Dove sono più, o signori, i nomi de' Ducci, de' Sigismondi, del
Pellegrini? Cancellateli pure, e se toglierete qualche cosa alla legge
de' contrasti, non toglierete nulla alla storia del nostro pensiero.
Possiamo dire altrettanto del Bruno, di Galilei, di Campanella?
Toccateli: la mano vi trema. Ben ci è chi vorrebbe cancellarli, ma
le sillabe del pensiero sono immortali, e ciascuna fa parte di quel
discorso continuo che si chiama progresso. Trasferendovi, in fatti, col
pensiero dal secolo XVII ai seguenti, voi trovate che il principio di
causalità, come fu integrato da Bruno diviene la legge di evoluzione
de' nostri tempi. Evolversi è causarsi. Trovate che la matematica
di Galilei si estende a poco a poco nel campo delle altre scienze,
che non possono essere pagine sparse di un libro insignificante,
ma debbono farsi capitoli e corollarî del libro unico indicato da
Telesio e misuratamente determinato da Galilei. Già il tentativo di
allargare la matematica alle altre scienze fu cominciato immediatamente
nella scuola istessa di Galilei, dal suo discepolo Vincenzo Viviani.
Trovate, in ultimo, che l'unità umana vaticinata da Campanella
diventa dichiarazione de' diritti dell'_uomo_ nel secolo passato e
dichiarazione de' doveri dell'_uomo_ nel secolo nostro. Al secolo
che si avvicina — voi lo presentite — non toccano dichiarazioni ma
soluzioni, e questa, prima di ogni altra, l'equilibrio tra' doveri e i
diritti, il quale si chiama giustizia.
Tra il comunismo del filosofo calabrese e l'individualismo della
prudenza conservatrice la lotta fu e durerà lunga. Ma considerate
che la storia non ha dato assolutamente ragione a nessuna delle due
parti, e che il secolo nostro cerca una risultante, ora col nome di
collettivismo, ora con altri nomi e provvedimenti. Non curate il nome,
certo è che la risultante s'impone.
Comunisti no, individualisti neppure, e il secolo nostro si affatica
alla ricerca di un equilibrio, di un contemperamento. Ma di risultante
non si parlerebbe, se già que' due termini estremi non fossero stati
posti dal pensiero, il quale quello è che dopo aver tocco gli estremi
si adagia nel medio.
Badiamo, dunque, alla parola _modernità_. Se è fondata sulla
evoluzione, deve riconoscere i germi ond'è formata, e non può ignorare
i pensieri e le fatiche de' nostri grandi: se no, è moda, è leggerezza,
non è modernità. Con quale animo eleveremo un monumento a Galilei a
Pisa, a Bruno in Roma, ad Arnaldo in Brescia, a Dante in Ravenna, senza
averli prima allogati nella série dei nostri pensieri, senza avere
inteso il significato della Città terrena in Petrarca, della Città
filosofica in Campanella, insomma del _regnum hominis_ di Bacone?
Troppo — tenuto conto del tema così vasto e del poco tempo — io sento i
vuoti dell'esposizione, ma sento non inutili le poche faville, come voi
sentite che ho parlato di cose che ho letto con amore e per molti anni.
Compirò il mio pensiero a Pisa, parlando di Galilei.
Altrove sarei riuscito oscuro. A Firenze no: qui parla l'aria, ogni
pietra commenta ed illustra le mie parole. E parlando di quelli, io
mi esalto e mi sottraggo all'oscurità di questa ora. Sul pensiero di
quelli è fondata l'Italia e non può perire. Nel nome di quelli in me
in voi è incrollabile la fede nella missione, nell'avvenire del nostro
paese. Chi dubita, chi insidia non ha vissuto la vita del nostro
pensiero, non conosce l'eredità trasmessaci e che dobbiamo, aumentata,
trasmettere. La crisi è momentanea. Noi siamo appena all'alba della
nostra giornata.