco come relapsi, altri come fatucchieri

e stregoni a pene diverse. Fra i bruciati era Jacopo Paleologo di

Scio, famoso eresiarca unitario, riprovato per eccessivo sin da

Fausto Socino; e dopo girato assai per Germania, fu tradotto a Roma e

condannato.

[398] _Epistolæ_, col. 150.

[399] Vedi _Monografie friulane_, 1847, pag. 18.

* Nel 1558 il senato veneto deputò alcuni commissarj, che uniti

a quelli del patriarca d’Aquileja, inquisissero alcuni eretici in

Cividale (LIRUTI, _Notizie del Friuli_, vol. V fine); al tempo stesso

che il luogotenente del territorio di Gradisca avvertiva il capitolo

d’Aquileja a procedere contro il suo vicario di Farra, il quale

ricusava levare e accompagnare i morti secondo l’antico rito, toglieva

le sacre immagini e ne vietava il culto a’ suoi (MORELLI, _Storia di

Gorizia_, vol. I, pag. 295). Nella contea di Gorizia penetrarono alcuni

luterani dalla Carniola e dalla Carintia, ma erano poco favoriti. Lo

zelo di Giovanni Tauscher parroco vigilò su quei che sorgessero, ed

erano esigliati dal principe.

[400] Il medesimo descrive un atto-di-fede eseguito in Roma, ove sette

furono condannati alle galere come testimonj falsi; sette abjurarono;

un relapso fu rimesso al fôro secolare, ed era «don Pompeo de’ Monti,

di sangue assai nobile, fratello del marchese di Cortigliano, e stretto

parente del cardinale Colonna; ma finora non è stato fatto morire».

Dispacci 2 e 9 marzo, 27 aprile e 29 giugno 1566. Ap. MUTINELLI,

_Storia arcana_.

[401] Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli,

ambasciadore al Cesare. Egli ha un consulto se l’eccelso consiglio de’

Dieci deva esaminare i rei ecclesiastici coll’intervento del vicario

patriarcale, e sostiene il no. Nelle sue lettere informa ogni tratto

de’ ripullulanti litigi di giurisdizione colle varie potenze. Per es.

nella LXV: — In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un

prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l’arcivescovo

lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose

non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato.

L’arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar

una forca innanzi la porta del vescovato con un editto di pena del

laccio a quelli ch’erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro

se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma,

dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere;

atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in

tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».

Nella LXIX: — Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronìe tutte

possedute da loro, avevano formato una giurisdizione sopra li

contadini, la quale gli è stata levata con disgusto del papa. Roma

sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà overo rompersi, overo perder

tutto. Il papa ha creduto far dispiacere, non facendo cardinale alcun

veneto; ma li buoni l’hanno per cosa di pubblico servizio».

Nella LXXIV: — Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch’è

un luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che

importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al

papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».

Nella LXXV: — Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor

Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di

guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io

posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È

andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi

cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero; ma questo son

ben certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli

luoghi del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali.

Ha ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza,

feudo della chiesa d’Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto

rumore, che s’averebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro

richieste al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli

per Italiani; la seconda, che le cause anco in seconda instanza siano

giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti

li vescovati delli Stati suoi d’Italia; e la quarta, che, in luogo

delle spoglie di Spagna, si statuisca un’intrata annuale ordinaria, e

non si faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto

silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta

persona espressa, che viene per sollecitare l’espedizione, e di Roma

mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le

dimande sono contra conscienza.

«L’altro giorno è stato carcerato per il Santo Officio l’abate di

Bois francese dell’ordine de’ Celestini per ordine della regina, per

esser quest’uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato

pubblicamente cose in pregiudizio della religione: e quello che gli ha

cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda

de’ Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio

e la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile

risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest’uomo

gran seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio

per servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l’hanno

benissimo trappolato, e sì bene che la passerà male, non avendo alcun

appoggio e malissimo veduto dall’ambasciatore di Francia; e li Gesuiti

faranno ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di

sparlar di loro: perchè fra le altre cose si affatica a più potere a

dare da intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano

cagionata la morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno

avrebbono potuto fare qualche segnalato risentimento contra di loro.

Io pronostico che questo pover’uomo debba correre la fortuna di frà

Fulgentio Cordeliere, e prego Dio che gli abbia misericordia».

Nella LXXVI: — Già diedi conto a vostra signoria della cattura

dell’abate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che

allora non sapeva, che il pover’uomo, forse dubitando di quello che

gli è avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un

salvocondotto del pontefice; con quello se ne andò, e si credette

esser sicuro; ma nè è il primo, nè sarà l’ultimo, che si fiderà di chi

si professa non esser obbligato a servar fede. La cattura si scusa

dalla Corte con dire, che il salvocondotto pontificio non si cura

dell’Inquisizione. Fu preso il dì 10 e il 24 fu impiccato pubblicamente

in campo di Fiore; ma la mattina per tempo fu immediate levato

dalla forca, e portato a sepellire, senza che si possa penetrare che

cosa significhi questa mistura di pubblico e d’occulto. Certo è che

l’ambasciadore del re ha parte in quella morte.

«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno

di soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna

novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un

accidente considerabile. Il vescovato d’Asti ha alcune terre, delle

quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici,

pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come

conte pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente

in questi tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il

nuncio del pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente

Galleani; però l’ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del

duca, veduto questo, hanno fatto una dichiarazione di avere il decreto

del nuncio come nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto

si proceda all’esazione; e sono passati anco a usar queste parole, che

non solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora

quando venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà

questo principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla

repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono per confini».

[402] Venezia 1670, cap. 116.

[403] _Statuti dell’Inquisizione di Stato_, supplem. I, art. 3.

[404] — E se gli detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine

dei ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio

non voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza,

da adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all’interdetto

ecclesiastico la città di Venezia e le altre città, pronunciandole e

dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale

durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città,

terre, castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi

pii e oratorj, ancorchè privati e cappelle domestiche, non possono

celebrarsi messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto

che nei casi dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella

chiesa e non altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse

e senza sonar campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli

interdetti; nè in quanto a questo possano di altra maniera suffragare

qualunque indulti o privilegi apostolici concessi o che si concedessero

per l’avvenire in particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto

secolari, quanto regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla

sede apostolica soggetti, e se bene sono di jus patronato eziandio per

fondazione e dotazione o per privilegio apostolico dell’istesso doge e

senato...

«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli

suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se

alcuno ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o

altre chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i

quali in generale o in particolare sono stati forse loro concessi in

qualsivoglia modo da’ sommi pontefici nostri predecessori, di procedere

in certi casi per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa

forma prescritta le cause loro. E niente di meno, se detti doge e

senato persisteranno più lungamente pertinaci nella contumacia loro,

riserviamo a noi e successori nostri pontefici romani nominatamente

e specialmente la facoltà di aggravare e riaggravare più volte le

censure e pene ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti

loro, e contro a quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo

gli favoriranno o daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare

altre pene contro gli stessi doge e senato, e di procedere secondo la

disposizione dei sacri canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante

qualsivoglia costituzioni e ordinazioni apostoliche e privilegi,

indulti e lettere apostoliche agli detti doge e senato, o qualsiasi

loro persone concessi, in generale o in particolare, ed in ispecie

disponenti che non possano essere interdetti, sospesi e scomunicati

in virtù di lettere apostoliche, nelle quali non si faccia piena ed

espressa menzione di parola in parola di tale indulto, ed altrimente

sotto qualunque tenore e forme, e con qualsivoglia clausola eziandio

deroganti alle derogatorie, ed altre più efficaci ed insolite e con

irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con facoltà di assolvere nei

casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a quelli in qualsivoglia

modo, da qualunque sommi pontefici nostri predecessori, e da noi e

dalla Sede apostolica, in contrario delle cose sopradette, concesse,

confermate ed approvate».

* Inoltre, nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato anch’egli

di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini ambasciadore

di Venezia in Francia, del 1515, ove scrive d’aver inteso dal nunzio

pontifizio che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva del

continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi

espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le

quali si aveva fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto;

del che il re fin d’allora ne facesse avvertire la repubblica per

l’ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che

poteva ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente

in quella città; e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era

grandemente conturbato». Vedi _Relazioni degli Stati Europei lette al

senato di Francia_, pag. 405.

Il Foscarini, condannato poi pel noto accidente, in testamento lasciava

«ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè preghi il

signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che «conoscendo esser

in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver a fare con chi

s’è reso indegno della gratia del prencipe, nè mentre vive nè dopo la

morte, ha stimato dover rifiutar il legato assolutamente». Rifiutare un

legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!

[405] Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo,

dice che questo, «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non

diede mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o

per difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare

la santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d’altre opere

dice sempre: — A norma delle pubbliche mire venne dal nostro autore

intrapresa»; pag. 101, e _passim_.

[406] _Opinione di frà Paolo come debba governarsi la repubblica per

avere il perpetuo dominio_ ecc.

[407] Filippo II avendo fatto ammazzare dal famoso suo secretario

Perez l’altro secretario Escovedo, il confessore di lui ne scolpava

l’esecutore scrivendogli: — _Secondo la mia opinione sopra le leggi_,

il principe secolare che ha potestà sopra la vita dei sudditi, come può

torla loro per giusta causa e per giudizio in forma, può anche farlo

senza tutto ciò, giacchè le forme e la sequela d’un processo sono nulla

per lui, che può dispensarsene. Non v’è dunque colpa in un suddito che,

per ordine sovrano, dà morte a un altro suddito: si dee credere che il

principe diede quest’ordine per giusto motivo; come in diritto lo si

presume sempre in tutte le azioni del sovrano». Lettera del settembre

1589 presso MIGNET, _A. Perez et Philippe II_.

Il Sarpi dunque non era peggiore degli altri politici contemporanei.

[408] _Mémoires de Duplessis-Mornay_, X. 292. Parigi 1825. — È capo

d’opera di giochetti l’iscrizione posta al Micanzio nei Serviti

a Venezia, scherzando sul nome, sul cognome, sull’età. _ Siste

pedem hospes! — non ad tumulum sed ad gloriæ thalamum acquiesce

— terreni quod superest reverendissimi patris magistri Fulgentii

Micantii — exiguo hoc clauditur lapide — cælesti quod animæ — superno

conditur cælo — hic tamen — magnum serenissimæ reipublicæ theologum

— quadraginta et octo annis — intuere — cujus virtus — servitanæ

religionis nescio an melius — micans sidus aut sol fulgens dixeris —

octuagenarius et tertius obiit scilicet ut — octavum virtutis gradum

et in tertio — omnis perfectionis numerum explevisse — scias — patruo

syderi vere micanti — P. dom. Micantius nepos pp._ 1667.

[409] Lettera LXV, 5 luglio 1611. Tutte le lettere dei residenti

di quel tempo riferiscono o di satire o di prediche o di discorsi

tenuti da Gesuiti contro la repubblica; de’ loro sforzi per mettere

un’Università a Gorizia, o a Ragusi, o a Castiglione delle Stiviere;

finchè uscirono le ducali del 14 giugno 1606 che sbandivali dallo

Stato, del 18 agosto che proibiva a’ sudditi di mandar figliuoli ai

collegi de’ Gesuiti, del 16 marzo 1612 che vietava ogni corrispondenza

con essi.

[410] — Jeri morì don Giovanni Marsilio. Li medici dicono che sia

morto di veleno; di che io non sapendo innanzi, altro non dico per ora.

Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le

cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto

per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau

l’ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua

infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti

ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si

troverebbono diversi che salterebbono da questo fosso di Roma nella

cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un’altra. Dio però par

che goda la più minima parte de’ pensieri umani. So ch’ella mi intende

senza passar più oltre. _Lettera di frà Paolo_, di Venezia il 18

febbraio 1612.

[411] FRÀ FULGENZIO. — Nel lib. IV della _Letteratura veneziana_ del

Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo coltivassero

le scienze sacre e la storia ecclesiastica e ne scrivessero, oltre i

prelati e i monaci.

[412] Ricavansi tali particolarità dalle _Memorie_ citate. Vedi pure

_Blicke in die Zustände Venedigs zu Anfang des_ XVII _Jahrhunderts_,

negli _Historische politische Blätter für das Katholische Deutschland_.

Monaco 1843.

* Questo punto fu trattato nelle _Memorie storiche e letterarie della

società tedesca di Königsberg_ da G. MOHNICKE, _Versuche zu Anfang

des XVII Jahrhunderts etc._ — _Tentativi fatti al principio del secolo

XVII per introdur la riforma a Venezia, con due lettere finora inedite

di Giovanni Diodati, per illustrare la storia di frà Paolo._ Le quali

lettere, che parlano del viaggio del Diodati a Venezia nel settembre

1608, furon date da un suo discendente, professore a Ginevra. Egli

dice che frà Paolo non vuol proferirsi, allegando che così potrebbe

meglio _saper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi

il a extrêmement profité_: quanto a frà Micanzio, _sans doute il

aurait effectué quelque notable exploit, s’il n’était continuellement

contropesé par la lenteur du p. Paul_.

[413] Ugo Grozio lodava molto quel libro e scriveva: _Sandis quæ

habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli

didicerat. Item ad quædam capita notas addivit, jam egregias in

defæcando lectorum judicio_. Ep. 388, p. 865. Esso Grozio, stando

ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici

un passo di lettera del Sarpi al Gillot, 12 maggio 1609, siffatto:

_Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam

Franciæ debemus. _Vos et dominationi_ resistere docuistis, et illius

arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim,

cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent; ipsique

servitutis instrumenta fuere. Postquam excusso jugo, illa ad libertatem

aspirarunt, tota vis _dominationis_ in nos conversa est. Nos quid

hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majoris nostri probaverant, nisi

vos subvenissetis? sed utinam omnino subsidiis vestri uti possemus!_

Ep. 574.

Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona

1673, poi in calce alla _Storia arcana di frà Paolo_. Sono dirette

a Girolamo Groslot signor Dell’Isola, amico del Casaubono, al

medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo

Gillot, consigliere al parlamento di Parigi. Il Leti, nella vita di

Cromwell, si attribuisce la pubblicazione di queste lettere. Alcuni

ne hanno impugnato l’autenticità; altri le supposero interpolate.

Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari:

esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso

mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor

Sondré, 21 settembre 1671: _Frà Paolo a été un des plus grands hommes

de son temps. On a imprimé ici ses lettres; mais on croit qu’ont

arrêtera l’impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu’il

entretenait commerce avec ceux de notre religion...... et qu’ainsi ils

recuseraient son témoignage touchant l’histoire du Concile, que nous

leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à

s’opposer à l’impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eût

beaucoup de passion pour la gioire à frà Paul, qu’il avoit autrefois

connu très-particulièrement à Venise lorsqu’il conduisit les petits

neveux de monsieur Duplessis-Mornay_.

Non così credo autentiche le _Scelte lettere inedite_, stampate

a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in

tutt’altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani

diverse. V’è premessa una vita, d’un anonimo che rinnega il buon senso

più triviale per dire le più sbardellate ingiurie a Roma e ai preti.

Egli crede vere le lettere del 1673, ed esaltando frà Paolo per la sua

avversione a Roma, nega però ch’e’ pensasse far protestante Venezia, nè

che convenisse abbattere la dominazione della Chiesa: — È vero che la

politica romana si mostrava oscillante e mal ferma; pure era necessaria

al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare

l’agonizzante indipendenza dei governi nazionali d’Italia. Lo Stato

pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma

per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men

peggio che altrove, massime che sotto il dominio de’ forestieri; nè si

sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».

[414] _Lettera_ LXX, 13 settembre 1611.

[415] Chiesto dall’ambasciatore olandese di commendatizie, Mornay

gli scriveva il 3 ottobre 1609: _Pour adresse, je ne la vous puis

donner meilleure qu’au vénérable père Paulo, directeur des meilleurs

affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une grande

prudence conjoincte: mais il faut l’exciter à ce que l’une enfin

emporte l’autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio qui n’est que feu,

prêcheur admirable_. Mémoires, 393.

Il Pallavino, nella prima edizione della _Storia del concilio

Tridentino_, avea detto che frà Paolo, imbattuto l’ambasciadore

d’Olanda, gli disse che avea gran piacere di vedere il rappresentante

di una repubblica, la quale teneva il papa per anticristo: ma convien

dire riconoscesse falso l’aneddoto, giacchè nelle ristampe lo eliminò.

Bayle lo riferisce sotto Aarsens. Vittorio Siri dice aver trovato negli

archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli

Ugonotti, e massime ne’ registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a

svertarne la trama, e che cercò averne lettere originali per imputarlo

d’eretico avanti al senato veneto.

[416] Questo fatto, arditamente impugnato e da Voltaire e da Daru come

viltà indegna di Enrico IV, è messo fuor di dubbio dalle Memorie di

Mornay.

* In una cronaca citata dal Cicogna, _Iscrizioni_, tom. V. p. 556,

leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le R. monache di S.

Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che

osservavano l’interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si

confessavano e comunicavano, havendoli detto reverendo mostrato un

giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l’interdetto, nè

ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delitie fatte a lor

modo... Havendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio

et senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè

per questo havendole potute rimover da questa loro opinione, furono

immediate mandati li capitani del Consiglio di X d’ordine del senato a

serrarle nel Convento, ficando le finestre et porte de fuori con buoni

cadenazzi con pena della vita a chi s’accostasse a detto monasterio, nè

meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».

[417] _Lettera_ XLIV al signor Dell’Isola.

[418] _Lettera_ LX allo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay, X. 386,

390, 443, 456, 546; e Courrayer, nella vita di frà Paolo premessa alla

sua traduzione della _Storia del Concilio di Trento_, pag. 66. Anche

pochi giorni prima dell’uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva:

_Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite

reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic

in bello spes; nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede

e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest_.

Opp. di frà Paolo, VI, 79. Nella LIII lettera, compiangendo la morte

di Sully, dice che l’amava «per la fermezza della sua religione».

Di Giacomo I scrive: — Se il re d’Inghilterra non fosse dottore, si

potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio, perchè

Spagna non si può vincere se non levato il pretesto della religione; nè

questo si leverà, se non introducendo i Riformati nell’Italia. E se il

re sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui». _Lettera_ LXXXVIII.

[419] _Lettera_ LI, 12 ottobre 1610.

[420] _Lettera_ LXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. E di tutto ciò

più distesamente vedasi nella _Storia arcana della vita di_ _frà Paolo

Sarpi, scritta da M. G. FONTANINI, e documenti relativi_. Venezia 1803.

È opera postuma, e l’editore arciprete Ferrario l’annunzia così: —

Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi

amore e zelo di religione; che abbi fedeltà ed attaccamento ai governi.

Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una

gran maschera, scopre un grand’impostore, palesa un grand’empio ecc.».

Esso Fontanini dà frà Paolo come un tipo dell’ipocrito, perchè del

carattere sacerdotale e dell’esemplarità «non volle servirsi ad altro

fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con

disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine,

senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza ecc.

[421] Lettera 6 marzo 1611. _Memorie_, X. 169. Nelle _Lettere

diplomatiche_ del Bentivoglio, al 27 febbrajo 1619 leggesi: — Per via

di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione,

ho saputo ultimamente che, nel tempo dell’interdetto dei Veneziani,

alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d’altre parti convicine

pensarono di valersi di quell’occasione per ispargere in Venezia

il veleno dell’eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che

si mandasse colà sotto nome di mercante un certo tale dei Diodati,

italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v’andò in

compagnia d’altri mercanti eretici, i quali, anch’essi consapevoli del

disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia,

esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà

Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla corte di Roma,

e sensi del tutto contrarj all’autorità della santa Sede; ma nel resto

non poteva comprendere ch’egli avesse alcuna inclinazione di voler

abbracciare assolutamente l’eresia. Il detto Diodati insieme con que’

mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza

un buon numero di libri eretici, particolarmente della Bibbia tradotta

in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra con

isperanza che il veleno ch’egli aveva sparso fosse per fare non piccolo

progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno

non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come

feci al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che

anch’essi avevano avuto l’istessa informazione per la medesima strada,

e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono

dall’ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà

le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di

religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti

forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare

il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins che con altre lettere

più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine

non fosse di quel pericolo che si era dubitato».

[422] _Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum,

magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes,

et paralogismos quibus orbi christiano illuditur, palam faceret.

Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et

dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis

favebis tuis._ Ep. 474 del 7 novembre 1606. Pochi giorni prima egli

stesso scriveva d’essere stato dall’ambasciadore Pietro Priuli invitato

a Venezia, dove rallegravasi di poter incontrare _magnum Paulum,

quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam

excitasset_, e prosegue in lodarlo. Allo Scaligero (ep. 480, 11 marzo

1607): _Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego

cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando

et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi

tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat

qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum

rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere.

Exitum ejus controversiae cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac

urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat_. Nell’ep.

484 del 18 marzo a Scipione Gentili: _O viros! o exactam earum rerum

cognitionem, quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas!

multa legi... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu

quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum,

vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti,

ecquid de vestra Italia sperare incipis?_ E lo Scaligero rispondendogli

d’aver tutto letto, soggiunge: _In illis auctoribus tres palmam

obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus

patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ duæ partes,

nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, nunquam stigmata

deleri, quæ pontifex accepit_. Ep. 131 del 22 marzo 1607.

[423] _Mémoires de Sully_, tom. III. p. 27.

[424] In esse è detto: — A me pare poterle ricordare che convenga

procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con

mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli

altri seduttori, che passano sotto nome di teologi, si è discorso

con vostra signoria a voce; la quale doverìa non aver difficoltà in

ottenere che fossero consegnati al Sant’Officio, non che abbandonati

dalla repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito

con tanto scandalo del mondo».

[425] MOROSINI, _Storia_, lib. 18. p. 699.

* L’anno dopo che la storia del concilio era stata pubblicata,

mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui

istruzioni (1 giugno 1621) leggesi:

«Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la

persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena

cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime

dottrine ed opinioni che sparge, e de’ perniciosissimi consigli che

apporta, tanto più rei e malvagi, quanto più sono coperti dal manto

della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua

bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente

che nostro Signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a’

signori ambasciatori, li quali, così in questo come nella materia del

Sant’Officio, hanno sfuggito gl’incontri delle paterne esortazioni di

sua santità, non coll’opporsi, ma col negare il male; e però, quanto

a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro nè tenuto in

credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato,

nè doversene però avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia

pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare

di fresco i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che

potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj ed

altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà

proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno

per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente,

reconciliandosi ad un’ora colla Chiesa: ma finalmente non è da sperarne

molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi

negli anni, che non può esser grandemente lontano dalle sue pene; e

solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli

scritti, e che ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica

pernicioso».

[426] _Lettere_ LV e XI, XII al signor Dell’Isola.

[427] Il Botta, che pur la copia a tutto pasto, com’è il suo solito,

e che s’ispira di tutti i suoi rancori, è costretto confessare che

«l’odio acerbo che frà Paolo portava alla corte di Roma, il faceva

dare alcuna volta in opinioni erronee ed in soverchia mordacità»; lib.

XVI. Appena uscì la traduzione francese pel Courayer, il cardinale di

Tencin emanò una pastorale fortissima contro quell’opera, intitolando

frà Paolo vero protestante. L’autografo d’essa storia si conserva nella

Marciana, e non differisce punto dallo stampato. Si conoscono varie

confutazioni di frà Paolo, tra cui le osservazioni di Bernardino Florio

arcivescovo di Zara, rimaste manoscritte. Abbiamo _Frà Paolo Sarpi

giustificato, dissertazioni epistolari_ di GIUSTO NAVE, Colonia 1752,

che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, ovvero del Grisellini,

e stampate a Lucca; come pure _Justification de frà Paolo Sarpi, ou

lettres d’un prêtre italien à un magistrat français_ etc., Parigi 1811,

che sono del genovese Eustachio Degola. Alberto Mazzoleni, monaco nel

bergamasco convento di Pontida, avea raccolto ben cinquanta volumi di

documenti intorno al concilio, del quale volea scrivere la storia: morì

senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al tirolese Antonio

Mazzetti, che poi la lasciò alla città di Trento.

[428] Quanto si è detto su quegli assassini! Il principale era un Poma

mercante fallito, fanatico come tanti cattolici e protestanti, che

credevano legittimar anche il pugnale colla religione; ad un amico

scriveva: — Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel

ch’io, e Dio con il tempo lo farà conoscere»; e volea stampare che,

non ad istanza di chicchessia, ma per servigio di Dio aveva operato.

Frà Fulgenzio dice che gli assassini ricoverarono in casa del nunzio.

Potrebbe anch’essere, e le immunità, di cui si era allora tanto gelosi,

avrebbero indotto il nunzio a proteggerli: ma il preciso contrario

consta dalle deposizioni de’ gondolieri; ne conviene perfino l’autore

della ostilissima vita del Sarpi, anteposta alle lettere inedite. La

storia di que’ miserabili è conosciuta; vantavano aver denari a josa,

poi trovavansi tutti sul lastrico, e precisamente in Romagna vennero

arrestati, e il Poma terminò nelle carceri di Civitavecchia; così prete

Michele Viti, e il Parrasio; uno fu decapitato a Perugia. L’autore

della vita suddetta va almanaccando i motivi di tal condotta di Roma;

frà Paolo stesso se ne meraviglia; conseguenza d’un dato arbitrario e

falso.

[429] _Lettera_ dell’8 giugno 1612. Il cardinale Baronio aveva anche il

giusto sentimento dell’arte, e del rispetto che le si deve; onde nella

chiesa sua titolare de’ Santi Nereo ed Achilleo, ridotta all’antica

forma, fece porre quest’iscrizione:

PRESBYTER. CARD. SVCCESSOR QVISQVIS FVERIS — ROGO TE PER GLORIAM

DEI ET — PER MERITA HORVM MARTIRVM — NIHIL DEMITO NIHIL MINVITO

NIHIL MVTATO — RESTITVTAM ANTIQUITATEM PIE SERVATO — SIC TE DEVS

MARTYRVM SVORVM PRECIBVS — SEMPER ADJVVET.

Ora la storia ecclesiastica si vien rinnovando mercè la cognizione

d’un’infinità di lettere pontifizie, pubblicate nei _Regesta pontificum

romanorum ab condita ecclesia ad annum 1098_, di Filippo Jaffe, Berlino

1852. Soltanto dall’882 al 1073 aggiunge al Mansi 1557 documenti, e

1881 al gran Bollario: del XII secolo ha 6791 bolle, mentre il Bollario

ne ha 600, 1176 il Labbe, 1389 il Manso.

[430] _Lettera_ 2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia

esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, sarìa

talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza

organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze». TAPPARELLI, _Saggio

teoretico di diritto naturale_, nota CXXVII.

[431] _Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit._

LUTERO, _Ep._ 401.

[432] Di tali avvenimenti non fa motto il Guichenon; ma vedi MURATORI

al 1531.

[433] Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403; e prosegue narrando

alcune superstizioni di Ginevra, ove festeggiavasi sant’Oriente; e di

Losanna, ove i campagnuoli veneravano (dic’egli) il sole, ogni mattina

dirigendogli voti e preghiere.

[434] J. J. Herzog (_De origine et pristino statu Waldensium secundum

antiquissima eorum scripta cum libris catholicorum ejusdem ævi

collata_, Hala, 1849) vuol provare che la _Confessio fidei_ non è già

del 1120, ma posteriore al colloquio de’ Valdesi con Ecolampadio nel

1530.

Egli stesso pubblicò a Hala nel 1853 _Die romanischen Waldenser

ihre vorreformatorichen Zustände und Lehren, ihre Reformation in

sechzehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen Derselben nach ihren

eignen Schriften dargestellt_. Tuttoché protestante, vuol provare che

le credenze dei Valdesi modificaronsi assai, sempre più allontanandosi

dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le opinioni degli Ussiti.

Anche A. W. Dieckhoff (_Die Waldenser in Mittelalter_, Gottinga 1851)

tende a provare che i varj scritti, i quali si sogliono riferire ai

cominciamenti dei Valdesi, son mera imitazione degli Ussiti.

[435] GILLES, _Histoire générale des Eglises vaudoises_, cap. I.

[436] HAMON, _Vie de saint François de Sales_, 1854.

[437] Cavo queste parole da lettere che si trovano nell’archivio

Mediceo (_Corrispondenza di Napoli_), forse non autentiche, certamente

esagerate, come ciò che si scrive in tempo di partito e sotto

l’impressione del momento. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò

Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dal giugno 1562, da

Montalto. Dicono:

— S’intende come il signor Ascanio per ordine del signor vicerè era

sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per

conto di quelle due terre de’ Luterani che si erano date fuori alla

campagna, cioè San Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1º del

presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era

all’ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare a

uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste

maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto

quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre

circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata

tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra

uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di

mille quattrocento: ed oggi, che è il dì del corpo di Cristo, ha fatte

quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in

Mont’Alto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione

a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che

sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne

di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio

hanno questa mattina, avanti che partissero della Guardia, fatto dar

fuoco a tutte le case; e avanti avevano fatto smantellare quella, e

tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale, per quanto

hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua

inquisitore, sarà tremenda; atteso voglion far condurre di questi

uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria, e fin alli

confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua

misericordia non move sua santità a compassione, il signor marchese

ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad

ambidue comandato altro da chi può lor comandare...

«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San

Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si

ritrovarono alla morte di Castegneta, e quelli fece impiccare e buttar

per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che

passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se

ne verranno a Napoli...

«Questi eretici portano origine dalle montagne d’Angrogna nel

principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra

questi il _crescite_, come hanno confessato molti. Ed in questo regno

ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie: però non si sa

che vivono male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori,

boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione

e alla obbedienza della Chiesa romana».

[438] LETI, _Italia regnante_, tom. I. 37.

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15) · 第 21 / 22 题