ROMA E I PAPI NEL SEICENTO

CONFERENZA

DI

DOMENICO GNOLI.

Ciascuna città riflette principalmente, nella pianta, nei monumenti,

nel fabbricato, nella decorazione, nei prodotti dell'arte e perfin

dell'industria, il gusto e l'indole d'un'età; di quell'età in cui

essa raggiunse il massimo grado della prosperità e dello splendore.

Così qui a Firenze tutto palpita della vita del Rinascimento, e

nella Roma moderna impera sovrano il Seicento: esso le ha impresso

il suo carattere, l'ha animata del suo spirito: il che specialmente

è vero se, non attenendoci strettamente al rigor delle cifre, si

faccia incominciare il Seicento dal pontificato di Sisto V, cioè

dal 1585. Le antiche basiliche, le fabbriche del Rinascimento quel

secolo ha trasformato in gran parte, secondo il suo ideale estetico,

colla sicurezza di renderle più belle e magnifiche; e quel che resta

d'intatto, si nota quasi come monumento storico, difforme dal carattere

dominante. L'età posteriore ha camminato sull'orme di quel secolo.

Il Cinquecento aveva dato con San Pietro il tipo della Chiesa Romana,

e col palazzo Farnese quello del palazzo. Il Seicento applica, estende

a tutta la città quei due tipi con una serie di variazioni degli

stessi motivi. Chi dalla balaustrata del Pincio guardi il panorama

di Roma, è colpito da una popolazione di cupole sorgenti grandi e

solenni sovra il piano dei tetti. Quella di San Pietro, che campeggia

gigante sull'orizzonte, fu voltata da Sisto V; seguirono quelle di

Sant'Andrea della Valle, di San Carlo a' Catinari, di San Carlo al

Corso, di Sant'Agnese ed altre. Sulle piazze e per le vie della

città v'incontrate a ogni passo in una di quelle enormi facciate

di chiesa, tutte di travertino, a due piani, selve di pilastri e di

colonne, con angeli e santi agitati dal vento, quali Sant'Andrea della

Valle, Sant'Ignazio, la Chiesa Nuova e tante altre; e se entrate in

quelle chiese, quasi tutte le troverete a croce latina, con arcate

intramezzate da pilastri; e sugli altari una orientale ricchezza di

marmi colorati, d'oro e di bronzo uniti con un senso maraviglioso della

policromia; sulle piazze i grandi obelischi eretti da Sisto V, e i

minori della Minerva e del Pantheon da Alessandro VII e da Clemente XI.

E i palazzi giganti tra il vecchio fabbricato, semplici e severi, senza

lusso di decorazione nè ornato d'ordini architettonici e le fontane

nelle piazze, e le grandi mostre dell'Acqua Felice, dell'Acqua Paola e

dell'Acqua di Trevi, quest'ultima, opera d'arte secentistica nel secolo

successivo, tutto infine quello che più apparisce all'occhio, che prima

colpisce il visitatore, è opera del Seicento.

E chi si affacci a quel gran teatro della Chiesa Romana che è la

piazza di San Pietro, si trova innanzi a quel periodo della storia e

dell'arte. Alessandro VII erigeva i portici, Paolo V la facciata della

chiesa, Sisto V trasportava l'obelisco e voltava la cupola, Innocenzo

XI compieva le due fontane. E nell'interno, l'opera di Bramante era

trasformata in quel secolo: prolungata la chiesa, mutandone la pianta

da croce greca a latina, decorata di stucchi e di marmi, aggiuntovi

il grande altare della confessione e la cattedra; e sugli altari,

opere del Domenichino, del Guercino, dell'Algardi, de' più famosi

artisti del secolo. E lì, nelle grandi tombe, giacciono per la maggior

parte i papi di quel periodo, di cui le figure grandeggiano, non più

distese sull'urna, ma ritte in piedi o sedute, fra gli svolazzi delle

statue allegoriche, i drappi di marmi colorati, e il bronzo e l'oro,

ostentando morti la grandiosità, la magnificenza ed il lusso che

professarono vivi.

Interprete del sentimento e della vita romana, scultore e architetto

officiale del papato, domina tutto quel secolo, tutta l'arte di

Roma Lorenzo Bernini, che operò senza posa sotto nove pontificati.

Egli fu detto corruttore, che meglio dovrebbe dirsi rigeneratore.

Nelle acque stagnanti dell'arte con cui si apriva il secolo XVII,

grande senza grandiosità, scorretta senza novità, egli portò il

soffio potente del genio; la agitò, la mosse, fino a sconvolgerla

in tempesta. Il grande, il magnifico, l'ingegnoso, l'appariscente,

il maraviglioso, l'eccessivo, era lo spirito, l'ideale del tempo;

e questo, Michelangelo meridionale, egli tradusse nell'arte. Non si

guardi all'opera della vecchiezza, quando esaurite le forze, cercò nel

bizzarro e nell'esagerato l'effetto; nè egli deve rispondere della

turba scapigliata de' suoi seguaci; nè dei deliri dell'emulo suo,

il Borromini, che gelosia pazza spinse a farsi della stravaganza una

legge: ma nella gioventù e nella virilità egli seppe svolgere l'ideale

del suo tempo entro i confini del bello; e come che si voglia giudicare

quello stato della civiltà, egli ne fu certo il più grande interprete

artistico. Ad una ricchezza esuberante di fantasia accoppiando una

maravigliosa padronanza dei mezzi tecnici, egli profuse in Roma le

sue opere immortali. La piazza di San Pietro, degna della cupola di

Michelangelo, la scala regia del Vaticano, la fontana dei fiumi sulla

piazza Navona, sono opere che sorpassano i termini dell'ingegno per

entrare nel campo del genio. E i papi di quel secolo, dalla faccia

marziale, dai mustacchi alla Wallenstein, dal pizzo alla cavaliera,

sono ancora nei marmi da lui scolpiti assai più vivi che non quelli di

nessun altro secolo.

*

Ma se le città pigliano forma dal periodo della loro maggior grandezza

e prosperità, che diritto aveva il secolo XVII d'imprimere a Roma le

sue fattezze? Non ha forse periodi di maggior grandezza il papato?

Il secolo decimosettimo per la Chiesa e pel papato non fu senza

gloria. Il distacco di tanti popoli dal Vaticano per opera della

Riforma, aveva risvegliato nella Chiesa una vigoria di cui non la si

sarebbe creduta capace. Fu un lungo periodo di guerra, che dev'essere

perciò giudicato coi criteri che governano lo stato di guerra; a

questo stato corrispondono la dittatura del papato, e i tribunali

dell'Inquisizione, veri tribunali marziali. Il mondo cattolico fu messo

in istato d'assedio. La politica del Vaticano non ebbe altro fine

che di far argine allo estendersi della Riforma, di soffocare ogni

favilla che minacciasse un nuovo incendio. Nessuna libertà, nessuna

debolezza di fronte al nemico; ma unità di comando, ma obbedienza

cieca, ma disciplina di ferro. E il nemico non era solo oltre i confini

del mondo cattolico; chè il moto violento della Riforma aveva scosso

tutta l'anima cristiana, agitato gl'intelletti, turbato le coscienze;

e d'ogni parte pullulavano dottrine violente, bizzarre, contrarie,

minacciando di rompere l'organismo cattolico, di dissolvere l'unità

della Fede. La gerarchia episcopale era strumento insufficiente

alla urgenza, alla gravità dei bisogni e dei pericoli. I nunzi

apostolici, vero Stato Maggiore della Chiesa, teologi e canonisti,

abili diplomatici, recavano a principi e a vescovi la parola del Papa,

trattavano i più ardui negozi, stringevano alleanze, portando nel

grembo, ora pieghevoli ora alteri, benedizioni e scomuniche. Gli Ordini

Regolari, e sopra tutti i Gesuiti, posti sotto la diretta dipendenza

del Papa, formavano la milizia mobile della Chiesa. Predicatori dai

pulpiti, maestri nei collegi dei nobili e nelle scuole del popolo,

assistenti negli ospedali, accorrenti dove ci fossero piaghe da lenire

e miserie da sollevare, ad ogni bisogno della società corrispondeva

l'Ordine, la Congregazione religiosa. La riforma interna della Chiesa,

invocata invano per secoli dai Santi e dai popoli, ordinata dal

Concilio di Trento, ebbe in gran parte nel Seicento la sua esecuzione.

In quella guerra fieramente combattuta colle armi spirituali e le

temporali, fu salva bensì l'unità della Fede, ma a prezzo del pensiero

soffocato, della libertà strozzata.

*

Ma altro è la storia del papato altro è quella di Roma.

Città e papi non vissero nel medio evo di buon accordo; ma fu anzi un

avvicendarsi di lotte e di convenzioni malfide. Ora i papi stettero

in Roma racchiusi sospettosamente entro le mura della città Leonina,

ora trasportarono altrove la loro sede. Col ritorno di Martino V,

e meglio nel 1443 con quello d'Eugenio IV, ultimo papa cacciato dai

Romani, i papi si stabilirono definitivamente in Roma. Ma la città e

la Curia erano due cose distinte. Da una parte la vecchia popolazione

scarsa di numero e di ricchezza; baroni, rozzi e guerrieri, che

risiedevano spesso ne' loro castelli; nobili famiglie cittadine,

date la maggior parte alla pastorizia e all'agricoltura, non ricche

e prive di coltura e d'arti civili; plebe irrequieta e miserabile.

Questa era la città che attorniava il Campidoglio. Dall'altra parte,

al Vaticano, c'era un santuario, e una corte ecclesiastica: una specie

di convento, dove le istituzioni permanevano intatte, e un popolo di

celibi vi passava dentro senza lasciare nè nome nè discendenza. Come

nel palazzo pontificio, così in quelli de' cardinali, e ne' palazzetti

de' protonotari apostolici, degli abbreviatori, degli officiali della

Curia, continuamente cambiavano gli ospiti; mutava nome il palazzo, e

spesso anche la piazza che gli stava innanzi e la strada; i potenti, i

ricchi di ieri, sparivano senza lasciar traccia, nuovi sottentravano

diversi di paesi, di costumi, di lingue, mentre altri s'affollavano,

nella speranza di raccoglier presto la successione. Quando il Papa e la

Curia si allontanavano da Roma, la città ne restava pressochè deserta.

Nello splendido pontificato di Leone X e sotto Clemente VII, alla

vigilia del Sacco, ho trovato per un documento che vedrà in breve la

luce, che la popolazione di Roma superava di poco i cinquantacinquemila

abitanti; se ne togli la Corte papale e quelle dei cardinali, e i

prelati e le corporazioni religiose e i seguaci della Curia Romana,

_Romanam Curiam sequentes_, tutta cioè la popolazione mobile raccolta

intorno al papato, di Roma non resta che un grosso villaggio. Dopo il

Sacco, cioè nel 1528, la popolazione di Roma era ridotta a poco più

che trentamila abitanti. Ma da quel punto incomincia un lungo periodo

di pace, interrotta solo dalla breve guerra del reame sotto Paolo

IV; i baroni son ridotti a vivere civile; si ordina a poco a poco

lo Stato, e l'autorità s'accentra maggiormente, dopo il Concilio di

Trento, nelle mani del papa. Ridotto, per la Riforma, il suo carattere

d'universalità, la Chiesa diviene principalmente latina, si afferma

ostentatamente romana; e nella grandezza esteriore e nella pompa essa

cerca di nascondere, se non di compensare, le gravi sue perdite.

Tre papi del Seicento, cosa non più vista da parecchi secoli, sono

romani di nascita.

Il celibato della Curia impediva il costituirsi in Roma di nuove

famiglie, il formarsi d'una nuova città. Venne il periodo del

nepotismo. Il frazionamento dei popoli in piccoli Comuni e in piccole

signorie, rese possibile a pazzi ambiziosi di tentare, con intrighi

diplomatici, con tradimenti, con armi raccogliticce, di formare a

beneficio delle loro famiglie uno Stato. Ma dei papi del Rinascimento,

nessuno lasciò in Roma una grande famiglia; e gli ambiziosi nepoti

dei Cibo, dei Borgia, dei Della Rovere, dei Medici, dopo avere

sconvolto mezza Italia, scomparvero dalla città eterna coi papi a

cui s'appoggiava la loro potenza. Cresceva la Curia di ricchezza e di

splendore, aumentava la popolazione mobile; ma la cittadinanza stabile

delle famiglie restava presso a poco la stessa.

Nè la città nuova si sarebbe formata, se non era il trasformarsi del

nepotismo papale da politico in domestico. Quando, per le condizioni

politiche d'Italia, era follia il tentare di formare alla famiglia uno

stato, i Papi volsero l'animo a fondar ciascuno in Roma una grande

famiglia principesca, che gareggiasse di ricchezza e di fasto colle

Case regnanti. L'esempio del nepotismo papale seguirono cardinali

e prelati, e tutti si diedero a fondare in Roma una famiglia in

linea trasversale, quando non potevano in linea diretta. Da circa

trentacinque mila abitanti, la popolazione saliva nel 1600 a circa

centodiecimila. Continuava poi più lentamente ad aumentare per tutto il

Seicento: nel 1650 superava i centoventiseimila, nel 1700 s'avvicinava

ai centocinquantamila.

La nuova forma del nepotismo papale non fu sul principio più fortunata

dell'altra, e i nepoti del Carafa finirono tragicamente. Rimase però la

famiglia Buoncompagni; rimase, benchè non durasse a lungo, la Peretti o

Montalto fondata da Sisto V, e imparentata colle due case baronali de'

Colonna e degli Orsini; e quella degli Aldobrandini, che rientra pure

nel secolo successivo.

Al secolo di cui discorriamo era riservato di fondare la più gran

parte della nuova aristocrazia: dodici pontificati, uno de quali durò

meno che un mese, lasciarono nove grandi famiglie. Convien dire però

che una di queste, la Odescaichi, non venne in grandezza per opera del

papa, Innocenzo XI, severo promotore di moralità nella Chiesa, e nella

riforma del costume severo talora fino al grottesco. L'ultimo dei papi

del Seicento, Innocenzo XII, Pignatelli, nobile figura di pontefice

fu immune dal vizio de' suoi predecessori, e non volle presso di sè

i suoi parenti; gli altri furono tutti macchiati di quella pece: e se

Alessandro VII, Chigi, nel cardinalato censore austero del nepotismo,

sul principio del pontificato tenne lontani i parenti, cedette poi alla

corrente, lasciando a compiacenti consiglieri la cura di giustificare

in lui quello che negli altri egli aveva condannato. Nella via del

nepotismo nessuno arrivò agli eccessi del Barberini (Urbano VIII),

nella persona del quale il papa parve un accessorio del principe.

Per opera del nepotismo, uomini senza capacità, nuovi de' pubblici

negozi, occupavano d'un tratto tutte le cariche più alte e lucrose,

e il cardinal nepote governava lo Stato, infeudato ad una famiglia.

Le entrate della Camera Apostolica servivano alla grandezza della

famiglia papale, e lo Stato s'immiseriva per formare quella nuova

aristocrazia. Diciassette milioni di scudi d'oro diceva papa Odescalchi

essere costato già quel nepotismo: e in seguito costò dell'altro. E si

vide perfino una donna avara e intrigante, donna Olimpia Maidalchini,

regnare in Vaticano, dominando il debole cognato Innocenzo X, e la

corte bizantineggiare in una umiliazione di pettegolezzi e di scandali,

che davano largo pascolo ai lazzi e alle risate di maestro Pasquino.

La parte di Roma coperta di fabbricati, entro il vasto recinto

aureliano, colle vie anguste e la popolazione densa, non aveva spazio

per le nuove reggie, per le grandi chiese di questa nuova aristocrazia

papale, dominata dall'idea del grandioso e del magnifico. E però la

città, sorta e cresciuta sui sette colli, poi nel medio evo discesa al

piano e distesasi lungo il fiume e intorno al colle capitolino, e nel

Rinascimento piegatasi verso il ponte Sant'Angelo, porta del Vaticano,

nei rioni di Parione e di Ponte, si allargava con Sisto V al Quirinale,

al Viminale, all'Esquilino, e coi successori occupava con immensi

edifici, sul Quirinale e nel Campo Marzio, l'area già coperta d'orti e

di vigne. Nei palazzi edificati dalle famiglie pontificie noi possiamo

seguire quasi ad uno ad uno i pontefici del Seicento. Apre la serie

un papa che dopo aver regnato otto anni nel secolo XVI, entrò con soli

cinque nel XVII, cioè Clemente VIII, Aldobrandini; e il suo palazzo era

quello oggi Salviati, sul Corso. Dopo Leone XI, Medici, che regnò meno

di un mese, ecco il primo papa secentista, Paolo V Borghese, romano,

col suo splendido palazzo di Campomarzo; poi quello incominciato dai

Ludovisi, oggi sede del Parlamento Nazionale; il Barberini, una vera e

splendida reggia; il Panfili in piazza Navona, che forma un complesso

principesco colla chiesa di Sant'Agnese e le stupende fontane; il

Chigi, sulla piazza Colonna, per l'edificazione del quale fu allargata

e dirizzata la via del Corso, che divenne da allora la principale

della città; il Rospigliosi sul Quirinale; l'Altieri sulla piazza del

Gesù. Non parlo di quello dell'Odescalchi, che non fu edificato, ma

acquistato più tardi dalla famiglia, nè di quello Ottoboni, oggi Fiano,

che s'incominciò a riedificare, ma che rimase interrotto per la morte

troppo sollecita d'Alessandro VIII.

Alla grandezza e magnificenza esterna di questi palazzi, corrispondeva

il lusso e la pompa interna. Splendide sale decorate di stucchi, di

dorature, di affreschi, mobili riccamente intagliati, tavole ornate

di bronzo e di marmi, grandi storie d'arazzi, cortinaggi di stoffe

fiorate, tutto quello che dessero di più sontuoso le arti e le

industrie italiane e straniere. Ma non bastava di raccogliere il meglio

che quell'età, producesse; i cortili e le scale eran ridotte a musei di

statue e di marmi antichi, e dalle pareti delle sale pendevano dipinti

di Raffaello e di Tiziano, de' più grandi pittori dell'età scorsa,

e i palazzi ducali di Ferrara e d'Urbino, e i minori de' principotti

delle Marche, dell'Umbria, delle Romagne, si spogliavano per ornare

la splendida sede della famiglia papale, e l'onnipotenza del cardinale

nepote si adoperava a raccogliervi libri e codici preziosi, traendoli

dalle antiche corti principesche, dai conventi, dalle chiese, dalle

abbazie, e formando così, tra altre minori, le biblioteche famose dei

Barberini e de' Chigi.

Ai palazzi magnifici corrispondevano non meno magnifiche le ville

Aldobrandini, Borghese, Ludovisi, Barberini, Panfili; e sui colli

ameni d'Albano e del Tuscolo più sontuose e più splendide quelle degli

Aldobrandini, di Paolo V, del cardinale Borghese, dei Ludovisi, dei

Barberini.

Col costituirsi delle famiglie papali, Roma acquistava così la

stabilità delle città laiche, incominciava a vivere di vita propria.

Intorno a quelle si stabilivano interessi durevoli e tradizioni e

costumi, si formava una cittadinanza romana accanto alla mobile della

Curia papale.

Ma disgraziatamente questa nuova aristocrazia, se non aveva uguali

nella ricchezza e nello splendore, era per ogni altro titolo troppo

diversa da quelle gloriose dell'antica Roma, di Venezia, d'Inghilterra.

Venuta su non per valore d'armi, o per merito d'opere e d'ingegno,

non per attività di commerci o d'industrie, ma per favor di fortuna,

essa non aveva nè tradizioni da conservare, nè fini da raggiungere.

Assicurata l'integrità del patrimonio di primogenito in primogenito

colla istituzione del fidecommesso, esclusa da ogni partecipazione

alla vita pubblica, riservata unicamente al clero, ad essa non restava

altro pensiero che del come spendere le accumulate ricchezze, come

impiegare i suoi ozi infecondi. Se qualche personaggio ragguardevole

diede l'aristocrazia romana, ciò avvenne nonostante le istituzioni e

non già per esse. Aristocrazia d'apparato, decorativa, essa adempiè

egregiamente a questo suo ufficio.

Come le commedie scritte pei collegi senza donne, così la storia di

Roma è per lo più storia di soli uomini. Dopo Lucrezia Borgia, di

cui la figura bionda s'intravede in seconda linea tra le ampolle di

veleni e i pugnali, nessuna ne apparisce, per tutto il Cinquecento

nella corte di Roma. Nè c'era posto conveniente alla donna in una

corte ecclesiastica. Ma nel Seicento, collo stabilirsi della nuova

aristocrazia laica, essa non vi si trova più fuor di luogo. Dopo

donna Olimpia, un'altra entra nella vita di Roma, argomento di tutti

i cicalecci, oggetto di tutti gli sguardi, portandovi coll'ingegno

arguto e la non comune coltura la bizzarria, la violenza, l'indocilità

nativa del suo carattere. Abdicato il trono, abiurata la religione

luterana, Cristina regina di Svezia, era condotta trionfalmente a Roma

dai Gesuiti. Il lato interno della porta del Popolo, colla grande

iscrizione: _Felici faustoque ingressui_, resta ancora a monumento

della sua entrata solenne. Ma quale non fu il disinganno del papa e

della Corte di Roma; che quando pensavano di poter profittare della

regia neofita a edificazione dei fedeli e richiamo dei protestanti,

dovettero invece affannarsi a coprire gli scandali, a riparare le

stravaganze di quel cervello balzano. È curioso di conoscere come la

reale neofita giudicasse quella Roma papale, dalla quale era stata

accolta con tanta festa. “Non crediate, scriveva alla contessa di

Sparre, che quantunque io sia in un paese abitato già dai più grandi

uomini della terra, e dove ancora restano maravigliosi, splendidi

avanzi delle azioni di quegli eroi, non crediate, mia bella, che sia

questo il paese de' sapienti e degli eroi, nè l'asilo degl'ingegni e

della virtù. O Cesare, o Catone, o Cicerone! o padroni del mondo, la

vostra patria così illustre per le virtù e le imprese vostre, doveva

dunque, per vituperio e sventura dell'umanità, cadere un giorno in

preda all'ignoranza grossolana, alla cieca e assurda superstizione!

O bella contessa, qui non ci sono che statue, obelischi e palazzi

sontuosi, ma uomini non ci sono.„ Non c'è male, per una neofita! Ma

quale che fosse il suo giudizio sulla Corte e la società romana, essa

trovò pure da divertircisi, e rifarsi del tempo speso in patria ad

ascoltar prediche. “Le mie occupazioni qui, essa scriveva, sono di

mangiar bene, dormir bene, studiare un poco, chiacchierare, ridere,

veder le commedie francesi, italiane e spagnole, e passare il tempo

piacevolmente. Infine non ascolto più prediche: secondo che sentenzia

Salomone, tutto il resto è sciocchezza; perchè ciascuno deve viver,

contento, mangiando, bevendo e cantando.„ E in certe postille fatte

a margine d'un'edizione del _Principe_ di Machiavelli, dove questi

dice che i Collegati d'Italia tenevano gli uni pel Papa gli altri

pe' Veneziani, essa notava: “Oggi, chi teme più il Papa?„ Tale era

l'acquisto che, per opera de' Gesuiti, aveva fatto la religione!

Cristina destò nelle famiglie aristocratiche una gara di spettacoli e

di feste. Erano commedie dai Panfili e dai Barberini, erano tragedie

al palazzo Mazzarino, erano melodrammi ne' palazzi de' cardinali; dei

quali però la regina, col suo sacro orrore per le prediche, si doleva

talora, che fossero delle prediche in musica. Protetto dalla regina,

l'Alibert democratizzava il teatro, facendolo discendere dalle sale

principesche alle sale a pagamento. Alessandro Cecconi, detto per

antonomasia Alessandro, _virtuoso_ di musica, era l'astro più fulgido

delle feste romane. La regina stessa imparava musica. Al palazzo

Riario alla Longara, dove oggi è il palazzo Corsini, era un continuo

succedersi di serenate, di giostre, di spettacoli, di saltatori e di

saltimbanchi. Ivi la regina fondava l'Accademia d'Arcadia, in cui la

poesia si sposava alla musica; e i poeti, primo fra essi il Guidi,

gonfiavano di vento, in onore, della Pallade di Svezia, le vesciche

delle loro canzoni. Corteggiata da una schiera di cardinali, circondata

di nobili spiantati, e di ribaldi riparati nella franchigia del suo

palazzo per salvarsi dai birri, tra i musici, i poeti e gli alchimisti,

più volte partitasi da Roma e più volte tornatavi, gelosa degli onori

reali, lorda del sangue di Monaldeschi, la Regina che aveva costato ai

papi tanto danaro, morì finalmente, nel 1689, liberandoli da infiniti

fastidi, e procurando al popolo l'ultimo spettacolo, quello de' suoi

funerali. Si celebrarono per l'anima della regina ventimila messe!

Le feste mondane di Roma ebbero una interruzione sotto il pontificato

dell'austero Odescalchi. Sollecito di sollevare la dignità del

pontificato, alle pretese di Francia resistè virilmente; il marchese

di Lavardino suo ambasciatore, minaccioso e in arme dentro Roma

stessa, scomunicò. Egli vagheggiava di far di Roma un convento. Fra

i suoi provvedimenti per la riforma del costume, noterò l'editto con

cui ordinava “che nessuna zitella, vedova o maritata, di qualsivoglia

stato, grado e conditione, possa imparare a cantare, nè Professore

alcuno, Musico, Regolare o Secolare, possa più alle suddette insegnare

la musica, sotto pena di scudi cinquanta.„ Ma più che ogni altra cosa

gli stava a cuore la verecondia del vestire. Mandò fuori editti feroci,

ordinò a' confessori di non assolvere le donne che non vestissero colla

debita modestia. E ciò non bastando, gettò improvvisamente i birri

addosso alle lavandaje, e fece loro sequestrare tutte le camicie che

fossero aperte al collo e non avessero lunghe le maniche. Ma ne venne

un guaio. Molte, per quella fiera ordinanza, rimasero con quella sola

che portavano indosso.

*

Come le principali famiglie dovevano la loro grandezza all'improvvisa

fortuna, così la instabile dea era venerata nella città eterna

assai più che non il lavoro intelligente e perseverante. Industrie

non c'erano: le antiche famiglie della nobiltà cittadina vivevano,

come ho detto, dell'agricoltura primitiva e della pastorizia che

esercitavano nei latifondi della Campagna romana; i bisogni della Corte

e dell'aristocrazia mantenevano il piccolo commercio. Ma chi lavorava

per vivere era tenuto quasi in disprezzo: la via degli onori e della

fortuna era quella delle dignità ecclesiastiche, l'arte più proficua

quella d'entrare in grazia ai potenti. Le famiglie cittadine avviavano

un de' figli per la via del sacerdozio, e in esso speravano: un prelato

in casa era una provvidenza che la nobilitava e ne alzava le sorti.

Un immenso servitorame sparlava de' padroni che lo sfamavano, e nelle

oziose anticamere pullulava la pasquinata mordace. Poichè al torso

famoso si è fatto un onore immeritato rappresentandolo come censore

e vindice popolare: ora scipito, ora arguto, esso è ordinariamente

un passatempo di sfaccendati, l'eco de' cicalecci delle sacrestie

e delle anticamere de' palazzi. Più in basso una plebe miserabile,

indolente, superstiziosa, che applaudisce o fischia lo spettacolo delle

pompe continue, e che s'affolla, si pigia, si schiaccia a raccogliere

le briciole cadute dalla mensa dei grandi. Eppure non può sfuggire

all'osservatore che quella plebe, per quanto tenuta a vile, è però

già cresciuta di grado. Nelle corti del Rinascimento, generalmente,

la plebe, _degna prima che nasca di morire_, secondo l'espressione

dell'Ariosto, non ha valore neppure come spettatrice: essa è tenuta

lontana dalle feste di Corte, o se v'interviene nessuno si dà pensiero

di quel ch'ella pensi o dica. Tocca ai palafrenieri e ai valletti

di tenerla indietro coi bastoni, o ai birri di trarla in prigione.

Adesso la plebe forma la platea, i grandi ne studiano l'approvazione

e l'applauso, e il cronista ne prende nota con compiacenza. È un

personaggio abbietto, ma è pure un personaggio.

*

In un secolo passionato del fasto, delle pompe, della magnificenza,

Roma tenne incontrastata il primato, fu il più gran teatro del mondo.

Quella scena di colonnati, di facciate enormi di travertino, di palazzi

grandi come reggie, di fontane sonanti nelle grandi conche, di colonne,

di obelischi, di statue, e l'interno delle chiese, cariche d'oro e

di marmi, fra gli angeli volanti sulle nuvole e i santi agitati da

celesti bufere, era la scena che ci voleva per quelle grandi azioni

coreografiche scintillanti d'oro, splendide di colori. Era una

continua successione di grandiosi spettacoli, un passaggio continuo

di maraviglia in maraviglia. Alle annuali solennità del Vaticano dove

il Vicario di Cristo, il rappresentante della divinità sulla terra,

appariva in una grandezza e maestà che pareva trascendere l'umano,

si aggiungevano frequenti le solennità straordinarie, le creazioni di

cardinali, le morti di papa, i possessi del papa nuovo, i giubilei, le

entrate solenni degli ambasciatori, i ritorni dalle caccie. E qui, come

al cuore del mondo cattolico, si ripercuotevano tutti gli avvenimenti

d'Europa: nascite e morti di regnanti, paci e trattati, vittorie

sugl'infedeli. Agli occhi del popolo, abituato a quel succedersi

continuo di solennità, spariva la ragione della festa, e la festa sola

restava. Tutto era buono ugualmente: il catafalco e la benedizione, la

luminaria e la processione, la cavalcata e i fuochi d'artificio. Esso

contava le carrozze e le torcie, giudicava la ricchezza de' parati e

delle livree. Ma specialmente gl'importava che si distribuisse pane, si

gettasse in quantità _moneta bianca_ o d'argento, ci fosse da mangiare

e da bere, e da saccheggiare le macchine de' fuochi d'artifizio.

L'antico _panem et circenses_ era il motto della Roma del Seicento.

Il popolo amava i papi vecchi, perchè davano speranza di spettacoli

prossimi.

Meglio che dai volumi degli storici, lo spirito e la vita romana di

quel secolo risulta dagli avvisi e dalle cronache contemporanee; e

andrò perciò spigolando qua e là da queste fonti inedite quello che

meglio giovi all'intelligenza di quei costumi.

Le potenze cattoliche sentivano quanto in Roma valesse il lusso e la

pompa, e però miravano, per mezzo de' loro ambasciatori, a sopraffarsi

l'una l'altra, e imporsi alla Curia. Le descrizioni delle entrate

solenni degli ambasciatori paiono racconti delle _Mille e una notte_.

Restò famosa, pel numero de' cavalli e la ricchezza de' costumi

persiani, quella dell'Oratore di Polonia nel 1643; il cardinale de'

Medici, ambasciatore di Toscana, entrava nel 1687 con centododici

carrozze tirate ciascuna da sei cavalli, cioè seicentosettantadue

cavalli. I principi Colonna, grandi di Spagna, sfoggiavano ogni anno

nella cavalcata con cui portavano al Papa il tributo della _chinea_,

e la sera sulla piazza de' Santi Apostoli s'incendiavano fuochi

d'artifizio con macchine di sempre nuove invenzioni, delle quali

fortunatamente ci rimangono le stampe, ora d'argomento simbolico, ora

mitologico, ora biblico ed ora cavalleresco.

E le fontane di vino, che si direbbero una fantasia di bevitori

che sognino il paradiso, erano il compimento obbligato di quelle

allegrezze continue, con accompagnamento ugualmente obbligato di

gente schiacciata e di costole rotte. Le fontane solevano ornarsi

riccamente e con bizzarre invenzioni. Sulla piazza di Spagna, che per

la splendidezza degli ambasciatori di quella nazione era il teatro

delle feste più sontuose, la sera dei 29 di giugno 1690 s'ammirava una

fontana bellissima, e davano da bere al popolo sei gobbi con ramini

inargentati. Quella novità dei gobbi parve un'invenzione di spirito;

ma ordinariamente erano i servi, in fastose livree, che ministravano

al popolo intorno al bancone o allo steccato da cui la fontana era

recinta.

Altra volta l'aquila bicipite dell'impero versava vino da' suoi due

becchi; ma nell'aprile del 1687, per la ricuperata salute del Re di

Francia, eran fontane di vino alla Trinità de' Monti, sulla piazza del

Popolo, a piazza Madama, riccamente ornata di torcie e di gigli, e a

Campo de' Fiori, “con gran giubilo de' birbanti, narra un cronista, et

copia di imbriachi et gran concorso di popolo.„ Come può imaginarsi,

con quel po' di vino in corpo, le feste finivano spesso in tumulti;

così avvenne nel 1680 per la venuta dell'Ambasciatore di Polonia: che

dopo i fuochi d'artifizio e la fontana di vino, incominciò una tremenda

sassaiolata del popolo contro i Polacchi, con buon numero di morti e

feriti. E il peggio era quando, alcune volte, le dame, nell'ebbrezza

della festa, dalle finestre e dai balconi gettavano al popolo

merangoli, canditi, pasticcini e perfino i guanti, gli scuffini e gli

scacciamosche.

I grandi erano spettacolo al popolo, e il popolo ai grandi, che

si divertivano a vederlo azzuffarsi e rompersi le costole per un

bicchier di vino, per un candito, o per un mezzo giulio, coll'avidità

brutale della miseria. Nel febbraio 1662, l'Ambasciatore di Spagna

fece nella piazza dello stesso nome una macchina che mai non s'era

veduta l'eguale. Il carro del Sole con quattro superbi cavalli,

che doveva muoversi e rappresentare la levata e il tramonto, e due

fenici, e selve, e grotte con leoni e un albero di palma e cento altre

meraviglie.

La macchina era appoggiata al palazzo di Propaganda; e a far più

bello lo spettacolo, l'ambasciatore aveva pubblicato che, finito

il fuoco d'artifizio, macchina, torcie, sole, cavalli, travi, mille

tavole di castagno, ogni cosa infine andrebbe a sacco, e chi piglia

piglia. Nessuno volle restare a casa, e “di certo, dice un cronista,

sariano succedute gran morti e ferite„ specialmente nella lotta del

popolo cogli operai addetti alla macchina e co' soldati spagnuoli che

la circondavano, i quali avrebbero voluto esser soli al bottino. Ma

accadde che gli operai che eran dietro al castello, nel sollevare il

sole sbagliassero un movimento; e i luminelli e i razzi appiccarono

fuoco alla macchina, con gravissimo pericolo che s'appiccasse a

Propaganda e alle case circostanti. La fuga del popolo e delle

carrozze, delle quali la piazza era stipata, fu, anche per quei tempi,

qualcosa di spaventoso.

Nelle feste di Francia, di Spagna e dell'Impero, facevano luminarie,

fuochi, spari e fontane di vino non solo gli ambasciatori, ma i loro

affezionati, e clienti, principi e cardinali; e nelle gare dei partiti,

che procuravano al popolo sollazzi continui e sempre più splendidi,

s'avverava il proverbio che tra i due litiganti il terzo gode. Ed

esso era sempre del partito di chi facesse le fontane di spillo più

grosso, più sfarzose le macchine, più ricche le livree. Ma quando nel

luglio del 1688 giunse a Roma l'annunzio della nascita di un maschio

al re d'Inghilterra, allora, non bastando il bere, si volle anche

dar da mangiare al popolo; e nella piazzetta di San Girolamo della

Carità, dov'era la Chiesa della Trinità degl'Inglesi, e presso al

palazzo del cardinale di Norfolch, fu alzato nel mezzo un terrapieno

dell'altezza di un uomo, recinto d'uno steccato; e su quello, sopra

due assi, infilzato ad un enorme spiedo un giovenco intero, ripieno

di castrati, capretti e galline, che due uomini giravano sopra una

fornace di carboni. La cucina omerica durò dalle cinque alle venti ore;

e allora comparve sul terrapieno un uomo vestito di bianco, con un gran

coltellaccio in mano, che, tagliate le parti migliori del giovenco, le

mandò ai padroni dei palazzi vicini; e dopo, due uomini con casacconi

di tela rossa e gran berrettone in capo, incominciarono a tagliare

pel popolo, a cui gettarono pezzi di carne con mezze pagnotte di pane

bianco. Chi può imaginare la ressa e il tumulto di quella piazzetta!

Ma, nota il cronista, “poco buona detta carne, e puzzolente, per non

haverla saputo cuocere.„ Ivi presso, nella via di Monserrato, presso

il Collegio degl'Inglesi, era una fontana di vino bellissima coll'arme

del Re, e la sera furono accese trecentosei torcie e gran numero di

fiaccole, e spari e razzi che fu un inferno.

Simile _cocitura di bove_ fu fatta fare dall'Agente d'Inghilterra,

che abitava sulla piazza della Trinità de' Monti, ma là le cose non

passarono così liscie. “Successo, scrive con molta indifferenza il

cronista, il rubbamento di tutto il bove già arrostito, sassajolata

horribile con molti feriti, due morti et sbirri fuggiti.„

Anche nelle due sere seguenti ci furono a Monserrato, avanti al palazzo

del cardinal d'Inghilterra, fontane di vino, trombe, timpani e razzi a

mano; ma poco fu il concorso del popolo, poichè in quelle sere stesse

l'Ambasciatore di Spagna festeggiava con fontane di vino e fuochi

artificiali l'onomastico della regina Anna Luigia.

Fu uno splendore! Dietro alla fontana della Barcaccia sorgeva uno

scoglio alto sessanta palmi, in mezzo al quale era Angelica, legata

i piedi e le mani: un enorme drago usciva colla bocca aperta per

ingoiarla, e in aria era un cavaliere armato di lancia. Seicento

torcie, su tripodi di legno, rischiaravano la piazza, e il popolo

occupava la via Condotti fino a piazza Borghese. Fu una vista, narra

il cronista, _mirabilissima_. Il dragone ebbe un bel gittar fiamme

contro la giovinetta, che il cavaliere lo fulminò colla lancia e la

liberò! Morta nella letteratura la poesia cavalleresca, essa però

viveva tuttavia più che mai rigogliosa come ispiratrice delle arti, e

argomento di spettacoli pubblici.

Così i nostri avi si spassavano allegramente: e l'anticamera fruttava

meglio che l'officina; e il vivere in ozio non impediva di buscarsi una

minestra alla porta de' conventi, e vino e pane e qualche giulio nelle

occasioni solenni.

Qualche volta però si facevano ai poveri delle burle non molto

piacevoli. Nel maggio del 1685 i poveri accorsi per la distribuzione

all'ambasciata di Francia, che era al palazzo Farnese, vi furono

serrati dentro; e dopo lungo tempo, riaperte le porte, licenziati senza

un centesimo.

E solennissima era la festa della incoronazione dei nuovi papi,

in cui si faceva in Vaticano larga distribuzione di danaro, che si

ripeteva poi ogni anno nell'anniversario in proporzione minore. Si

dava mezzo giulio a ciascuno che si presentasse a richiederlo, e la

somministrazione aumentava per ciascuno dei figli: le donne incinte

contavano per due. Come può imaginarsi, si prestavano, si affittavano i

figli, e i guanciali moltiplicavano le gravidanze. Le più procaccianti

riuscivano a ripresentarsi più volte, e mettere insieme un bel

gruzzoletto d'argento. Alla distribuzione di danaro si sostituì quella

del pane; ma il popolo ne fu malcontento, e si tornò all'uso antico.

Il costume è durato tanto, che rientra ne' miei ricordi d'infanzia.

Triste ricordo quelle turbe di megere co' bambini sulle braccia, co'

ragazzi alle gonnelle, urlanti, incalzanti in una gara furiosa, dove

era premiata l'impudenza e l'inganno.

Pane e spettacoli! Dalle incoronazioni si passava, collo stesso animo,

ai funerali, dove alla porta del palazzo o della chiesa si distribuiva

l'elemosina, e si rissava per le candele. I giubilei o anni santi

erano fonte di nuovi guadagni e di spettacoli nuovi. Nel 1675 dalle

città e dai paesi circostanti affluivano a Roma confraternite in

processione; quella del SS. Sacramento di Viterbo, centoventi persone,

entrava solennemente dalla porta del Popolo fra una calca infinita, col

cappuccio calato, ed un teschio in mano. Ma le Compagnie che venivano

così devote e compunte alle tombe degli apostoli, poi s'azzuffavano fra

di loro, e i bordoni da pellegrini divenivano arme da guerra. Pareva il

campo d'Agramante. Risse a San Pietro, risse a San Giovanni, risse per

le strade, e seguito di morti e feriti.

Le feste più clamorose del secolo ebbero occasione dalla liberazione

di Vienna, e dalla presa di Buda e di Belgrado; eco carnevalesca di

avvenimenti gloriosi. Fu bruciato un fantoccio rappresentante il Bassà;

e Stefanaccio, un buffone grottesco famoso tra la plebe, vestito da

Bassà, cavalcò per le vie sopra un somaro fra risa e chiasso d'inferno.

Quell'entusiasmo religioso andò da ultimo a sfogarsi sopra gli ebrei,

con furore brutale d'uccisioni e d'incendi. Convien dirlo: un editto

fu emanato perchè non si molestassero, e i frati corsero in Ghetto a

frenare l'eccidio.

*

E le cronache ci parlano pure quasi ad ogni pagina d'una vera malattia

di quel secolo, le questioni d'etichetta e di precedenza. Dagli

ambasciatori, dagli alti uffici dello Stato quel contagio si estende

agli uffici più umili, alle più modeste corporazioni. Vogliono tutti la

precedenza; onde questioni interminabili, e non di rado risse e sangue.

Per le contese fra le confraternite spesso non era neppur possibile di

fare le processioni.

Ed altra materia di quotidiani discorsi, di delitti e di disordine,

era quella delle franchigie, massime degli ambasciatori; i quali

pretendevano che non solo i loro palazzi, ma anche una zona intorno

ad essi fosse immune dalla giurisdizione del Governo papale. Invano,

fin dal secolo precedente, parecchi papi, e principalmente Sisto V,

ne avevano dichiarato l'abolizione; che se si riuscì ad abolirla pei

palazzi dei cardinali, non così per quelli degli ambasciatori. Ivi

i ribaldi e i malviventi trovavano asilo e protezione, beffandosi

dell'autorità pontificia; e i soldati degli ambasciatori, specialmente

quelli di Francia, giunsero a tanta audacia da assalire e pigliar

prigionieri i birri e soldati del papa che passassero nelle vicinanze

dell'Ambasciata.

La rissa dei Francesi coi soldati Corsi a servizio del papa fu un

degli avvenimenti più famosi di quel secolo. Un de' Francesi restò

morto, parecchi feriti. L'ambasciatore Créqui partì da Roma, e la

Francia volle soddisfazione. Rade volte un Governo si piegò a tanta

umiliazione, a quanta Alessandro VII nella convenzione di Pisa. Fra

le altre condizioni, ci fu quella che il papa licenziasse la Guardia

dei Corsi, che aveva quartiere presso la Trinità de' Pellegrini; e

avanti al quartiere fu eretta nel 1664 una piramide con una iscrizione,

la quale diceva che, in esecrazione dell'abbominevole delitto contro

l'ambasciatore di Francia, la nazione dei Corsi era dichiarata inabile

e incapace a servire la Sede apostolica. Quel monumento di vergogna, fu

poi fatto demolire dal papa Altieri.

Un altro effetto curioso, per non dir peggio, delle franchigie, era

questo: che quando una nazione avesse bisogno di levar soldati,

faceva pigliare a forza i giovani che passassero nelle vicinanze

dell'ambasciata. Nel settembre del 1677 gli Spagnoli davano la caccia

ai passanti in piazza di Spagna; onde si cantava ad alta voce per Roma:

Hai inteso? hai inteso?

Non passare a piazza di Spagna che sarai preso.

Ma in seguito di ciò, il papa fu costretto a mandar fuori un bando che

minacciava dieci anni di galera a chi dicesse motti contro chicchessia.

Più tardi, nel 1690, i Veneziani pigliavano tutti gli atti alle armi

che passassero avanti al palazzo di Venezia; onde nacque tal tumulto di

popolo che si dovè smettere.

Del resto, gli stranieri che si conducevano a Roma, ci narrano che la

vita vi era tranquilla e piacevole, e le notti risuonavano di viole

e di canti. Non infrequente il delitto per vendetta o per altri fini

perversi, ma non per furto; onde il forastiero passeggiava tranquillo.

Ma nelle Sedi vacanti, sospesa l'autorità del Governo, allora le

vendette covate, allora i torvi disegni uscivano al sole. Nel Conclave

del 1691, da cui uscì papa il Pignatelli, un cronista nota con tutta

indifferenza, in data 16 maggio: “Dal 1.º febbraio ch'è sede vacante,

di ammazzati per la città di giorno e di notte, n.º 180.„ Questi 180

ammazzati vanno divisi, per circa cento giorni, sopra una popolazione

di circa centotrentamila abitanti.

Il secolo che si era aperto col rogo di Giordano Bruno, non poteva

mancare degli spettacoli della Santa Inquisizione. Del processo

e dell'abiura di due eretici sono piene le cronache. Il milanese

Gian Francesco Borri, medico, alchimista, astrologo, entrò in

grazia di Cristina di Svezia, e con essa lavorò alla scoperta della

pietra filosofale. Conosciutosi che professava idee ereticali fu

preso dal Sant'Uffizio, processato e bruciato in effigie. Egli

abiurò solennemente nella chiesa della Minerva. Ma nella fantasia

popolare, ed anche delle classi superiori, egli rimase il mago, il

misterioso dominatore di forze occulte. Più volte il Papa permise che,

accompagnato da' carcerieri del Sant'Uffizio, egli si recasse a curar

malati; e nel 1675, infermato l'ambasciatore di Francia e disperato

da' medici, si ricorse al Borri, che lo salvò. Il popolo s'accalcava

intorno al palazzo Farnese, dove abitava l'ambasciatore, a vedere il

Borri, tanto che gli si dovette permettere di mostrarsi sulla loggia.

In veste lunga di color verdesanto, quello strano _Ecce homo_, tra le

guardie del Sant'Uffizio, apparve al popolo commosso, plaudente. Tutti

volevano esser curati da lui. La popolarità e il prestigio del mago

mise in pensiero il Vaticano, sicchè fu dato ordine che più non uscisse

dalla prigione di Castel Sant'Angelo, dove morì nel 1695. L'altro

eretico famoso fu lo spagnolo Michele Molinos, autore del quietismo;

una comoda dottrina che, sollevato lo spirito a Dio, abbandonava i

sensi al piacere. Venuto in gran fama di dottrina e di pietà, capo dei

confessori di Cristina di Svezia, egli aveva dato origine ad una setta

che, in Roma e fuori, vogliono contasse molte migliaia di persone.

Scoperta dal padre Segneri, o secondo altri dal cardinale d'Estré, la

fallacia delle sue dottrine, fu carcerato dal Sant'Uffizio e fattogli

processo. Sui primi di settembre del 1687 il popolo era accorso di

buon'ora alla chiesa della Minerva per assistere alla lunga e solenne

cerimonia dell'abiura; durante la quale, imbandite sulle sedie o sulle

balaustrate le mense, in lieti capannelli, si mangiava e si beveva

allegramente.

Ma quando si fu giunti alla lettura dei Capitoli dell'abiura, un

grido formidabile risuonò per la chiesa: Al fuoco! al fuoco! — Non era

alcuno speciale risentimento contro il dottor Molino, che il popolo

non conosceva, e di cui ignorava nè poteva intendere le dottrine; quel

grido, che soleva ripetersi anche nelle altre abiure, era lo scoppio

dell'indignazione popolare contro la mitezza del Sant'Uffizio, era il

feroce desiderio d'un più acre spettacolo.

Innanzi allo stesso tribunale, circa mezzo secolo prima, era passato un

vecchio glorioso. Anch'egli fu rinchiuso in quelle carceri, anch'egli,

non però in forma solenne, dovette innanzi ai cardinali della Sacra

Congregazione, far la sua abiura, e genuflesso, vestito della camicia

degli eretici, toccando i santi vangeli, aveva pronunziato le parole: —

maledico e detesto l'errore e l'eresia del moto della terra. —

Non si accorsero allora ch'egli era un reo ben diverso dagli altri; che

dietro la dottrina, del resto non nuova, del moto della terra, c'era un

metodo nuovo chiamato a rinnovare il mondo, c'era la scienza.

Con questa parola noi siamo soliti di esprimere due concetti affatto

diversi. Un tempo si diceva scienza lo apprendere quello che già era

stato trovato. La verità era dietro di noi, era nel passato lontano: il

teologo e il filosofo l'apprendevano, la commentavano, l'insegnavano.

Per Dante, la vita dell'Universo non ha misteri; ogni fatto ha la sua

spiegazione indiscutibile. L'Umanesimo guardava indietro, col Petrarca,

col Boccaccio, col Machiavelli, ai Greci e ai Romani. Nei libri sacri,

in Aristotile, negli antichi scrittori era la sapienza e la verità

tutta intera: ufficio del filosofo lo scovarla e l'intenderla.

Con Galileo la mente umana muta orientazione e si volge verso il

futuro. La verità è da trovare; la scienza è il cammino lento, per via

d'esperimento, dal noto all'ignoto.

Se io non parlassi a Firenze, lascerei qui liberamente prorompere

l'inno alla gran madre che si direbbe predestinata a fornire di

condottieri la civiltà. Ma il luogo mi tiene a freno; e chiudo con un

semplice saluto alla città dell'Arno che, dopo Dante e Michelangelo,

compieva la sua triade con Galileo, con esso apriva la via a una nuova

visione dell'universo, dava al mondo la formola della scienza, la

formola della civiltà nuova.

La vita Italiana nel Seicento Conferenze tenute a Firenze nel 1894 · 第 19 / 92 题