CONFERENZA
DI
DOMENICO GNOLI.
Ciascuna città riflette principalmente, nella pianta, nei monumenti,
nel fabbricato, nella decorazione, nei prodotti dell'arte e perfin
dell'industria, il gusto e l'indole d'un'età; di quell'età in cui
essa raggiunse il massimo grado della prosperità e dello splendore.
Così qui a Firenze tutto palpita della vita del Rinascimento, e
nella Roma moderna impera sovrano il Seicento: esso le ha impresso
il suo carattere, l'ha animata del suo spirito: il che specialmente
è vero se, non attenendoci strettamente al rigor delle cifre, si
faccia incominciare il Seicento dal pontificato di Sisto V, cioè
dal 1585. Le antiche basiliche, le fabbriche del Rinascimento quel
secolo ha trasformato in gran parte, secondo il suo ideale estetico,
colla sicurezza di renderle più belle e magnifiche; e quel che resta
d'intatto, si nota quasi come monumento storico, difforme dal carattere
dominante. L'età posteriore ha camminato sull'orme di quel secolo.
Il Cinquecento aveva dato con San Pietro il tipo della Chiesa Romana,
e col palazzo Farnese quello del palazzo. Il Seicento applica, estende
a tutta la città quei due tipi con una serie di variazioni degli
stessi motivi. Chi dalla balaustrata del Pincio guardi il panorama
di Roma, è colpito da una popolazione di cupole sorgenti grandi e
solenni sovra il piano dei tetti. Quella di San Pietro, che campeggia
gigante sull'orizzonte, fu voltata da Sisto V; seguirono quelle di
Sant'Andrea della Valle, di San Carlo a' Catinari, di San Carlo al
Corso, di Sant'Agnese ed altre. Sulle piazze e per le vie della
città v'incontrate a ogni passo in una di quelle enormi facciate
di chiesa, tutte di travertino, a due piani, selve di pilastri e di
colonne, con angeli e santi agitati dal vento, quali Sant'Andrea della
Valle, Sant'Ignazio, la Chiesa Nuova e tante altre; e se entrate in
quelle chiese, quasi tutte le troverete a croce latina, con arcate
intramezzate da pilastri; e sugli altari una orientale ricchezza di
marmi colorati, d'oro e di bronzo uniti con un senso maraviglioso della
policromia; sulle piazze i grandi obelischi eretti da Sisto V, e i
minori della Minerva e del Pantheon da Alessandro VII e da Clemente XI.
E i palazzi giganti tra il vecchio fabbricato, semplici e severi, senza
lusso di decorazione nè ornato d'ordini architettonici e le fontane
nelle piazze, e le grandi mostre dell'Acqua Felice, dell'Acqua Paola e
dell'Acqua di Trevi, quest'ultima, opera d'arte secentistica nel secolo
successivo, tutto infine quello che più apparisce all'occhio, che prima
colpisce il visitatore, è opera del Seicento.
E chi si affacci a quel gran teatro della Chiesa Romana che è la
piazza di San Pietro, si trova innanzi a quel periodo della storia e
dell'arte. Alessandro VII erigeva i portici, Paolo V la facciata della
chiesa, Sisto V trasportava l'obelisco e voltava la cupola, Innocenzo
XI compieva le due fontane. E nell'interno, l'opera di Bramante era
trasformata in quel secolo: prolungata la chiesa, mutandone la pianta
da croce greca a latina, decorata di stucchi e di marmi, aggiuntovi
il grande altare della confessione e la cattedra; e sugli altari,
opere del Domenichino, del Guercino, dell'Algardi, de' più famosi
artisti del secolo. E lì, nelle grandi tombe, giacciono per la maggior
parte i papi di quel periodo, di cui le figure grandeggiano, non più
distese sull'urna, ma ritte in piedi o sedute, fra gli svolazzi delle
statue allegoriche, i drappi di marmi colorati, e il bronzo e l'oro,
ostentando morti la grandiosità, la magnificenza ed il lusso che
professarono vivi.
Interprete del sentimento e della vita romana, scultore e architetto
officiale del papato, domina tutto quel secolo, tutta l'arte di
Roma Lorenzo Bernini, che operò senza posa sotto nove pontificati.
Egli fu detto corruttore, che meglio dovrebbe dirsi rigeneratore.
Nelle acque stagnanti dell'arte con cui si apriva il secolo XVII,
grande senza grandiosità, scorretta senza novità, egli portò il
soffio potente del genio; la agitò, la mosse, fino a sconvolgerla
in tempesta. Il grande, il magnifico, l'ingegnoso, l'appariscente,
il maraviglioso, l'eccessivo, era lo spirito, l'ideale del tempo;
e questo, Michelangelo meridionale, egli tradusse nell'arte. Non si
guardi all'opera della vecchiezza, quando esaurite le forze, cercò nel
bizzarro e nell'esagerato l'effetto; nè egli deve rispondere della
turba scapigliata de' suoi seguaci; nè dei deliri dell'emulo suo,
il Borromini, che gelosia pazza spinse a farsi della stravaganza una
legge: ma nella gioventù e nella virilità egli seppe svolgere l'ideale
del suo tempo entro i confini del bello; e come che si voglia giudicare
quello stato della civiltà, egli ne fu certo il più grande interprete
artistico. Ad una ricchezza esuberante di fantasia accoppiando una
maravigliosa padronanza dei mezzi tecnici, egli profuse in Roma le
sue opere immortali. La piazza di San Pietro, degna della cupola di
Michelangelo, la scala regia del Vaticano, la fontana dei fiumi sulla
piazza Navona, sono opere che sorpassano i termini dell'ingegno per
entrare nel campo del genio. E i papi di quel secolo, dalla faccia
marziale, dai mustacchi alla Wallenstein, dal pizzo alla cavaliera,
sono ancora nei marmi da lui scolpiti assai più vivi che non quelli di
nessun altro secolo.
*
Ma se le città pigliano forma dal periodo della loro maggior grandezza
e prosperità, che diritto aveva il secolo XVII d'imprimere a Roma le
sue fattezze? Non ha forse periodi di maggior grandezza il papato?
Il secolo decimosettimo per la Chiesa e pel papato non fu senza
gloria. Il distacco di tanti popoli dal Vaticano per opera della
Riforma, aveva risvegliato nella Chiesa una vigoria di cui non la si
sarebbe creduta capace. Fu un lungo periodo di guerra, che dev'essere
perciò giudicato coi criteri che governano lo stato di guerra; a
questo stato corrispondono la dittatura del papato, e i tribunali
dell'Inquisizione, veri tribunali marziali. Il mondo cattolico fu messo
in istato d'assedio. La politica del Vaticano non ebbe altro fine
che di far argine allo estendersi della Riforma, di soffocare ogni
favilla che minacciasse un nuovo incendio. Nessuna libertà, nessuna
debolezza di fronte al nemico; ma unità di comando, ma obbedienza
cieca, ma disciplina di ferro. E il nemico non era solo oltre i confini
del mondo cattolico; chè il moto violento della Riforma aveva scosso
tutta l'anima cristiana, agitato gl'intelletti, turbato le coscienze;
e d'ogni parte pullulavano dottrine violente, bizzarre, contrarie,
minacciando di rompere l'organismo cattolico, di dissolvere l'unità
della Fede. La gerarchia episcopale era strumento insufficiente
alla urgenza, alla gravità dei bisogni e dei pericoli. I nunzi
apostolici, vero Stato Maggiore della Chiesa, teologi e canonisti,
abili diplomatici, recavano a principi e a vescovi la parola del Papa,
trattavano i più ardui negozi, stringevano alleanze, portando nel
grembo, ora pieghevoli ora alteri, benedizioni e scomuniche. Gli Ordini
Regolari, e sopra tutti i Gesuiti, posti sotto la diretta dipendenza
del Papa, formavano la milizia mobile della Chiesa. Predicatori dai
pulpiti, maestri nei collegi dei nobili e nelle scuole del popolo,
assistenti negli ospedali, accorrenti dove ci fossero piaghe da lenire
e miserie da sollevare, ad ogni bisogno della società corrispondeva
l'Ordine, la Congregazione religiosa. La riforma interna della Chiesa,
invocata invano per secoli dai Santi e dai popoli, ordinata dal
Concilio di Trento, ebbe in gran parte nel Seicento la sua esecuzione.
In quella guerra fieramente combattuta colle armi spirituali e le
temporali, fu salva bensì l'unità della Fede, ma a prezzo del pensiero
soffocato, della libertà strozzata.
*
Ma altro è la storia del papato altro è quella di Roma.
Città e papi non vissero nel medio evo di buon accordo; ma fu anzi un
avvicendarsi di lotte e di convenzioni malfide. Ora i papi stettero
in Roma racchiusi sospettosamente entro le mura della città Leonina,
ora trasportarono altrove la loro sede. Col ritorno di Martino V,
e meglio nel 1443 con quello d'Eugenio IV, ultimo papa cacciato dai
Romani, i papi si stabilirono definitivamente in Roma. Ma la città e
la Curia erano due cose distinte. Da una parte la vecchia popolazione
scarsa di numero e di ricchezza; baroni, rozzi e guerrieri, che
risiedevano spesso ne' loro castelli; nobili famiglie cittadine,
date la maggior parte alla pastorizia e all'agricoltura, non ricche
e prive di coltura e d'arti civili; plebe irrequieta e miserabile.
Questa era la città che attorniava il Campidoglio. Dall'altra parte,
al Vaticano, c'era un santuario, e una corte ecclesiastica: una specie
di convento, dove le istituzioni permanevano intatte, e un popolo di
celibi vi passava dentro senza lasciare nè nome nè discendenza. Come
nel palazzo pontificio, così in quelli de' cardinali, e ne' palazzetti
de' protonotari apostolici, degli abbreviatori, degli officiali della
Curia, continuamente cambiavano gli ospiti; mutava nome il palazzo, e
spesso anche la piazza che gli stava innanzi e la strada; i potenti, i
ricchi di ieri, sparivano senza lasciar traccia, nuovi sottentravano
diversi di paesi, di costumi, di lingue, mentre altri s'affollavano,
nella speranza di raccoglier presto la successione. Quando il Papa e la
Curia si allontanavano da Roma, la città ne restava pressochè deserta.
Nello splendido pontificato di Leone X e sotto Clemente VII, alla
vigilia del Sacco, ho trovato per un documento che vedrà in breve la
luce, che la popolazione di Roma superava di poco i cinquantacinquemila
abitanti; se ne togli la Corte papale e quelle dei cardinali, e i
prelati e le corporazioni religiose e i seguaci della Curia Romana,
_Romanam Curiam sequentes_, tutta cioè la popolazione mobile raccolta
intorno al papato, di Roma non resta che un grosso villaggio. Dopo il
Sacco, cioè nel 1528, la popolazione di Roma era ridotta a poco più
che trentamila abitanti. Ma da quel punto incomincia un lungo periodo
di pace, interrotta solo dalla breve guerra del reame sotto Paolo
IV; i baroni son ridotti a vivere civile; si ordina a poco a poco
lo Stato, e l'autorità s'accentra maggiormente, dopo il Concilio di
Trento, nelle mani del papa. Ridotto, per la Riforma, il suo carattere
d'universalità, la Chiesa diviene principalmente latina, si afferma
ostentatamente romana; e nella grandezza esteriore e nella pompa essa
cerca di nascondere, se non di compensare, le gravi sue perdite.
Tre papi del Seicento, cosa non più vista da parecchi secoli, sono
romani di nascita.
Il celibato della Curia impediva il costituirsi in Roma di nuove
famiglie, il formarsi d'una nuova città. Venne il periodo del
nepotismo. Il frazionamento dei popoli in piccoli Comuni e in piccole
signorie, rese possibile a pazzi ambiziosi di tentare, con intrighi
diplomatici, con tradimenti, con armi raccogliticce, di formare a
beneficio delle loro famiglie uno Stato. Ma dei papi del Rinascimento,
nessuno lasciò in Roma una grande famiglia; e gli ambiziosi nepoti
dei Cibo, dei Borgia, dei Della Rovere, dei Medici, dopo avere
sconvolto mezza Italia, scomparvero dalla città eterna coi papi a
cui s'appoggiava la loro potenza. Cresceva la Curia di ricchezza e di
splendore, aumentava la popolazione mobile; ma la cittadinanza stabile
delle famiglie restava presso a poco la stessa.
Nè la città nuova si sarebbe formata, se non era il trasformarsi del
nepotismo papale da politico in domestico. Quando, per le condizioni
politiche d'Italia, era follia il tentare di formare alla famiglia uno
stato, i Papi volsero l'animo a fondar ciascuno in Roma una grande
famiglia principesca, che gareggiasse di ricchezza e di fasto colle
Case regnanti. L'esempio del nepotismo papale seguirono cardinali
e prelati, e tutti si diedero a fondare in Roma una famiglia in
linea trasversale, quando non potevano in linea diretta. Da circa
trentacinque mila abitanti, la popolazione saliva nel 1600 a circa
centodiecimila. Continuava poi più lentamente ad aumentare per tutto il
Seicento: nel 1650 superava i centoventiseimila, nel 1700 s'avvicinava
ai centocinquantamila.
La nuova forma del nepotismo papale non fu sul principio più fortunata
dell'altra, e i nepoti del Carafa finirono tragicamente. Rimase però la
famiglia Buoncompagni; rimase, benchè non durasse a lungo, la Peretti o
Montalto fondata da Sisto V, e imparentata colle due case baronali de'
Colonna e degli Orsini; e quella degli Aldobrandini, che rientra pure
nel secolo successivo.
Al secolo di cui discorriamo era riservato di fondare la più gran
parte della nuova aristocrazia: dodici pontificati, uno de quali durò
meno che un mese, lasciarono nove grandi famiglie. Convien dire però
che una di queste, la Odescaichi, non venne in grandezza per opera del
papa, Innocenzo XI, severo promotore di moralità nella Chiesa, e nella
riforma del costume severo talora fino al grottesco. L'ultimo dei papi
del Seicento, Innocenzo XII, Pignatelli, nobile figura di pontefice
fu immune dal vizio de' suoi predecessori, e non volle presso di sè
i suoi parenti; gli altri furono tutti macchiati di quella pece: e se
Alessandro VII, Chigi, nel cardinalato censore austero del nepotismo,
sul principio del pontificato tenne lontani i parenti, cedette poi alla
corrente, lasciando a compiacenti consiglieri la cura di giustificare
in lui quello che negli altri egli aveva condannato. Nella via del
nepotismo nessuno arrivò agli eccessi del Barberini (Urbano VIII),
nella persona del quale il papa parve un accessorio del principe.
Per opera del nepotismo, uomini senza capacità, nuovi de' pubblici
negozi, occupavano d'un tratto tutte le cariche più alte e lucrose,
e il cardinal nepote governava lo Stato, infeudato ad una famiglia.
Le entrate della Camera Apostolica servivano alla grandezza della
famiglia papale, e lo Stato s'immiseriva per formare quella nuova
aristocrazia. Diciassette milioni di scudi d'oro diceva papa Odescalchi
essere costato già quel nepotismo: e in seguito costò dell'altro. E si
vide perfino una donna avara e intrigante, donna Olimpia Maidalchini,
regnare in Vaticano, dominando il debole cognato Innocenzo X, e la
corte bizantineggiare in una umiliazione di pettegolezzi e di scandali,
che davano largo pascolo ai lazzi e alle risate di maestro Pasquino.
La parte di Roma coperta di fabbricati, entro il vasto recinto
aureliano, colle vie anguste e la popolazione densa, non aveva spazio
per le nuove reggie, per le grandi chiese di questa nuova aristocrazia
papale, dominata dall'idea del grandioso e del magnifico. E però la
città, sorta e cresciuta sui sette colli, poi nel medio evo discesa al
piano e distesasi lungo il fiume e intorno al colle capitolino, e nel
Rinascimento piegatasi verso il ponte Sant'Angelo, porta del Vaticano,
nei rioni di Parione e di Ponte, si allargava con Sisto V al Quirinale,
al Viminale, all'Esquilino, e coi successori occupava con immensi
edifici, sul Quirinale e nel Campo Marzio, l'area già coperta d'orti e
di vigne. Nei palazzi edificati dalle famiglie pontificie noi possiamo
seguire quasi ad uno ad uno i pontefici del Seicento. Apre la serie
un papa che dopo aver regnato otto anni nel secolo XVI, entrò con soli
cinque nel XVII, cioè Clemente VIII, Aldobrandini; e il suo palazzo era
quello oggi Salviati, sul Corso. Dopo Leone XI, Medici, che regnò meno
di un mese, ecco il primo papa secentista, Paolo V Borghese, romano,
col suo splendido palazzo di Campomarzo; poi quello incominciato dai
Ludovisi, oggi sede del Parlamento Nazionale; il Barberini, una vera e
splendida reggia; il Panfili in piazza Navona, che forma un complesso
principesco colla chiesa di Sant'Agnese e le stupende fontane; il
Chigi, sulla piazza Colonna, per l'edificazione del quale fu allargata
e dirizzata la via del Corso, che divenne da allora la principale
della città; il Rospigliosi sul Quirinale; l'Altieri sulla piazza del
Gesù. Non parlo di quello dell'Odescalchi, che non fu edificato, ma
acquistato più tardi dalla famiglia, nè di quello Ottoboni, oggi Fiano,
che s'incominciò a riedificare, ma che rimase interrotto per la morte
troppo sollecita d'Alessandro VIII.
Alla grandezza e magnificenza esterna di questi palazzi, corrispondeva
il lusso e la pompa interna. Splendide sale decorate di stucchi, di
dorature, di affreschi, mobili riccamente intagliati, tavole ornate
di bronzo e di marmi, grandi storie d'arazzi, cortinaggi di stoffe
fiorate, tutto quello che dessero di più sontuoso le arti e le
industrie italiane e straniere. Ma non bastava di raccogliere il meglio
che quell'età, producesse; i cortili e le scale eran ridotte a musei di
statue e di marmi antichi, e dalle pareti delle sale pendevano dipinti
di Raffaello e di Tiziano, de' più grandi pittori dell'età scorsa,
e i palazzi ducali di Ferrara e d'Urbino, e i minori de' principotti
delle Marche, dell'Umbria, delle Romagne, si spogliavano per ornare
la splendida sede della famiglia papale, e l'onnipotenza del cardinale
nepote si adoperava a raccogliervi libri e codici preziosi, traendoli
dalle antiche corti principesche, dai conventi, dalle chiese, dalle
abbazie, e formando così, tra altre minori, le biblioteche famose dei
Barberini e de' Chigi.
Ai palazzi magnifici corrispondevano non meno magnifiche le ville
Aldobrandini, Borghese, Ludovisi, Barberini, Panfili; e sui colli
ameni d'Albano e del Tuscolo più sontuose e più splendide quelle degli
Aldobrandini, di Paolo V, del cardinale Borghese, dei Ludovisi, dei
Barberini.
Col costituirsi delle famiglie papali, Roma acquistava così la
stabilità delle città laiche, incominciava a vivere di vita propria.
Intorno a quelle si stabilivano interessi durevoli e tradizioni e
costumi, si formava una cittadinanza romana accanto alla mobile della
Curia papale.
Ma disgraziatamente questa nuova aristocrazia, se non aveva uguali
nella ricchezza e nello splendore, era per ogni altro titolo troppo
diversa da quelle gloriose dell'antica Roma, di Venezia, d'Inghilterra.
Venuta su non per valore d'armi, o per merito d'opere e d'ingegno,
non per attività di commerci o d'industrie, ma per favor di fortuna,
essa non aveva nè tradizioni da conservare, nè fini da raggiungere.
Assicurata l'integrità del patrimonio di primogenito in primogenito
colla istituzione del fidecommesso, esclusa da ogni partecipazione
alla vita pubblica, riservata unicamente al clero, ad essa non restava
altro pensiero che del come spendere le accumulate ricchezze, come
impiegare i suoi ozi infecondi. Se qualche personaggio ragguardevole
diede l'aristocrazia romana, ciò avvenne nonostante le istituzioni e
non già per esse. Aristocrazia d'apparato, decorativa, essa adempiè
egregiamente a questo suo ufficio.
Come le commedie scritte pei collegi senza donne, così la storia di
Roma è per lo più storia di soli uomini. Dopo Lucrezia Borgia, di
cui la figura bionda s'intravede in seconda linea tra le ampolle di
veleni e i pugnali, nessuna ne apparisce, per tutto il Cinquecento
nella corte di Roma. Nè c'era posto conveniente alla donna in una
corte ecclesiastica. Ma nel Seicento, collo stabilirsi della nuova
aristocrazia laica, essa non vi si trova più fuor di luogo. Dopo
donna Olimpia, un'altra entra nella vita di Roma, argomento di tutti
i cicalecci, oggetto di tutti gli sguardi, portandovi coll'ingegno
arguto e la non comune coltura la bizzarria, la violenza, l'indocilità
nativa del suo carattere. Abdicato il trono, abiurata la religione
luterana, Cristina regina di Svezia, era condotta trionfalmente a Roma
dai Gesuiti. Il lato interno della porta del Popolo, colla grande
iscrizione: _Felici faustoque ingressui_, resta ancora a monumento
della sua entrata solenne. Ma quale non fu il disinganno del papa e
della Corte di Roma; che quando pensavano di poter profittare della
regia neofita a edificazione dei fedeli e richiamo dei protestanti,
dovettero invece affannarsi a coprire gli scandali, a riparare le
stravaganze di quel cervello balzano. È curioso di conoscere come la
reale neofita giudicasse quella Roma papale, dalla quale era stata
accolta con tanta festa. “Non crediate, scriveva alla contessa di
Sparre, che quantunque io sia in un paese abitato già dai più grandi
uomini della terra, e dove ancora restano maravigliosi, splendidi
avanzi delle azioni di quegli eroi, non crediate, mia bella, che sia
questo il paese de' sapienti e degli eroi, nè l'asilo degl'ingegni e
della virtù. O Cesare, o Catone, o Cicerone! o padroni del mondo, la
vostra patria così illustre per le virtù e le imprese vostre, doveva
dunque, per vituperio e sventura dell'umanità, cadere un giorno in
preda all'ignoranza grossolana, alla cieca e assurda superstizione!
O bella contessa, qui non ci sono che statue, obelischi e palazzi
sontuosi, ma uomini non ci sono.„ Non c'è male, per una neofita! Ma
quale che fosse il suo giudizio sulla Corte e la società romana, essa
trovò pure da divertircisi, e rifarsi del tempo speso in patria ad
ascoltar prediche. “Le mie occupazioni qui, essa scriveva, sono di
mangiar bene, dormir bene, studiare un poco, chiacchierare, ridere,
veder le commedie francesi, italiane e spagnole, e passare il tempo
piacevolmente. Infine non ascolto più prediche: secondo che sentenzia
Salomone, tutto il resto è sciocchezza; perchè ciascuno deve viver,
contento, mangiando, bevendo e cantando.„ E in certe postille fatte
a margine d'un'edizione del _Principe_ di Machiavelli, dove questi
dice che i Collegati d'Italia tenevano gli uni pel Papa gli altri
pe' Veneziani, essa notava: “Oggi, chi teme più il Papa?„ Tale era
l'acquisto che, per opera de' Gesuiti, aveva fatto la religione!
Cristina destò nelle famiglie aristocratiche una gara di spettacoli e
di feste. Erano commedie dai Panfili e dai Barberini, erano tragedie
al palazzo Mazzarino, erano melodrammi ne' palazzi de' cardinali; dei
quali però la regina, col suo sacro orrore per le prediche, si doleva
talora, che fossero delle prediche in musica. Protetto dalla regina,
l'Alibert democratizzava il teatro, facendolo discendere dalle sale
principesche alle sale a pagamento. Alessandro Cecconi, detto per
antonomasia Alessandro, _virtuoso_ di musica, era l'astro più fulgido
delle feste romane. La regina stessa imparava musica. Al palazzo
Riario alla Longara, dove oggi è il palazzo Corsini, era un continuo
succedersi di serenate, di giostre, di spettacoli, di saltatori e di
saltimbanchi. Ivi la regina fondava l'Accademia d'Arcadia, in cui la
poesia si sposava alla musica; e i poeti, primo fra essi il Guidi,
gonfiavano di vento, in onore, della Pallade di Svezia, le vesciche
delle loro canzoni. Corteggiata da una schiera di cardinali, circondata
di nobili spiantati, e di ribaldi riparati nella franchigia del suo
palazzo per salvarsi dai birri, tra i musici, i poeti e gli alchimisti,
più volte partitasi da Roma e più volte tornatavi, gelosa degli onori
reali, lorda del sangue di Monaldeschi, la Regina che aveva costato ai
papi tanto danaro, morì finalmente, nel 1689, liberandoli da infiniti
fastidi, e procurando al popolo l'ultimo spettacolo, quello de' suoi
funerali. Si celebrarono per l'anima della regina ventimila messe!
Le feste mondane di Roma ebbero una interruzione sotto il pontificato
dell'austero Odescalchi. Sollecito di sollevare la dignità del
pontificato, alle pretese di Francia resistè virilmente; il marchese
di Lavardino suo ambasciatore, minaccioso e in arme dentro Roma
stessa, scomunicò. Egli vagheggiava di far di Roma un convento. Fra
i suoi provvedimenti per la riforma del costume, noterò l'editto con
cui ordinava “che nessuna zitella, vedova o maritata, di qualsivoglia
stato, grado e conditione, possa imparare a cantare, nè Professore
alcuno, Musico, Regolare o Secolare, possa più alle suddette insegnare
la musica, sotto pena di scudi cinquanta.„ Ma più che ogni altra cosa
gli stava a cuore la verecondia del vestire. Mandò fuori editti feroci,
ordinò a' confessori di non assolvere le donne che non vestissero colla
debita modestia. E ciò non bastando, gettò improvvisamente i birri
addosso alle lavandaje, e fece loro sequestrare tutte le camicie che
fossero aperte al collo e non avessero lunghe le maniche. Ma ne venne
un guaio. Molte, per quella fiera ordinanza, rimasero con quella sola
che portavano indosso.
*
Come le principali famiglie dovevano la loro grandezza all'improvvisa
fortuna, così la instabile dea era venerata nella città eterna
assai più che non il lavoro intelligente e perseverante. Industrie
non c'erano: le antiche famiglie della nobiltà cittadina vivevano,
come ho detto, dell'agricoltura primitiva e della pastorizia che
esercitavano nei latifondi della Campagna romana; i bisogni della Corte
e dell'aristocrazia mantenevano il piccolo commercio. Ma chi lavorava
per vivere era tenuto quasi in disprezzo: la via degli onori e della
fortuna era quella delle dignità ecclesiastiche, l'arte più proficua
quella d'entrare in grazia ai potenti. Le famiglie cittadine avviavano
un de' figli per la via del sacerdozio, e in esso speravano: un prelato
in casa era una provvidenza che la nobilitava e ne alzava le sorti.
Un immenso servitorame sparlava de' padroni che lo sfamavano, e nelle
oziose anticamere pullulava la pasquinata mordace. Poichè al torso
famoso si è fatto un onore immeritato rappresentandolo come censore
e vindice popolare: ora scipito, ora arguto, esso è ordinariamente
un passatempo di sfaccendati, l'eco de' cicalecci delle sacrestie
e delle anticamere de' palazzi. Più in basso una plebe miserabile,
indolente, superstiziosa, che applaudisce o fischia lo spettacolo delle
pompe continue, e che s'affolla, si pigia, si schiaccia a raccogliere
le briciole cadute dalla mensa dei grandi. Eppure non può sfuggire
all'osservatore che quella plebe, per quanto tenuta a vile, è però
già cresciuta di grado. Nelle corti del Rinascimento, generalmente,
la plebe, _degna prima che nasca di morire_, secondo l'espressione
dell'Ariosto, non ha valore neppure come spettatrice: essa è tenuta
lontana dalle feste di Corte, o se v'interviene nessuno si dà pensiero
di quel ch'ella pensi o dica. Tocca ai palafrenieri e ai valletti
di tenerla indietro coi bastoni, o ai birri di trarla in prigione.
Adesso la plebe forma la platea, i grandi ne studiano l'approvazione
e l'applauso, e il cronista ne prende nota con compiacenza. È un
personaggio abbietto, ma è pure un personaggio.
*
In un secolo passionato del fasto, delle pompe, della magnificenza,
Roma tenne incontrastata il primato, fu il più gran teatro del mondo.
Quella scena di colonnati, di facciate enormi di travertino, di palazzi
grandi come reggie, di fontane sonanti nelle grandi conche, di colonne,
di obelischi, di statue, e l'interno delle chiese, cariche d'oro e
di marmi, fra gli angeli volanti sulle nuvole e i santi agitati da
celesti bufere, era la scena che ci voleva per quelle grandi azioni
coreografiche scintillanti d'oro, splendide di colori. Era una
continua successione di grandiosi spettacoli, un passaggio continuo
di maraviglia in maraviglia. Alle annuali solennità del Vaticano dove
il Vicario di Cristo, il rappresentante della divinità sulla terra,
appariva in una grandezza e maestà che pareva trascendere l'umano,
si aggiungevano frequenti le solennità straordinarie, le creazioni di
cardinali, le morti di papa, i possessi del papa nuovo, i giubilei, le
entrate solenni degli ambasciatori, i ritorni dalle caccie. E qui, come
al cuore del mondo cattolico, si ripercuotevano tutti gli avvenimenti
d'Europa: nascite e morti di regnanti, paci e trattati, vittorie
sugl'infedeli. Agli occhi del popolo, abituato a quel succedersi
continuo di solennità, spariva la ragione della festa, e la festa sola
restava. Tutto era buono ugualmente: il catafalco e la benedizione, la
luminaria e la processione, la cavalcata e i fuochi d'artificio. Esso
contava le carrozze e le torcie, giudicava la ricchezza de' parati e
delle livree. Ma specialmente gl'importava che si distribuisse pane, si
gettasse in quantità _moneta bianca_ o d'argento, ci fosse da mangiare
e da bere, e da saccheggiare le macchine de' fuochi d'artifizio.
L'antico _panem et circenses_ era il motto della Roma del Seicento.
Il popolo amava i papi vecchi, perchè davano speranza di spettacoli
prossimi.
Meglio che dai volumi degli storici, lo spirito e la vita romana di
quel secolo risulta dagli avvisi e dalle cronache contemporanee; e
andrò perciò spigolando qua e là da queste fonti inedite quello che
meglio giovi all'intelligenza di quei costumi.
Le potenze cattoliche sentivano quanto in Roma valesse il lusso e la
pompa, e però miravano, per mezzo de' loro ambasciatori, a sopraffarsi
l'una l'altra, e imporsi alla Curia. Le descrizioni delle entrate
solenni degli ambasciatori paiono racconti delle _Mille e una notte_.
Restò famosa, pel numero de' cavalli e la ricchezza de' costumi
persiani, quella dell'Oratore di Polonia nel 1643; il cardinale de'
Medici, ambasciatore di Toscana, entrava nel 1687 con centododici
carrozze tirate ciascuna da sei cavalli, cioè seicentosettantadue
cavalli. I principi Colonna, grandi di Spagna, sfoggiavano ogni anno
nella cavalcata con cui portavano al Papa il tributo della _chinea_,
e la sera sulla piazza de' Santi Apostoli s'incendiavano fuochi
d'artifizio con macchine di sempre nuove invenzioni, delle quali
fortunatamente ci rimangono le stampe, ora d'argomento simbolico, ora
mitologico, ora biblico ed ora cavalleresco.
E le fontane di vino, che si direbbero una fantasia di bevitori
che sognino il paradiso, erano il compimento obbligato di quelle
allegrezze continue, con accompagnamento ugualmente obbligato di
gente schiacciata e di costole rotte. Le fontane solevano ornarsi
riccamente e con bizzarre invenzioni. Sulla piazza di Spagna, che per
la splendidezza degli ambasciatori di quella nazione era il teatro
delle feste più sontuose, la sera dei 29 di giugno 1690 s'ammirava una
fontana bellissima, e davano da bere al popolo sei gobbi con ramini
inargentati. Quella novità dei gobbi parve un'invenzione di spirito;
ma ordinariamente erano i servi, in fastose livree, che ministravano
al popolo intorno al bancone o allo steccato da cui la fontana era
recinta.
Altra volta l'aquila bicipite dell'impero versava vino da' suoi due
becchi; ma nell'aprile del 1687, per la ricuperata salute del Re di
Francia, eran fontane di vino alla Trinità de' Monti, sulla piazza del
Popolo, a piazza Madama, riccamente ornata di torcie e di gigli, e a
Campo de' Fiori, “con gran giubilo de' birbanti, narra un cronista, et
copia di imbriachi et gran concorso di popolo.„ Come può imaginarsi,
con quel po' di vino in corpo, le feste finivano spesso in tumulti;
così avvenne nel 1680 per la venuta dell'Ambasciatore di Polonia: che
dopo i fuochi d'artifizio e la fontana di vino, incominciò una tremenda
sassaiolata del popolo contro i Polacchi, con buon numero di morti e
feriti. E il peggio era quando, alcune volte, le dame, nell'ebbrezza
della festa, dalle finestre e dai balconi gettavano al popolo
merangoli, canditi, pasticcini e perfino i guanti, gli scuffini e gli
scacciamosche.
I grandi erano spettacolo al popolo, e il popolo ai grandi, che
si divertivano a vederlo azzuffarsi e rompersi le costole per un
bicchier di vino, per un candito, o per un mezzo giulio, coll'avidità
brutale della miseria. Nel febbraio 1662, l'Ambasciatore di Spagna
fece nella piazza dello stesso nome una macchina che mai non s'era
veduta l'eguale. Il carro del Sole con quattro superbi cavalli,
che doveva muoversi e rappresentare la levata e il tramonto, e due
fenici, e selve, e grotte con leoni e un albero di palma e cento altre
meraviglie.
La macchina era appoggiata al palazzo di Propaganda; e a far più
bello lo spettacolo, l'ambasciatore aveva pubblicato che, finito
il fuoco d'artifizio, macchina, torcie, sole, cavalli, travi, mille
tavole di castagno, ogni cosa infine andrebbe a sacco, e chi piglia
piglia. Nessuno volle restare a casa, e “di certo, dice un cronista,
sariano succedute gran morti e ferite„ specialmente nella lotta del
popolo cogli operai addetti alla macchina e co' soldati spagnuoli che
la circondavano, i quali avrebbero voluto esser soli al bottino. Ma
accadde che gli operai che eran dietro al castello, nel sollevare il
sole sbagliassero un movimento; e i luminelli e i razzi appiccarono
fuoco alla macchina, con gravissimo pericolo che s'appiccasse a
Propaganda e alle case circostanti. La fuga del popolo e delle
carrozze, delle quali la piazza era stipata, fu, anche per quei tempi,
qualcosa di spaventoso.
Nelle feste di Francia, di Spagna e dell'Impero, facevano luminarie,
fuochi, spari e fontane di vino non solo gli ambasciatori, ma i loro
affezionati, e clienti, principi e cardinali; e nelle gare dei partiti,
che procuravano al popolo sollazzi continui e sempre più splendidi,
s'avverava il proverbio che tra i due litiganti il terzo gode. Ed
esso era sempre del partito di chi facesse le fontane di spillo più
grosso, più sfarzose le macchine, più ricche le livree. Ma quando nel
luglio del 1688 giunse a Roma l'annunzio della nascita di un maschio
al re d'Inghilterra, allora, non bastando il bere, si volle anche
dar da mangiare al popolo; e nella piazzetta di San Girolamo della
Carità, dov'era la Chiesa della Trinità degl'Inglesi, e presso al
palazzo del cardinale di Norfolch, fu alzato nel mezzo un terrapieno
dell'altezza di un uomo, recinto d'uno steccato; e su quello, sopra
due assi, infilzato ad un enorme spiedo un giovenco intero, ripieno
di castrati, capretti e galline, che due uomini giravano sopra una
fornace di carboni. La cucina omerica durò dalle cinque alle venti ore;
e allora comparve sul terrapieno un uomo vestito di bianco, con un gran
coltellaccio in mano, che, tagliate le parti migliori del giovenco, le
mandò ai padroni dei palazzi vicini; e dopo, due uomini con casacconi
di tela rossa e gran berrettone in capo, incominciarono a tagliare
pel popolo, a cui gettarono pezzi di carne con mezze pagnotte di pane
bianco. Chi può imaginare la ressa e il tumulto di quella piazzetta!
Ma, nota il cronista, “poco buona detta carne, e puzzolente, per non
haverla saputo cuocere.„ Ivi presso, nella via di Monserrato, presso
il Collegio degl'Inglesi, era una fontana di vino bellissima coll'arme
del Re, e la sera furono accese trecentosei torcie e gran numero di
fiaccole, e spari e razzi che fu un inferno.
Simile _cocitura di bove_ fu fatta fare dall'Agente d'Inghilterra,
che abitava sulla piazza della Trinità de' Monti, ma là le cose non
passarono così liscie. “Successo, scrive con molta indifferenza il
cronista, il rubbamento di tutto il bove già arrostito, sassajolata
horribile con molti feriti, due morti et sbirri fuggiti.„
Anche nelle due sere seguenti ci furono a Monserrato, avanti al palazzo
del cardinal d'Inghilterra, fontane di vino, trombe, timpani e razzi a
mano; ma poco fu il concorso del popolo, poichè in quelle sere stesse
l'Ambasciatore di Spagna festeggiava con fontane di vino e fuochi
artificiali l'onomastico della regina Anna Luigia.
Fu uno splendore! Dietro alla fontana della Barcaccia sorgeva uno
scoglio alto sessanta palmi, in mezzo al quale era Angelica, legata
i piedi e le mani: un enorme drago usciva colla bocca aperta per
ingoiarla, e in aria era un cavaliere armato di lancia. Seicento
torcie, su tripodi di legno, rischiaravano la piazza, e il popolo
occupava la via Condotti fino a piazza Borghese. Fu una vista, narra
il cronista, _mirabilissima_. Il dragone ebbe un bel gittar fiamme
contro la giovinetta, che il cavaliere lo fulminò colla lancia e la
liberò! Morta nella letteratura la poesia cavalleresca, essa però
viveva tuttavia più che mai rigogliosa come ispiratrice delle arti, e
argomento di spettacoli pubblici.
Così i nostri avi si spassavano allegramente: e l'anticamera fruttava
meglio che l'officina; e il vivere in ozio non impediva di buscarsi una
minestra alla porta de' conventi, e vino e pane e qualche giulio nelle
occasioni solenni.
Qualche volta però si facevano ai poveri delle burle non molto
piacevoli. Nel maggio del 1685 i poveri accorsi per la distribuzione
all'ambasciata di Francia, che era al palazzo Farnese, vi furono
serrati dentro; e dopo lungo tempo, riaperte le porte, licenziati senza
un centesimo.
E solennissima era la festa della incoronazione dei nuovi papi,
in cui si faceva in Vaticano larga distribuzione di danaro, che si
ripeteva poi ogni anno nell'anniversario in proporzione minore. Si
dava mezzo giulio a ciascuno che si presentasse a richiederlo, e la
somministrazione aumentava per ciascuno dei figli: le donne incinte
contavano per due. Come può imaginarsi, si prestavano, si affittavano i
figli, e i guanciali moltiplicavano le gravidanze. Le più procaccianti
riuscivano a ripresentarsi più volte, e mettere insieme un bel
gruzzoletto d'argento. Alla distribuzione di danaro si sostituì quella
del pane; ma il popolo ne fu malcontento, e si tornò all'uso antico.
Il costume è durato tanto, che rientra ne' miei ricordi d'infanzia.
Triste ricordo quelle turbe di megere co' bambini sulle braccia, co'
ragazzi alle gonnelle, urlanti, incalzanti in una gara furiosa, dove
era premiata l'impudenza e l'inganno.
Pane e spettacoli! Dalle incoronazioni si passava, collo stesso animo,
ai funerali, dove alla porta del palazzo o della chiesa si distribuiva
l'elemosina, e si rissava per le candele. I giubilei o anni santi
erano fonte di nuovi guadagni e di spettacoli nuovi. Nel 1675 dalle
città e dai paesi circostanti affluivano a Roma confraternite in
processione; quella del SS. Sacramento di Viterbo, centoventi persone,
entrava solennemente dalla porta del Popolo fra una calca infinita, col
cappuccio calato, ed un teschio in mano. Ma le Compagnie che venivano
così devote e compunte alle tombe degli apostoli, poi s'azzuffavano fra
di loro, e i bordoni da pellegrini divenivano arme da guerra. Pareva il
campo d'Agramante. Risse a San Pietro, risse a San Giovanni, risse per
le strade, e seguito di morti e feriti.
Le feste più clamorose del secolo ebbero occasione dalla liberazione
di Vienna, e dalla presa di Buda e di Belgrado; eco carnevalesca di
avvenimenti gloriosi. Fu bruciato un fantoccio rappresentante il Bassà;
e Stefanaccio, un buffone grottesco famoso tra la plebe, vestito da
Bassà, cavalcò per le vie sopra un somaro fra risa e chiasso d'inferno.
Quell'entusiasmo religioso andò da ultimo a sfogarsi sopra gli ebrei,
con furore brutale d'uccisioni e d'incendi. Convien dirlo: un editto
fu emanato perchè non si molestassero, e i frati corsero in Ghetto a
frenare l'eccidio.
*
E le cronache ci parlano pure quasi ad ogni pagina d'una vera malattia
di quel secolo, le questioni d'etichetta e di precedenza. Dagli
ambasciatori, dagli alti uffici dello Stato quel contagio si estende
agli uffici più umili, alle più modeste corporazioni. Vogliono tutti la
precedenza; onde questioni interminabili, e non di rado risse e sangue.
Per le contese fra le confraternite spesso non era neppur possibile di
fare le processioni.
Ed altra materia di quotidiani discorsi, di delitti e di disordine,
era quella delle franchigie, massime degli ambasciatori; i quali
pretendevano che non solo i loro palazzi, ma anche una zona intorno
ad essi fosse immune dalla giurisdizione del Governo papale. Invano,
fin dal secolo precedente, parecchi papi, e principalmente Sisto V,
ne avevano dichiarato l'abolizione; che se si riuscì ad abolirla pei
palazzi dei cardinali, non così per quelli degli ambasciatori. Ivi
i ribaldi e i malviventi trovavano asilo e protezione, beffandosi
dell'autorità pontificia; e i soldati degli ambasciatori, specialmente
quelli di Francia, giunsero a tanta audacia da assalire e pigliar
prigionieri i birri e soldati del papa che passassero nelle vicinanze
dell'Ambasciata.
La rissa dei Francesi coi soldati Corsi a servizio del papa fu un
degli avvenimenti più famosi di quel secolo. Un de' Francesi restò
morto, parecchi feriti. L'ambasciatore Créqui partì da Roma, e la
Francia volle soddisfazione. Rade volte un Governo si piegò a tanta
umiliazione, a quanta Alessandro VII nella convenzione di Pisa. Fra
le altre condizioni, ci fu quella che il papa licenziasse la Guardia
dei Corsi, che aveva quartiere presso la Trinità de' Pellegrini; e
avanti al quartiere fu eretta nel 1664 una piramide con una iscrizione,
la quale diceva che, in esecrazione dell'abbominevole delitto contro
l'ambasciatore di Francia, la nazione dei Corsi era dichiarata inabile
e incapace a servire la Sede apostolica. Quel monumento di vergogna, fu
poi fatto demolire dal papa Altieri.
Un altro effetto curioso, per non dir peggio, delle franchigie, era
questo: che quando una nazione avesse bisogno di levar soldati,
faceva pigliare a forza i giovani che passassero nelle vicinanze
dell'ambasciata. Nel settembre del 1677 gli Spagnoli davano la caccia
ai passanti in piazza di Spagna; onde si cantava ad alta voce per Roma:
Hai inteso? hai inteso?
Non passare a piazza di Spagna che sarai preso.
Ma in seguito di ciò, il papa fu costretto a mandar fuori un bando che
minacciava dieci anni di galera a chi dicesse motti contro chicchessia.
Più tardi, nel 1690, i Veneziani pigliavano tutti gli atti alle armi
che passassero avanti al palazzo di Venezia; onde nacque tal tumulto di
popolo che si dovè smettere.
Del resto, gli stranieri che si conducevano a Roma, ci narrano che la
vita vi era tranquilla e piacevole, e le notti risuonavano di viole
e di canti. Non infrequente il delitto per vendetta o per altri fini
perversi, ma non per furto; onde il forastiero passeggiava tranquillo.
Ma nelle Sedi vacanti, sospesa l'autorità del Governo, allora le
vendette covate, allora i torvi disegni uscivano al sole. Nel Conclave
del 1691, da cui uscì papa il Pignatelli, un cronista nota con tutta
indifferenza, in data 16 maggio: “Dal 1.º febbraio ch'è sede vacante,
di ammazzati per la città di giorno e di notte, n.º 180.„ Questi 180
ammazzati vanno divisi, per circa cento giorni, sopra una popolazione
di circa centotrentamila abitanti.
Il secolo che si era aperto col rogo di Giordano Bruno, non poteva
mancare degli spettacoli della Santa Inquisizione. Del processo
e dell'abiura di due eretici sono piene le cronache. Il milanese
Gian Francesco Borri, medico, alchimista, astrologo, entrò in
grazia di Cristina di Svezia, e con essa lavorò alla scoperta della
pietra filosofale. Conosciutosi che professava idee ereticali fu
preso dal Sant'Uffizio, processato e bruciato in effigie. Egli
abiurò solennemente nella chiesa della Minerva. Ma nella fantasia
popolare, ed anche delle classi superiori, egli rimase il mago, il
misterioso dominatore di forze occulte. Più volte il Papa permise che,
accompagnato da' carcerieri del Sant'Uffizio, egli si recasse a curar
malati; e nel 1675, infermato l'ambasciatore di Francia e disperato
da' medici, si ricorse al Borri, che lo salvò. Il popolo s'accalcava
intorno al palazzo Farnese, dove abitava l'ambasciatore, a vedere il
Borri, tanto che gli si dovette permettere di mostrarsi sulla loggia.
In veste lunga di color verdesanto, quello strano _Ecce homo_, tra le
guardie del Sant'Uffizio, apparve al popolo commosso, plaudente. Tutti
volevano esser curati da lui. La popolarità e il prestigio del mago
mise in pensiero il Vaticano, sicchè fu dato ordine che più non uscisse
dalla prigione di Castel Sant'Angelo, dove morì nel 1695. L'altro
eretico famoso fu lo spagnolo Michele Molinos, autore del quietismo;
una comoda dottrina che, sollevato lo spirito a Dio, abbandonava i
sensi al piacere. Venuto in gran fama di dottrina e di pietà, capo dei
confessori di Cristina di Svezia, egli aveva dato origine ad una setta
che, in Roma e fuori, vogliono contasse molte migliaia di persone.
Scoperta dal padre Segneri, o secondo altri dal cardinale d'Estré, la
fallacia delle sue dottrine, fu carcerato dal Sant'Uffizio e fattogli
processo. Sui primi di settembre del 1687 il popolo era accorso di
buon'ora alla chiesa della Minerva per assistere alla lunga e solenne
cerimonia dell'abiura; durante la quale, imbandite sulle sedie o sulle
balaustrate le mense, in lieti capannelli, si mangiava e si beveva
allegramente.
Ma quando si fu giunti alla lettura dei Capitoli dell'abiura, un
grido formidabile risuonò per la chiesa: Al fuoco! al fuoco! — Non era
alcuno speciale risentimento contro il dottor Molino, che il popolo
non conosceva, e di cui ignorava nè poteva intendere le dottrine; quel
grido, che soleva ripetersi anche nelle altre abiure, era lo scoppio
dell'indignazione popolare contro la mitezza del Sant'Uffizio, era il
feroce desiderio d'un più acre spettacolo.
Innanzi allo stesso tribunale, circa mezzo secolo prima, era passato un
vecchio glorioso. Anch'egli fu rinchiuso in quelle carceri, anch'egli,
non però in forma solenne, dovette innanzi ai cardinali della Sacra
Congregazione, far la sua abiura, e genuflesso, vestito della camicia
degli eretici, toccando i santi vangeli, aveva pronunziato le parole: —
maledico e detesto l'errore e l'eresia del moto della terra. —
Non si accorsero allora ch'egli era un reo ben diverso dagli altri; che
dietro la dottrina, del resto non nuova, del moto della terra, c'era un
metodo nuovo chiamato a rinnovare il mondo, c'era la scienza.
Con questa parola noi siamo soliti di esprimere due concetti affatto
diversi. Un tempo si diceva scienza lo apprendere quello che già era
stato trovato. La verità era dietro di noi, era nel passato lontano: il
teologo e il filosofo l'apprendevano, la commentavano, l'insegnavano.
Per Dante, la vita dell'Universo non ha misteri; ogni fatto ha la sua
spiegazione indiscutibile. L'Umanesimo guardava indietro, col Petrarca,
col Boccaccio, col Machiavelli, ai Greci e ai Romani. Nei libri sacri,
in Aristotile, negli antichi scrittori era la sapienza e la verità
tutta intera: ufficio del filosofo lo scovarla e l'intenderla.
Con Galileo la mente umana muta orientazione e si volge verso il
futuro. La verità è da trovare; la scienza è il cammino lento, per via
d'esperimento, dal noto all'ignoto.
Se io non parlassi a Firenze, lascerei qui liberamente prorompere
l'inno alla gran madre che si direbbe predestinata a fornire di
condottieri la civiltà. Ma il luogo mi tiene a freno; e chiudo con un
semplice saluto alla città dell'Arno che, dopo Dante e Michelangelo,
compieva la sua triade con Galileo, con esso apriva la via a una nuova
visione dell'universo, dava al mondo la formola della scienza, la
formola della civiltà nuova.