L. VENTURI.

Il sano ed alto concetto dell'arte che esce luminoso da questi

bellissimi versi di Luigi Venturi, non cominciò ad animare la musica

che ne' primi anni appunto del secolo XVII.

Sino allora, e rimontando ai Greci, nella musica s'era costantemente

mantenuta una taglientissima divisione: — _di sopra_ (signoreggiante e

dominante) la musica delle teoriche, dei sapienti, e delle scuole, che

direbbesi _aulica_; — e _di sotto_ (tenuta in nessun conto e spregiata)

quella cui l'uomo è portato dall'istinto e che muove spontaneamente

dalle naturali sue facoltà.

Di questa musica (che è la sola _vera_!) s'ebbero manifestazioni

in ogni tempo. Eran tali, ad esempio, le _Romanze_, i _Pianti_, le

_Cobole_ de' menestrelli; le _canzoni_ de' _cantori a Liuto_, e via

via. Ma pei teorici e per le scuole, quella non era e non poteva esser

musica; — era troppo semplice e, in conseguenza, come dicevano, troppo

volgare.

Se ora si considera: che l'arte musicale non ha legami di sorta col

mondo fisico; che è al tutto eterea, impalpabile e forse non altro

che una _sensazione_ sposata ad un _sentimento_, è facile vedere quale

ardua impresa sia quella di piegarla e legarla ad un sistema teoretico

che non la impedisca e non la snaturi.

La difficoltà di questa impresa è dimostrata a luce meridiana dal

fatto: che riuscirono quasi a nulla i tentativi, gli studi e le

speculazioni che vi si spesero intorno nel corso di ventiquattro

secoli! Nessuno dirà (è a credere) che ai teorici sia mancato il tempo!

Che cos'è la musica? Di dove e da che viene il fascino irresistibile

ch'ella esercita sull'uomo? Qual'è la legge prima e fondamentale per

la quale ella riesce all'uomo un linguaggio ministro di profonde e

svariatissime commozioni, e che lo ricrea, lo calma, lo agita, lo

esalta, lo delizia?

I primi teorici (come dovevano) queste domande se le son fatte di

sicuro. Ma a chi e a che chiesero le risposte? Errore fatalissimo, le

chiesero alla _fisica_ e alla _matematica_; all'essenza e a' fenomeni

del suono, cioè, e alle proporzioni e alle ragioni de' numeri; mentre

dovevansi chiedere alla _fisiologia_; all'uomo, voglio dire, a' suoi

istinti, al suo organismo, a' suoi modi di percepire e di sentire.

Presa quella falsa via, i teorici vi si ostinarono ingannati dalla

necessità in cui si trovarono di mettere a base di tutto il processo

tecnico: la _scala_. È quella una necessità imprescindibile. Senza la

scala, l'assetto teorico della musica è addirittura impossibile.

Ma la teoria è una cosa, e la pratica è un'altra.

Nella pratica la _scala_ non è più e non è per nulla una base; è una

successione di suoni qualunque; è uno schema melodico puro e semplice,

e, come tale, è anch'esso un portato di quella prima legge fisiologica

che rimase sin qui, e che forse rimarrà sempre, uno de' tanti misteri

della natura.

Per dimostrare a che approdasse il primo errore de' trattatisti, e

per dare un'idea delle nuove e singolari condizioni in cui si trovò la

musica sul principio del seicento, debbo trattenermi ancora su quella

tediosa materia che è la teoria.

Farò d'esser breve; ma, ad ogni buon conto, voi o Signore e Signori,

fate d'aver lunga la pazienza.

Dalla scala, naturalmente, si passò ai così detti _Toni_ o _Modi_.

Nessuno ignora quale importanza s'assegni dai pratici alla conoscenza

dei _Toni_.

Per qualificare un musicista imperito e inetto, s'è detto sempre: _Non

distingue nemmeno i Toni; — non sa mai in che tono canti o suoni_.

Or bene, ecco quale fu dal secolo IV sino a tutto il XVI, la stabilità

della teorica de' Toni. — Non fo quistione che di numeri!

Sant'Ambrogio ne riconobbe _quattro_. — Cassiodoro, poco dopo, ne

riconobbe _quindici_. — San Gregorio, cui i quindici parevano troppi,

li ristrinse ad _otto_. — Ma a soli otto, parecohi musicisti d'allora

non ci volevan stare; e quindi, specialmente fra gli addetti alle

cappelle italiane e gli addetti alle cappelle francesi, dissidii,

controversie, dispute acri e violenti, tanto e per modo, ch'ebbe ad

intromettersi (o, piuttosto, a sopramettersi) l'Imperatore Carlomagno,

il quale, tutto ben considerato e ponderato, decretò che i _Toni_ non

erano nè _quattro_, nè _quindici_, nè _otto_; ma bensì _dodici_, non

uno più non uno meno! Se non che alcuni anni dopo, vedendo o credendo

di vedere che le cose della musica andavano alla peggio, Carlomagno

non dubitò di disdirsi, decretando invece che dovevasi ritornare agli

_otto_ di San Gregorio.

Pure, tuttochè imperiale, quel decreto non tenne. — Il Bernon (un

dotto benedettino del secolo X) affermò che i Toni erano _nove_; — e il

Glareano (poeta, matematico, storico, filosofo famosissimo del secolo

XVI) dopo aver spesi vent'anni di studi intorno a quella materia (così

egli racconta) ebbe a convincersi che, come aveva detto Carlomagno nel

primo suo decreto, i Toni eran proprio _dodici_.

E ai dodici si tennero: lo Zarlino e il canonico Artusi, il quale non

dubitò di dichiarare che, su quel punto, la sua dottrina era _posta nel

primo grado di certezza_.

Tuttavia, quel _primo grado di certezza_ non persuase il padre

Banchieri che, di Toni (curiosissimo temperamento!) ne voleva _otto_

e _dodici_ insieme; — non persuase il padre Penna che invece, ne

voleva _tredici_; e in seguito (molto più tardi) non persuase nè il

Kirnberger, che contentavasi di _sei_; nè l'abate Baini che ne' codici

ne trovava _quattordici_; nè l'abate Alfieri che ne' libri corali ne

trovava _undici_.

E non è tutto qui.

Per correggere in qualche modo la perplessità e la intrinseca

manchevolezza di quella teorica, non si lasciò mai d'aggiungere

distinzioni a distinzioni, classificazioni a classificazioni. — Per

cui s'ebbero i _Toni Perfetti_, i _più che Perfetti_, gli _Imperfetti_,

e i _più che Imperfetti_, i _Naturali_, i _Finti_, i _Trasportati_, i

_Misti_, i _Commisti_, i _Figurati_, gli _Affini_, gli _Armoniali_ ed

altri più.

E il bello è, che con tutto quel subisso di Toni, ne' libri corali

s'incontrano molte e molte cantilene, le quali, modulando in

un'estensione di sole tre o quattro note, a giudizio de' teorici non

sono di nessun tono.

E c'è di più, che sul conto di parecchie composizioni, i dotti e anche

i dottissimi non riuscirono mai a stabilire in quali toni sono scritte.

_Exempli gratia:_ il padre Martini dice che il Madrigale del Palestrina

_Alla riva del Tebro_, è del secondo Tono, e l'abate Baini dice che è

del quinto e del sesto.

Tale, e in tutto secondo verità, era la teoria dei Toni sullo

scorcio del mille e cinquecento. E del pari instabili, arbitrarie,

contradicenti ad ogni buon principio d'arte, erano le teoriche

dell'armonia e del contrappunto, cui s'era aggiunto il gusto smodato

per gli artifizii meccanici, diffuso e portato al delirio dalle scuole

fiamminghe.

Uscita, nel 1594, la prima opera della riforma melodrammatica

fiorentina (la _Dafne_ del Rinuccini e del Peri): — uscito il

_Recitativo_ (la declamazione musicale a voce sola); e, dal

_Recitativo_, uscita la _Melodia_; — tutte quant'erano quelle arruffate

ed eteroclite teoriche, caddero come di sfascio. La musica trovò

finalmente la sua via. E, subito, cominciò a cercare la luce, ad aver

ordine e forma, a farsi parola rivelatrice d'affetti. Cominciò insomma

ad esser musica, e ad esser l'arte dichiarata dalle ottave del Venturi

che presi ad epigrafe: l'arte, _raggio de' cieli_!

Tanto operò la _Melodia_. La quale, della musica non è solamente un

principale elemento di bellezza, come vogliono l'Hanslik ed altri; —

ma è tutto: è il principio, è la ragione di essere, è l'ultimo _fine_.

Di tutto ciò che entra a costituire la musica, non v'ha nulla che

non dipenda dalla _Melodia_. Le doti che più si cercano e si pregiano

ne' compositori: la fantasia, l'estro, la inspirazione, non han modo

d'esplicarsi che con la _Melodia_. Senza _melodia_ non v'ha musica.

E intanto oggi si sente dire ogni momento che la melodia è _finita_!!

Proprio così. S'è sempre creduto che, alito divino, la melodia

venisse dal cuore commosso e dalla fantasia ispirata di quegli uomini

privilegiati (quasi profeti) le cui labbra furon tocche coi carboni

ardenti.... e signor no!

L'odierno progresso ci tolse dall'errore e c'insegnò invece che la

melodia non fu mai altro che il portato delle materiali combinazioni

de' _sette suoni_, e che, dàlli e dàlli a scrivere a cantare e a

suonare, quelle combinazioni si son trovate e messe fuori tutte. E da

questo la malinconica conclusione: che la melodia è spacciata e morta;

e che oramai la musica deve rassegnarsi a farne senza. Quanto dire,

all'ultimo, che il mondo deve rassegnarsi a far senza musica!

Ma non ci sgomentiamo. La melodia, come disse il De Musset, _viene dal

cielo ed è eterna_. E in quel modo che i veri eletti e i genii l'han

sempre trovata e la trovano ancora (il Verdi informi) è a ritenere che

la troveranno sempre.

S'osservi però che v'ha melodia e melodia! V'ha quella che ha un fermo

valore artistico, e quella che non vai nulla.

La melodia allora soltanto è pregevole, quando i suoni, grati

all'orecchio per la vaghezza degli effetti acustici e per la venustà

della forma, hanno la virtù di parlare al cuore dell'uditore e di

trasportare la sua mente dal mondo materiale al mondo de' sentimenti e

della poesia.

La melodia, ho detto or ora, fu un germoglio del _Recitativo_ cui

giunsero le ricerche e gli studi della Camerata del Conte Bardi.

Ma, com'era seguito delle canzoni popolari, dell'idillio teatrale

(essenzialmente melodico) _Robin et Marion_ di Adamo della Hale, e

di tutta la musica de' Cantori a Liuto, molto probabilmente (se già

non certamente), anche quel recitativo sarebbe stato non curato e

messo in oblio, se a tenerlo vivo e a salvarlo non concorrevano due

fortunatissime circostanze: — la naturale applicazione del recitativo

alla rappresentazione scenica; — e la istituzione (ch'ebbe luogo

precisamente in que' giorni) de' teatri pubblici.

Al fatto (pur tanto notevole) della istituzione de' teatri pubblici,

gli storici, i tecnici e i critici non badarono più che tanto nè allora

nè mai. E in conseguenza non videro mai a che dovevasi attribuire

la grande e così pronta azione che esercitarono in tutto il campo

dell'arte musicale.

Sino al principio del seicento l'esercizio della musica fu

circoscritto: _alle scuole_, dove naturalmente imperavano i maestri;

— _alle chiese_, dove il rispetto dovuto alla santità del luogo,

impediva la manifestazione d'ogni giudizio; — _alle sale de' sovrani

e de' ricchi_, dove per un elementare principio di educazione e

di convenienza, non potevasi che approvare e lodare. Da questo, il

lunghissimo ed assoluto dominio della musica aulica.

Dai teatri aperti al pubblico, la piena libertà dei giudizi. E però,

fra la musica lenta, grave e incolora che veniva dagli strettoi

delle teoriche, e quella che moveva dall'estro animato da un intento

estetico, non fu ombra di lotta; come ne' compositori, non fu ombra

di esitazione a scegliere fra l'elogio compassato de' musicisti e gli

applausi inebbrianti del teatro.

I barbassori del contrappunto e l'armento innumerevole de' pedanti,

badavano a protestare, a censurare e a strepitare. Ma i nuovi

musicisti, sicuri del fatto loro, procedevan franchi e par lavan chiaro

ed alto.

Il Caccini scrisse e stampò, che dai dotti colloqui tenuti coi

componenti la _Camerata_ del Conte Bardi: _aveva imparata la musica

assai più e meglio che dallo studio del contrappunto cui aveva

consacrati trent'anni della sua vita_.

Negli avvertimenti posti innanzi all'opera: _Rappresentazione di anima

e di corpo_, pubblicata nell'anno 1600, Emilio De' Cavalieri, alla

barba de' scolastici, stampò queste parole: Le _dissonanze e le Quinte_

(intervalli e modi proscritti) _si sono fatte apposta_.

Col Caccini, col De' Cavalieri e cogli aderenti della Camerata

Bardi, le cose passarono abbastanza quiete. Ma non così con Claudio

Monteverdi, la cui opera _Arianna_ rappresentata a Mantova nel 1607,

fu fatta segno (specialmente per parte di Giovanni Maria Artusi) ad

acerbe censure e a tali dileggi che, pel compositore, erano insulti

addirittura ed ingiurie.

L'Artusi (canonico, per verità, ben poco reverendo) ebbe mente,

studi, erudizione; e alla pedagogia musicale, se non ad altro, avrebbe

potuto giovare. Ma non riuscì a nulla di bene. Pedante cocciutissimo,

presuntuoso all'eccesso, arrogante, bizzoso, accattabrighe, egli passò

fra i musicisti del suo tempo, come un lupo di mezzo ad una muta di

cani: _morsicando e morsicato!_

Sul conto del Monteverdi nelle biografie e nelle storie corrono giudizi

disparatissimi. — Per me fu un compositore di polso. I suoi recitativi

e, per certi rispetti, la sua strumentazione, potrebbero ancora

servir di modello. — Noto che nell'opera _Orfeo_, v'ha una specie di

cantabile, sulle parole _De' sommi Dei_, il quale così per le note come

per l'andamento, fa pensare all'_Addio, cigno gentil_ del _Lohengrin_.

Il Gevaert, ora direttore del Conservatorio di Bruxelles, del

Monteverdi dà questo giudizio: “Da più di due secoli le sue opere

dormono nel più profondo obblio; e ciò non ostante a' giorni nostri

il suo nome ha riconquistata una popolarità negata a compositori senza

nessun dubbio più grandi. Devesi dirlo: la sua influenza nell'arte del

secolo XVII non è stata così grande e così decisiva come generalmente

si crede.„

Come credettero e credono, cioè, tutti quegli storici e critici

dilettanti che senza esame e proprio ad occhi chiusi, ebbero piena

fede nel Fètis (dotto del resto e d'alto ingegno), quando nel 1825

annunziò una grande sua scoperta. “Il Monteverdi, egli affermò, con

l'opera _Arianna_ mutò radicalmente e interamente la stessa essenza

dell'arte, rendendo graditissimo a noi ciò che riusciva incomportabile

ai nostri padri; e rendendo a noi incomportabile ciò che pei nostri

padri era sorgente di sensazioni dolcissime. Nel Monteverdi è dunque a

riconoscersi _l'inventore e il creatore della Tonalità moderna_.„

Non si tratta di poco, o Signori! Si tratta di una radicale

trasformazione della essenza stessa della musica, e insieme, per

conseguenza necessaria, di una radicale trasformazione dell'orecchio

umano. Chi ci vuol credere, padrone. Ma a chi non vuol credere,

non mancano nè buone ragioni, nè saldi argomenti, nè fatti provati,

provatissimi, per dimostrare che la pretesa scoperta del Fètis è tutta

un bel sogno, o per dir pane al pane, una gran frottola.

Mi tengo ai fatti. — Quella Tonalità che il Fètis vuole inventata e

creata dal Monteverdi, la si trova manifestamente nelle prime opere

della Riforma melodrammatica. Benchè inceppata e snaturata dalle false

teoriche, la si trova nella musica del Palestrina e de' compositori

fiamminghi. La si trova, aperta e libera, nell'opera di Adamo della

Hale, e in tutte le canzoni popolari de' bassi secoli che pervennero

sino a noi.

La Tonalità che si pretende inventata e creata dal Monteverdi nel 1607

e che dicesi _Moderna_, è invece _antichissima_; è la prima e la sola;

è quella, in breve, cui il Creatore ha informato l'orecchio d'Adamo.

Dopo l'_Arianna_ del Monteverdi, di opere teatrali degne di attenzione

ne troviamo due scritte da una donna: _La liberazione di Ruggero

dall'isola d'Alcina_, e _Rinaldo innamorato_, di Francesca Caccini, nei

Signorini Malaspina.

Schopenhauer ha sentenziato che le donne non sono fatte per le arti

belle. — Lasciando dire a posta sua quel filosofo _pessimista_ (o

pessimo filosofo, come lo qualificano i suoi contradditori) io sto

coll'universale a credere che le facoltà estetiche della donna, non

sono in nulla e per nulla minori di quelle dell'uomo.

Venendo alla musica, arte dei sentimenti e degli affetti, come potran

dirsi disadatte le donne, cui i sentimenti e gli affetti sono la vita?!

Educata alla scuola del padre (Giulio, l'autore della _Euridice_), la

Caccini fu una esimia cantatrice; la migliore anzi del suo tempo, se

stiamo a ciò che ne scrisse il Doni.

Di lei, come compositrice, oltre le opere teatrali, abbiamo un _Primo

libro delle musiche ad una e a due voci_, pubblicato in Firenze nel

1618.

Nella _Liberazione di Ruggero_, la Caccini vince il padre così pel

sentimento drammatico, come per la strumentazione evidentemente

modellata su quella del Monteverdi. Ma del padre non ha nè la

ricchezza armonica nè le grazie del canto. Come nelle opere del padre

e del Monteverdi, anche nella _Liberazione di Ruggero_ abbondano i

_Recitativi_; ma fra questi e fra i cori, v'han tratti misurati e

cantabili singolarmente pregevoli.

Più si procede, stretti alla cronologia, nell'esame delle opere scritte

nel seicento, e più la linea melodica acquista in ampiezza, in vaghezza

e, sopratutto, in espressione.

Di questi pregi fanno specialmente fede: l'_Erminia sul Giordano_ di

Michelangelo Rossi; la _Catena d'Adone_ di Virgilio Mazzocchi; — e

più specialmente ancora il _S. Alessio_ di Stefano Landi, scritto su

libretto del cardinale Barberini, poi papa Urbano VIII.

“Il S. Alessio (stampò l'abate Baini) è l'opera più drammatica e più

sentimentale ch'io abbia veduto di que' tempi, sia per le sinfonie, sia

per l'accompagnamento degli strumenti uniti alle voci, sia anche per

gli _a solo_, pei duetti, pei terzetti, e pei cori!„

A questo giudizio (giudiziosissimo) del Baini, può aggiungersi che

nel S. Alessio sono frequenti i modi di recitativo che preludono

ai _recitativi obbligati_ dello Scarlatti, e le pagine, quali così

espressive e quali così briose, che si direbbero scritte, cent'anni

dopo, dal Pergolesi e dal Cimarosa.

S'aggiunga ancora (ad accrescerne il valore e la importanza storica)

che il _S. Alessio_ è evidentemente condotto col proposito d'improntare

nella melodia il carattere de' personaggi; tanto che nella parte di

Satana v'han tratti che ricordano il Beltramo del _Roberto il Diavolo_.

Col Landi, Pierfrancesco Caletti-Bruni, detto Cavalli, che portò il

melodramma a forme più simmetriche, e la melodia a maggiori e più

geniali svolgimenti.

A' giorni stessi del Cavalli, Marco Antonio Cesti meno vario e

originale, ma dotato di un gusto non meno eletto specialmente in ciò

che si riferisce al canto.

Della storia del melodramma que' due compositori chiudono il periodo

che dirò _preparatore_, — periodo fecondissimo di opere, di tentativi,

di felici trovate. — Giunti qui, non siamo ancora alla grand'arte, nè

a quelle espansioni melodiche ch'hanno potenza d'esaltare e di destare

l'entusiasmo; ma ne siamo (e sanamente), agli inizi. Con la musica, non

siamo ancora ad una piena e splendida fioritura; ma, come all'aprirsi

della primavera, siamo al rinverdire delle piante, ai bocci e ai fiori

socchiusi.

Proponendomi di riprenderlo più innanzi, lascio il melodramma per dire

della musica strumentale, la quale più presto e forse meglio della

vocale, seppe fare suo profitto della libertà lasciata alla fantasia e

all'estro dal nuovo indirizzo preso dall'arte.

I filosofi moderni assegnano alla musica strumentale una importanza

grandissima. _È la vera musica_ (dicono), _è la musica per eccellenza_,

ed è tale, perchè vive e spazia nelle regioni dell'ideale puro; perchè

è affatto indipendente da ogni ordine di cose reali.

La parola (aggiungono) avvalora senza dubbio e dà forza al linguaggio

della musica. Ma lo avvalora circoscrivendolo.

Il _dramma_ offre alla musica un'infinita varietà d'immagini, di

affetti, di passioni. Ma le leggi della verosimiglianza e le esigenze

della scena, trascinano imperiosamente la musica su vie che non sono le

sue.

Le eleganze e le grazie del canto, la quadratura de' pezzi, le

ripetizioni e la simmetria, alla musica necessarissime, sconvengono non

di rado ai procedimenti del dramma.

Il dramma, intanto, procede per analisi, e la musica per sintesi. Il

dramma, anche quando è tutto d'invenzione, pretende di rappresentare il

_Vero_ e d'esser _Storia_. La musica, al contrario, è tutta e sempre

_Poesia_; nient'altro che _Poesia_. E però frequentissimi i casi di

discordia e d'inconciliabilità.

La musica Vocale e la Strumentale sono sorelle gemelle, la cui nascita

rimonta forse alla creazione del mondo. Nulla s'oppone a credere che

l'uomo, il quale, pel primo, cominciò a cantare, fosse contemporaneo di

quello che, pel primo, cominciò a cercare i suoni soffiando nelle canne

e nelle tibie.

Tuttavia, il progresso di una di quelle sorelle fu lentissimo. Sino

agli ultimi anni del mille e cinquecento, la musica strumentale non

ebbe un'esistenza sua propria che nelle _Gighe_, nelle _Sarabande_,

nelle _Gavotte_ e in altre forme della musica da ballo. Quanto al

resto, fu tenuta sempre alla materiale ripetizione, al _raddoppio_

cioè, delle parti vocali. Le Messe,i Salmi,i Madrigali, ecc., nel

millecinquecento si scrivevano: per _cantare_ e per _suonare_.

L'autonomia della musica strumentale è anch'essa un portato della

_Riforma melodrammatica fiorentina_.

Subito aperta la nuova via, ecco procedervi sicuro un insigne

musicista: Girolamo Frescobaldi; il più valente di quanti furono

prima di lui e con lui, i valenti organisti. La sua fama fu tale,

che, invitato a suonare in San Pietro Vaticano, gli uditori accorsi

passavano i trentamila.

Eppure de' titoli di gloria del Frescobaldi, quello d'organista è forse

il minore.

Egli fu compositore, per organo specialmente e per clavicembalo,

d'altissimo merito. Le sue composizioni: le _Toccate_, i _Ricercari_,

le _Partite d'intavolatura_, le _Canzoni da suonare_, van ricche di

bellezze native e peregrine. In tutte (fatta sempre ragione ai tempi,

s'intende) la melodia si svolge e discorre con naturalezza; ha forme

simmetriche, è quasi sempre originale. E di sotto alla melodia, nuovo

in parecchi atteggiamenti e di castigatissimo gusto, il magistero

armonico.

Alla musica strumentale, il Frescobaldi ha dato il _La_. E a quel _La_

si tennero tutti i cultori di quel ramo dell'arte suoi contemporanei,

e i loro successori immediati: il Torelli, il Vivaldi, il Geminiani,

il Bassani, il Corelli, lo Scarlatti (Domenico) e tanti e tant'altri,

a dire dei quali anche per soli accenni, non che un discorso mal

basterebbe un volume.

Da quei compositori (dal Bassani segnatamente e dal Corelli) la musica

ebbe la _Sonata_; forma che è viva vivissima ancora così nella _Sonata_

propriamente detta, come in tutta la musica strumentale _da camera_,

ne' Terzetti, Quartetti, ecc., e nella stessa _Sinfonia da Concerto_.

Que' sublimi poemi che sono le nove Sinfonie del Beethoven, quanto a

forma sono _Sonate per orchestra_.

Oltre la Sinfonia da Concerto o classica, abbiamo la Sinfonia Teatrale;

quella che usa mettersi innanzi ai melodrammi, e che molti credono

d'origine francese, grazie al vocabolo _Ouverture_, col quale viene

comunemente designata.

Altra forma musicale dovuta al secolo XVII, la Sinfonia-_ouverture_

ebbe vita in Francia senza nessun dubbio; ma è italiana, italianissima;

perchè la prima di quelle Sinfonie, venne ideata e scritta da un

fiorentino, da Giovanni Battista Lulli: il compositore-favorito di

Luigi XIV; autore di opere teatrali acclamatissime.

Il movimento che nel secolo XVII animò il melodramma e la musica

strumentale, animò pure la musica religiosa; ma per ben poco.

A rendere incerti i compositori sul cammino da seguire ed a

paralizzarli, sorse, rumorosissima, una controversia.

Sedotti dagli effetti nuovi e bellissimi dell'orchestra, i compositori

la portarono in chiesa; e fu, per molti, uno scandalo.

_L'orchestra è del teatro_ (picchiarono e ripicchiarono gli oppositori)

_e tutto ciò che è del teatro o che lo ricorda, in chiesa non può

essere che una profanazione, un sacrilegio._

Certo è che tolta di mezzo l'orchestra, restan pur tolti di mezzo non

pochi e ben prossimi pericoli di cadere con la musica negli effetti

teatrali.

Ma quel provedimento, non è chi nol vegga, rifiuta una parte dei

poteri della musica e la stringe in termini prescritti; mentre la

Chiesa, associandola alle sue cerimonie e alle sue preghiere, vuole

un'arte libera; vuole un ausiliario, atto a cattivare l'attenzione e a

commuovere il cuore, affinchè riesca e _più pronta_ la intelligenza e

_più profonda_ la impressione delle verità che ella predica e insegna.

Ora, vincolata a forme determinate e prescritte, la musica troppo

facilmente non potrebbe ottenere quegli effetti, e troppo facilmente

mancherebbe a sè stessa.

Vietare alla musica religiosa l'uso dell'orchestra perchè serve al

teatro, non è forse lo stesso che vietare alla pittura religiosa l'uso,

poniamo, o del rosso o del turchino perchè servirono o possono servire

a dipingere la veste di una Frine? Non è lo stesso che vietare alla

poesia e all'eloquenza sacra i vocaboli degli affetti e del cuore,

perchè possono esser diretti a tutt'altri che a Dio?

Nè la Chiesa del resto, pensò mai a limitare i mezzi naturali delle

arti. Dalle nude e anguste cripte delle catacombe, ella venne alla

magnificenza delle basiliche e delle cattedrali. Dagli informi

dipinti e dai rozzi intagli con cui, nel suo grembo, si svolsero le

moderne arti del disegno, ella venne a Raffaello, a Michelangiolo, al

Canova. E, in ordine alla musica, ben distinta sempre la _liturgica_

dall'_artistica_; — applicato alla prima (_al canto fermo_) il

precetto: _Nec plus, nec minus, nec aliter_, — accettò dalla seconda

tutti i progressi, e venne al Palestrina, al Pergolesi, al Mozart, al

Cherubini, al Rossini, al Verdi.

Non mai definita, quella controversia è viva anche a' dì nostri. I

compositori odierni, però, non se ne danno per intesi e tiran via come

vien viene.

I compositori del seicento, al contrario, quando scrivevano musica

religiosa, si toglievano d'ogni incertezza, tornando di netto alle

vecchie formule delle scuole e agli artifizi (anche ai più astrusi) del

contrappunto.

Da una controversia passo ad un'altra per riportarmi al melodramma.

Careggiato, applaudito, acclamato come una festa dei sensi e della

intelligenza, come la più splendida e la più attraente delle forme

dell'arte, il melodramma pure al suo primo apparire, fu assalito da

un gran numero di oppositori, i cui argomenti erano que' medesimi de'

quali si valsero le lancie spezzate del Wagner per combattere la scuola

italiana che, pel melodramma, soprastava ad ogni altra un gran tratto.

Di quegli argomenti, ecco il principalissimo:

“Volendo che i suoi personaggi parlino, pensino, amino, soffrano e

anche muoiano _cantando_, il melodramma cade, e in pieno, nel _falso_

e nell'_assurdo_. L'uomo qual è nella natura, l'uomo _vero_, non parla

_cantando_; e molto meno se è dominato dalle passioni; e meno ancora se

muore.„

Grazie della notizia!

Ma quell'argomento non mena già, come vorrebbero gli oppositori, ad una

modificazione o ad una riforma, mena bensì (e inevitabilmente) alla

negazione ed alla condanna del melodramma in sè stesso. Perchè, non

ammessa la _convenzione_ che i suoi personaggi parlano _cantando_, il

melodramma si rende impossibile, non può essere.

E se ben si guarda, con quell'argomento si negano e si condannano tutte

le arti belle; perchè tutte s'appoggiano ad una _convenzione_; perchè

in quello stesso modo e in quella stessa misura che è falso ed assurdo

il personaggio del melodramma che parla _cantando_, è falso ed assurdo

quello della tragedia che parla in versi, e quello della pittura che

_non si muove e non parla mai_, e quello della scultura che _non si

muove, non parla ed è tutto di un colore solo_.

Di quante sono le arti, nessuna prende tanto dal _vero_ e può darne

tanto, quanto la drammatica. — Ma anche la drammatica ha le sue

_convenzioni_. Ed è in grazia di esse che il drammaturgo può stringere

e condensare in due o tre ore, la rappresentazione di fatti i quali,

nel _vero_, non potrebbero svolgersi che in parecchi giorni e in

mesi e in anni. È in grazia di quelle _convenzioni_ che delle tante

circostanze che accompagnano i fatti, il drammaturgo, secondo quello

speciale intento che s'è proposto di ottenere, può lasciar quelle e

prender queste, può prenderne una sola o nessuna se gli torna; e che

nello svolgimento così dell'azione come de' caratteri, può far uso

di un ordine di artifizi analoghi a quelli che i pittori chiamano

_scorci_; e pei quali lo spettatore _vede_ ciò che realmente non c'è.

E nella commedia e nel dramma, che cosa sono rispetto al _vero_, i

_soliloqui_? Che cosa sono quegli “_a parte_„ così frequenti, che si

vogliono uditi da tutti gli spettatori, e che gli spettatori devono

credere _non uditi_ dai personaggi che sono sulla scena e ai quali,

magari, son detti proprio sul viso? Con questo non è forse stabilito

e accettato: che il personaggio della commedia e del dramma, pensa,

riflette e sente, — _parlando_?

Gli oppositori del melodramma non hanno osservato: che il _fine_ delle

arti belle, non è già la sola ed esatta riproduzione del _vero_, ma sì

la esplicazione, per mezzo del _vero_, di un sentimento o di un'idea!

Non hanno osservato: che all'opera d'arte non si cerca già la

commozione, in genere, che può destare il _vero_, ma sì quella

commozione che il vero ha destato nell'artista; e dall'artista

fecondata e portata ad espressione di bellezza.

Da cui quella commozione _sui generis_ che dicesi _estetica_.

Gli oppositori del melodramma non hanno osservato: che il sentimento

e l'amore dell'arte sono insiti nella natura dell'uomo; che sono

inerenti alle sue facoltà e a' suoi bisogni intellettuali; che

muovono, in conclusione, da un istinto. E non hanno osservato: che

le _convenzioni fondamentali_ delle arti sono il primo e necessario

portato di quell'istinto appunto. Del che s'ha una dimostrazione che

non ammette replica, nel fatto: che quelle _convenzioni_, non pure

senza ripugnanza, ma con vivo desiderio vennero accettate in tutti i

tempi, da tutti gli uomini, in tutti i gradi di cultura: dai Greci come

dai Barbari; dagli adulti come dai fanciulli.

Certo è che uno scultore ritrarrebbe meglio il _vero_, se alle forme

del marmo aggiungesse i colori. Ma qual è uomo di gusto, o così

naturalmente infelice o così corrotto, che non veda e non senta che

l'arte sarebbe qui disviata, che ne sarebbe invertito l'assunto, che il

_vero_ sarebbe non già imitato ma contraffatto?

Così, chi assiste alla rappresentazione del _Mosè_ o del _Guglielmo

Tell_, non domanda già alla scena nè il _Mosè_ proprio quello del

Pentateuco, nè il _Tell_ montanaro e non poeta, nè musicista, nè

cantante, ma domanda il ritratto _fantastico_ di que' personaggi,

animato dalle attrattive della poesia e dagli incanti della musica.

E dopo aver dichiarata assurda la convenzione del melodramma, a qual

partito s'appigliano gli oppositori?

Per me s'appigliano ad un partito che è apertamente contrario al buon

discorso della logica e agli intendimenti dell'arte: condannano e

proscrivono il _canto_ che _canta_, che viene a dire la _melodia_,

per mettere al suo posto quella maniera di recitativo che chiamano

_melopèa_.

Della convenzione prima e fondamentale, non ne prendono che una parte.

Come se con questo puerile mezzo termine non si riuscisse ad un'altra

_convenzione_! Come se nella materia di cui trattasi il _falso_ e

l'_assurdo_ potessero stare nel _più_ e non nel _meno_! Come se non

volendo ammettere l'uomo che parla _cantando_ il _canto_, perchè

non _vero_, si potesse poi ammettere l'uomo che parla _cantando la

melopèa_, che non è _vero_ nello stesso stessissimo modo!

E della nuova teorica, quali i frutti?

Questi: la musica spogliata de' più efficaci suoi attributi; costretta

a seguire pedestre la declamazione e a gonfiarne le inflessioni e

gli accenti. Il dramma inceppato e fatto lentissimo dalla _melopèa_,

nascosto e abbuiato dalla orchestra. La recitazione falsata e portata

a termini che si contradicono: a non voler _cantare_ per poter _dire_;

e a non poter dire che con gli elementi del _canto_: — un ibridismo che

mai in arte il più arbitrario, il più infecondo, il più strano!

Di compositori melodrammatici che fiorirono nella seconda metà del

seicento, la storia ne ricorda moltissimi, valenti i più, valentissimi

non pochi. Ma come ho fatto sin qui, mi terrò alle cime; a quelli

che più giovarono all'incremento dell'arte: ad Agostino Stefani e ad

Alessandro Scarlatti.

Lo Stefani (ora interamente dimenticato) nel disegno euritmico delle

arie e dei pezzi concertati, fu il precursore dello Scarlatti; nella

musica vocale da camera fu il precursore del Clari; e in tutto ciò che

spetta alla verità della espressione drammatica, e a quegli intenti

che si riferiscono al così detto _color locale_, fu il precursore

de' tedeschi. Di due de' quali, del Keiser (grande) e dell'Händel

(grandissimo) fu pure maestro. — Le migliori sinfonie dell'Händel,

quali sono deduzioni e quali sono calchi di quelle dello Stefani.

Le opere: _Marco Aurelio_, _Servio Tullio_, _Enrico detto il Leone_ e

_Rolando_, dello Stefani, aprirono la Germania all'arte italiana.

Sopra tutti i compositori che ho nominati, s'alza gigante Alessandro

Scarlatti: il Mozart e il Rossini del suo tempo: un _Genio_! Ottimo

cantante, ottimo suonatore di violino, di clavicembalo, d'organo,

di arpa, lo Scarlatti fu compositore di profondissima dottrina, di

fantasia vivace e originale, di squisito gusto, e miracolosamente

fecondo. — Fra serie, semiserie e buffe, scrisse dalle cento alle

centoventi opere teatrali, pressochè tutte acclamate. Scrisse oltre a

dugento opere di musica religiosa; otto oratorii, e un gran numero di

_cantate_.

Lo Scarlatti piegò e strinse in una sintesi sapiente la dottrina

del Palestrina e la naturale libertà della melodia. Guidato dalla

indefettibilità del _genio_, gettò le basi di quella scuola che, detta

da principio _Napoletana_, fu in seguito la _Italiana_.

Nella musica delle opere dello Scarlatti, altezza e originalità di

concetti, d'intenti, di aspirazioni; — limpidezza, culta ed elegante di

stile; — ricchezza inesauribile di partiti; — naturalezza d'andamenti;

— abbondanza di idee melodiche native, geniali, informate al carattere

voluto dalla _poesia_ cui s'applicavano, e piene d'espressione; —

varietà ed efficacia ne' giri degli accordi, ed una _strumentazione_

così savia e sana, così bene intesa, che, senza faticose ricerche, vi

si trovano in germe tutte quelle _novità_ che usciron dopo, e delle

quali si menò e si mena quel vanto e quello scalpore che tutti sanno.

Come il Monteverdi, anche lo Scarlatti assegnò non di rado

all'accompagnamento del canto di ciascun personaggio un gruppo speciale

di strumenti, da cui, col colore drammatico, una bella varietà di

effetti acustici. Per questo rispetto, sono degne di studio tutte le

sue opere, ma più specialmente: _Tigrane_, e più specialmente ancora

_La caduta dei Decemviri_, nella quale l'aria: _Ma il mio ben che

farà_, è accompagnata da soli violini, divisi in _quattro parti_.

Dalla bontà de' criteri estetici che lo guidavano nella pratica, la

bontà del suo insegnamento.

Chiamato alla direzione di uno de' conservatorii di Napoli, il culto

del bel canto, della buona armonia e della buona disposizione _delle

parti_, dalla sua scuola, sempre popolatissima d'allievi, non che

a Napoli e in Italia, si diffuse subito in tutt'Europa. — E il suo

insegnamento (s'avverta) non appoggiavasi a nessun Trattato, a nessun

sistema teorico. Era essenzialmente pratico. Musicista nato, e uomo

di molta cultura, lo Scarlatti sapeva troppo bene che cosa erano e che

cosa potevano essere, in fatto di musica, le teoriche e i trattati.

Con lo Scarlatti siamo alla grand'arte; all'arte (ripeto) _raggio de'

cieli, e quasi nipote a Dio_!

Genio _fecondatore_ (come poi il Rossini) intorno allo Scarlatti fu

in breve una legione di peritissimi cantanti, sui quali primeggia

Baldassare Ferri, detto da' biografi il cantante Taumaturgo.

E con quella de' cantanti, un'altra legione di compositori; de' quali

vogliono essere distinti: l'Angelini Bontempi, Bernardo Pasquini,

Giovanni Bononcini e Antonio Caldara; un compositore quest'ultimo che

nel seicento e sino al Pergolesi, rimase insuperato, nella rivelazione

degli affetti più delicati, de' sentimenti più intimi e, se così posso

dire, de' bisbigli dell'anima.

Qual più qual meno, tutti quei compositori vennero dimenticati, ma più

che per altro, per le condizioni d'esistenza in cui trovavasi la musica

nel seicento; condizioni ben diverse da quelle in cui trovasi oggi.

In quel tempo le pubblicazioni della stampa erano infinitamente minori

di quelle d'ora. Le più belle opere rimanevano manoscritte, tolte per

ciò alla circolazione e quindi facilmente sconosciute.

In quel tempo non usavano i giornali; tanto utili a mantener vive le

rinomanze e le glorie; (e anche ad inventarle).

E a far dimenticare le opere non che all'universale, agli stessi

compositori, concorreva il fatto che dei _Diritti d'autore_ in quel

tempo non s'aveva nemmeno idea. — Scritta e fatta rappresentare

un'opera, i compositori mettevan mano ad un'altra, e a quella scritta

non ci pensavan più, perchè passata, _de jure_, in dominio pubblico.

Dura legge era quella pei poveri compositori; dura, ingiusta, leonina,

— lo riconosco. Ma per un altro verso, era provvida e benefica,

in quanto preservava l'arte dal farsi una industria commerciale, e

preservava gli artisti dal farsi mestieranti e bottegai.

La scuola dello Scarlatti, ha stabilita la musica pratica su basi

razionali, ferme, armonizzanti coi postulati più accettati della

estetica, e con la melodia e col canto l'ha avviata sui fioriti

sentieri della poesia, ben diversi dalle viottole scabrose e cieche

per le quali (e a gran fatica!) si trascinò sempre la musica delle

teoriche.

Pure anche questa, nel seicento, ha guadagnato non poco, ed ha fatto

non breve cammino.

Aperta la via alla melodia, quella legge prima e fondamentale cui

la natura ha informato l'orecchio dell'uomo, e per la quale i suoni

acquistano senso ed espressione, quella legge, dico, senza cessare

d'essere mistero quanto al suo principio, venne rivelandosi nella

pratica co' suoi effetti. I musicisti ben dotati la seguirono per

istinto; e non andò molto che le vecchie teoriche non trovaron più modo

d'applicarsi e che con la pratica non ebbero più nulla a vedere.

I _Toni_, che abbiam trovati così numerosi e fiancheggiati da tante

e così sottili distinzioni e classificazioni, a poco a poco sparirono

tutti, sopraffatti da soli _Due!_ messi in luce e imposti dalla ragione

melodica.

Que' due _Toni_ (e senza che si sentisse mai il bisogno nè di aggiunte

nè di modificazioni) bastarono alle fantasie, alle ispirazioni e ai

voli del Bach, del Mozart, del Beethoven, del Rossini. Bastarono al

Wagner; bastano ancora; e bastano, quel che è più, a classificare

prontamente e senza difficoltà, tutta l'antica musica conosciuta, e

anche quella che i teorici dissero _inclassificabile_. Può volersi

di più per mettere in sodo che con que' due _Toni_ (il maggiore, e il

minore) siamo nel giusto e nel vero? che siamo dove ci volle natura?

Mi resterebbe ancora a dire molto, ma per non abusare più oltre della

vostra pazienza, o Signori, eccomi a concludere.

Nel secolo XVII, più che un _rinnovamento_ della musica, è a vedere

una _rigenerazione_, preso il vocabolo nel più ampio suo significato;

una _rigenerazione_ che si estese a tutti gli elementi costitutivi

dell'arte; a tutte le sue forme; così all'indirizzo estetico, come al

teorico; e, soprattutto, al _Gusto_, giacchè, sciolta da ogni regola

e interamente abbandonata alla fantasia, dal Landi allo Scarlatti, la

musica di quel secolo si mantenne sempre semplice, naturale, casta. Nè

amplificazioni, nè stemperatezze, nè gonfiezze, nè eccessi, mai.

E sì che il _barocchismo_, imperversante allora in tutte le arti, s'era

pur fatta strada in teatro, con la esecuzione de' cantanti, tutta a

passaggi di difficoltà, e coll'apparato scenico che volevasi tutto a

macchine, a voli, a sparizioni, a cascate d'acqua, a incendi, ecc.,

e che volevasi scortato, non esagero, da centinaia e centinaia di

ballerini, di corifei e di comparse.

Quando il Verdi ha detto: _Torniamo all'antico_ (parole d'oro) per me

ha certamente voluto dire: Torniamo ai forti compositori del seicento:

che seppero liberarsi dalle tenebre e portarsi alla luce; — che seppero

togliere la musica dai bassi fondi degli artifizi meccanici e alzarla,

agile, piena di vita e splendida, a dignità di arte.

La vita Italiana nel Seicento Conferenze tenute a Firenze nel 1894 · 第 88 / 92 题