La Commedia dell'arte nè fu un monopolio degli Andreini nè finì con
essi. Ed io dovrei parlarvi di comici insigni come i Riccoboni, i
Fiorillo, Domenico Biancolelli, Tommaso Visentino detto _Tommasino_,
Carlo Bertinazzi detto _Carlino_; di donne celebri come la Maria
Malloni detta _Celia_, di cui il Marino:
_Celia_ s'appella, e ben del Ciel nel volto
Porta la luce e la beltà Celeste;
Ed oltre ancor, chè come il Cielo è bella
E ha l'armonia del Ciel nella favella,
e la _Flaminia_ Riccoboni e l'_Aurelia_ Bianchi; di dilettanti come
Salvator Rosa che, diceva il Lippi,
pittor, passa chiunque tele imbiacca,
Tratta d'ogni scïenza _ut ex professo_,
E in palco fa sì ben _Coviel Patacca_,
Che, sempre ch'ei si muove o ch'ei favella,
Fa proprio sgangherarti le mascella,
ed Evangelista Torricelli, il Viviani, il Bernini:
Ma son giunto a quel segno, il qual s'io passo,
Vi potria la mia istoria esser molesta.
Devo però aggiungere che letterariamente la nostra Commedia produsse
i suoi frutti più duraturi oltre i confini della patria. Avvenne per
essa l'inverso di ciò ch'era avvenuto per la poesia cavalleresca; e
l'Ariosto che elaborò fuori d'Italia quella materia comica inventata
dagl'improvvisatori nostri, fu, voi lo sapete, il Molière. “Nous ne
devons jamais oublier que la priorité de ce calque ingénieux et piquant
de la nature appartient à l'Italie, et que, sans ce riche et curieux
précédent, Molière n'eût pas créé la véritable comédie française„, dice
George Sand; e non son mancati i Rajna a frugare nelle reliquie della
Commedia dell'arte, e a ritrovarvi abbozzati intrecci, scene, episodi,
tipi, personaggi, che nelle mani del geniale commediografo divennero
il _Tartufe_, _le Malade imaginaire_, _George Dandin_, _Trissotin_,
_Sganarelle_, _Scapin_. Sui cartoni disegnati con la carbonella, il
grande artista ha rimesse le tinte, la cui vivacità oramai non è più
caduca.
Certo, il teatro di Molière fu il più squisito prodotto della
Commedia dell'arte; la quale ebbe nell'ospitale Francia quasi una
seconda patria. Ma essa può vantare anche altre benemerenze ed altre
benevolenze. Ho già accennato alla Spagna ed a Lope de Vega. Un po'
prima che colà; nel 1568, un Giovanni Tabarino avea portata la nostra
commedia a Linz sul Danubio, dond'egli era passato a Vienna con la
qualità ufficiale di comico di Sua Maestà. Vi rimase, pare, fino al
'74, facendo nel febbraio '71 una scappata in Francia; ma codesto più
antico Tabarino non è da confondere col famoso buffone dello stesso
nome che fu di moda a Parigi dal 1618 al '30. E nel tempo ch'egli
rimase a Vienna, vi capitarono pure i fiorentini Antonio Soldino,
proveniente dalla Francia, e Orazio; e poi Giulio, Giovanni veneziano,
Giovan Maria romano, e i trevisani Silvestro e quel Battista che
recitava da _Franceschina_; e, più tardi, Pier Maria Cecchini, poeta
e trattatista oltrechè attore col nomignolo di _Frittellino_, il quale
l'imperatore Mathias “fece nobile...., habilitandolo ad ogni essercizio
cavalleresco, facendolo capace di quanto ad ogni titolato si concede„.
Nella Corte di Baviera la Commedia dell'arte fu, qualche anno innanzi
al 1568, fatta gustare da un musicista fiammingo vissuto per lungo
tempo tra noi, Orlando di Lasso, e da un musicista napoletano,
Massimo Trojano, che ce ne dà conto. Si celebravan le nozze del duca
Guglielmo IV con Renata di Lorena; e un bel giorno al Duca “venne
in fantasia.... di udir una commedia la sera seguente„. Ne pregò il
maestro Orlando, che a sua volta pregò il collega Trojano d'aiutarlo.
Detto fatto, inventarono “il dilettevole suggetto„ e recitarono la
sera appresso una “comedia all'improvisa alla italiana...., in presenza
de tutte le serenissime Dame; che, quantunque le più che vi erano non
intendevano lo che si dicevano, pure feze tanto bene e con tanta gratia
il _Magnifico Venetiano_ messer Orlando di Lasso, col suo _Zanne_,
che smascellare della risa a tutti fece„. Le parti erano state così
distribuite: messer Orlando, dunque, “fu il _Magnifico messer Pantalone
di Bisognosi_; m. Gio. Battista Scolari da Trento, il _Zanne_; Massimo
Trojano fece tre personaggi, il prolago da goffo villano (un villano,
alla cavajola, tanto goffamente vestito che parea l'Ambasciatore delle
risa), il _Polidoro_ innamorato, e lo spagnuolo disperato sotto nome
di _Don Diego di Mendozza_; lo servitore di _Polidoro_ fu Don Carlo
Livizzano; lo servitore del _Spagnuolo_, Giorgio Dori da Trento;
la _Cortigiana_ innamorata di _Polidoro_, chiamata _Camilla_, fu
il Marchese di Malaspina; la sua serva, Ercole Terzo; et un servo
francese„. Per meglio allietare lo spettacolo, alla commedia furono
intramezzati dei madrigali musicati dal Lasso.
Ma in Germania non può dirsi che i semi della Commedia dell'arte
cadessero su un terrena fecondo. Invece, nel 1577 passò la Manica una
Compagnia condotta da un _Arlecchino_ mantovano, Drusiano Martinelli,
fratello d'un ben più celebre _Arlecchino_, che chiamava sè stesso
_dominus Arlecchinorum_, e, per essersi fatta tenere a battesimo
dalla regina di Francia una figliuola, le dava della “commare„ e si
sottoscriveva “Arlecchino compadre christianissimo„. Alla Corte di
Elisabetta è probabile imparassero da lui ad improvvisare su semplici
scenari, ed a comporne, i due buffoni rivali Tarleton e Wilson.
Shakespeare non venne a Londra che circa otto anni dopo. È risaputo
com'avesse famigliari i nostri novellieri e i nostri commediografi,
e come a quella fonte attingesse intrecci, scene, situazioni. Gli
_Equivoci_ derivano dai _Menechmi_ attraverso un'imitazione italiana;
la _Selvatica ammansata_ è ricalcata in gran parte sui _Suppositi_
dell'Ariosto; e perfin la _Giulietta e Romeo_ ricorda in più d'un luogo
(pel lodevole zelo di parer discreti non bisogna esser poi ingiusti!)
l'_Hadriana_ di Luigi Groto. Nè sono scarse od occulte nel suo teatro
le tracce dell'imitazione dalla nostra commedia popolare. Già, quando
nell'_Otello_ (I, 2) Jago chiama Brabanzio “il _Magnifico_„, a me
pare ch'ei gli voglia dare del _Pantalone_ anzichè indicare con quel
titolo semplicemente il grado senatoriale di lui, come gli annotatori
interpretano. Ma c'è ben di meglio. Il capitano _Parolle_, nella
commedia _È tutto bene quel che ben finisce_, il quale porta “tutta
quanta la dottrina teorica della guerra nel nodo della sua sciarpa,
e tutta l'arte pratica nel fodero della daga„, non è che il nostro
_Capitano Spavento_; e la scena in cui, essendo per vigliaccheria
caduto nelle mani dei propri soldati che gli hanno fatto paura e
che affettano un linguaggio barbaresco, è trascinato con la benda
sugli occhi innanzi al proprio generale ch'ei crede quel dei nemici,
e spiattella i segreti del campo e svilisce i colleghi, si direbbe
addirittura desunta da uno scenario. Com'è in fondo il nostro _Capitano
spagnuolo_ quello spagnuolo fanfarone e galante delle _Pene d'amore
perdute_. Basta sentirlo come del suo amore dà conto al valletto:
Voglio farti una confidenza: io sono innamorato; e com'è cosa
abbietta in un soldato l'amore, così mi sono innamorato d'una
vile contadina. Se potessi sguainar la spada contro codesta mia
trista affezione, per sottrarmi a tali reprobi pensieri, farei
prigioniera la mia passione amorosa, e la cederei a qualche
cortigiano francese in cambio d'una riverenza alla moda. Mi
par cosa spregevole il sospirare, e penso che dovrei rinnegare
Cupido. Consolami tu, paggio mio: quali furono i grandi uomini
schiavi d'amore?
Il pedante _Oloferne_ della medesima commedia è talquale il nostro
_Graziano_; ed è curioso ch'ei citi con malinconica ammirazione il
principio d'un'egloga latina d'un oscuro umanista mantovano, cui fa
seguire in italiano due versi d'una canzonetta:
Ah, buon vecchio mantovano! io di te posso dire quel che di
Venezia il viaggiatore:
_Vinegia, Vinegia,_
_Chi non te vede, ei non ti pregia._
Vecchio mantovano! vecchio mantovano! Chi non ti intende non ti
ama!
Nella _Selvatica ammansata_ poi, oltre alle tante parole italiane
che vi ricorrono e perfino un po' di dialogo (“Con tutto il core ben
trovato„, dice un amico all'altro; o questi: “Alla nostra casa bene
venuto, molto amato signor mio Petronio„), ed oltre pure un certo
_Pedagogo_ che della nostra maschera non ha che la pusillanimità e
l'improntitudine, c'è una scena a cui della Commedia dell'arte non
manca neppure il nome d'uno dei suoi più caratteristici tipi. Un
giovane s'è gabellato maestro di grammatica per dichiarare il suo amore
alla giovinetta amata. È presente un vecchio galante, cotto anch'esso.
BIANCA. Dove eravamo?
LUCENZIO. Qui, signorina:
_Hic ibat Simois; hic est Sigeia tellus,_
_Hic steterat Priami regia celsa senis._
BIANCA. Vogliate spiegarlo.
LUCENZIO. _Hic ibat_, come prima v'ho detto — _Simois_, io sono
Lucenzio — _hic est_, figlio di ser Vincenzo di Pisa — _Sigeia
tellus_, così travestito per ottenere l'amor vostro — _Hic
steterat_, e quel Lucenzio che venne a corteggiarvi — _Priami_, è
il mio valletto Tranio — _regia_, che ha pigliato il mio luogo —
_celsa senis_, per ingannar meglio il vecchio _Pantalone_....
BIANCA. Ora vediamo se riesco a tradurre: _Hic ibat Simois_, io
non vi conosco — _hic est Sigeia tellus_, non mi fido di voi —
_Hic steterat Priami_, badate ch'egli non ci senta — _regia_, non
presumete di troppo — _celsa senis_, non disperate.
E pur nelle _Donne allegre di Windsor_, quel medico francese che
lardella il suo discorso di frasi e parole della sua lingua, e quel
parroco che cinguetta l'inglese da buon gallese, e quello scioccherello
che parla sempre in punta di forchetta, han tutti i loro prototipi
nella commedia nostra improvvisata.
Con la quale Shakespeare ebbe comune anche qualche vizio. Beltrame, per
esaltare i suoi colleghi, dichiarava, nei primi decenni del Seicento,
che essi “studiano et si muniscono la memoria di gran farragine
di cose, come sentenze, concetti, discorsi d'amore, rimproveri,
disperazioni e deliri, per haverli pronti all'occasioni„. Di qui quel
loro stile così colorito; e forse di qui ancora, per lo meno in parte,
lo stile enfatico ed ampolloso che il gran drammaturgo mette sempre
in bocca ai personaggi italiani. Non era certo nei nostri novellieri
ch'egli trovava il modello di quelle caricature.
Ma non son da porre sulla coscienza dei nostri poveri comici, già
così aggravata, tutte le scurrilità onde son lerci i primi lavori
del capocomico inglese. I buffoni di Elisabetta, quanto a facezie
grossolane e sboccate, non avean bisogno di maestri! E chi sa che
non appartengano a loro, per lo meno in gran parte, quelle che son
passate alla posterità di contrabbando, appiattate nei ricchi bauli
del sommo poeta? Il quale avrà lasciato che in certe scene i buffoni si
sbizzarrissero a loro agio, per contentare il pubblico grosso, sempre
avido di quei motti salati che magari si sentiva ripetere da anni: alla
stessa guisa che i predecessori di Rossini abbandonavano i trilli e
le rifioriture alla virtuosità dei cantanti. Dopo, quelle trivialità
saranno state trascritte sui copioni e tutte gabellate come opera del
commediografo. Cresciuto in autorità ed ammaestrato dall'esperienza,
anche questi, come Rossini i trilli, avrà provveduto a disciplinare
le scene buffonesche, perchè non turbassero l'azione del dramma,
e perchè almeno avessero quel sapore tra ariostesco e rabelaisiano
che hanno, per esempio, nell'_Otello_ e nell'_Amleto_. Ricordate gli
ammaestramenti del principe danese ai comici:
Badino quelli che fan da buffoni a non dir nulla di più di quel
che devono. C'è tra essi qualcuno che si mette a snocciolar
buffonerie, per far ridere un certo numero di spettatori idioti,
proprio nel punto che il dramma richiederebbe che si stesse ad
ascoltarlo con la maggiore attenzione. Ciò è indegno, e rivela
nel commediante una miserevole ambizione.
Erano abusi codesti a cui certo anche la nostra Commedia dell'arte
avviava; poichè ogni libertà può degenerare in licenza quando sia
concessa anche a chi non trovi il necessario freno nella propria indole
o nella propria educazione. Ma non si vogliano, per i cattivi effetti
della licenza, dimenticare gl'ineffabili benefizi della libertà. Tra
mezzo all'ossequioso servilismo delle nostre lettere a un passato
irrevocabile, quei nostri comici apostoli corsero il mondo predicando
e praticando la libertà: umili ma rumorosi ed efficaci guastatori di
quella via per cui poi dovevan trionfalmente passare Lope de Vega,
Shakespeare e Molière.